Dalle Ande alla Valchiusella: il trekking con alpaca e lama di Alpatrek

C’è un luogo in Piemonte, precisamente in Valchiusella, dove è possibile vivere un’esperienza di trekking molto particolare…si cammina in compagnia di alpaca e lama!
Siamo a Rueglio e il progetto prende il nome di Alpatrek. Massimo e la sua famiglia allevano con amore diversi esemplari di questi animali e hanno pensato di valorizzare il proprio territorio facendolo scoprire attraverso la loro simpatica compagnia.

Alpaca e lama sono camelidi originari della Ande, dove vivono in libertà o sono allevati e utilizzati principalmente per l’utilizzo della lana. Quella dell’alpaca è particolarmente calda e morbida. Sono animali docili e resistenti, capaci di adattarsi alla rigidità dell’ambiente andino ma anche ad altri tipi di habitat.

Nonostante le mie esperienze di gioventù tra le Ande boliviane e peruviane, lama e alpaca hanno sempre fatto solo da sfondo alle mie avventure sudamericane; non sono mai entrata in contatto direttamente con questi animali, nessun approccio ravvicinato. Li ho sempre visti pascolare sullo sfondo di meravigliosi paesaggi o nei pressi di qualche patio (cortile) di campagna: altre volte erano accompagnati da bambini o donne in abito tradizionale (cholitas), che puntavano sulla simpatia della loro mascotte per concedere foto a pagamento. L’alpaca in particolare mi ha sempre fatto simpatia, con il suo pelo gonfio, il ciuffo ribelle e i pantaloni di pelo a zampa di elefante.

A distanza di anni mi sono ritrovata a conoscere meglio questi animali, a pochi km da casa e nella Regione in cui vivo, grazie all’escursione organizzata da Alpatrek.

Ecco come funziona. Si può scegliere innanzitutto tra due tipi di tour: una passeggiata di 90 minuti, più semplice e adatta a tutti, e un trekking di 3 ore, per il quale è prevista una minima esperienza nel camminare su sentieri di montagna. Si esplora il territorio circostante percorrendo sentieri, antiche mulattiere e boschi, accompagnati da un animale a testa o uno ogni due persone.

Prima di iniziare Massimo spiega come comportarsi nei confronti dell’animale, per rispettarlo e condurlo nel migliore dei modi. Toglietevi subito dalla testa di poter giocherellare con il buffo ciuffo frisé…agli alpaca non piace essere toccati sulla testa.
Da subito è chiarito il fatto che saranno gli animali a condurre noi, e non viceversa, poiché è l’accompagnatore umano a doversi adattare al ritmo e alle volontà del lama/alpaca. Al di là di dover frenare il suo istinto a cibarsi continuamente, tutto il resto lo deciderà l’animale.
Ogni lama e alpaca ha un simpatico nome, in linea con la personalità o l’aspetto dell’animale. A noi è toccato Johnny Cash, noto cantautore dei tempi che furono, e Gandalf, personaggio de “Il signore degli anelli”. Durante la camminata si capisce presto che ognuno di essi ha un suo carattere ben preciso, al quale bisogna adeguarsi.

Cose che ho imparato sugli alpaca e sui lama:

  1. L’unica differenza tra lama e alpaca è la dimensione dell’animale, le orecchie (quelle del lama più a punta) e il tipo di pelo. Ingiustamente solo al lama è stato attribuito il mal costume di sputare, invece questo vizietto lo hanno entrambi. Che poi non si tratta neanche di un vero e proprio sputo in faccia, come si immagina spesso: è più che altro una specie di “scatarramento”, non tanto diverso da quello di alcuni tabagisti in mezzo alla strada.

2. L’alpaca è un animale socievole e molto empatico; non ama la solitudine quindi deve sempre stare in compagnia di qualche suo simile. Riesce a percepire eventuali stati di agitazione di chi gli è vicino e ne è influenzato. A sua volta penso sia in grado di trasmettere serenità e good vibes; un’esperienza di questo tipo non può che alleggerire un po’ l’animo di noi umani stressati dalla frenesia della vita ed essere speciale anche per i bambini.

3. Gli esemplari femminili e maschili devono essere separati, perché il maschio alpaca è sempre voglioso e pronto all’accoppiamento, inducendo inoltre il calore alla femmina. I gruppi di trekking sono composti quindi solo da maschietti per evitare che siano costantemente distratti dalle signorine.

4. Una aspetto che mi ha colpito e mi ha fatto molto ridere è che gli alpaca/lama fanno i bisogno tutti insieme, nello stesso posto e nello stesso momento. Il maschio alfa sceglie il luogo e procede per primo con pipì e cacca, gli altri vengono “ispirati” dal momento e a turno lo imitano, stando ben attenti ad allargare le gambe per non sporcarsi pelo e zampette.

5. Come accennavo prima, ogni animale ha un carattere e una personalità ben definiti: c’è chi vuole primeggiare e stare sempre in testa al gruppo, ci sono esemplari più ribelli, altri invece molto rilassati e lenti. C’è chi è schizzinoso e odia camminare nel fango (in generale si tratta di animali che ci tengono alla pulizia, tanto che al ritorno della camminata qualcuno si è andato a lavare le zampe in un secchio d’acqua per pulirsi). Se l’alpaca decide di correre e spintonare tutti, l’accompagnatore dovrà assecondarlo e volare trascinato da lui.

6. Non amano i paparazzi; forse perché quando si fermano pensano solo a mangiare, ma è davvero difficile fare una foto del primo piano dell’animale o addirittura un selfie. Ecco perché le cholitas latine si facevano pagare per uno scatto insieme alla loro bestiola!

Scherzi a parte, questa escursione è stata una piacevole sorpresa e, come ogni tour guidato che si rispetti, al ritorno c’è anche la possibilità di dare sfogo allo shopping acquistando manufatti in lana.

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Dedico questo articolo ad Angela, Giorgia e Silvia.

La Costa dei Trabocchi: un tuffo nel mare e nella tradizione abruzzese

Una delle qualità che più ho apprezzato dell’Abruzzo è la varietà che lo rende meta ideale in tutte le stagioni e a tutte le temperature. Nel giro di pochi chilometri si trovano tantissimi Parchi Nazionali, borghi incastonati sull’Appennino, città d’arte e inoltre c’è anche lui, l’oro salato, il mare.
Si parla dell’Adriatico ovviamente, con una lunga costa bassa e sabbiosa. Chi mi segue sa che per quanto riguarda il mare io sono abbastanza esigente e che soprattutto non amo le grandi mete balneari cariche di stabilimenti e grandi attrazioni. Vado sempre alla ricerca di coste rocciose, calette nascoste o riserve naturali e posso dire che anche da questo punto di vista l’Abruzzo mi ha fatta contenta.

Per chi ama infatti un tipo di turismo balneare un po’ più di nicchia, la cosiddetta Costa dei Trabocchi potrebbe essere la destinazione ideale.
Con questo nome si indica quel pezzo di costa compreso tra la città di Ortona e Vasto, caratterizzato per l’appunto dalla fitta presenza dei trabocchi.

Ma cosa sono i trabocchi? Sono antiche macchine da pesca su palafitte, collegate alla terraferma con passerelle di legno; sono dotate di più “bracci” che sostengono reti da pesca. Proprio per questa loro forma D’Annunzio li aveva definiti “ragni colossali”. Non si ha certezza della loro origine; qualcuno attribuisce la loro comparsa ai Fenici, ma in realtà le prime tracce risalgono intorno all’anno 1.200.

Gran parte dei trabocchi sulla costa abruzzese sono stati restaurati e riportati all’originario splendore; alcuni sono ancora utilizzati con l’antica funzione, altri sono diventati ristoranti sul mare.

A proposito di questo, la cena sul trabocco è un’esperienza assolutamente da fare almeno una volta. C’è l’imbarazzo della scelta, ma più o meno sono tutti allineati sulla stessa fascia di prezzo; propongono infatti un menu fisso, a base di pesce fresco, sui 50 euro a testa bevande escluse (ma la carta dei vini offre la possibilità di scegliere bottiglie buone a prezzo moderato).
Anche sul pesce io sono abbastanza critica, perché la mamma me lo compra fresco e lo cucina magistralmente. Inizialmente avevo qualche pregiudizio e il timore di finire in una trappola turistica come spesso accade. Invece devo dire che sono stata pienamente soddisfatta dalla cucina del trabocco sul quale abbiamo cenato (Trabocco Punta Fornace, San Vito Chietino): il pesce era fresco, cucinato con sapienza ed è stato un vero viaggio nel gusto e nella tradizione.

