La Paz. Punto di partenza.

Ciao mamma, volevo dirti che parto per la Bolivia perché devo fare la tesi. Una delle cose peggiori, dopo “parto per la guerra”, che una madre ansiosa possa sentirsi dire dalla figlia che non hai mai superato i confini continentali per le vacanze. MA PERCHÉ! Perché studio antropologia e quindi me ne devo andare per capire il mondo.
In realtà avevo le idee abbastanza confuse su cosa avrei fatto e sul perché dovessi farlo proprio laggiù. Le direzioni casuali a volte sono le migliori. L’importante è farsi vedere sempre sicuri dai genitori.

A quel tempo a Sucre erano esplose delle rivolte indigene in seguito ad alcuni atti razzisti ed Evo Morales, che era ancora all’inizio della sua lunga carriera di Presidente, aveva appena espulso dal Paese l’ambasciatore degli Stati Uniti accusandolo di complotto. Anche i minatori erano abbastanza arrabbiati, ma poi ho capito che quello era normale. Partivo con un’altra ragazza, probabilmente sciroccata quanto me, con in mano l’indirizzo di una casa di La Paz segnalataci da un’altra studentessa antropologa conosciuta per caso a una festa. All’epoca non c’era facebook e simili, le persone si conoscevano così, parlando di viaggi e progetti.

Quella casa, Casa Giavarini, fu una delle più belle sorprese fatte nella mia vita. Lui, un cooperante italiano immigrato in Bolivia da oltre 30 anni. Lei, una leader indigena, fondatrice di diversi movimenti di rivendicazione. E poi i 5 figli, uno diverso dall’altro (dal discotecaro alla potenziale sciamana), cresciuti in una grande casa con le mura piene di murales, il patio che ogni tanto ospitava rituali alla Pachamama (la madre terra) e un viavai di ospiti continuo. Sonia, la domestica di origine indigena, apparecchiava la grande tavola per tutti, ma non c’erano orari e chi voleva mangiare si sedeva quando aveva voglia.

La Paz è stato il mio primo incontro con l’America Latina. Fu un po’ come un pugno nello stomaco, letteralmente, perché i 4000 metri di altitudine ti fanno sentire a metà strada tra un’influenza e una sbronza andata a male. Ogni passo è fatica, ogni pasto rimane con te più di 24 ore con l’intento di catapultarsi di nuovo fuori dal tuo corpo, magari, proprio all’angolo di una strada del centro mentre stai passeggiando. Non è di certo la meta per una vacanza relax di qualche giorno. E’ una città difficile che richiede lentezza, ma sicuramente un buon punto di partenza per esplorare la meravigliosa Bolivia.

La Paz, città variopinta e multiforme, è dominata dal caos. E’ una città viva, pulsante, un’anima combattente incastonata nella Bolivia andina. E’ un cuore indigeno, tra l’urbano e il rurale, cosparso di messaggi sincretici di ogni tipo; si vedono ovunque per strada… nei disegni, nei murales o negli adesivi dei minibus, dove Gesù, Che Guevara ed Evo Morales si trovavano spesso uniti in un comune messaggio salvifico. La Paz è capitale andina di un Paese a cui manca solo il mare.

La Paz è una distesa di case sparpagliate che scivolano lungo il pendio andino. Il suo cuore, il suo “sud”, si trova nella parte più alta. Lì i suoni, gli odori e i colori diventano più accesi. Un grande mercato si dirama nelle sue vie. Perdendosi per le sue strade si trovano stoffe tradizionali, souvenir per i turisti, ma anche amuleti, feti di lama e preparati da offrire a Pachamama. E poi ancora la frutta e la verdura, il formaggio, la carne e il pesce che pulsano al sole. La coca, foglia sacra e antidoto contro la fame e l’ossigeno rarefatto, è stata la mia salvezza per ossigenare il mio corpo e farlo abituare all’altitudine.

Protagoniste di questo paesaggio sono sicuramente le cholitas, le donne indigene urbanizzate, che con le trecce e la pollera (la gonna tradizionale) vendono per le strade qualsiasi tipo di oggetto, o siedono a terra mangiando zuppa calda. Le cebritas, ragazzi vestiti da zebra, zampettano sulle strisce pedonali cercando di aiutare il vigile a regolare il folle traffico cittadino. Rumore, clacson e forte puzza di smog.
Facile trovare anche il cocalero, che legge il futuro attraverso le foglie di coca; quando ci sono andata ho trovato una coda di donne come dal parrucchiere.

A La Paz la ricchezza e la povertà convivono senza mai scontrarsi. Nelle strade ci sono tanti mendicanti e bimbi lucida scarpe. Questi ultimi, come avrei appreso tempo dopo, sono bambini lavoratori organizzati in veri e propri movimenti di rivendicazione.
La Paz è una città dove bisogna fermarsi ad osservare, perché sembra che ogni persona porti con sé, segnata sul volto e sulle mani, la storia di questo Paese.

Para encontrarse, hay que tener el coraje de perderse. Ho letto questa frase scritta su un muro della città e da quel momento mi ha sempre accompagnata. La sensazione di smarrimento che ti assale quando si esplorano luoghi nuovi, magari culturalmente diversi dal nostro, è parte fondamentale del viaggio. Nell’esplorare, nel cercare di comprendere quello che ci circonda, nel perdersi, nel tentare di integrarsi e sentirsi parte di un luogo, risiede tutto il senso del mettersi in movimento.

CONTINUA…

THANKS…Alcune foto presenti in questo articolo sono state prese in prestito dalla mia compagna di viaggio Daniela e da Massimo.

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5 pensieri riguardo “La Paz. Punto di partenza.

  1. Mi hai fatto rivivere le stesse emozioni delle mail di aggiornamento che ci inviavi da laggiù e che noi amici attendevamo con ansia! Fantastica narratrice!!

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