Siracusa, l’isola nell’isola

Dopo il benvenuto sciamanico di Catania e l’escursione sull’Etna, senza riposo alcuno ci siamo catapultate a Siracusa. L’isolotto di Ortigia, il centro storico della città, è stato infatti la nostra base per scoprire il magico mondo del barocco siciliano del sud-est della regione.

C’è una data che ha segnato l’inizio del destino barocco di quest’area della Sicilia: il 1693. Nel gennaio di quell’anno, infatti, un grande terremoto spianò tutto, nel senso che distrusse proprio intere città. Fu proprio la ricostruzione post terremoto, finanziata dalla Chiesa e dalla nobiltà, a regalare un volto nuovo alla Val di Noto, un volto talmente bello da diventare Patrimonio Unesco.

Non sempre da una catastrofe naturale rimangono solo macerie, sembra raccontarci questa terra: ci può essere una rinascita, dopo un periodo buio. E la Sicilia sud orientale rinacque sotto forma di una perla dall’alto valore artistico e culturale.

Siracusa. La prima cosa da considerare quando si va a Siracusa sono le regole di accesso a Ortigia, collegata alla terraferma da due ponti accessibili solo in alcune fasce orarie. Inoltre la maggior parte delle vie cittadine fanno parte di un’estesa zona ZTL e, neanche a dirlo, la maggior parte dei parcheggi sull’isola è a pagamento. Le soluzioni quindi sono tre:
UNO- Lasciare la macchina fuori da Ortigia.
DUE- Parcheggiare a Ortigia e pagare il parcheggio.
TRE- Fare amicizia con il parcheggiatore abusivo dell’unico parcheggio teoricamente non a pagamento, che si trova proprio all’ingresso dell’isola.
Noi abbiamo optato per la terza opzione e, alla modica cifra di 2 euro al giorno, abbiamo potuto sostare a Ortigia senza neanche aspettare molto per trovare parcheggio. Servizio alla clientela ineccepibile.

A Siracusa ho lasciato un pezzettino di cuore. Ortigia è un piccolo gioiello, con le deliziose viuzze e le piazze barocche, gli incantevoli scorci sul mare e i vicoli dell’antico quartiere ebraico (la Giudecca) nei quali è bello perdersi.
Visitare Siracusa è come fare una passeggiata tra epoche diverse della storia, che spesso si fondono nelle architetture.

Il periodo greco è rappresentato dal Tempio di Atena, di Apollo e dal suggestivo Teatro Greco, situato all’interno del meraviglioso Parco Archeologico delle Neapolis.
Il mito si respira ammirando la Fonte Aretusa, alimentata da una delle tante falde freatiche del suolo siracusano, ricordandoci di quanto le coste del nostro Sud siano ricche di storie e leggende antiche.

L’origine della fonte si attribuisce a un amore non corrisposto: Alfeo, il figlio del dio Oceano, si innamorò perdutamente della ninfa Aretusa, che invece non voleva proprio saperne. Stanca di fuggire dalle avance del suo spasimante, Aretusa chiese aiuto alla Dea Artemide, la quale la trasformò nella famosa fonte. Alfeo, per non rinunciare alla sua ossessione amorosa, chiese anch’esso aiuto alle divinità e si fece trasformare in un fiume per ricongiungersi in eterno con la sua amata, lasciandola in qualche modo senza via di scampo…. un po’ come nelle moderne storie di stalking insomma. 🙂

Del periodo Svevo ci parla il Castello Maniace affacciato sul mare, fondato dal comandante bizantino Giorgio Maniace e poi trasformato da Federico II nel 1232. La particolarità del Castello federiciano, uno dei tanti in Sicilia, è che pur avendo avuto in teoria uno scopo difensivo, sembra non siano presenti elementi che ne testimonino l’uso militaristico: manca ad esempio la piazza d’armi, catapulte e le torri non sembrano idonee a questo scopo.

E infine c’è il barocco, di cui la più grande rappresentazione è data dagli edifici nella piazza del Duomo e dalla cattedrale stessa, costruita inglobando i resti del Tempio dorico di Atena e di una chiesa normanna. Nella piazza si affaccia la Chiesa barocca Santa Lucia alla Badia, in cui si può vedere il quadro “Il seppellimento di Santa Lucia” di Caravaggio.
La pietra calcarea color crema di giorno si accende con il sole, diventando quasi accecante, mentre di notte gli edifici si colorano di un tocco romantico alla luce dei lampioni.

Le piazze di Ortigia sembrano fatte apposta per riempirsi di bellezza, sorseggiando un caffè e degustando un cannolo siciliano seduti in uno dei tanti bar. A uno di quei tavoli ho avuto l’onore di incontrare Mimmo Lucano, per me davvero una celebrity degna di nota.

Alloggiare a Ortigia è un’ottima soluzione per poter visitare in giornata le altre cittadine barocche della Val di Noto (clicca per leggere l’articolo), tornare alla base e lanciarsi nella vita sociale siracusana. Ecco, di questa parte però non posso parlare, perché la nostra “vacanza zitella” si è dedicata più alla full immersion artistico-culturale… che ci faceva precipitare senza sensi tra le lenzuola subito dopo aver cenato (cenato sempre degnamente però!).

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Catania e l’Etna, il cuore di lava della Sicilia

Sei una ragazza che vive con la parola DEVO, devo fare questo, devo fare quest’altro. Se imparassi ad usare la parola POSSO sicuramente la tua bocca dell’anima te ne sarebbe grata. Se tu la smettessi, ma non sei capace, di guardarti indietro, saresti sempre sorridente. E’ solo un gioco. Antonio

Catania mi ha dato il benvenuto con queste parole, uscite dalla penna di uno sconosciuto che aveva insistito per leggermi la mano e la data di nascita.
Mi trovavo sulla porta dell’agenzia con la quale avevamo prenotato un tour sull’Etna, aspettando la nostra guida che era leggermente in ritardo.

Viaggi da incubo. Ero D E V A S T A T A dal viaggio del giorno precedente. Dodici ore piene di ansia perché il nostro primo aereo ne aveva fatte quattro di ritardo; ore passate a interrogare il Totem dell’aeroporto sperando di poter partire da Milano e di non perdere la coincidenza a Napoli. Siamo atterrate a Catania in tarda serata e abbiamo noleggiato una macchina. La gioia per aver ricevuto un’auto nuova, rossa e scintillante si è subito tramutata in preoccupazione, poiché ci sembrava di dare troppo nell’occhio nelle stradine non illuminate nei pressi nel nostro ostello.
Per concludere in bellezza la giornata, la porta della nostra camera era stata forzata e quindi non siamo riuscite ad aprirla. Il nostro host tardava a risponderci e, stremata dalla stanchezza, ero ormai pronta a dormire in corridoio o a occupare un’altra stanza rimasta aperta in attesa delle pulizie. Per fortuna, seppur con flemma cosmica, ci ha infine raggiunte per trovarci un’altra soluzione. Quel che si dice iniziare bene.

Deambulazioni sciamaniche. Per tutta questa serie di sfortunate sventure, mi trovavo sulla porta dell’agenzia in stato di catalessi. Proprio in quel momento l’anziano signore, tale Antonio, è comparso davanti al mio sguardo perso nel vuoto, si è avvicinato e ha trovato una scusa per attaccare bottone. Probabilmente avevo una faccia da donna provata, perché ha insistito per cercare di dare delle risposte alle mie non esplicitate domande interiori. Io, che da antropologa atea non credo nella religione, nella magia e neanche nell’oroscopo, ho accettato comunque di farmi trasportare dalle sue “deambulazioni sciamaniche”. Deambulazioni che, tutto sommato, qualche verità sulla mia persona l’hanno tirata fuori. IO POSSO, quindi.

Catania e la Sicilia sud orientale non sono state solo un viaggio, ma una sorta di premio dopo uno di quei periodi bui e difficili che ci si trova a vivere nella vita. Quei periodi in cui si resta, solo con macerie sotto i piedi, a lottare e a ricostruire la propria esistenza.
Sono partita con una compagna di viaggio per la prima di quelle che poi avrei chiamato #vacanzazitella, una sorta di avventura alla Themla e Louis, ma molto più pacata… da donne di mezza età che, dopo essersi abbuffate al ristorante, hanno la necessità di una pennica per poter sopravvivere al resto della giornata.

Momento Alberto Angela. Catania è stata una tappa di passaggio, il punto di arrivo e di ritorno del nostro viaggio. Ci ha accolte con le sue strade e i suoi edifici di pietra lavica, il suo meraviglioso mercato del pesce e ovviamente l’Etna. Proprio a questo imponente vulcano è legata parte della storia della città, ferita da eruzioni e terremoti. I più devastanti furono l’eruzione del 1669 e la scossa di terremoto del 1693, a causa della quale gran parte degli edifici furono rasi al suolo. Per questo motivo Catania, città fondata nel 729 a.C, si presenta come barocca. La sua particolarità è data appunto dal colore scuro dei suoi edifici storici costruiti in pietra lavica, come il Palazzo degli Elefanti, il palazzo del Seminario dei Chierici e la Cattedrale di Sant’Agata. Momento Alberto Angela finito.