Il modo migliore per godere della bellezza della Costa dei Trabocchi è percorrere in bici la Via Verde della Costa dei Trabocchi, interessata recentemente dal passaggio del Giro d’Italia: sono 40 km circa di pista ciclabile che si affaccia sul mare seguendo l’ex tracciato della ferrovia adriatica.
A causa del calore elevato dell’estate 2022 e lo scarso tempo a disposizione, purtroppo abbiamo dovuto rinunciare a questa attività che avevamo sulla nostra wish list…ma sicuramente quando torneremo in Abruzzo non ce la faremo scappare!

Parlando invece di tuffi in mare, questo tratto di costa offre spiagge non troppo devastate dal business del turismo di massa. C’è per esempio la spiaggia Ripari di Giobbe, oggi considerata area protetta, o le piccole calette del Golfo di Venere. Vi è la lecceta di Torino di Sangro, una riserva a ridosso della foce del fiume Sangro, e la Riserva Naturale di Punta Aderci; quest’ultima si estende fino al promontorio di Punta Aderci, che domina la bellissima spiaggia di Punta Penna. Qui siete sicuri di trovare un mare pulito, trasparente e abitato da tanta fauna marina.


Per quanto riguarda Punta Aderci, per trovarla non è stato molto facile perché il navigatore ci ha fatto prendere una strada nelle campagne intorno a una casa circondariale, per poi condurci al parcheggio di un campeggio. Bisogna impostare la ricerca su “Parcheggio Riserva Naturale Punta Aderci“.
Il parcheggio per raggiungere le spiagge della riserva è gratuito e ha un servizio navetta per chi comodamente vuole raggiungere anche le cale più lontane dalla zona auto. C’è anche un punto di noleggio bici, ma lì la zona è priva di vegetazione e quindi bisogna fare attenzione alle temperature.

Questa tappa sull’Adriatico mi ha dimostrato che la sua costa non è solo fatta di spiaggione ricolme di stabilimenti, con un mare simile a una pozza fangosa, ma che esistono anche angoletti graziosi dove la natura incontaminata resiste.

Per scoprire altre perle abruzzesi, visita la pagina del blog dedicata a questa Regione!

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Il Sentiero delle Anime, un itinerario tra le incisioni rupestri della Valchiusella

La Valchiusella è una piccola valle piemontese dall’anima un po’ “selvaggia”.
Pur non essendo una meta interessata dal turismo massivo, offre una varietà di interessanti itinerari naturalistici, alcuni dei quali mostrano i segni della storia dell’uomo in questo impervio territorio.
Uno di questi è particolarmente ricco di suggestioni, di leggende tramandate oralmente e di tracce di culti pagani. Si tratta del Sentiero delle Anime, che parte dal comune di Traversella e raggiunge la località Piani di Cappia, a 1.345 metri di altitudine, attraversando boschi di betulle, castagni e noccioli.

Il Sentiero delle Anime deve il suo nome ad antiche tradizioni orali e sulla sua origine circolano diversi racconti dall’atmosfera cupa. Uno di questi parla della credenza secondo la quale lungo il percorso passassero le anime dei defunti e, proprio per questo motivo, i pastori non potessero sistemare in questa zona il bestiame.
Secondo un’altra leggenda, in questo luogo si recavano le persone anziane che, al termine della loro vita, decidevano di lasciarsi precipitare giù per le ripide rive.

Al di là di queste macabre storie popolari, sul Sentiero delle Anime sono state ritrovate numerose incisioni rupestri dal significato religioso, appartenenti alla cultura pagana e successivamente cristiana. Qualcuno aveva attribuito questi segni al passaggio dei guerrieri di antichi popoli locali, morti nel difendere le loro terre dai Romani.
Molto più probabilmente si tratta di simboli incisi nella roccia come atto di devozione verso la Madre Terra, ai quali si sono affiancati segni cruciformi attribuibili al periodo della cristianizzazione delle valli alpine. Il Sentiero delle Anime costituiva quindi una sorta di via sacra, che ancora mantiene vivo il suo fascino.

Questo percorso è stato scoperto negli anni ’70 da Bernardo Bovis e Riccardo Petitti e dal 1985 è stato attrezzato con numerosi e dettagliati pannelli informativi, che permettono di scoprire le numerose incisioni, a volte non ben visibili o nascoste dalla vegetazione. Bovis e Petitti consigliano di percorrerlo in giornate poco luminose o addirittura al tramonto, poiché i raggi radenti rendono più visibili i segni sulle rocce.

I petroglifi (incisioni nella roccia) che troviamo lungo questo suggestivo itinerario sono principalmente di tre tipi: oltre ai sopracitati cruciformi, ci sono le coppelle e gli antropomorfi. Le coppelle sono piccole incisioni semisferiche, a volte connesse da canaletti, utilizzate come simbolo solare, di fecondità e di buon augurio. Presumibilmente erano anche legate al culto dell’acqua e si trovano anche in altre zone del Canavese.
Gli antropomorfi sono omini stilizzati; alcuni sono rappresentati con braccia aperte e gambe divaricate, nella posizione dell’ “orante”, colui che prega.

Il Sentiero delle Anime si sviluppa parallelamente al Sentiero della Transumanza, dando la possibilità di percorrere un giro ad anello della durata di 3 ore e mezza con un dislivello di circa 600m (scarica la traccia). Tale itinerario è consigliabile in autunno e in primavera, quando i colori delle rispettive stagioni esplodono e rendono il paesaggio più bello. Lo sconsiglierei nelle giornate più calde, perché è per una buona parte esposto al sole.
Il rifugio Bruno Piazza, frequentato anche dagli amanti dell’arrampicata per la vicinanza a una palestra di roccia, è inoltre un ottimo punto di approdo culinario. 

Per fare questo giro ad anello (Sentiero delle Anime all’andata, Sentiero della Transumanza al ritorno), si può lasciare l’auto in località Miniere di Traversella, si supera il ponte e si seguono le indicazioni per il Rifugio Bruno Piazza. Dalla Piazza Cavour si prende via Monte Marzo e in breve tempo ci si trova nel bosco. Il sentiero da seguire è il numero 729 e, una volta arrivati ad un bivio, si procede salendo sulle destra (andando a sinistra invece si imbocca quello della Transumanza). In mezz’oretta di salita si arriva al rifugio, da cui continua il sentiero inerpicandosi lungo il pendio selvaggio, che regala una bella vista sulla valle e le sue borgate. Il Sentiero delle Anime si conclude a Piani di Cappia, il punto più alto, dove si trovano delle case in pietra e una distesa erbosa che rappresenta un’ottima location per un pranzo al sacco.


Per chiudere l’anello si procede lungo il Sentiero della Transumanza, dapprima prendendo il sentiero numero 707 e poi, dopo aver ignorato il bivio per località Succinto, si prosegue seguendo il 730 che ci riporta al punto di partenza. Per la descrizione dettagliata dell’itinerario rimando ad altri siti ben noti di escursionismo, ma anche alla pagina di Visit Canavese, che descrive tutte le incisioni.



L’ideale per scoprire le incisioni rupestri e godere a pieno del paesaggio, come suggeriscono anche coloro che hanno riportato in vita questo sentiero, è percorrerlo in questo senso (prima Anime e poi Transumanza). Farlo al contrario è ovviamente possibile e come vantaggio ha che il giro si conclude proprio in prossimità del rifugio Bruno Piazza…e infatti io l’ho quasi sempre percorso al contrario! 🙂

Anello Sentiero delle Anime e Transumanza
KM: 10 km circa
DISLIVELLO: 600 m. circa
DIFFICOLTA’: E
PUNTO DI PARTENZA e DI ARRIVO: Traversella
SCARICA LA TRACCIA DEL GIRO SU WIKILOK, STRAVA , KOMOOT o FATMAP

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La montagna che respira: i Balmetti di Borgofranco d’Ivrea

Silenzioso. Apparentemente disabitato.
Le case in pietra, addossate una sulle altre; alcune sono avvolte da piante rampicanti. Le vie strette, gli affreschi scrostati, i pergolati con la vite, i cancelli in ferro in stile Liberty. Imponente si erge anche l’edificio di una vecchia fabbrica non più in uso.

Sembra un paese come ce ne sono tanti altri, dal fascino decadente, senza traccia di vita umana. A parlarci sono le strade, le case e i loro decori. Ci parlano nel silenzio di un apparente abbandono.

