La prima cosa che farai.

Cronaca di un chiudere tutto. Quando abbiamo iniziato a vedere i messaggi “Andrà tutto bene” con l’arcobaleno sulle lenzuola appese alle finestre, non sapevamo ancora che gli “abitanti dei balconi” si sarebbero trasformati a breve, da figli dei fiori che cantano Rino Gaetano a giustizieri della notte, che fanno fotografie per denunciare quelli che escono di casa più di una volta al giorno. Non sapevamo ancora che qualche settimana dopo, lo scenario sarebbe diventato molto più simile a quello descritto nel libro di Saramago “Cecità”, in cui si narra di un’epidemia di cecità che colpisce l’umanità innescando una guerra di tutti contro tutti.

Erano le 12.00 del 14 marzo 2020. Sembrava stesse iniziando a piovere. In realtà non stava piovendo, ma le persone erano uscite sui balconi per fare un applauso. Da solo qualche giorno infatti i provvedimenti per tenere tutti a casa erano diventati più severi e già mi sembrava che la gente stesse iniziando a impazzire. Non sono una fanatica di questo tipo di iniziative simboliche, ma in questo momento ognuno ha il diritto di trovare le sue strategie per non farsi prendere dallo sconforto.

Da quel 14 marzo è quasi passato un mese e la situazione non sembra migliorata. Altri Paesi europei e del mondo hanno adottato, sebbene con riluttanza, il sistema “chiudi tutto” all’italiana.
Il vento russo, i medici da Cuba e le mascherine dalla Cina sono arrivati recentemente nel nostro Bel Paese, come per suggerire che forse qualcosa non ha funzionato nel gestire il nostro mondo e la nostra economia globale. E che forse, almeno in Italia, invece di comprare aerei militari, avrebbero dovuto investire più risorse nella sanità pubblica.

Il piacere delle attività fastidiose. Improvvisamente abbiamo molto più tempo, ma non possiamo usarlo probabilmente nel modo che preferiamo. Ognuno, a seconda della sua situazione familiare casalinga, trova le sue strategie per mantenere il contatto con la realtà. La prima settimana sono caduta nel mood creativo alla “Prova del cuoco”, pur odiando cucinare e non essendo particolarmente portata per questa attività. I risultati sono stati pessimi e, quando hanno iniziato a scomparire il lievito e la farina, devo dire che ho tirato un sospiro di sollievo.

Ringrazio il cielo per vivere da sola. La mia zitellaggine e la mia scarsa propensione alla convivenza con altre forme di vita in questo caso mi hanno salvata. Se fossi rimasta prigioniera con un marito, un compagno, dei figli, un amico, un comune coinquilino…ve lo dico, sarebbe finita malissimo!
Una cosa è certa. Chiusi tra quattro mura la vita e il tempo assumono un significato diverso. Le cose che prima facevano da contorno, o addirittura da fastidio, alla nostra quotidianità diventano “speciali” e fondamentali per la nostra sopravvivenza fisica e psicologica. Quelle che non puoi più fare, finiscono per mancarti.

LA SPAZZATURA piena di sé. PRIMA c’erano periodi in cui i sacchi della mia raccolta differenziata letteralmente esplodevano in cucina, quasi prendendo vita. Non avevo mai sufficiente tempo (o voglia) per fare quei 5 minuti di strada, raggiungere i cassonetti e liberarmene. Il contenitore della plastica era sempre il più cafone, pieno e tronfio per ricordarmi quanti rifiuti plasticosi produciamo…maledetto packaging, mi dicevo! D’altronde, se c’è l’isola di plastica nell’oceano un motivo ci sarà.
ADESSO la gita ai cassonetti si è trasformata in un evento da programmare con l’entusiasmo che manco le ferie estive. Divido il carico in sacchetti più piccoli, per fare più giri, e strategicamente aspetto una giornata di sole, tiepida, per poter passeggiare fischiettando come se stessi andando alla grigliata di Pasquetta.
Ora la fa da padrone il sacchetto del vetro, che di solito svuotavo una volta al mese, se andava bene. Colmo e fastidiosamente tintinnante, cerca di ricordarmi che forse dovrei darmi una regolata con gli aperitivi via Skype.
I giustizieri della notte al balcone, quando vado a buttare il vetro (in genere due sacchi alla volta), mi fissano giudicanti e con sguardo sprezzante. TIN TIN TIN…una bottiglia alla volta, producendo quel fracasso insopportabile. E’ come se avessi una freccia al neon puntata contro che mi identifica come prossima all’alcolismo. Al secondo sacco inizio a sudare col timore che qualcuno dai balconi sopra di me mi lanci qualcosa addosso. Io comunque non sceglierei mai di vivere in un appartamento che ha sotto un contenitore del vetro.