Nuvole e lava. L’Etna è sicuramente una tappa obbligatoria per chi ha la predisposizione all’avventura, anche se in realtà di avventuroso c’è solo la remota possibilità che la montagna inizi a sputare fuoco. Dimenticate quindi il sogno di affacciarvi direttamente sul cratere ricolmo di magma, per farvi un selfie come quelli che si vedono in alcune foto su internet. Non so quali fossero le usanze turistiche prima, ma adesso è assolutamente vietato avvicinarsi ai crateri.
In ogni caso, non capita tutti i giorni di poter mettere piede su un vulcano attivo, dalla vetta del quale è possibile ammirare il mare.
Ci sono diverse agenzie che organizzano itinerari a “tema Etna”. I pacchetti non sono economici, ma neanche andarci in autonomia lo è (solo la funivia costa circa 30 euro a persona).
Da Catania ci siamo spostati in minibus fino al Rifugio Sapienza, a quota 1.900mt. Lì si possono noleggiare scarpe idonee e attrezzatura. Le agenzie di solito forniscono tutto l’equipaggio, servizio utile per chi si sposta in aereo con bagaglio a mano. Dal rifugio si prende una funivia fino a 2.500mt di altitudine, dove un altro minibus aspetta i visitatori per condurli nel punto più alto consentito, a 2.950mt, ovvero la base dei crateri sommitali.
Ci sono anche turisti, quelli che viaggiano in autonomia, che fanno questo ultimo tratto a piedi; inutile dire che c’è bisogno di molto più tempo.

Le pendici dell’Etna quel giorno di aprile erano piene zeppe di turisti, che manco un centro commerciale. Una volta sulla cima entrano in gioco le guide abilitate per lavorare sul vulcano. La nostra guida ci dava informazioni approssimative usando l’inglese e il francese, ma non in Italiano, quindi non sono certa di aver capito proprio tutto. Il percorso sulla vetta è stato breve e sbrigativo, la classica cosa da turista mordi e fuggi.
Quel giorno la visibilità non era proprio il massimo. Sembrava di stare in mezzo alle nuvole, condizione molto romantica che però non ci ha permesso di godere del panorama mozzafiato sulla costa siciliana. Al di là dell’affollamento turistico, trovarsi a passeggiare sul fianco di un vulcano, circondati dal bianco delle neve e dal nero della lava, è comunque un’esperienza che vale il prezzo del biglietto, se così si può dire. La terra sotto i piedi è tiepida, in alcuni punti ribolle e fuma. Il vulcano è vivo più che mai e si percepisce. E’ come camminare su animale dormiente, che rischia di svegliarsi da un momento all’altro.

Lava come se non ci fosse un domani. Dopo la camminata sul vulcano, il nostro tour prevedeva una passeggiata all’interno del parco naturale dell’Etna, a quota 2.000mt. Dal sentiero è possibile scorgere, attraverso i colori della vegetazione e della terra, tutta la storia delle colate laviche del vulcano. La nostra guida si prodigava in spiegazioni approfondite sulla vegetazione, la fauna e le eruzioni, mentre la nostra attenzione veniva catturata dal pacco con il nostro pranzo al sacco. Erano le due e avevamo un certo languorino.
Abbiamo poi finalmente pranzato con rosticceria e vino siciliani all’interno di una casetta in pietra, un caratteristico rifugio della zona, all’interno della quale vi era solo un tavolo di legno e delle sedie.
Dopo la passeggiata naturalistica nel paesaggio lunare del parco, l’ultima tappa è stata l’escursione all’interno di una grotta di origine vulcanica, muniti di caschetto e torcia per un sexy outfit perfetto. Parola d’ordine: lava, lava e lava.

Direzione sud-est. Una volta scesi dall’Etna il nostro viaggio alla scoperta della Sicilia sud orientale è proseguito in direzione Siracusa, che abbiamo usato come base per esplorare le città dei dintorni. Ma le prossime tappe le potrete scoprire nel prossimo articolo.

Catania ci ha salutate con i colori, gli odori e gli schiamazzi del suo mercato del pesce, A’ Piscaria. Tra le bancarelle spunta qualche ristorantino e, per scegliere la location migliore, ci siamo affidate alla consulenza di un giovane venditore (che in gergo antropologico si chiamerebbe informatore). Lasciando la sua bancarella senza pensarci un attimo, ci ha condotte in un ristorante all’interno del mercato che lui stesso rifornisce di pesce fresco. E’ stata una delle mangiate più soddisfacenti degli ultimi anni, un degno saluto di arrivederci per questa terra meravigliosa che è la Sicilia.

(Questo articolo lo dedico a Silvia M.)

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Machu Picchu, il grande classicone in solitaria

[Questa esperienza risale al 2011, quando gli smartphone e internet non accompagnavano i viaggiatori.]

Puntate precedenti. Dopo essermi persa tra le rovine di Pisac ed essere salvata da una saltellante cholita, dopo aver fatto l’ennesima sessione ginnica di scale visitando il sito archeologico di Ollantaytambo, ho proseguito il mio viaggio verso la destinazione finale, il famoso sito archeologico di Machu Picchu.

Ultima tappa del Valle Sagrado. Sono arrivata ad Aguas Calientes alle 22.30. Essendo il punto di accesso per Machu Picchu, il pueblo andino di Aguas Calientes è stato trasformato in una specie di “Disneyland” luccicante. Alberghi e ristoranti hanno prezzi stratosferici e alla stazione si è letteralmente assaltati da promoter di ogni tipo. Io non avevo prenotato nessun alloggio, ma due pacs francesi che ho conosciuto sul treno mi hanno segnalato una bettola alla portata del mio portafogli. Non ricordo il nome di quel postaccio, ma costava 30 soles, la stanza era abbastanza ammuffita, la doccia aveva un buco/finestra che dava direttamente sul corridoio dell’albergo e, inoltre, durante la notte qualcuno ha tentato di aprire la porta della mia camera.

Alle 5 del mattino mi sono alzata per raggiungere con un un bus l’ingresso a Machu Picchu.
Andate presto, alle 5, ti dicono. Così ho fatto, ma all’inizio non capivo il motivo di questa sveglia all’alba. Infatti tutto era coperto da una fittissima nebbia, che non permetteva di vedere a un palmo dal naso. I visitatori erano appollaiati in un unico punto, in mistica e silenziosa attesa. Mi sono posizionata anche io in quel punto e poi, improvvisamente, ho capito tutto. Alle 8 la nebbia si è alzata, come un mantello, e ha scoperto il panorama mozzafiato con le rovine in primo piano e l’imponente monte Wayna Pikchu (o Picchu) sullo sfondo. Un coro di “ooohhh” si è alzato all’unisono e, dopo i primi minuti di meraviglia, tutti hanno iniziato a scattarsi foto con il famoso paesaggio. Nelle foto che si trovano sul web sembra sempre che non ci sia nessuno, invece c’è pieno di gente che si ammazza per conquistarsi la posizione migliore per l’ “effetto wow”. Essendo sola, mi sono dovuta accontentare di foto mediocri che mi hanno fatto turisti a caso ai quali ho chiesto il favore.

I biglietti per visitare Machu Picchu possibilmente vanno presi prima, nelle biglietterie di Cusco oppure on line. Consiglio di prendere il biglietto anche per il Wayna Picchu, che ha accesso limitato e solo in due orari. E’ da lassù infatti che si ha la vista più spettacolare.

Per arrivare in cima al Wayna Picchu bisogna camminare un’ora circa, in salita su un sentiero impervio, tra scalinate inca e su pietre scivolose. Le protezioni laterali sono quasi inesistenti. Anche se siamo a circa 2.400 metri il clima è tropicale…freschino all’ alba e poi caldo umido soffocante. Io avevo con me lo zaino pieno di tutte le mie cose per dormire fuori e avere una parvenza di pulizia, quindi non ero propriamente in tenuta “agility”.

Questo percorso ovviamente non è consigliato a chi non è in perfetta forma fisica o a chi soffre di vertigini; è fattibile, ma per qualcuno potrebbe risultare davvero duro.
Dopo circa 45 minuti di gradini inca in salita, si raggiungono dei terrazzamenti e una zona pianeggiante dove si può tirare un sospiro di sollievo. Da questo punto in poi il percorso diventa più avventuroso. Bisogna infatti passare in uno stretto passaggio tra le rocce, da sdraiati, e poi salire una specie di scala di pietra a pioli che fa sbucare proprio sulla vetta. Confesso che quando cercavo di infilarmi in questo stretto passaggio tra le rocce, mi sono lasciata scappare qualche imprecazione. Una turista americana mi ha aiutata, passando per prima e poi prendendomi lo zainone in modo da poter entrare nel cunicolo con maggiore facilità.
Una volta arrivata in cima, mi sono sentita come uno scalatore dell’Everest… e cioè “un troppo fico”! Il panorama da lassù di certo ripaga la fatica.
Per i più instancabili il cammino prosegue per il Tempio delle Luna, ovvero resti di un centro cerimoniale all’interno di una grotta.

La discesa del monte forse è ancora più difficile della salita, essendo il percorso molto ripido. Soffrendo di vertigini, in alcuni punti ho sceso i gradini appoggiando il sedere e cercando di tenermi alle pareti di roccia. Immagino che vedermi da fuori mi avrebbe fatto molto ridere, ma comunque non ero l’unica a scendere così!

