Di quando ho visitato una miniera boliviana: il mondo di sotto di Potosì

Quando avevo accettato con entusiasmo la proposta della mia compagna di viaggio di visitare le miniere di Potosì, non avevo ben capito di cosa si trattasse, ma sembrava un “viaggio avventura” di quelli che poi si raccontano sempre nella vita.
Eravamo partite da La Paz e avevamo viaggiato durante la notte, per circa 8 ore. Arrivate sul posto, dopo la consueta ricerca di un bar che ci servisse un caffè-acquasporca, ci siamo rivolte a un’agenzia turistica fondata da un ex minatore, specializzata per l’appunto in visite guidate nelle miniere. Siamo state quindi inserite, insieme a una coppia argentina, in un tour alla scoperta delle viscere del famoso Cerro Rico, la montagna che sovrasta la città andina.
La Bolivia è il Paese ideale per chi cerca viaggi all’insegna del comfort ZERO e sicuramente la visita alle miniere di Potosì è tappa obbligatoria per questo tipo di viaggiatori.

Ma prima di addentrarci nelle profondità del Cerro Rico, fermiamoci un attimo per un breve cenno storico sulla realtà in cui ci troviamo. Se sapete già di cosa sto parlando o non vi interessa saperlo, saltate e andate direttamente al capitoletto dopo.

Vale un Potosì. Potosì è una delle vene aperte dell’America Latina di cui narra Eduardo Galeano nel suo famoso libro. E’ una cittadina situata a circa 4.000 metri di altitudine ai piedi del Cerro Rico, la montagna ricca di giacimenti di argento che ha fatto la storia di questa località. L’argento (la plata) fu la ricchezza e la rovina di Potosì.
Come recita una targa nel centro cittadino, l’insediamento urbano fu fondato nel 1544 dagli spagnoli, proprio perché avevano scoperto che quel rilievo era ricolmo di minerali. Fu così che il Cerro diventò una gigantesca miniera, capace di portare alla luce, attraverso il lavoro estenuante di schiavi indigeni e africani, tonnellate di minerale prezioso. Si dice che nel periodo di massima attività mineraria, morirono circa 8 milioni di schiavi.
Potosì diventò una delle città più grandi e ricche dell’ America del Sud. E ovviamente rese immensamente ricca anche la Spagna, che sfruttò le sue risorse fino al loro esaurimento. La ricchezza, di cui comunque beneficiavano solo gli spagnoli, se ne andò con gli spagnoli stessi.
Di essa rimane solo il ricordo, nelle strade lastricate e negli edifici coloniali decadenti, nella moltitudine di Chiese, nei conventi e nella Casa de la Moneda, l’ex zecca ora diventata museo.
Le miniere funzionano ancora, ma l’argento ormai scarseggia e gli scavi continuano alla ricerca di stagno.

Il mondo di qui, fuori dalla miniera. Finito il momento “Alberto Angela”, riprendiamo il nostro viaggio verso le viscere del Cerro.
Per prima cosa ai turisti vengono fornite tute, caschetti con luce e scarponi, rigorosamente già sporchi e usati da chissà quante persone. In men che non si dica ci si trasforma in una sottospecie di minatore, abbandonando quel pizzico di sex appeal che, nonostante le estreme condizioni di vita boliviane, si cerca sempre di preservare.
Dopo il cambio di outfit, insieme alla nostra guida-minatore, abbiamo raggiunto un mercato per acquistare dei doni per i lavoratori che avremmo incontrato nelle gallerie della miniera. Sì, perché il tour si sarebbe svolto in una miniera funzionante, cosa che non avevo ancora perfettamente compreso.
Abbiamo comprato foglie di coca, sigarette (ripiene di tabacco e foglie di coca), bibite, alcol e…dinamite. Probabilmente fossimo stati in Italia avremmo optato per del vino e ci saremmo fatti fare dei panini al salame, ma qui si viaggia su binari diversi…e, mentre per la maggior parte dei beni comprati trovavo una risposta, la dinamite è diciamo il gadget che mi ha lasciata più perplessa, ma ho preferito non fare domande.

Infine abbiamo abbandonato il centro abitato e siamo saliti verso il Cerro in minibus per raggiungere una delle tantissime miniere gestite dalle cooperative minerarie. Arrivati alla miniera prescelta, all’esterno c’erano uomini che scavavano con pale i cumuli di pietre, cercando qualcosa di salvabile.
Nella montagna si apriva un varco, dal quale entravano e uscivano minatori che, con le guance piene di foglie di coca, spingevano sulle rotaie vagoni contenenti le rocce estratte. E’ proprio da lì che saremmo entrati.
E’ esattamente in quel momento che il mio cervello ha preso coscienza e ha capito che effettivamente la miniera che avremo visitato era in funzione, in un giorno lavorativo tra l’altro. Ha iniziato a sorgermi qualche dubbio sulla sicurezza…improvvisamente ho collegato la dinamite comprata al mercato alle notizie dei turisti morti per esplosioni durante tour in miniera. Meglio tardi che mai, ma ormai era l’ora di entrare.