In realtà questo borgo vive, nascondendo un segreto e una storia particolari, impossibili da scorgere con un primo rapido sguardo.
In questo piccolo angolo di Piemonte la montagna respira e, attraverso il suo respiro, ci racconta di questo borgo antico e della sua tradizione popolare.

Siamo a 5km a nord di Ivrea, nel piccolo centro abitato di Borgofranco, e quelli che ci parlano sono i Balmit (Balmetti).
L’insediamento di Borgofranco è nato in epoca romana come accampamento difensivo non soggetto a tassazione (da qui il nome “borgo franco”).
La sua storia si intreccia alla conformazione del territorio in cui è situato, che comprende una parte della Serra d’Ivrea, particolare collina morenica formatasi dal ritiro dei ghiacciai valdostani.
Proprio ai piedi di quest’ultima, addossati al massiccio del Mombarone, sono nati i Balmetti. Ma cosa sono?

Il nome Balmetto deriva dal termine celto-ligure “balma”, con il quale si indica una struttura ricavata al di sotto di una roccia, proprio come una grotta.

I Balmetti infatti sono caratteristiche cantine scavate nella roccia morenica dalla quale, attraverso un particolare fenomeno naturale, escono correnti d’aria fredda chiamate “òre; queste consentono di mantenere all’interno delle cantine umidità e temperatura costanti (7-8 gradi tutto l’anno) e le rendono ideali per la conservazione di vini e formaggi. In alcuni Balmetti l’aria arriva direttamente, altri sfruttano òre secondarie.

A Borgofranco ci sono circa 200 Balmetti e sono tutti privati, tramandati da generazione in generazione.
La loro origine è legata all’antica coltivazione della vite, presente in zona già dal XII secolo. Il territorio di Borgofranco un tempo era molto paludoso e quindi non era adatto per ricavare cantine nel sottosuolo; per questo motivo i suoi abitanti decisero di sfruttare questi getti d’aria fredda costruendole poco fuori dal centro del paese.

Con il passare del tempo, dalle cantine scavate nella roccia, gli abitanti hanno costruito strutture più complesse che insieme hanno dato forma a un grazioso borgo dai vicoli stretti in cui è bello perdersi.

I Balmetti normalmente hanno una pianta rettangolare e all’esterno c’è un cortile delimitato da un cancello di legno o di ferro (particolarmente belli sono i cancelli con decori in stile Liberty), un pergolato (le tipiche tòpie) con la vite o altri rampicanti, panchine in pietra o in legno.
Il piano terra è costituito dal “balmetto” vero e proprio; il piano superiore può avere una o due stanze con il caratteristico “putagè” (fornello) o il caminetto. Le stanze da letto invece non ci sono perché, data la sismicità del luogo, una legge regionale ne ha proibito la costruzione.

Via del Buonumore, Vicolo di Bacco, Via della Coppa. Dal nome di alcune vie e dalla loro conformazione si può intuire che la storia dei Balmetti è anche una storia di tradizione e convivialità; in questo luogo le famiglie e gli amici si riunivano e si riuniscono per festeggiare le ricorrenze o per consumare un pasto in famiglia.

Ancora oggi i viticoltori di Borgofranco producono il Vin del Balmet bianco (da uve Erbaluce) e il Vin del Balmet rosso (misto di Nebbiolo, Barbera, Neyret e Vernassa).

Ma non c’è solo vino in questa storia. Altre due realtà economiche sono legate a questo particolare luogo.

I Balmetti infatti vennero sfruttati anche per la stagionatura e maturazione dei formaggi, in cui nell’800 si specializzarono Luigi Ferrando e Egidio Torreano, antenati dell’odierna azienda casearia “Egidio Torreano e figli”; negli anni cinquanta registrarono il marchio “Fontegidia”, un particolare tipo di fontal di cui le forme sono fatte riposare 80 giorni su assi di larice rosso.

Inoltre, passeggiando per il paese è impossibile non notare le mura abbandonate di una vecchia fabbrica, che ora rappresentano un perfetto esempio di “archeologia industriale”. Un tempo queste mura appartenevano a uno stabilimento birrario fondato da Luigi De Giacomi, originario di Chiavenna, in Lombardia. In questa località esisteva un fenomeno simile a quello di Borgofranco; i Crotti di Chiavenna infatti non sono altro che cantine naturali in cui soffia aria della montagna detta sorèl. Sfruttando questa particolarità del territorio e questo sapere, De Giacomi diede vita alla sua fabbrica a Borgofranco d’Ivrea; i Balmetti si dimostrarono un ambiente ideale per conservare i suoi prodotti.

Oggi i Balmetti stanno tornando a vivere grazie ad alcune realtà che hanno creduto nel potenziale di questo luogo.
In questo piccolo borgo che sembra completamente abbandonato, troviamo il ristorante Balmetto Mercando, adatto ai palati più pretenziosi, e il ruspante e popolare Balmetto del Farinel on the road, conosciuto food truck piemontese che accoglie i visitatori nel grande cortile del suo balmetto e li delizia preparando a bordo del suo furgoncino panini giganti, miasse (antica specialità Canavesana cotta su ferri arroventati sul fuoco) e carne alla griglia. Se glielo chiedete, Marco vi mostrerà l’interno del Balmetto con il famoso bocchettone di aria fredda di montagna.

Con lo scopo di valorizzare e far conoscere le tipiche cantine di Borgofranco, nel 2018 è nato anche il Comitato “J Amis dij Balmit”, che organizza eventi di cui il ricavato viene dedicato alla promozione e al recupero del territorio.

Secondo me questo è solo l’inizio della rinascita di questo luogo speciale e dalla storia quasi unica, che giustamente non vuole essere dimenticato. Speriamo comunque che la sua anima autentica, senza fronzoli, e la sua aria un po’ retrò non vengano calpestate in nome della movida e del consumismo sfrenato.

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Quo vadis e soprattutto perché? In cammino sulla Francigena tra Valle d’Aosta e Piemonte

Se mi chiedete per quale motivo ho deciso di percorrere quasi 80km a piedi in tre giorni, sulla via Francigena a due passi da casa, non ve lo so dire.
In me non c’è nessuna spinta spirituale, vocazione mistica, voglia di mettermi alla prova, trance agonistica ecc. Niente di tutto ciò.
Curiosità forse. In un’epoca molto social in cui, invece che pellegrini in sandali, i cammini li fanno gli/le influencer, siamo bombardati da racconti di viaggio a piedi, ricchi di suggestioni, che ce li fanno sembrare alla portata di tutti e ce li presentano come il miglior modo per viaggiare.
Per carità, a me piace camminare. Cammino tutti i giorni per andare al lavoro, non ho la macchina e nel tempo libero mi piace dedicarmi a umili trekking.
Però non avevo mai camminato per tanti giorni consecutivi, per tanti chilometri, con in spalla lo zaino con lo stretto necessario. Visto che sono curiosa, ma non completamente temeraria (purtroppo, ormai), volevo provare l’ ebbrezza di questa esperienza diversa senza però allontanarmi troppo da dove vivo. D’altronde anche i dintorni di casa nostra possono regalarci nuovi scorci e sorprenderci, se percorsi a piedi.

Ecco di seguito quindi il racconto di tre tappe della mia personale via Francigena (per l’esattezza, tappa 4-5 e 6), a cavallo tra Valle d’Aosta e Piemonte, e al fondo qualche illuminante considerazione.

TAPPA 4
La tappa 4 della via Francigena italiana parte da Chatillon e arriva a Verrès, in Valle d’Aosta. Teoricamente è lunga 19km e ha un dislivello positivo di 570 metri. Non so quindi perché la nostra personale tappa è stata di 22km e di 800 m. di dislivello. Già alla fine del primo giorno avevo le gambe doloranti.

Uscendo da Chatillon si percorre subito una salita abbastanza impegnativa, si imbocca un sentiero che costeggia un rus fino a raggiungere Saint Vincent, località famosa anche per il suo casinò. Si prosegue sul fianco sinistro della valle e da lontano si scorge il castello di di Saint Germain (appartenente al comune di Montjovet).
Si percorre poi anche un tratto dell’antica strada delle Gallie e si raggiunge Verrès lungo un percorso panoramico, che risale il fianco della montagna per poi scendere verso Issogne. Il vento gelido non ci ha mai abbandonati.
Il castello di Verrès ci ha dato il benvenuto dall’alto; si tratta di uno dei più famosi manieri valdostani nonché uno dei primi esempi di di castello monoblocco (costituito quindi da un unico edificio).