Dopo aver visto il Machu Picchu e aver scalato il Wayna Picchu succede qualcosa di strano. Ti “scende tutto”, come quando hai raggiunto un obiettivo prefissato da tempo o hai superato un esame. Dopo il Machu Picchu non te ne frega più di niente. Basta Incas, basta scale inca, basta rovine inca e basta tutto. Dopo questa tappa è il momento dell’ozio e volendo si può iniziare da subito, tornando ad Aguas Calientes e facendo una sosta rigenerante alle terme. Io ho optato per un pranzo in solitaria in un ristorante poco turistico, con degli ottimi chicharrones di maiale, tenendo con fierezza tra le mani il mio passaporto con il timbro del Wayna Picchu.

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Road to Machu Picchu…la Valle Sacra degli Incas

[Questa esperienza risale al 2011, quando gli smartphone e internet non accompagnavano i viaggiatori.]

Si pensa al Perù e in automatico la mente corre al famoso sito archeologico di Machu Picchu. Per ogni viaggiatore che arriva in questo Paese, infatti, il Valle Sagrado degli Incas è tappa obbligatoria.
Quello verso il Machu Picchu è stato uno dei miei primi viaggi in solitaria.
Viaggiare soli è strano, soprattutto se si è sempre stati abituati a condividere le esperienze di viaggio con altre persone. In alcuni momenti ci si può sentire persi, ma doversela cavare senza il supporto di nessuno ti mette alla prova e ti apre di più al mondo….e all’effetto sorpresa dell’imprevisto!
Quell’anno vivevo a Ica, dove lavoravo come volontaria in una ONG che appoggiava il movimento di bambini e adolescenti lavoratori. Inutile dire che, appena avevo un momento libero, mi dedicavo all’esplorazione del variegato territorio peruviano.

Per arrivare a Cusco, punto di partenza per visitare la Valle Sacra degli Incas, sono partita da Ica e ho viaggiato 18 ore su un autobus della compagnia Cruz del Sur (a quei tempi una delle più sicure e comode). Cusco è una cittadina graziosa situata a circa 3.400 metri di altitudine. Arrivarci gradualmente via terra sicuramente evita che il cosiddetto mal de altura ti colpisca senza pietà togliendoti il fiato. Io avevo già vissuto a La Paz, che sfiora i 4.000 metri, quindi ero preparata all’evenienza. Cusco è forse la città più turistica del Perù, invasa da viaggiatori di tutte le nazionalità e pensata per soddisfare le esigenze dei turisti stranieri. A me non ha entusiasmato molto e ho trovato abbastanza fastidioso essere continuamente abbordata da venditori di ogni tipo. Il turismo di massa snatura per forza di cose l’anima dei luoghi.

La Valle Sacra non comprende solo Machu Picchu; ci sono altri siti archeologici che meritano di essere visitati, come Písac , Ollantaytambo e il famoso sito di Moray con i suoi terrazzamenti a cerchi concentrici.
I turisti che hanno più tempo a disposizione e sono ginnici possono prenotare tour di trekking che, toccando le tappe principali della Valle, hanno come destinazione finale Machu Picchu.
Chi invece ha più fretta può catapultarsi in treno direttamente da Cusco ad Aguas Calientes, il pueblo incastonato nelle Ande dal quale partono i bus per il più famoso sito archeologico dell’America del Sud. Ci sono tantissime agenzie locali che propongono tour più o meno organizzati per Machu Picchu, ma anche per le altre destinazioni meno gettonate.
Io, dopo quasi un anno di dieta ingrassante iqueña e zero sport, non mi sono reputata abbastanza allenata per affrontare un trekking andino.
Non avevo tantissimo tempo a disposizione, ma sono sempre stata riluttante a fare tour organizzati, quindi ho pensato di visitare alcune località del Valle Sagrado utilizzando il comune trasporto pubblico, cioè minibus o taxi collettivi. Sicuramente una soluzione di viaggio non propriamente comoda, ma più economica e folkloristica. Tra campesinos, galline e maiali, io ero l’unica turista.

Prima tappa, perdersi a Písac. Questa cittadina è famosa non solo per il sito archeologico situato in cima alla collina, ma anche per il suo variopinto mercato. A Písac mi sono persa. Eh già. Mentre vagavo con il naso per aria attraverso le rovine inca, facendo su e giù tra templi e scalini, a un certo punto ho seguito un sentiero sbagliato (il percorso del sito non era quasi per niente segnalato in realtà) e mi sono ritrovata molto più a valle, circondata solo da pietre e sterpaglie. Quando ci si perde succede una cosa strana: si resta bloccati, immobilizzati come statue di cera, mentre il tuo cervello cerca di capire cosa sia successo e si sforza per trovare punti di riferimento. Non avevo la forza per risalire il ripido pendio dal quale ero rotolata giù distrattamente, ma per fortuna la soluzione dei miei problemi è arrivata sbucando tra i cespugli: la salvezza sotto forma di cholita (donna di origine indigena), con la sua pollera (gonna tradizionale), le trecce e una sacca colorata carica di prodotti agricoli da vendere al mercato di Písac. Non parlava spagnolo, ma quechua, però in qualche modo mi sono fatta capire e ha accettato che la seguissi giù per la collina. Lei, carica come un asino e con ai piedi le classiche ciabatte di gomma nera, saltava giù tra una roccia e l’altra come uno stambecco. Io, con le mie scarpe da ginnastica e lo zainetto, le stavo dietro a fatica, rischiando pure di rompermi qualche arto. Ma alla fine ce l’ho fatta e sono arrivata di nuovo al paese sana e salva.

Seconda tappa, un espresso a Ollantaytambo. Il giorno seguente ho raggiunto Ollantaytambo, la cittadina da dove il treno turistico che parte da Cusco fa la sua ultima fermata prima di approdare ad Aguas Calientes. Prendendo il trenino da qui, magari in orario serale, si spende decisamente meno (il treno ha prezzi esorbitanti perché è destinato solo ai turisti stranieri). Al principio io avevo tentato di farmi passare per peruviana con il mio magico visto da volontaria, ma non ha funzionato. Quindi ho dovuto sborsare 70 dollari come i turisti normali…e solo per l’ultima tappa!
Da qui partono anche i camminatori temerari che vogliono raggiungere Machu Picchu a piedi; ci vogliono circa 3 giorni.

A Ollantaytambo ho visitato il sito archeologico, costituito da terrazzamenti e dai resti di un antico tempio. Ho capito che ogni sito inca ha un comune denominatore: scale, scale e scale. Le scale inca che si arrampicano sui ripidi pendii andini hanno rappresentato la mia unica attività sportiva del mio anno peruviano e posso assicurarvi che, dopo aver visitato le varie rovine del Valle Sagrado, per un po’ di Incas e scale non se ne vuole più sentire parlare.

Dopo l’ennesima sessione di scale, ho aspettato l’ora della partenza del treno sedendomi al bancone di un bar turistico, un po’ così come si fa in Italia. Quando si viaggia soli ci sono alcuni momenti morti, quelli del riposo, dei pasti e dell’attesa, che bisogna cercare di riempire in qualche modo predisponendosi comunque all’incontro con l’altro. Per questo motivo mi sono seduta al bancone chiacchierando con il barista andino e ordinando ottimisticamente un caffè espresso, facendomi pertanto identificare immediatamente come italiana. In questo modo ho conosciuto un benzinaio valdostano, fotografo, che ho incontrato di nuovo il giorno successivo sul Wayna Picchu e che ho strategicamente sfruttato per farmi fare una foto decente, la foto “mistica” che vedrete nel prossimo articolo.

Arrivata la sera, sono salita finalmente sul famoso gringo train direzione Aguas Calientes.

Se vuoi proseguire il viaggio, segui la prossima puntata!

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Il mondo di sotto di Potosì: viaggio in una miniera boliviana

[Questa esperienza risale al 2008, quando gli smartphone e internet non accompagnavano i viaggiatori.]

Quando avevo accettato con entusiasmo la proposta della mia compagna di viaggio di visitare le miniere di Potosì, non avevo ben capito di cosa si trattasse, ma sembrava un “viaggio avventura” di quelli che poi si raccontano sempre nella vita.
Eravamo partite da La Paz e avevamo viaggiato durante la notte, per circa 8 ore. Arrivate sul posto, dopo la consueta ricerca di un bar che ci servisse un caffè-acquasporca, ci siamo rivolte a un’agenzia turistica fondata da un ex minatore, specializzata per l’appunto in visite guidate nelle miniere. Siamo state quindi inserite, insieme a una coppia argentina, in un tour alla scoperta delle viscere del famoso Cerro Rico, la montagna che sovrasta la città andina.
La Bolivia è il Paese ideale per chi cerca viaggi all’insegna del comfort ZERO e sicuramente la visita alle miniere di Potosì è tappa obbligatoria per questo tipo di viaggiatori.

Ma prima di addentrarci nelle profondità del Cerro Rico, fermiamoci un attimo per un breve cenno storico sulla realtà in cui ci troviamo. Se sapete già di cosa sto parlando o non vi interessa saperlo, saltate e andate direttamente al capitoletto dopo.