Due parole sulle foglie di coca, prima di destare scandalo. Le foglie di coca non sono droga, non sono cocaina. Sono semplicemente foglie, come quelle del tè, contenenti un principio attivo che ossigena il corpo e dà energia. Oltre ad essere una foglia sacra già dall’epoca degli Incas, usata per riti e offerte alla Madre Terra Pachamama, la coca è anche un ottimo antidoto contro il malessere provocato dall’altitudine, contro la fame e la stanchezza di chi per l’appunto fa lavori faticosi come i minatori. Le foglie si possono “masticare”, tenendo la pallottola tra i denti e la guancia, oppure ci si può fare un mate.

Nel mondo di sotto, Uku Pacha. Il percorso si snodava lungo cunicoli bui su diversi livelli di profondità. In alcuni punti si passava tranquillamente in piedi, in altri bisogna abbassarsi tipo sette nani. La roccia dei varchi era sostenuta da improbabili strutture in legno. Non si vedeva nulla, al di là di ciò che era illuminato dai caschetti.
Benvenuti in quello che gli Incas chiamavano il “mondo di sotto”!
Nella cosmogonia andina, infatti, il mondo è diviso in tre livelli: il mondo di sopra dove vivono le divinità (Hanan Pacha), il mondo di qui, quello terreno dove vivono gli uomini (Kay Pacha) e il mondo di sotto (Uku Pacha), quello che si trova sotto la superficie della terra, il mondo dei morti e di quello che non è stato.

La prima tappa del nostro percorso è stata la visita alla nicchia dove era custodita la statua rossa e terrifica del Tio, divinità delle tenebre, signore degli inferi e padrone delle montagne. I minatori cercando di ingraziarselo attraverso le offerte. Lo abbiamo fatto anche noi, lasciando ai suoi piedi delle foglie di coca e brindando con lui con un bicchiere di alcol puro (che alle 10 del mattino è un vero toccasana).

Dopo l’offerta al Tio, la nostra guida ci ha comunicato con entusiasmo che avremmo fatto esplodere la dinamite. Io, che ho paura pure dei miniciccioli di capodanno, sono rimasta basita e ho chiesto timidamente se questa attività si potesse in qualche modo evitare. La guida mi ha risposto di sì, se non avessi voluto partecipare avrei potuto rimanere sola con il Tio e dopo loro sarebbero tornati a recuperarmi. L’idea di essere dimenticata in un cunicolo di una miniera boliviana mi ha portato alla mente l’immagine dei miei genitori, che mi guardavano con disapprovazione e ai quali ovviamente comunicavo i miei itinerari di viaggio solo dopo essere tornata sana e salva. Così ho deciso di seguire il gruppo sfidando il mio terrore per i botti di capodanno. Arrivati al punto prescelto, la guida si è allontanata in un punto più lontano e buio, dicendoci di non muoverci e di stare attenti. Stare attenti. Per “stare attenti” non avremmo dovuto partecipare a una vera esplosione di dinamite in miniera. Io mi sono messa a terra, accucciata, con le dita ficcate nelle orecchie che quasi mi toccavo i timpani, con gli occhi chiusi e pregando il Tio.

BOOOOOM. A un certo punto il boato. La terra ha tremato sotto i nostri piedi.

I nostri compagni di tour hanno esultato eccitatissimi. Io sono rimasta in attesa che qualche pezzo di roccia si staccasse dal soffitto, ma non è successo. Allora ho esultato anche io, sempre pacatamente.

Il tour ha proseguito senza feriti, quindi. Lungo il percorso ogni tanto incontravamo qualche minatore, al quale offrivamo i nostri doni. Alcuni erano sdraiati a terra ubriachi, d’altronde era San Lunes, avevano ancora i postumi della domenica passata a bere.
La nostra guida ogni tanto illuminava con la torcia delle vene di argento sulle pareti. Io pensavo che dei gioielli in oro e argento non me ne è mai fregato niente, ma che di certo, dopo aver visto da dove arrivano, mi sarei guardata bene dal comprarne.

Per raggiungere i livelli inferiori della miniera, c’erano ripidissime scale a pioli in legno, tenute attaccate alla parete da fili di ferro. Io soffro di vertigini e sono scesa tenendomi con tutte le mie forze alla scala, passetto per passetto, non guardando giù. Alla fine della discesa mi facevano male i muscoli per la tensione.
Più si scendeva, più l’ossigeno si faceva rarefatto e si sentivano gli odori fortissimi dei gas contenuti nella montagna. Tutta salute!

La cosa davvero impressionante è pensare che queste persone lavorano qui tutti i giorni, tutto il giorno, e molti sono solo ragazzini. In alcune miniere sicuramente lavorano anche donne e bambini, ma non di certo in quelle dove portano i turisti. Impressionante è sapere che molti moriranno giovanissimi, per incidenti o malattie polmonari.
E allora mi sono sentita un po’ idiota per essere lì come se stessi facendo un tour turistico della miseria e della povertà. Però poi ho pensato che questo è l’unico modo per conoscere da vicino certe realtà. Le miniere ci sono in tutto il mondo, probabilmente alcune si possono visitare come queste della Bolivia.

Potosì è un po’ il simbolo della rovina causata dall’occupazione coloniale, dalla depredazione delle risorse tipicamente capitalista. Queste realtà di sfruttamento esistono ancora, anche se hanno preso forme diverse.
Le miniere rappresentano quel “mondo di sotto” abitato dai sommersi e dai dimenticati, da quelli che vivono ai margini e fanno parte di un grande meccanismo che rende ricchi solo alcuni.

(Le foto di questo articolo sono della mia compagna di avventure Daniela)

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