Una volta arrivati alla meta, ci siamo trascinati senza forze al nostro punto d’appoggio, ovvero l’Ostello della Gioventù “Il Casello”. Qui è avvenuta la presa di consapevolezza che per poterci sfamare avremmo dovuto percorrere altri chilometri a piedi, chilometri che si sono aggiunti senza pietà al conteggio finale.
Alla fine della nostra prima giornata, i 19km previsti si sono così magicamente trasformati in circa 28!

Due considerazioni su questa tappa: i tratti su asfalto non sono pochi, ma si alternano frequentemente a pezzi di sentiero e a strada sterrata. Purtroppo, anche se si cammina “in alto”, il rimbombo dell’autostrada che passa a valle risuona e fa spesso da sottofondo alla passeggiata.
Inoltre, la via è segnalata non sempre in modo efficiente, serve avere la traccia. Noi abbiamo usato quella dell’app Slowways e comunque in alcuni tratti siamo usciti dal percorso ufficiale.

TAPPA 5
La tappa numero 5 della via Francigena italiana parte da Verres e arriva fino a Pont Saint Martin, in Valle d’Aosta. E’ lunga quasi 15km con un dislivello minimo di circa 200 m.
Come succede a volte per motivi organizzativi (l’ostello di Pont non aveva posti o molto più probabilmente non è attivo per motivi non noti), abbiamo dovuto variare la nostra personale seconda tappa di cammino, allungando di circa 6km (ma forse anche di più) e concludendola a Settimo Vittone. Sei chilometri non sembrano una gran distanza da aggiungere, ma invece possono esserlo eccome… soprattutto se il giorno precedente ne hai già percorsi una trentina con un discreto dislivello.

Partiti da Verres, abbiamo raggiunto Arnad (paese noto per la produzione del delizioso lardo) e abbiamo iniziato a girare a vuoto per il paese alla ricerca di una panetteria o simili dove procurarci il pranzo, impresa che non è stata né semplice né rapida. Finalmente abbiamo trovato un salumificio con del pane; la signora prima ci ha detto che non ci avrebbe fatto i panini e poi ci ha fornito il necessario per imbottirceli da soli (panini già tagliati a metà, fettine di toma monoporzione e affettato)..praticamente un panino scomposto.
Una volta procurato il pranzo avevamo già fatto 5km a vuoto e fuori percorso.

La cosa che non mi è piaciuta di questa tappa è la presenza eccesiva di asfalto e soprattutto un lunghissimo tratto a fianco dell’autostrada.
Di positivo posso dire che è senz’altro una tappa ricca di spunti culturali: ad Arnad, oltre al lardo, troviamo la Parrocchiale di San Martino; ad Echallod e a Bard si attraversano due antichi ponti romani; a Donnas si entra attraverso la strada romana delle Gallie, per poi concludere l’itinerario di fronte al suggestivo ponte di Pont Saint Martin. Inoltre, Bard è un delizioso borgo, piacevole da esplorare e dominato dallomonimo forte, sede del Museo delle Alpi.
Il nostro panino scomposto è stato consumato proprio in questa località, sotto la tettoia di un lavatoio per ripararci dalla pioggia.

Vista la nostra personale variazione di tappa, dopo una lunga sosta al bar vista ponte romanico di Pont Saint Martini, abbiamo proseguito il nostro cammino. Purtroppo, dopo Pont ci ha accolti una salita di scalini e rocce che risaliva il pendio: l’ho affrontata con tante parolacce, portate chissà dove dal vento gelido che ci ha spazzolati per bene.
Avevamo superato i 15km e io mi stavo iniziando a trasformare in una potenziale serial killer maniaco depressiva. Le gambe non me le sentivo più e ringraziavo solo che i miei amati e navigati scarponcini non mi stessero ancora tradendo.

Una volta conclusa la salitona, abbiamo raggiunto una chiesetta, della quale non ricordo il nome, e abbiamo ricominciato a scendere attraverso una strada ciottolosa tra le vigne tipiche del luogo. Se non fossi stata stanca morta, avrei potuto apprezzare di più la bellezza di questa parte di cammino che, come già menzionato prima, fa già parte della tappa ufficiale numero 6 che noi abbiamo aggiunto alla 5.

TAPPA 6
La tappa 6 ufficiale infatti ha inizio a Pont Saint Martin e raggiunge Ivrea, passando tra Valle d’Aosta e Piemonte. E’ lunga 21,5 km con un dislivello di 350m. circa.
Questa tappa è stata la più bella per quanto riguarda l’estetica dei luoghi. Oltre i passaggi tra le bellissime vigne, si attraversano caratteristici borghi, come quello di Carema e Montestrutto, e si percorrono anche piacevoli tratti nella natura.

Il nostro secondo giorno di cammino si è concluso quindi a Settimo Vittone, proprio al confine con Montestrutto. L’ultimo tratto di strada prima di arrivare alla nostra meta, che si snodava tra verdi colline e borghi di pietra, è stato abbastanza un inferno perché dopo quasi 30km ogni passo si faceva più pesante.
Ogni volta che si guardava la traccia, il numero di chilometri rimanenti sembrava sempre lo stesso.. era come camminare e rimanere fermi.

Al nostro B&B, dal nome Fuori Tempo (che è originale in quanto è collocato dentro un graziosissimo negozio di antiquariato), siamo arrivati per l’appunto fuori tempo, con le luci del giorno che se ne stavano andando, tanta fame e poca gamba.
Alla fine della nostra seconda tappa, a causa di direzioni sbagliate e deviazioni varie, abbiamo percorso quasi 30 km.

Il giorno dopo, ci siamo messi in marcia per percorrere quel che restava della tappa 6, incoraggiati dal fatto che sarebbe stata “solo” di 15km circa.
Da segnalare su questo percorso, ci sono il borgo di Montestrutto e Montalto, con i rispettivi castelli, nonché il grazioso paesino di Borgofranco d’Ivrea, noto per i Balmetti, caratteristiche cantine naturali ricavate dalla roccia morenica.
Anche la città di arrivo, Ivrea, merita una visita; lo scorcio sul fiume, con le case costruite sulle rocce, mi regala sempre belle emozioni.

Concludendo…
Alla fine di questa esperienza qualcosa ho capito:
– I pellegrini (nonché molti/e influencer), non andavano a lavorare prima e dopo i cammini (sì sì lo so che l’influencer è un lavoro vero, ma non è che devono “timbrare il cartellino”, per intenderci). Bisogna considerare che noi comuni mortali dobbiamo affrontare un’esperienza di cammino con una settimana lavorativa o mesi di lavoro continuativo sulle spalle e quindi dobbiamo valutare anche i nostri personali tempi di recupero;
– Come sempre l’outfit è importante, soprattutto per quanto riguarda le scarpe. Io non ho avuto problemi, ma uno dei miei compagni di viaggio ha camminato la sua via crucis personale con piaghe e simili;
– 15km al giorno sono sufficienti: dopo questo chilometraggio per me inizia a non essere più piacevole, dopo i 20 km è un tentato suicidio, i 30km sono pura follia. Non mi vedrete mai quindi sul cammino di Santiago.

Per le tracce e le info ufficiali di questo itinerario, vi rimando al sito ufficiale della via Francigena, ma tenete conto che il chilometraggio e il dislivello reali potrebbero variare.

Dedico questo articolo ai miei compagni di cammino: Andrea (stoico camminatore senza macchia e senza paura), Ivano (eroe, perché ha camminato con le piaghe e non si è mai lamentato) e Chiara (una donna gentile e fortissima, che ringrazio anche per avermi donato le sue belle foto).

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Pedalare in Liberty! La ciclovia della Val Brembana

Che belle le ciclovie! Aprono le porte del turismo lento e sostenibile anche al cicloturista-schiappa; sono pensate per dare un’identità nuova ai territori e farli riscoprire da un altro punto di vista…ad un’altra velocità.

Avevo già parlato con entusiasmo di due famose piste ciclabili che uniscono il Friuli Venezia Giulia, la Slovenia e la Croazia.
Ci spostiamo adesso tra le montagne della Lombardia e più precisamente nella sua Val Brembana. Qui esiste una pista ciclopedonale che attraversa l’omonima valle in provincia di Bergamo, il cui percorso si snoda in parte lungo il sedime della ex ferrovia della Val Brembana, attraversando bellissime e fresche gallerie scavate nella roccia.