Vale un Potosì. Potosì è una delle vene aperte dell’America Latina di cui narra Eduardo Galeano nel suo famoso libro. E’ una cittadina situata a circa 4.000 metri di altitudine ai piedi del Cerro Rico, la montagna ricca di giacimenti di argento che ha fatto la storia di questa località. L’argento (la plata) fu la ricchezza e la rovina di Potosì.
Come recita una targa nel centro cittadino, l’insediamento urbano fu fondato nel 1544 dagli spagnoli, proprio perché avevano scoperto che quel rilievo era ricolmo di minerali. Fu così che il Cerro diventò una gigantesca miniera, capace di portare alla luce, attraverso il lavoro estenuante di schiavi indigeni e africani, tonnellate di minerale prezioso. Si dice che nel periodo di massima attività mineraria, morirono circa 8 milioni di schiavi.
Potosì diventò una delle città più grandi e ricche dell’ America del Sud. E ovviamente rese immensamente ricca anche la Spagna, che sfruttò le sue risorse fino al loro esaurimento. La ricchezza, di cui comunque beneficiavano solo gli spagnoli, se ne andò con gli spagnoli stessi.
Di essa rimane solo il ricordo, nelle strade lastricate e negli edifici coloniali decadenti, nella moltitudine di chiese, nei conventi e nella Casa de la Moneda, l’ex zecca ora diventata museo.
Le miniere funzionano ancora, ma l’argento ormai scarseggia e gli scavi continuano alla ricerca di stagno.

Il mondo di qui, fuori dalla miniera. Finito il momento “Alberto Angela”, riprendiamo il nostro viaggio verso le viscere del Cerro.
Per prima cosa ai turisti vengono fornite tute, caschetti con luce e scarponi, rigorosamente già sporchi e usati da chissà quante persone. In men che non si dica ci si trasforma in una sottospecie di minatore, abbandonando quel pizzico di sex appeal che, nonostante le estreme condizioni di vita boliviane, si cerca sempre di preservare.
Dopo il cambio di outfit, insieme alla nostra guida-minatore, abbiamo raggiunto un mercato per acquistare dei doni per i lavoratori che avremmo incontrato nelle gallerie della miniera. Sì, perché il tour si sarebbe svolto in una miniera funzionante, cosa che non avevo ancora perfettamente compreso.
Abbiamo comprato foglie di coca, sigarette (ripiene di tabacco e foglie di coca), bibite, alcol e…dinamite. Probabilmente fossimo stati in Italia avremmo optato per del vino e ci saremmo fatti fare dei panini al salame, ma qui si viaggia su binari diversi…e, mentre per la maggior parte dei beni comprati trovavo una risposta, la dinamite è diciamo il gadget che mi ha lasciata più perplessa, ma ho preferito non fare domande.

Infine abbiamo abbandonato il centro abitato e siamo saliti verso il Cerro in minibus per raggiungere una delle tantissime miniere gestite dalle cooperative minerarie. Arrivati alla miniera prescelta, all’esterno c’erano uomini che scavavano con pale i cumuli di pietre, cercando qualcosa di salvabile.
Nella montagna si apriva un varco, dal quale entravano e uscivano minatori che, con le guance piene di foglie di coca, spingevano sulle rotaie vagoni contenenti le rocce estratte. E’ proprio da lì che saremmo entrati.
E’ esattamente in quel momento che il mio cervello ha preso coscienza e ha capito che effettivamente la miniera che avremo visitato era in funzione, in un giorno lavorativo tra l’altro. Ha iniziato a sorgermi qualche dubbio sulla sicurezza…improvvisamente ho collegato la dinamite comprata al mercato alle notizie dei turisti morti per esplosioni durante tour in miniera. Meglio tardi che mai, ma ormai era l’ora di entrare.

Due parole sulle foglie di coca, prima di destare scandalo. Le foglie di coca non sono droga, non sono cocaina. Sono semplicemente foglie, come quelle del tè, contenenti un principio attivo che ossigena il corpo e dà energia. Oltre ad essere una foglia sacra già dall’epoca degli Incas, usata per riti e offerte alla Madre Terra Pachamama, la coca è anche un ottimo antidoto contro il malessere provocato dall’altitudine, contro la fame e la stanchezza di chi per l’appunto fa lavori faticosi come i minatori. Le foglie si possono “masticare”, tenendo la pallottola tra i denti e la guancia, oppure ci si può fare un mate.

Nel mondo di sotto, Uku Pacha. Il percorso si snodava lungo cunicoli bui su diversi livelli di profondità. In alcuni punti si passava tranquillamente in piedi, in altri bisogna abbassarsi tipo sette nani. La roccia dei varchi era sostenuta da improbabili strutture in legno. Non si vedeva nulla, al di là di ciò che era illuminato dai caschetti.
Benvenuti in quello che gli Incas chiamavano il “mondo di sotto”!
Nella cosmogonia andina, infatti, il mondo è diviso in tre livelli: il mondo di sopra dove vivono le divinità (Hanan Pacha), il mondo di qui, quello terreno dove vivono gli uomini (Kay Pacha) e il mondo di sotto (Uku Pacha), quello che si trova sotto la superficie della terra, il mondo dei morti e di quello che non è stato.

La prima tappa del nostro percorso è stata la visita alla nicchia dove era custodita la statua rossa e terrifica del Tio, divinità delle tenebre, signore degli inferi e padrone delle montagne. I minatori cercando di ingraziarselo attraverso le offerte. Lo abbiamo fatto anche noi, lasciando ai suoi piedi delle foglie di coca e brindando con lui con un bicchiere di alcol puro (che alle 10 del mattino è un vero toccasana).

Dopo l’offerta al Tio, la nostra guida ci ha comunicato con entusiasmo che avremmo fatto esplodere la dinamite. Io, che ho paura pure dei miniciccioli di capodanno, sono rimasta basita e ho chiesto timidamente se questa attività si potesse in qualche modo evitare. La guida mi ha risposto di sì, se non avessi voluto partecipare avrei potuto rimanere sola con il Tio e dopo loro sarebbero tornati a recuperarmi. L’idea di essere dimenticata in un cunicolo di una miniera boliviana mi ha portato alla mente l’immagine dei miei genitori, che mi guardavano con disapprovazione e ai quali ovviamente comunicavo i miei itinerari di viaggio solo dopo essere tornata sana e salva. Così ho deciso di seguire il gruppo sfidando il mio terrore per i botti di capodanno. Arrivati al punto prescelto, la guida si è allontanata in un punto più lontano e buio, dicendoci di non muoverci e di stare attenti. Stare attenti. Per “stare attenti” non avremmo dovuto partecipare a una vera esplosione di dinamite in miniera. Io mi sono messa a terra, accucciata, con le dita ficcate nelle orecchie che quasi mi toccavo i timpani, con gli occhi chiusi e pregando il Tio.

BOOOOOM. A un certo punto il boato. La terra ha tremato sotto i nostri piedi.

I nostri compagni di tour hanno esultato eccitatissimi. Io sono rimasta in attesa che qualche pezzo di roccia si staccasse dal soffitto, ma non è successo. Allora ho esultato anche io, sempre pacatamente.

Il tour ha proseguito senza feriti, quindi. Lungo il percorso ogni tanto incontravamo qualche minatore, al quale offrivamo i nostri doni. Alcuni erano sdraiati a terra ubriachi, d’altronde era San Lunes, avevano ancora i postumi della domenica passata a bere.
La nostra guida ogni tanto illuminava con la torcia delle vene di argento sulle pareti. Io pensavo che dei gioielli in oro e argento non me ne è mai fregato niente, ma che di certo, dopo aver visto da dove arrivano, mi sarei guardata bene dal comprarne.

Per raggiungere i livelli inferiori della miniera, c’erano ripidissime scale a pioli in legno, tenute attaccate alla parete da fili di ferro. Io soffro di vertigini e sono scesa tenendomi con tutte le mie forze alla scala, passetto per passetto, non guardando giù. Alla fine della discesa mi facevano male i muscoli per la tensione.
Più si scendeva, più l’ossigeno si faceva rarefatto e si sentivano gli odori fortissimi dei gas contenuti nella montagna. Tutta salute!

La cosa davvero impressionante è pensare che queste persone lavorano qui tutti i giorni, tutto il giorno, e molti sono solo ragazzini. In alcune miniere sicuramente lavorano anche donne e bambini, ma non di certo in quelle dove portano i turisti. Impressionante è sapere che molti moriranno giovanissimi, per incidenti o malattie polmonari.
E allora mi sono sentita un po’ idiota per essere lì come se stessi facendo un tour turistico della miseria e della povertà. Però poi ho pensato che questo è l’unico modo per conoscere da vicino certe realtà. Le miniere ci sono in tutto il mondo, probabilmente alcune si possono visitare come queste della Bolivia.

Potosì è un po’ il simbolo della rovina causata dall’occupazione coloniale, dalla depredazione delle risorse tipicamente capitalista. Queste realtà di sfruttamento esistono ancora, anche se hanno preso forme diverse.
Le miniere rappresentano quel “mondo di sotto” abitato dai sommersi e dai dimenticati, da quelli che vivono ai margini e fanno parte di un grande meccanismo che rende ricchi solo alcuni.