Come ho avuto già modo di imparare, se l’itinerario si sviluppa lungo la via di una ex linea ferroviaria significa che la pendenza è minima. Infatti, anche questa ciclovia, lunga 31 km, ha un dislivello di soli 200 metri circa.
Un altro aspetto positivo da non sottovalutare è che la vicinanza del fiume Brembo e la quota (si arriva a un massimo di 536 m. sul livello del mare) rendono questo percorso fattibile anche nella stagione più calda.

Ufficialmente, la pista ciclabile parte da Almè e arriva fino a Piazza Brembana, ma vi è un unico neo in questo tragitto così ben studiato. Arrivando al centro abitato di Zogno, infatti, si è costretti a percorrere un tratto di circa 1 km lungo la strada statale, che non è proprio il massimo. Per questo motivo, si può optare per una partenza posticipata (così come abbiamo fatto noi anche per motivi organizzativi del momento), imboccando la ciclovia direttamente da Zogno. Il fascino “ferroviario” della prima parte del percorso, da Almé a Zogno, non è però da sottovalutare per la ricca presenza di ponti e gallerie.


Il panorama che si incontra lungo la ciclopedonale della Val Brembana è davvero suggestivo, diventando man mano che si prosegue sempre più “montano”, e molto vario. Si pedala su asfalto, su una pista ben segnalata e in ottime condizioni, circondati dalla natura; lungo il percorso si toccano diverse località della valle, si incontrano antiche e graziose stazioni, si attraversano ponti romanici e refrigeranti gallerie scavate nella roccia e illuminate.

Ci sono altri due elementi che caratterizzano questa zona e aggiungono ancora più interesse all’itinerario: l’acqua e il Liberty.

L’elemento acqua ha dato la gloria economica a questa valle, sia per i benefici delle acque termali di San Pellegrino Terme, sia per quanto riguarda l’industria dell’imbottigliamento.
Dallo sviluppo economico dato dallo sfruttamento della fonte minerale, ne è derivato anche quello di tipo turistico; da qui la necessità di creare nuove strutture di soggiorno all’altezza dei gusti raffinati dei frequentatori dell’epoca.
E’ di inizio Novecento l’esplosione dell’architettura stile Liberty di San Pellegrino, che si era trasformato nel centro più importante della valle, nonché in un’ambita località di villeggiatura modaiola e all’avanguardia in cui dare sfoggio del proprio status sociale.

La memoria di questo passato glorioso si può ancora respirare ammirando gli edifici dell’epoca, che trasudano il fascino della Belle Époque pur nel loro attuale stato di decadenza.
Per questo, una volta arrivati in sella della vostra bicicletta, è assolutamente consigliata una sosta a San Pellegrino per ammirare i suoi meravigliosi esempi di architettura Liberty, tra cui lo stabilimento dei bagni sul viale delle Terme, la sala bibita col porticato, lo stabilimento di imbottigliamento dell’acqua minerale, il Casinò, il Municipio, alcune ville private e l’imponente e affascinante il Grand Hotel.

Anche negli altri centri che si attraversano seguendo la pista ciclopedonale ci sono tracce Liberty, come il chiosco della toilette di Zogno o le ex stazioni della ferrovia.

Ma la Val Brembana, in quanto comunità montana, è famosa anche per un altro elemento culturale importantissimo…il formaggio! Insieme alla sua vicina Val Taleggio, negli ultimi anni ha riscoperto i piaceri dell’attività casearia artigianale, che regala una vasta scelta di prodotti locali: il Formai de Mut D.O.P., il Taleggio D.O.P., il Branzi, gli Agrì di Valtorta e lo Strachitunt della Valtaleggio.

Tra una pedalata e l’altra è quindi possibile fare shopping di qualità nei negozietti della valle o nei mercati settimanali. Se proprio poi si sente il bisogno di reintegrare energie e carboidrati, si può fare una sosta in trattoria per degustare la tipica polenta taragna e i casoncelli.. la giusta ricompensa per il ciclista-schiappa.

Di seguito trovate la mappa e la traccia del percorso che abbiamo percorso, con partenza da Zogno, tappa pranzo al sacco al Lago del Bernigolo e variante finale fino a Branzi (per onorare il famoso formaggio). La traccia del percorso ufficiale, quello che da Almé arriva a piazza Brembana, invece la potete trovare tranquillamente esplorando il web.

CICLOVIA VAL BREMBANA (con variante)
PARTENZA: Zogno
ARRIVO: Branzi
KM: 40 km circa (solo andata)
DISLIVELLO: 800 m. circa A/R

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Camminando a testa in su: grotte e falesie del Finalese

Al cospetto di imponenti pareti di roccia, ci sono tre tipi di persone: ci sono quelle che vanno verso l’alto, sfidando il senso di vertigine e la gravità, si appendono come lucertole e arrampicano; ci sono quelle invece attratte dalle viscere della terra, che si divertono a strisciare nei cunicoli, affrontando il buio e la claustrofobia con una torcia sulla fronte; e poi ci sono quelle come me, che restano ai loro piedi guardando verso l’alto e, con rispetto e venerazione, osservano le imprese degli altri.

Finalborgo è forse una delle poche città liguri dove si può girare vestiti alla buona o sporchi di fango senza essere fissati come dei rifiuti umani. La sua fama infatti è data, oltre dal fatto di essere un incantevole borgo medioevale, dall’essere considerata una sorta di “Capitale dell’outdoor”.
Il territorio circostante è ricco di sentieri percorsi da camminatori e ciclisti livello pro; inoltre le sue imponenti falesie attirano ogni anno centinaia di arrampicatori italiani e stranieri.
La particolarità dell’ambiente di questa zona è dovuta alla tipologia di pietra bianca, calcarea, delle pareti rocciose, che nascondono tra l’altro una grande quantità di grotte.

La mia personale impresa, che racconto in questo articolo, non ha niente a che vedere con la speleologia e il free climbing; volevo semplicemente esplorare la zona delle grotte del Finalese da umile camminatrice. L’obiettivo era quello di fare un percorso ad anello con tappe nelle grotte più degne di nota, ma lo dico con sincerità….questo giro è stato un gran casino!

Non avevo trovato molte informazioni su internet, né tracce molto precise (probabilmente perché tra pareti rocciose e grotte il segnale gps impazzisce). Con tutto il bene che voglio alla Liguria, posso affermare che la condizione dei sentieri che abbiamo percorso non era molto buona; spesso ci siamo trovati persi in una fitta boscaglia o ad arrampicarci su pendii rocciosi e scivolosi. La cosa peggiore è che la segnaletica è ridotta al minimo sindacale e in prossimità delle grotte non ci sono cartelli o indicazioni (in realtà il fatto di non mettere indicazioni precise sembra quasi fatto apposta per rendere quei luoghi frequentati solo da conoscitori fedeli, soprattutto gli arrampicatori). Quindi non solo abbiamo più volte sbagliato strada, ma abbiamo pure mancato alcune delle grotte che volevamo vedere. Poi, avendo perso parecchio tempo, abbiamo dovuto tagliare l’itinerario che avevamo pensato, perché il rischio era quello di trovarci nel bosco con il buio.

Comunque, visto che il tentativo è stato fatto, di seguito riporto il racconto di questa avventura escursionistica in territorio ostile ligure.

Abbiamo lasciato l’auto a Finalborgo (con incredibile fortuna abbiamo trovato un posto non a pagamento), che è quello che consiglio di fare se si vuole approfittarne per fare due passi anche nel caratteristico borgo. L’alternativa è quella di salire con l’auto a Perti Alta, dove si può lasciare abbastanza abusivamente lungo la strada in prossimità della Chiesa dai Cinque Campanili (Nostra Signore di Loreto), oppure in località Cianassi. Ovviamente a seconda di dove si parcheggia, il giro prenderà una direzione diversa.

Partendo da Finalborgo, si prosegue per l’itinerario dei Cinque Campanili su per una bella rampa che porta prima al Forte San Giovanni (visitabile gratuitamente), poi al Castel Gavone e in seguito, percorrendo una bella stradina circondata dagli ulivi, alla Chiesa di Sant’Eusebio. Dalla chiesa si prosegue su strada asfaltata, si passa davanti a una grotta chiamata Arma di Perti (il termine “arma” si traduce con grotta) e nei pressi della chiesa Nostra Signora di Loreto si gode di una vista splendida sulla valle fino al mare.