(Le foto di questo articolo sono della mia compagna di avventure Daniela)

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La prima cosa che farai (diari dal covid)

Cronaca di un chiudere tutto. Quando abbiamo iniziato a vedere i messaggi “Andrà tutto bene” con l’arcobaleno sulle lenzuola appese alle finestre, non sapevamo ancora che gli “abitanti dei balconi” si sarebbero trasformati da figli dei fiori che cantano Rino Gaetano a giustizieri della notte, che fanno fotografie per denunciare quelli che escono di casa più di una volta al giorno. Non sapevamo ancora che qualche settimana dopo, lo scenario sarebbe diventato molto più simile a quello descritto nel libro di Saramago, “Cecità”, in cui si narra di un’epidemia di cecità che colpisce l’umanità innescando una guerra di tutti contro tutti.

Erano le 12.00 del 14 marzo 2020. Sembrava stesse iniziando a piovere. In realtà non stava piovendo, ma le persone erano uscite sui balconi per fare un applauso. Da solo qualche giorno infatti i provvedimenti per tenere tutti a casa erano diventati più severi e già mi sembrava che la gente stesse iniziando a impazzire. Non sono una fanatica di questo tipo di iniziative simboliche, ma in questo momento ognuno ha il diritto di trovare le sue strategie per non farsi prendere dallo sconforto.

Da quel 14 marzo è quasi passato un mese e la situazione non sembra migliorata. Altri Paesi europei e del mondo hanno adottato, sebbene con riluttanza, il sistema “chiudi tutto” all’italiana.
Il vento russo, i medici da Cuba e le mascherine dalla Cina sono arrivati recentemente nel nostro Bel Paese, come per suggerire che forse qualcosa non ha funzionato nel gestire il nostro mondo e la nostra economia globale. E che forse, almeno in Italia, invece di comprare aerei militari, avrebbero dovuto investire più risorse nella sanità pubblica.

Il piacere delle attività fastidiose. Improvvisamente abbiamo molto più tempo, ma non possiamo usarlo probabilmente nel modo che preferiamo. Ognuno, a seconda della situazione familiare casalinga che si ritrova, sviluppa le sue strategie per mantenere il contatto con la realtà.
Io, durante la prima settimana, sono caduta nel mood creativo alla “Prova del cuoco”, pur odiando cucinare e non essendo particolarmente portata per questa attività. I risultati sono stati pessimi e, quando hanno iniziato a scomparire il lievito e la farina, devo dire che ho tirato un sospiro di sollievo.

Ringrazio il cielo per vivere da sola. La mia zitellaggine e la mia scarsa propensione alla convivenza con altre forme di vita in questo caso mi hanno salvata. Se fossi rimasta prigioniera con un marito, un compagno, dei figli, un amico, un comune coinquilino…ve lo dico, sarebbe finita malissimo!
Una cosa è certa. Chiusi tra quattro mura la vita e il tempo assumono un significato diverso. Le cose che prima facevano da contorno, o addirittura da fastidio, alla nostra quotidianità diventano “speciali” e fondamentali per la nostra sopravvivenza fisica e psicologica. Quelle che non puoi più fare finiscono per mancarti.

LA SPAZZATURA piena di sé. PRIMA c’erano periodi in cui i sacchi della mia raccolta differenziata letteralmente esplodevano in cucina, quasi prendendo vita. Non avevo mai sufficiente tempo (o voglia) per fare quei 5 minuti di strada, raggiungere i cassonetti e liberarmene. Il contenitore della plastica era sempre il più cafone, pieno e tronfio per ricordarmi quanti rifiuti plasticosi produciamo…maledetto packaging, mi dicevo! D’altronde, se c’è l’isola di plastica nell’oceano un motivo ci sarà.
ADESSO la gita ai cassonetti si è trasformata in un evento da programmare con l’entusiasmo che manco le ferie estive. Divido il carico in sacchetti più piccoli, per fare più giri, e strategicamente aspetto una giornata di sole, tiepida, per poter passeggiare fischiettando come se stessi andando alla grigliata di Pasquetta.
Ora la fa da padrone il sacchetto del vetro, che di solito svuotavo una volta al mese, se andava bene. Colmo e fastidiosamente tintinnante, cerca di ricordarmi che forse dovrei darmi una regolata con gli aperitivi via Skype.
I giustizieri della notte al balcone, quando vado a buttare il vetro (in genere due sacchi alla volta), mi fissano giudicanti e con sguardo sprezzante. TIN TIN TIN…una bottiglia alla volta, producendo quel fracasso insopportabile. E’ come se avessi una freccia al neon puntata contro che mi identifica come prossima all’alcolismo. Al secondo sacco inizio a sudare col timore che qualcuno dai balconi sopra di me mi lanci qualcosa addosso. Io comunque non sceglierei mai di vivere in un appartamento che ha sotto un contenitore del vetro.

IL SUPERMERCATO e il potere di scansare la gente. Il momento della spesa per me è sempre stato un incubo. Odio i supermercati, con i loro corridoi sempre troppo stretti e affollati, la gente che si accalca e quell’infinita varietà di prodotti e offerte che ti fanno flippare. Se prima ci andavo malvolentieri figuriamoci ora, che fuori c’è la fila di zombie alla Walking Dead munita di mascherine. Una botta di vita ed entusiasmo proprio, in caso non fossi già abbastanza preso male. Una volta mi è preso un attacco di tosse da “grattino in gola”, quello che non smette manco con l’acqua e ti vengono i conati. Sono dovuta tornare a casa per non farmi linciare.

Però fare la spesa è l’unico momento settimanale di libera uscita, quindi bisogna viverlo con gioia e cercare di vedere i lati positivi, come per esempio quello di avere finalmente la gente lontana. Al mio passaggio tutti si fanno da parte e mi sento come se avessi il superpotere di fare scansare la gente. Il distanziamento sociale nel supermercato mi piace un sacco. Fare la spesa con i guanti di plastica, che ti impediscono di aprire i sacchettini per la verdura e di cliccare sullo schermo del telefono per vedere la lista della spesa, un po’ meno.

LA PALESTRA in pigiama. PRIMA era supplizio e sacrificio, ogni volta che arrivava il “giorno della palestra”. Dovevo solo scendere le scale per arrivare, ma tutte le volte facevo i capricci mentali per andarci, anche se una volta tornata mi sentivo una persona realizzata.
ADESSO mi sono trasformata nella campionessa del fitness casalingo. Ogni giorno, mi attacco a youtube in compagnia della signorina che fa gli esercizi eseguendo gli ordini del suo personal trainer preso bene. Lei non ha mai il fiatone e soprattutto non suda mai. Io mi rendo conto di essere davvero goffa, scoordinata e “incriccata”, come mi diceva il mio istruttore. Però mi alleno tutti i giorni e diventerò sicuramente miss addominali e glutei di marmo sotto il pigiama. Ormai io e la “signorina fitness” siamo quasi amiche, di certo sembra più amichevole dei miei compagni di palestra, che in un anno non mi hanno mai rivolto la parola.
Ho anche provato lo yoga, ma a parte il fatto che sono snodata come un manico di scopa, devo dire che mi fa incazzare tantissimo.

IL TRENO e le sue prestazioni. Non avendo mai posseduto un’automobile, ho sempre viaggiato, ahimè, con i mezzi pubblici per la maggior parte della mia esistenza. Ho sempre avuto con il treno un rapporto molto conflittuale. Non è un mistero che il sistema ferroviario italiano non ci regali prestazioni esaltanti.
PRIMA per lavoro prendevo il treno tutti i giorni. Un viaggio di 13 minuti riusciva a trasformarsi in un’esperienza carica di stress: SEMPRE ritardi, problemi sulla linea, vagoni troppo caldi che ti fanno sudare manco avessi fatto la maratona, troppo freddi proprio il giorno in cui ti sei vestita a strati 4 stagioni per affrontare gli sbalzi termici, infiltrazioni di acqua, cacchette di animaletti non ben precisati. Il treno ha fatto talmente parte della mia via che avevo dato un nome alle diverse tipologie di convoglio:

  • Il treno vintage: con quei colori pastello sbiaditi e i sedili che sembrano cuscini cuciti su panche di legno, sembra di fare un viaggio romantico indietro nel tempo;
  • Il treno “ikea”: quello che ha i sedili in simil plastica con una specie di sporgenza laterale all’altezza della testa, nella quale sbatti la nuca puntualmente ogni volta perché ti dimentichi della suddetta durissima sporgenza;
  • Il trenino rosso: il nuovo acquisto della regione VDA inizialmente ha entusiasmato tutti con il suo colore rosso, i sedili puliti e l’immagine di un cuore con mucche e fontina sulla fiancata. Comunque prontamente si è fatto odiare dai pendolari, a causa del suo consueto ritardo, la mancanza di un numero di posti a sedere sufficiente e di spazio adeguato tra i sedili, che ti costringe a viaggiare con le ginocchia della persona di fronte in faccia.
  • Il container: è il grande classicone interregionale, quello per esempio che copre la tratta Torino- Milano. E’ un container di lamiera incandescente, con i finestrini bloccati quando fa caldo e i finestrini irrimediabilmente s-bloccati e aperti quando di gela, e che alle ore di punta è un crocevia multiculturale di persone ammassate e imbruttite.