Da qui le opzioni sono due: la più semplice prevede di continuare su strada asfaltata fino alle case di Perti Alta, attraversare il torrente e da lì prendere un sentiero che si arrampica nel bosco verso pareti rocciose. Facendo così, ci si assicura di raggiungere in breve tempo le due grotte più spettacolari, quella dell’Edera e quella della Pollera, relativamente nascoste ma vicine.

Ovviamente noi abbiamo optato per la soluzione più complicata, volendo percorrere appunto un giro ad anello per vedere il maggior numero di antri e concludere l’escursione proprio con queste due grotte menzionate.
Non abbiamo quindi attraversato il torrente, ma abbiamo proseguito su asfalto fino ad un rudere di una vecchia chiesa. Lì vicino, sulla sinistra, parte un sentiero segnalato con un cartello che dice “Falesia del suonatore Jones” e che sale su ripido nella fitta boscaglia, dove è facilissimo perdersi perché ovviamente la segnaletica è assente. Infatti per un breve tratto anche noi abbiamo perso la traccia e ci siamo trovati a inerpicarci tra arbusti pungenti e fitta vegetazione, manco fossimo impegnati in un’esercitazione militare.

SE NON CI SI PERDE, si incontrano la Grotta del Mulo, la roccia della Tartaruga e la grotta Arma delle Anime. SE NON CI SI PERDE, si incrocia e si imbocca la Via del Purchin dalla quale, con una breve deviazione, si può raggiungere anche la croce di vetta. Percorrendo la via del Purchin si dovrebbe arrivare anche al Grottin del Bric della Croce, grotta con due accessi situata nei pressi dell’omonima falesia.

Purtroppo, non è così facile indovinare la retta via e può capitare di perdersi lungo questo tragitto che tra l’altro ha alcuni tratti esposti dove bisogna fare molta attenzione.

Concludendo la Via del Purchin, si arriva al parcheggio/area pic nic (dove si trova anche una fontanella) situato in località Cianassi.
Da qui abbiamo appreso la possibilità di tornare indietro per lo stesso sentiero di provenienza per poi raggiungere, attraverso un’altra deviazione, le grotte Arma della Rocca di Perti e la Grotta Superiore della Rocca di Perti, la quale si snoda su due livelli. Per questioni di tempo abbiamo dovuto rinunciare a questa visita e proseguire invece per il sentiero che, da Cianassi, conduce prima alla Grotta della Pollera e poi a quella dell’Edera.

Anche per trovare queste due famose grotte è stato un delirio poiché, a parte le indicazioni che si trovano all’area pic nic, poi bisogna affidarsi al gps, al sentimento e alla fortuna. Non sono mancati quindi i momenti di frustrazione e sconforto, con il sottofondo del vociare degli arrampicatori (spesso il nostro unico punto di riferimento) appesi qua e là sulle pareti di roccia e nascosti dalla fitta boscaglia .

Dopo aver nuovamente sbagliato il sentiero, siamo riusciti ad arrampicarci per l’impervio pendio fino alla grotta della Pollera, l’antro della quale lascia davvero senza fiato: infatti la cavità di ingresso è alta 15 metri e la parte visitabile è lunga un centinaio. Per addentrarsi nel cuore della montagna bisogna invece avere l’attrezzatura e il titolo per farlo (quello di speleologo preferibilmente). Sulla destra, dopo l’ingresso, ci si può calare addentrandosi in diversi cunicoli e cavità anguste, per circa 500 metri e 64 di profondità. Dev’essere davvero impressionante, ma a noi comuni mortali è concesso solo ammirare l’imponenza di questa enorme grotta da fuori.

Dopo la sosta alla Grotta della Pollera, non restava che cercare quella dell’Edera. Inutile dire che anche in questo caso la ricerca è stata abbastanza difficoltosa per l’assenza assoluta di segnaletica. La Grotta dell’Edera è davvero un luogo particolare; si tratta di un grande cilindro roccioso a cielo aperto, generato dal crollo della volta che ricopriva questa grande grotta.
E’ un luogo conosciuto per la sua valenza geologica ed è chiamata così perché l’edera ne ricopriva le pareti internamente ed esternamente.

Sembra che la grotta sia raggiungibile da tre diverse altezze, ma ci vuol tutto che noi abbiamo scoperto un ingresso, cioè quello inferiore. Da fuori non si può minimamente immaginare cosa nasconde il cuore della montagna. Si entra in un antro buio dove appunto non di vede niente…ma se ci si addentra più in profondità si scorge una corda che scende da un balzo di roccia. Non serve obbligatoriamente attrezzatura da arrampicata, ma bisogna essere un po’ ginnici e fare attenzione. Aiutandosi con la corda ci si tira su e si risale per circa 15 metri la grossa frana, al buio totale, per arrivare poi a uno stretto passaggio che permette di accedere alla base di una grande sala a cielo aperto. Si tratta di una vera e propria cattedrale di pietra, avvolta dal silenzio che serve agli arrampicatori esperti per riuscire nella loro ascesa. L’effetto wow è assicurato e consola dal nervosismo per la pessima segnaletica ligure.

Qui di seguito, vi mostro la mappa e la traccia del percorso, ma visti i numerosi errori di orientamento sconsiglio di seguirlo perché di certo si può studiare molto meglio.

Anello Grotte del Finalese
PUNTO DI PARTENZA e DI ARRIVO: Finalborgo
KM: 12 km circa
DISLIVELLO: circa 500 m. (ma percepiti anche di più)
DIFFICOLTA’: E
TRACCIATO: in alcune parti roccioso e sdrucciolevole, segnaletica quasi assente e alcuni punti esposti
PARTENZA ALTERNATIVA: Perti Alta (zona Chiesa Cinque Campanili) oppure località Cianassi

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Di falsari e pellegrini, un trekking a picco sul Mar Ligure

La Liguria non è solo estate, spiagge pietrose e strette, code sull’Aurelia e ristoratori imbruttiti. C’è tutto un territorio da scoprire che varia da un capo all’altro della regione. E’ un dedalo di percorsi da fare a piedi o in bici, a cavallo tra monti e mare.

Avevo già raccontato di uno dei trekking più particolari e panoramici della riviera ligure, ovvero quello che da Camogli porta all’abbazia di San Fruttuoso
Adesso spostiamoci nella provincia di Savona, la mia terra natia, che sto riscoprendo in veste nuova solo recentemente.

Indubbiamente, l’itinerario più conosciuto in questa zona è quello che collega due antichi borghi marinari, Varigotti e Noli. Le scogliere di Capo Noli infatti sono forse l’angolo più suggestivo e panoramico della provincia savonese.
I due abitati, prima della costruzione della moderna via Aurelia, erano collegati solo da una mulattiera che attraversa le ripide pareti del Malpasso e si addentra tra uliveti e la rigogliosa vegetazione mediterranea.

Questa mulattiera è ancora percorribile e regala agli amanti delle escursioni un itinerario sul mare con diversi scorci mozzafiato. Si può percorrere da Varigotti a Noli (o viceversa) attraverso il Sentiero del Pellegrino e la Passeggiata Dantesca, visitando la Grotta dei Falsari e approfittandone per perdersi, se non siete del luogo, tra i caruggi di questi due paesini che sue due vere e proprie perle della costa ligure.
Il percorso è lungo circa 5km, solo andata.

Se invece si vuole fare un giro ad anello, una soluzione può essere quella che descrivo in questo articolo, al fondo del quale trovate in breve i dati tecnici e qualche consiglio.

Si parte! A Varigotti il sentiero parte in Via Strada Vecchia, si percorre una scalinata sulla sinistra e si imbocca il Sentiero del Pellegrino (il nome è dovuto al fatto che lungo il sentiero si incontrano diverse chiesette antiche) che ci dà il benvenuto con una ripida salita.

In circa 15 minuti si incontra un bivio che porta alla Chiesa di San Lorenzo, abbazia benedettina del XIII secolo, che costituisce una piccola deviazione dal percorso principale (consiglio di farla a inizio percorso, quando si hanno ancora le energie).
Dopo la visita alla chiesetta, si prosegue sul percorso principale. Con orrore ci siamo inerpicati per gli ostili sentieri liguri, ricchi di rocce e radici, che ne fanno la patria di ciclisti con istinti suicidi.

Proseguendo sul Sentiero del Pellegrino, segnalato con una X rossa, si raggiunge il Mausoleo di Giuseppe Cerisola. Era uomo di mare nativo di Varigotti, fatto prigioniero dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale e portato in Australia nei campi di lavoro. Il luogo è riconoscibile grazie muretto colorato e decorato a tema marinaresco. Al ritorno nella sua terra natia, dopo 30 anni, Cerisola creò quest’opera in memoria delle persone che aveva salvato in mare, tra cui una salvata dall’annegamento nel 1976 proprio a Varigotti.

Sul sentiero ciottoloso si scorge una scritta in inglese: “When the going gets tough,
the tough get going“, traducibile in italiano con l’espressione “Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”. La citazione si abbina bene al tipo di tracciato che si incontra.

Il primo tratto di questo anello è infatti il più ripido e duro, da percorrere con scarpe adeguate e facendo molta attenzione, soprattutto in fase di discesa o se il terreno è bagnato.

Andando avanti verso Noli si arriva alla Torre delle Streghe, situata proprio sopra la popolare spiaggia del Malpasso, in estate invasa da miriade di turisti attratti dalla location suggestiva e dal mare color smeraldo. Suddetta torre fu costruita alla fine del 1500 per evitare gli sconfinamenti del territorio di Varigotti in quello di Noli; il suo nome fu dato per deridere le donne di Varigotti…una sorta di battuta maschilista in chiave medioevale.

Riprendendo il sentiero principale, poco dopo la torre, si arriva a un promontorio dal quale si può godere di un bellissimo panorama sulla falesia di Punta Crena, le colline e il mare. Poco più avanti c’è un altro punto panoramico e poi si supera il bivio per le Manie, tenendosi sulla destra. Stranamente è tutto ben segnalato.

Si procede dunque lungo la discesa (in zona Semaforo di Capo Noli) che conduce alla deviazione per visitare la spettacolare Grotta dei Falsari, antro a picco sul mare.
Apro una parentesi sul Semaforo di Capo Noli….Ho sempre pensato che questa zona si chiamasse così perché in prossimità del semaforo sull’Aurelia dove spesso ci sono lavori in corso per impedire che la parete rocciosa e la strada venga giù. In realtà con il termine “semaforo” si intende una specie di avamposto che in epoca napoleonica aveva lo scopo di controllare il traffico navale e dare l’allarme in caso di attacco della flotta inglese.

La tappa alla Grotta dei Falsari è assolutamente consigliata, in quanto si tratta del punto più particolare dell’itinerario. Qui però il sentiero scende ripido e si fa più impervio, richiedendo qualche dote ginnica. E’ comunque dotato di corde per evitare di scivolare. Un cartello all’inizio della deviazione suggerisce di non indossare tacchi. In Liguria c’è una certa tendenza a intraprendere cammini in infradito, solo perché la vicinanza del mare fa pensare che sia tutto più facile.

La Grotta dei Falsari, detta anche Grotta dei Briganti, è chiamata così perché si narra che fosse sede di traffici di contrabbandieri che custodivano lì la propria merce. La grotta si presenta con un’apertura a picco sul mare, attraverso la quale si può entrare per ammirare il panorama e, se non c’è molto traffico umano, fermarsi per una pausa pranzo da “ciao poveri”. All’interno della grotta si possono notare dei muretti a secco; pare che fossero usati come punto di controllo dai soldati durante la guerra.

Un’alternativa per una pausa pranzo panoramica si trova poco distante della grotta, sulla stessa via che si percorre per arrivarci.

Risalendo sul sentiero principale e proseguendo verso Noli si raggiungono i resti, inghiottiti dal bosco, dell’eremo del Capitano D’Albertis, un viaggiatore (ma anche navigatore, scrittore, etnologo e filantropo) di fine ‘800, proprietario dell’omonimo Castello (ora museo) a Genova e il rudere della Chiesa di Santa Margherita.

A questo punto si deve decidere se proseguire sul sentiero della Passeggiata Dantesca (il nome si riferisce al passaggio di Dante attraverso il territorio della Repubblica marinara di Noli, menzionata dal poeta nel canto IV del Purgatorio) e raggiungere Noli, oppure chiudere il giro con un anello.

Vista la mia scarsa memoria e senso dell’ orientamento, non so dare una descrizione molto precisa di questa seconda parte di itinerario (consiglio quindi di scaricare la traccia del percorso). Di certo si prosegue lungo la Passeggiata Dantesca verso Noli, godendo tra l’altro del bel paesaggio sul golfo e il castello. A un certo punto, dopo aver passato i resti della chiesa di San Lazzaro, sulla sinistra si scorge un cartello che indica il “Sentiero Amico” che porta a San Michele. Ci si accorge subito che il sentiero tanto amico non è, perché sale su bello dritto senza pietà e sembra non finire mai! Siamo nel mezzo del bosco, circondati dalla folta vegetazione mediterranea. Sicuramente il percorso sul mare è più panoramico, ma a me piace chiudere i giri ad anello per scoprire anche altri sentieri.

Quando il “sentiero amico per modo di dire” finalmente incontra un bivio, bisogna proseguire verso sinistra (direzione costa), imboccare poi quella che si chiama Strada del Semaforo di Capo Noli e a un certo punto svoltare e riscendere verso il mare, per riprendere il sentiero che si era percorso all’andata e che quindi è facilmente riconoscibile. Essendo in direzione contraria, tutto quel fantastico rock garden incontrato in salita all’andata, si trasforma in una ripida discesa abbastanza “scalinata” e scivolosa.

Tornati su Varigotti, se le caviglie e le ginocchia ancora reggono, si può fare ancora una tappa sul promontorio di Punta Crena, dal quale si gode di una vista stupenda, oppure andare a bagnare i piedi in mare…Perché un lato positivo del camminare in Liguria è che spesso l’escursione finisce in spiaggia.

Anello Sentiero del Pellegrino e Passeggiata Dantesca
KM: circa 11km a/r
DISLIVELLO: circa 750 m.
DIFFICOLTA’: E
TRACCIATO: in alcune parti roccioso e sdrucciolevole
PUNTO DI PARTENZA e DI ARRIVO: Varigotti, Strada Vecchia
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CONSIGLI UTILI:
– Periodo consigliato: sconsigliato nella stagione estiva a causa dell’esposizione al sole;
– Portare acqua e cibo, non ci sono punti di ristoro o fontane;
– Indossare scarpe da trekking (no sneakers, infradito e tacchi);
– Parcheggio comodo e gratuito sia a Varigotti che a Noli, nella stagione invernale (in estate si paga);
-Punto di partenza raggiungibile anche con i mezzi (la linea di autobus che sull’Aurelia ferma sia a Noli che a Varigotti).

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Tra le Gole di San Martino, la piccola Petra d’Abruzzo

L’Abruzzo è uno scrigno di tesori nascosti, da scoprire a piccoli passi. La varietà di itinerari in grado di offrire è immensa ed è impossibile esaurirla in un solo breve viaggio.

Dopo aver scoperto gli eremi di San Bartolomeo in Legio e di Santo Spirito, è la volta di un altro luogo unico nascosto in un cuore di pietra. Qualcuno ha chiamato questo luogo “la piccola Petra d’Abruzzo”: parlo del monastero di San Martino e delle omonime gole, situate all’interno del Parco Nazionale della Majella, nei pressi della cittadina di Fara.

Le gole e il monastero di San Martino sono due dei novantacinque geositi identificati in tutto il territorio del Parco della Majella, nominato recentemente Geoparco UNESCO, poiché custode di particolarità geologiche, della biodiversità, della storia dell’uomo e della sua cultura.

Questo sito unico è una di queste meraviglie. Raggiungerlo è molto semplice: bisogna prendere il sentiero H1 (bandierine bianche e rosse) dal parcheggio in prossimità delle Gole, che è situato nella parte bassa della città di Fara ed è ben segnalato dai cartelli turistici. Qui è anche possibile noleggiare a 2 euro un caschetto che è altamente consigliato perché dall’alto potrebbero cadere dei sassi. Mentre stavamo riflettendo sull’investimento, la ragazza del chioschetto turistico ci ha raccontato che purtroppo qualche anno fa una signora è morta proprio perché colpita da un masso (ho controllato, la notizia purtroppo è vera). Anche memori dell’esperienza sul Gran Sasso, un secondo dopo avevamo il caschetto sulla testa.

Il percorso si addentra subito tra le imponenti gole; nella prima parte il passaggio è stretto e le pareti rocciose sembrano quasi toccarsi. Anche questa sembra una similitudine con il famoso sito archeologico giordano. Poi poco a poco il sentiero si apre sulla vallata e, guardando in alto, non si può non restare colpiti dalla maestosità di questi massicci.
Secondo la leggenda, le gole furono aperte da San Martino con la forza delle braccia per consentire alla popolazione di accedere più velocemente agli alti pascoli della Majella. In realtà il merito di quest’opera è l’acqua, che dalla glaciazioni in poi ha eroso incessantemente la roccia.