ADESSO il treno mi manca, i viaggi della speranza in treno mi mancano, l’umanità di pendolari mi manca. Nel mio immaginario di persona in quarantena, il treno non è più solo un odioso mezzo da poveri per raggiungere un punto B da un punto A, ma un simbolo della libertà di movimento che ora ci è stata tolta.

Paladini del Carpe Diem. Non so se alla fine di questo periodo cambierà qualcosa in meglio. Sicuramente da questa esperienza ognuno di noi avrà imparato qualcosa. Forse avremo capito quanto le nostre vite siano appese a un filo invisibile, o come le libertà che diamo per scontate in realtà non lo siano affatto.
Ci sarà chi si sarà reso conto di quanto tempo per noi e i nostri cari ci toglie la vita frenetica di tutti i giorni; ci sarà chi avrà scoperto il piacere di stare insieme in famiglia a fare gli gnocchi, chi avrà ricominciato a parlare con un amico lontano, chi avrà capito che sa cavarsela anche solo.

Sospesi in questo limbo immobile, qualcuno di noi starà pensando alle volte in cui, nella “vita precedente”, ha temporeggiato, rimandando decisioni per mancanza di tempo o di coraggio. Viviamo con la certezza che tutto possa essere posticipato a un momento migliore, ma a volte questo momento non arriva mai. Soprattutto adesso, che siamo in stand-by, vediamo svanire le nostre possibilità passate, come granelli di sabbia tra le mani. AVRESTI DOVUTO FARLO PRIMA, ti ripete il cervello.
Io per esempio dovevo comprare lo scopino per il wc, perché quello vecchio lo avevo usato con la sapienza di Mc Gyver per sturare il gabinetto intasato. Ora non trovo uno scopino nuovo da nessuna parte ed è quindi diventato il simbolo della mia abilità di procrastinatrice seriale.
Magari quando tutto sarà finito, da questo periodo di “sospensione” rinasceremo paladini del CARPE DIEM… quelli che non preferiscono il divano e il piumone a un’uscita serale, quelli che non fuggono di fronte alle responsabilità e quelli che quando avranno fatto fuori uno scopino, lo ricompreranno subito.

La prima cosa che farai. Qual è la prima cosa che farai una volta che sarai di nuovo libero/a?
Me lo chiedo spesso e cerco di immaginare quel momento. Sarà emozionante come quando si fa qualcosa per la prima volta? Sarà come quando si incontra di nuovo una persona che non si vede da tempo? Sarà diverso o sarai tu diverso? Cosa ci sta mancando di più?
Per quando mi riguarda, penso che la prima cosa che farò sarà correre a prendere il treno, quel treno che tanto mi fa stancare e arrabbiare. Non so se lo prenderò per raggiungere il lavoro o se invece sarà quel treno immaginario, simbolico, che mi apre al movimento, che rappresenta il viaggio lento, la conoscenza. In ogni caso, questa sarà la prima cosa che farò.

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Sono un bambino. Sono un lavoratore. E lotto.

[Questa esperienza risale al 2011, durante il mio servizio civile in Perù, quando ancora gli smartphone non c’erano]

Maria non si era mai vista in una foto. La sua prima foto gliela scattai e regalai io. Ricordo ancora il suo sorriso e la sua emozione per questo semplice dono.
All’epoca gli smartphone non esistevano ancora. O meglio, non erano diffusi tra le persone comuni neanche in Europa, figuriamoci nel deserto del sud del Perù.
Io lavoravo nella Commissione per i Diritti Umani della Regione di Ica, occupandomi di formazione e sensibilizzazione nei distretti con il più alto indice di violenza verso l’infanzia. Portavo sempre la macchina fotografica con me e scattavo foto per la rendicontazione delle attività che svolgevamo.

Maria era la Dirigente del gruppo NNATS (bambini e adolescenti lavoratori organizzati) de La Venta, una comunità rurale a mezz’ora dalla città di Ica. Aveva 15 anni e come Dirigente aveva il compito di riunire i minori lavoratori della sua zona, discutere con loro le diverse problematiche e valutare possibili soluzioni anche attraverso il confronto con i leaders adulti della zona.
La sua “base” (ovvero il suo gruppo NNATS) si chiamava CANNTA, campesinos adolescentes y niños trabajadores organizados (contadini, adolescenti e bambini lavoratori organizzati) perché tutti i suoi membri lavoravano per l’appunto in ambito agricolo. Erano occupati nella coltivazione o nella raccolta di verdura, frutta e cotone.

Lo so, lo so, associare la parola “bambino” alla parola “lavoro” fa orrore a tutti. Pensare a un bambino che lavora fa una certa impressione a noi abitanti dei Paesi ad alto reddito. Vederlo con i propri occhi, mentre lucida scarpe o vende canchita per la strada, all’inizio fa sentire a disagio. Dico all’inizio, perché quando le situazioni le conosci in modo più approfondito, la cosa fa meno impressione.
Certo, in un mondo ideale i bambini non dovrebbero lavorare, ma giocare e vivere un’esistenza serena e priva di responsabilità. Ma a volte la realtà è ben diversa dall’ideale…oltre al bianco e al nero ci sono le sfumature.

In Perù ci sono circa 2 milioni di bambini e adolescenti lavoratori, anche se il lavoro minorile ufficialmente è illegale. Però è accettato. I rappresentanti dei movimenti siedono allo stesso tavolo degli adulti quando è il momento di prendere decisioni. Si parla di bambini tra i 6 ai 17 anni, che vanno sia scuola che al lavoro per aiutare le loro famiglie a sostenersi, per comprarsi magari proprio l’ uniforme scolastica obbligatoria. Si parla di bambini e adolescenti in grado di organizzarsi in autonomia, di parlare in pubblico e davanti alle autorità.
Il MNNATSOP è uno dei loro movimenti nazionali organizzati, simile ai nostri sindacati. A livello locale, ogni comunità ha un suo leader democraticamente eletto che, incontrandosi con altri leaders di bambini e di adulti, si mobilita e lotta per rivendicare i diritti dei minori lavoratori.

Ho visto con i miei occhi bambini delle elementari fronteggiare membri del Governo Regionale o dello stesso Parlamento. Cosa vogliono? Non che il lavoro minorile sia abolito, come sarebbe facile credere. Al contrario, vogliono che sia riconosciuto e quindi tutelato. “Un conto è lavorare per provvedere ai bisogni della propria famiglia, un altro conto è essere sfruttati o essere esposti al pericolo” mi è stato più volte detto.

I NNATS, malgrado arrivino da un contesto famigliare e socio-economico precario, non vogliono sentirsi vittime. “C’è una bella differenza tra vendere caramelle e mendicare” tengono a precisarlo sempre. Non vogliono sentirsi dire che i bambini dovrebbero solo giocare, facendosi imporre dall’alto una concezione dell’infanzia che non tiene in considerazione il contesto socio-economico in cui vivono.

Chiaro, le diseguaglianze del mondo dovrebbero svanire e il diritto all’infanzia dovrebbe essere rispettato ovunque. Ma fino a quel momento, probabilmente molto lontano nel tempo, bisogna mangiare qualcosa. E per mangiare qualcosa, in una famiglia numerosa e con scarse risorse economiche, tutti devono lavorare. E’ facile sentirsi dire da un NNAT: “Certo che voglio lavorare, sennò cosa mangio? Quello che cerchiamo è piuttosto la dignità del lavoro, il rispetto.”

Sebbene Ica sia una regione desertica, vive di agricoltura. Essere contadino nelle comunità vicine a Ica non significa solo condurre una vita umile, lavorare nei campi e vivere di sussistenza. No. Vivere da campesino significa vivere in condizioni di povertà. I terreni sono di proprietà di grandi imprese, per lo più cilene, che comprano la terra, fanno costruire pozzi e privatizzano così l’uso dell’acqua.
A La Venta non c’era acqua potabile. L’acqua scorreva solo due volte a settimana, tra l’altro solo in alcune ore. Alcune famiglie (molte delle quali sono scappate da Ayacucho e dalla sierra in seguito al terrorismo e alla violenza militare degli anni 80) in origine possedevano appezzamenti di terreno, ma sono state costrette a venderli a causa della mancanza di acqua e di soldi da investire per poter irrigare. Così i lavoratori dei campi tornano a casa con pochi soldi e sapendo di dover comprare il cibo proprio dalle stesse imprese che li sfruttano.

Maria lavorava in un’azienda che coltivava uva (probabilmente destinata alla produzione del tanto proclamato vino dulce e del pisco) ed era pagata 20 soles al giorno per lavorare 12 ore (1 euro sono 3, 50 soles).
Come insegna la nostra Madre Primo Mondo, la povertà non è una condizione naturale, ma spesso è frutto della ricchezza sconsiderata di qualcun’altro.

Il primo maggio i NNATS sfilano con il loro cartelli per la città. Anche io, in quell’anno di vita a Ica, ho sfilato con loro durante le varie ricorrenze. Questi bambini e adolescenti combattenti mi hanno fatto un grande regalo: mi hanno insegnato che bisogna saper guardare la realtà anche da un punto di vista completamente diverso dal nostro. Inoltre, con le loro storie e la loro lotta mi hanno insegnato il vero significato della parola RESILIENCIA.