Dopo pochi metri di cammino si arriva al monastero, incorniciato nella roccia, portato alla luce da scavi recenti. Di questo suggestivo luogo si conosce ben poco. Probabilmente la struttura di cui si possono vedere i resti sorse su un insediamento eremitico, costituito inizialmente da una cella scavata nella roccia. La sua presenza è stata attestata per la prima volta nell’829 e tra il IX e il XVIII secolo ha subito diversi rifacimenti. Noi abbiamo potuto ammirare i resti del monastero al di fuori del cancello chiuso, che si affaccia verso un cortile interno delimitato da un portico a tre arcate, sul lato nord del quale si trova un campanile a vela. Il luogo dove è collocato questo edificio è pazzesco, unico, sicuramente in grado di emozionare.

Dopo aver raggiunto l’eremo le opzioni sono due. I più allenati e temerari possono decidere di proseguire il percorso a piedi per inoltrarsi in un trekking impegnativo di 9 ore che conduce fino alla vetta del Monte Amaro, a quota 2793 metri. Oppure si può tornare indietro e, posato il caschetto, raggiungere a piedi le sorgenti del fiume Verde, poco distanti, dove si può riposare e prendere un po’ di fresco. Per questioni di tempo e scarsa preparazione atletica, noi abbiamo optato per questa seconda opzione.

Il nostro viaggio tra le montagne, i borghi e i parchi dell’Abruzzo si è concluso…ma solo per il momento! Inaspettatamente è stato un viaggio, breve ma intenso, che ci ha lasciati con il desiderio di tornare al più presto in questo territorio così ricco.

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Un rifugio nella roccia, l’Abruzzo degli Eremi

Dopo esserci immersi nella natura selvaggia della Valle dell’Orfento, eccezionalmente verde e rigogliosa in confronto agli aridi valloni della Majella, il nostro viaggio è proseguito alla ricerca di altrettanto unici angoli di pace e silenzio. Sto parlando degli eremi, che in Abruzzo sono molto numerosi e che sono la dimostrazione della capacità dell’uomo di incastonarsi, letteralmente parlando, nella natura più incontaminata.
Visitare un eremo in questa regione è sicuramente un’esperienza in grado di coinvolgere emotivamente, al di là delle proprie credenze religiose. Io per esempio sono abbastanza carente di “vocazione spirituale”, ma in un precedente viaggio alla scoperta delle Marche, ero rimasta meravigliata nello scoprire il famoso Tempio di Valadier e l’eremo di Santa Maria Infra Saxa. La figura dell’eremita mi ha sempre fatto simpatia perché se potessi, probabilmente, anche io dedicherei molto più tempo all’eremitaggio.

Ma bando alla ciance, andiamo alla scoperta di questi due particolari eremi scavati nella roccia.

Eremo San Bartolomeo in Legio. L’eremo di San Bartolomeo è uno degli eremi celestiniani della Majella, situato a mezzacosta sul vallone di S. Spirito e costruito sotto uno spettacolare tetto di roccia. Per raggiungerlo a piedi ci sono due possibilità: percorrere il sentiero che scendendo dalla Valle Giumentina permette di scorgere, mimetizzato nella roccia, l’eremo sul versante opposto; oppure scendere da Roccamorice, per un sentiero che conduce ad una galleria scavata nella pietra che si apre sulla balconata antistante l’oratorio.
Noi abbiamo scelto la seconda opzione e, dopo aver lasciato la macchina abbastanza abusivamente sulla strada principale (vi è anche la possibilità di usare un parcheggio privato di un signore che ha messo su il business), ci siamo messi in cammino sotto un sole ancora troppo cocente (erano le 17, ma è stata un’estate ribollente). Io avevo i piedi gonfi per la precedente camminata nella Valle dell’Orfento e ho avuto la geniale idea di utilizzare i miei amati sandali Birkenstock. Si può fare, ma meglio avere scarpe adatte alla camminata perché il terreno è abbastanza dismesso e scivoloso, soprattutto all’andata in discesa. Sole a parte, la strada si percorre in circa 40 minuti e il dislivello è minimo (circa 150 m. di dislivello positivo). L’effetto wow quando si arriva è assicurato. Si scende infatti attraverso una scala scavata nella roccia e….ci si ritrova sotto la parete rocciosa che come un’onda di pietra racchiude la balconata e la chiesetta.


Qualche dato storico: l’eremo di San Bartolomeo è sorto come dipendenza della vicina Badia di Santo Spirito e fu edificato dopo il 1250 dall’eremita Pietro Angelerio dal Morrone, futuro papa con il nome di Celestino V, sulle rovine di una precedente costruzione. Il Santo vi si stabilì insieme ad alcune seguaci intorno al 1274 e vi rimase per almeno due anni.

Sulla facciata si possono scorgere tracce di un antico affresco raffigurante un ostensorio e due riquadri con Cristo e una Madonna con Bambino. Internamente vi è una piccola sorgente d’acqua che, tramite un canaletto, scorre fuori della chiesa; l’acqua, ritenuta santa, una volta mescolata con l’acqua della sorgente sottostante l’eremo viene raccolta nell’acquasantiera. L’eremo è dedicato a San Bartolomeo e nella nicchia dell’altare è collocata una statua del santo, raffigurato con un coltello e la propria pelle portata a spalla, per rappresentare il martirio al quale era andato incontro (lo scorticamento).

L’accesso alla struttura è libero, senza orari di visita da rispettare. Per questo motivo consiglio di dare priorità all’altro famoso eremo che si trova a poca distanza, quello di Santo Spirito, che invece a un certo punto chiude l’accesso.

Eremo Santo Spirito a Majella. L’eremo di Santo Spirito è senza dubbio il più famoso della Majella. Dista pochi km dall’Eremo di San Bartolomeo ed è visitabile (con o senza guida turistica) in determinati giorni ed orari che vi consiglio di consultare per evitare di fare il nostro errore….cioè arrivare proprio in orario di chiusura. Con un’organizzazione meno improvvisata avremmo potuto recarci prima qui e in seguito all’eremo di San Bartolomeo. Invece con immensa delusione non siamo potuti entrare e ci siamo dovuti accontentare di ammirare da fuori questa incredibile struttura incastonata nella roccia.

Pare che questo eremo risalga a prima dell’anno 1.000 e nel corso del tempo abbia subito diverse trasformazioni. Attualmente sono presenti la chiesa, la sagrestia ed un’ala abitativa distribuita su due piani, composta dalla foresteria e dalle cellette. All’interno si trovano diverse opere di grande valore, come la tela della Madonna e la Discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo, una statua lignea di Cristo, il busto di papa Celestino V e due tele ottocentesche raffiguranti San Giuseppe e Sant’Elena. La parte bassa della chiesa è scavata della roccia e rappresenta il nucleo originario dell’eremo celestiniano.

L’eremo di Santo Spirito è raggiungibile in macchina e dispone di un parcheggio a pochi metri dall’ingresso. I camminatori potrebbero scegliere di raggiungerlo a piedi attraverso un ripido sentiero che parte dal paese di Roccamorice.

Tappa fuoriprogramma al Blockhaus. Siccome avevamo ancora energie, dopo l‘escursione nella Valle dell’Orfento e le visite agli eremi appena menzionati (una specie di tour de force fatto in un’unica giornata, lo so), ci siamo diretti in auto sulla cima del monte Blockhaus, a 2.143 m. di altitudine. La particolarità del nome deriva dal termine tedesco “block-haus”, il quale indica un tipo particolare di costruzione militare. Siccome nel 1863 fu costruito una sorta di fortino per combattere i briganti che si opponevano all’unificazione, fu attribuito quel nome alla cima usando appunto la lingua tedesca, in ricordo della dominazioni asburgica in Abruzzo.

Dal Monte Blockhaus

Storia a parte, questa è una tappa che consiglio assolutamente di fare perché, se il meteo è buono, da lassù la vista spazia dal Conero nelle Marche ai confini della Puglia…un panorama davvero incredibile e non riproducibile in una semplice fotografia!

Il viaggio alla scoperta dell’Abruzzo degli eremi non è finito…nella prossima tappa vi poterò nella piccola Petra degli Appennini!

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