Che la loro lotta continui, quindi!

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Ica, tornare a casa.

[La mia esperienza di Servizio Civile a Ica risale al 2011-2012. Queste riflessioni le ho scritte a inizio 2020, dopo un breve viaggio a Ica in cui sono andata a riabbracciare tutti gli amici rimasti lì.]

La vita è quello che ti succede quando stai pianificando altro. Nel lontano 2011, fresca di laurea magistrale, stavo cercando disperatamente un modo per tornare nella mia amata Bolivia. Invece davanti a me si aprì la porta del Perù. Mi ero candidata per un progetto del Servizio Civile Nazionale a La Paz ed ero stata dirottata su un altro per motivi di “compatibilità del mio cv”. Avrei potuto rifiutare e continuare il mio stage post-laurea nella segreteria dell’Università, oppure partire per Ica, destinazione a me sconosciuta nel cuore del deserto del Perù meridionale. A fare che? Non avevo ben capito…tipo occuparmi di diritti umani, bambini lavoratori…sembrava interessante. Mi avevano dato una notte di tempo per pensarci e, malgrado mi si fosse spezzato il cuore nello scoprire di dover rinunciare a La Paz, accettai. Lasciai il lavoro e nel giro di pochi mesi ero dall’altra parte del mondo per fare, ancora non lo sapevo, una delle esperienze più forti, emozionanti e formative della mia vita.

Abitare Ica. Mi è sempre piaciuta l’idea di viaggiare non tanto come turista, quanto come “abitante” di un altro angolo di mondo. Visitare è una cosa, abitare tutt’altro. Forse andarsene, uscire dai confini di “casa”, significa sperimentare un’altra versione di noi stessi. Almeno così è stato sempre per me.

Ricordo ancora quando, dopo un viaggio di 5 ore su una jeep partita da Lima, io e la mia compagna di volontariato siamo approdate a Ica, cittadina circondata dalle dune del deserto. Era notte, le strade erano colme di rifiuti e facce che sembravano poco raccomandabili. Gran parte del centro cittadino era pieno di macerie ed edifici distrutti (chiese comprese) dal terribile terremoto che colpì la città nel 2007. Il primo impatto fu angosciante. E anche le prime settimane lo furono: non conoscevo ancora nessuno e mi resi conto che, da “gringa”, non era proprio il massimo girare da sola per le strade. In poco tempo la gente sapeva chi ero e dove abitavo, anche perché eravamo tre “bianche” a vivere in città. Io, la mia compagna di viaggio italiana e una volontaria americana (che purtroppo è stata sequestrata e violentata da un tassista).

Noi vivevamo in quartiere poco raccomandabile, uno di quelli che “non te lo consiglio”. Ma i vicini ci controllavano casa quando eravamo fuori, le finestre avevano le sbarre e, inoltre, era molto più pericoloso vivere in un quartiere “bene” perché è lì che vanno i ladri a rubare. A parte Nando, uno strano personaggio che abbiamo trovato sul nostro tetto e ci ha fatto spaventare, non abbiamo mai avuto particolari problemi. Nando era sul tetto perché, per procurarsi un lavoro, tagliava i cavi delle tv in modo da essere chiamato per sostituirli. L’affascinante arte del sopravvivere.

Ica non aveva proprio niente di turistico. Era (ed è tutt’ora) una città sporca, rumorosa, pericolosa e mezza distrutta.
La plaza de armas, cioè la piazza principale, era l’unica a non avere macerie. Al centro c’è un obelisco di cemento e quattro fontane che rappresentano le quattro lagune che una volta c’erano a Ica.
Tutto intorno, come su una giostra, gira tutta l’umanità iqueña.
I lustrascarpe, con il loro sgabello di legno, puliscono le scarpe dei signori seduti sulle panchine a leggere il giornale o a prendere un po’ di ombra (sì perché a Ica fa caldissimo, sempre). I taxi e i mototaxi strombazzano in continuazione per cercare clienti. Ci sono signore che girano tra i passanti con l’apparecchio per misurare la pressione; ci sono quelle che hanno una bilancia e si fanno pagare per pesare le persone. Davanti alle banche ci sono uomini che cambiano i soldi abusivamente. I più “vintage” e romantici però sono quelli seduti davanti a una macchina da scrivere, per aiutare gli analfabeti a comporre lettere o documenti. A Ica infatti c’è un forte tasso di analfabetismo e una grande presenza di persone di origine quechua, che all’epoca del terrorismo e della dittatura scapparono dalla sierra verso le regioni costiere.

Qualcosa di turistico però c’è. A pochi km dal centro di Ica ci sono delle bellissime dune e la laguna di Huacachina, intorno alla quale si è sviluppato per l’appunto tutto il centro turistico. I viaggiatori non soggiornano a Ica, ma vanno direttamente dalla stazione dei bus a Huacachina, dove ci sono alberghi e ristoranti cari di pessima qualità. Il luogo è molto suggestivo, anche se dopo un po’ annoia. Si può fare sandboard (cioè buttarsi giù per le dune con una tavola) o fare un tour da urlo sui Tubulares, delle specie di auto a più posti che si catapultano a tutta velocità tra le dune (rovinandole, perché distruggono la suggestiva forma naturale che gli dà vento).

Ecco, durante il mio anno di permanenza, a Huacachina non ci sono andata quasi mai. Preferivo confondermi tra gli abitanti di Ica, farmi mandare i baci dai mototaxisti, prendermi spintoni per la strada e, soprattutto, perdermi negli asentamientos humanos polverosi nei quali lavoravo (e dove spesso andavo da sola) e che, pensate un po’, erano stati selezionati come beneficiari dei progetti proprio a causa dell’elevato tasso di violenza e violenza (non denunciata) verso i minori. Fico eh? Non sapete quante volte ho chiamato piangendo il mio coordinatore perché mi ero persa o perché le persone non si erano presentate all’appuntamento per il corso di formazione. Tante. Abbastanza da farmi soprannominare “llorona” (piagnona).

Nonostante. Nonostante la rottura di dover sempre stare attenta ogni volta che mettevo il naso fuori casa, perché a Ica i sequestri e gli “assalti” per derubare sono all’ordine del giorno. Nonostante le ripetute infezioni intestinali, terminate all’ospedale pubblico con una flebo ficcata nel braccio. Nonostante la puzza dei rifiuti sparsi ogni dove e il costante rumore del clacson de taxi. Nonostante le frequenti scosse di terremoto.
Nonostante tutta una serie di cose, a Ica mi sono sentita a casa. E questa cosa l’ho capita recentemente, perché ci sono tornata dopo 8 anni.

A volte la bellezza dei luoghi e delle esperienze la fanno le persone che si incontrano lungo il cammino. E in questo cammino io sono stata molto fortunata, perché le persone che hanno lavorato con me o mi hanno dedicato il loro tempo facendomi sentire accolta e protetta, hanno lasciato una traccia. E senza accorgermene forse anche io ne ho lasciata una.

Tornare a casa. Com’è tornare dopo tanto tempo in un posto dove siamo stati abitanti? Ecco… perché in 8 anni succedono molte cose in una vita. A me poi, dopo il ritorno dall’esperienza peruviana, me ne sono successe parecchie. Ho ridefinito la mia vita tante di quelle volte, che se dovessi raccontarla mi dimenticherei dei pezzi.

Tornare dopo molti anni in quel lontano angolo di mondo, è stato come fare un viaggio terapeutico alla ricerca della me stessa che avevo dimenticato.
E c’era. Era lì. Sono sempre stata lì, nelle tracce che ho lasciato, nelle persone che mi stavano aspettando da 8 anni.
E anche se all’inizio mi sono sentita un po’ disorientata, dopo poco ho ricominciato a sentire di nuovo mie le strade, a contrattare con i tassisti, a girare in cerca di frutti tropicali per i mercati, conversando con le persone curiose che mi chiedevano perché fossi lì.

Forse per la prima volta ho compreso cosa significhi “sentirsi a casa”. Casa è quel luogo in cui riesci ad entrare in contatto con te stesso, a riconoscerti. Magari puoi andare via, allontanarti per anni, ma quando torni è come se non te ne fossi mai andato. E tornarci, è come ritrovarsi.

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Natale in acido

Babbo Natale non esiste. Ho iniziato a odiare il Natale quando avevo 6 anni. Mia madre era entrata in camera mentre stavo giocando e, dopo anni in cui insieme a mio papà architettava ingegnose scenografie domestiche per farmi credere che un tale signore Babbo Natale passasse sul serio a casa mia a lasciare regali, non ce l’ha più fatta e ha confessato: “Guarda che Babbo Natale non esiste”. E poi se ne è andata richiudendo la porta. Ero stata vittima di un complotto.
Io a Babbo Natale ci credevo eccome. Ci credevo non solo perché mangiava la cena che lasciavo per lui la sera prima, non solo perché da bambina atea convinta avevo bisogno di qualcosa in cui credere. Ma soprattutto ci credevo perché sapevo bene, da figlia di una casalinga e di un operaio in cassa integrazione, che tutti quei preziosissimi regali la mia famiglia non se li sarebbe potuti permettere.
A dire il vero Babbo Natale mi faceva anche un po’ paura…alla fine era un uomo sconosciuto che trovava il modo di entrare in casa con un sacco di roba senza fare rumore. Io, cresciuta a pane e Telefono Giallo, mi chiudevo a chiave in camera “che non si sa mai”.

Dopo il trauma della scoperta della non-esistenza di Babbo Natale, tutto cambiò in peggio. Quella festività non aveva più tanto senso, iniziai a odiare il Natale e forse anche il Natale iniziò a odiare me.

Educazione all’umiliazione. Natale era il momento in cui, all’asilo e alle scuole elementari, arrivava tragicamente il momento della recita. Io ero una bambina timida e abbastanza sociopatica, pertanto vivevo quelle esibizioni sul palco, davanti a una platea di genitori muniti di telecamera e macchina fotografica, come un affronto alla mia dignità e alla mia integrità psichica. Per fortuna, grazie al mio caratteraccio e alle manie di protagonismo assolutamente assenti, mi toccavano sempre parti marginali durante lo spettacolo: due frasi messe in croce pronunciate con un filo di voce, poi tentavo di sparire incollandomi alla parete.
Una volta, all’asilo, avevo provato anche ad alzare la voce e a ribellarmi: “Io non la voglio fare la recita di Natale!”. Ovviamente, le maestre si risentirono e mia madre mi ci mandò a calci nel sedere. Mi ci avrebbe mandata a calci nel sedere anche con la febbre a 40.
Qualche anno dopo scoprii il perché. Quei filmati e quelle foto sono stati conservati per anni, mostrati agli amici, ai fidanzatini, ai parenti. Sono ancora lì in agguato nel mobile del salotto e sono stati usati come ricatto o arma di distruzione di massa.
Mi sono quindi fatta l’idea che le recite di Natale rientrino in un piano educativo più ampio: l’educazione all’umiliazione pubblica.

Il giorno del giudizio. A proposito di adolescenza e fidanzati, l’ansia da prestazione del Natale mi ha perseguitata anche nel corso dell’età quasi adulta.
Il Natale in adolescenza è stato di certo uno dei periodi peggiori. All’epoca tutti gli anziani di famiglia erano ancora vivi e ci si riuniva per grandi abbuffate di ore e giorni. Nelle settimane precedenti c’era la carovana degli auguri, visite interminabili a tutti i parenti del circondario, quelli che si vedevano solo in quell’occasione e che tendenzialmente parlavano di morti, malattie ed emorroidi.
Durante il pranzo natalizio le mie cugine, quasi mie coetanee, ci sottoponevano alla sfilata dei rispettivi fidanzati che, come i re magi, portavano doni di alto livello al suocero compiacente. Io ovviamente ero sempre sola, minore-non accompagnata, non solo perché davvero non riuscivo a trovare qualcuno che mi volesse, “maschiaccia” com’ero. Anche se avessi avuto qualcuno non lo avrei portato al pranzo di famiglia, neanche sotto tortura!
I momenti più divertenti a mio parere erano le litigate tra mia zia zitella (della quale mi sento diretta discendente) e mia nonna. Una volta fui testimone di un lancio di una coscia di pollo che manco alle olimpiadi.
Comunque la cosa peggiore era che il periodo di Natale si trasformava in una specie di giorno del giudizio, durante il quale venivo interrogata sui miei successi scolastici/universitari/lavorativi e, soprattutto, sui miei insuccessi sentimentali.
“Ce l’hai il fidanzatino?”
“No, nonna.”
“Ma quand’ è che ti fermi un po’ e ti sposi??”
(mai??)
“Ormai hai quasi 20/25/30 anni…”
(Eh…)
“Possibile che non riesci a trovare un lavoro?”
(Eh…)
“Non vedrò mai nascere i tuoi figli, tuo padre non avrà mai dei nipoti…”
(!!!)
“Ma cos’è che hai studiato tu? Ma che roba eh? Ma non potevi fare qualcosa di più utile? Era meglio se ti mettevi a zappare.”
(Eh…)
“25/30 anni buttati nel cesso.”

Finale drammatico per incolparti dell’infelicità di tutta la tua famiglia.
Come se l’assenza di un lavoro stabile e il non essermi creata una famiglia fosse una colpa personale, frutto di una decisione ben precisa per creare dolore e confusione cosmica.

The dark side of Natale. Nell’età adulta, dopo le mie peregrinazioni per il mondo e prima di avere un lavoro “vero” stabile, sono entrata in contatto con il lato più tremendo del Natale…the dark side of Natale: il lato capitalista. Avevo trovato lavoro in un centro commerciale e già la situazione era alquanto drammatica per me, visto che io sono sempre stata allergica allo shopping e ai negozi. Facevo la cassiera in un megastore dove, per l’appunto, si vendevano anche decorazioni natalizie e, soprattutto, si imballavano, una a una, palline di Natale di qualsiasi tipo. Essere costantemente in contatto con la frenesia consumista del Natale, vedere persone completamente ossessionate dalla ricerca di regali e pronte a spendere l’equivalente del mio stipendio in decorazioni natalizie….forse tutto questo mi ha fatto capire che non sono io la strana, ma sono “gli altri” ad avere un problema con il Natale.

Non sono io a odiare il Natale. È il Natale che odia noi.

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Salar de Uyuni: il cuore di sale della Bolivia

[Questa esperienza risale al 2008, quando gli smartphone e internet non accompagnavano i viaggiatori.]

Siamo arrivate nella cittadina di Uyuni dopo un viaggio di 15 ore su un pullman scassato partito da La Paz. Non avevamo pianificato niente, ma in loco c’era pieno di agenzie specializzate che, senza bisogno di prenotazione, riescono a trovare posto ai turisti appena arrivati per i tour nel famoso deserto di sale. Quindi, senza neanche avere il tempo di riprenderci dal viaggio, ci siamo ritrovate sedute su una jeep con 5 turisti brasiliani: tre ragazze e una coppietta. Tutti molti simpatici e socievoli, peccato non capire una parola di portoghese. Non ci restava che chiacchierare con il nostro 20enne autista boliviano, che sembrava però già un 40enne. Neanche lui capiva una parola, ma si rideva comunque tutti insieme.

Come ogni viaggio all’avventura che si rispetti, io partivo con l’influenza. Tra l’altura, i germi e lo scombussolamento da stanchezza, non capivo più niente.
I tour del Salar durano 3 giorni e bisogna prepararsi ad affrontare molte ore di jeep, sveglie all’alba e sbalzi termici stratosferici…dal sotto zero al caldo soffocante. I pranzi normalmente sono al sacco e all’aria aperta; le cene invece avvengono in alloggiamenti famigliari nel deserto, senza quasi acqua corrente, luce elettrica e, ovviamente, senza riscaldamento. Lì, delle paffute cholitas cucinano ottimi brodi di pollo e riso, che dopo ore di tragitto nel deserto sembrano un menu da grande chef. Nei cortili di questi casolari, pascolano animaletti vari quali lama e alpache.

Io e la mia compagna di viaggio, per sopravvivere al freddo, abbiamo adottato la filosofia del “punkabbestia che si lava il minimo indispensabile”, tipo schizzandoci acqua gelida addosso o ricorrendo alle salviette umidificate (fondamentali), per dare una parvenza di donnina profumata. Ma la cosa bella è che alla fine tutti i viaggiatori sono più o meno della stessa filosofia e ci si vuole bene lo stesso.

Ma torniamo al tour. L’itinerario nel Salar de Uyuni, la più grande distesa di sale al mondo formatasi dal prosciugamento di un lago salato di epoca preistorica, inizia nel bianco abbagliante del deserto, tra isole di cactus, saline e cimiteri di treni. L’isla del pescado (in quechua Incahuasi) è un isolotto a forma di pesce cosparso di cactus. Il nostro primo pranzo al sacco, costituito da pane e tonno in scatola, è avvenuto qui….ed è stato una meraviglia.

Durante il tour del Salar si incontrano immense lagune dai colori meravigliosi, dove volano centinaia di fenicotteri che, dal mese di novembre, scelgono questo luogo per la riproduzione. Come dargli torto. All’orizzonte si scorgono vulcani e cime innevate, il paesaggio è sempre molto “wow”.
Dopo la distesa di sale, il deserto diventa più terroso e roccioso.
Il terzo giorno di viaggio, nel gelo dell’alba, abbiamo visitato i geyser e dei bagni termali all’aperto. Uno scenario alquanto surreale, lunare, dove al misticismo del luogo si aggiungevano le follie di turisti giapponesi che si buttavano nei vapori bollenti dei geyser. Poi alle 8 del mattino l’aria era già calda e soffocante, ma i finestrini della jeep erano rigorosamente chiusi per evitare di respirare sabbia e terra del deserto. Raggiunto il confine con il Cile, poi inizia il ritorno verso il punto di partenza.

Da un tour di questo tipo si torna stanchi, puzzolenti e infreddoliti….ma con la consapevolezza di aver visto uno dei luoghi più belli e particolari del mondo. Pare che il Salar sia pieno di litio, minerale che fa gola a tutti i boss del capitalismo. Per il momento questo paradiso è stato protetto da chi vorrebbe distruggerlo per accaparrarsi questa preziosa risorsa, ma chissà se e quanto sarà possibile preservarlo ancora.

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