IL SUPERMERCATO e il potere di scansare la gente. Il momento della spesa per me è sempre stato un incubo. Odio i supermercati, con i loro corridoi sempre troppo stretti e affollati, la gente che si accalca e quell’infinita varietà di prodotti e offerte che ti fanno flippare. Se prima ci andavo malvolentieri figuriamoci ora, che fuori c’è la fila di zombie alla Walking Dead munita di mascherine. Una botta di vita ed entusiasmo proprio, in caso non fossi già abbastanza preso male. Una volta mi è preso un attacco di tosse da “grattino in gola”, quello che non smette manco con l’acqua e ti vengono i conati. Sono dovuta tornare a casa per non farmi linciare.

Però fare la spesa è l’unico momento settimanale di libera uscita, quindi bisogna viverlo con gioia e cercare di vedere i lati positivi, come per esempio quello di avere finalmente la gente lontana. Al mio passaggio tutti si fanno da parte e mi sento come se avessi il superpotere di fare scansare la gente. Il distanziamento sociale nel supermercato mi piace un sacco. Fare la spesa con i guanti di plastica che ti impediscono di aprire i sacchettini per la verdura e di cliccare sullo schermo del telefono per vedere la lista della spesa, un po’ meno.

LA PALESTRA in pigiama. PRIMA era supplizio e sacrificio, ogni volta che arrivava il “giorno della palestra”. Dovevo solo scendere le scale per arrivare, ma tutte le volte facevo i capricci mentali per andarci, anche se una volta tornata mi sentivo una persona realizzata.
ADESSO mi sono trasformata nella campionessa del fitness casalingo. Ogni giorno attaccata a youtube con la signorina che fa gli esercizi eseguendo gli ordini del suo personal trainer preso bene. Lei non ha mai il fiatone e soprattutto non suda mai. Io mi rendo conto di essere davvero goffa, scoordinata e “incriccata”, come mi diceva il mio istruttore. Però mi alleno tutti i giorni e diventerò sicuramente miss addominali e glutei di marmo sotto il pigiama. Ormai io e la “signorina fitness” siamo quasi amiche, di certo sembra più amichevole dei miei compagni di palestra che in un anno non mi hanno mai rivolto la parola.
Ho anche provato lo yoga, ma a parte il fatto che sono snodata come un manico di scopa, devo dire che mi fa incazzare tantissimo.

IL TRENO e le sue prestazioni. Non avendo mai posseduto un’automobile, ho sempre viaggiato, ahimè, con i mezzi pubblici per la maggior parte della mia esistenza. Ho sempre avuto con il treno un rapporto molto conflittuale. Non è un mistero che il sistema ferroviario italiano non ci regali prestazioni esaltanti.
PRIMA per lavoro prendevo il treno tutti i giorni. Un viaggio di 13 minuti riusciva a trasformarsi in un’esperienza carica di stress: SEMPRE ritardi, problemi sulla linea, vagoni troppo caldi che ti fanno sudare manco avessi fatto la maratona, troppo freddi proprio il giorno in cui ti sei vestita a strati 4 stagioni per affrontare gli sbalzi termici, infiltrazioni di acqua, cacchette di animaletti non ben precisati. Il treno ha fatto talmente parte della mia via che ho dato un nome alle diverse tipologie di convoglio:

  • Il treno vintage: con quei colori pastello sbiaditi e i sedili che sembrano cuscini cuciti su panche di legno, sembra di fare un viaggio romantico indietro nel tempo;
  • Il treno “ikea”: quello che ha i sedili in simil plastica con una specie di sporgenza laterale all’altezza della testa, nella quale sbatti la nuca puntualmente ogni volta perché ti dimentichi della suddetta durissima sporgenza;
  • Il trenino rosso: il nuovo acquisto della regione VDA inizialmente ha entusiasmato tutti con il suo colore rosso, i sedili puliti e l’immagine di un cuore con mucche e fontina sulla fiancata. Comunque prontamente si è fatto odiare dai pendolari, a causa del suo consueto ritardo, la mancanza di un numero di posti a sedere sufficiente e di spazio adeguato tra i sedili, che ti costringe a viaggiare con le ginocchia della persona di fronte in faccia.
  • Il container: è il grande classicone interregionale, quello per esempio che copre la tratta Torino- Milano. E’ un container di lamiera incandescente, con i finestrini bloccati quando fa caldo e i finestrini irrimediabilmente s-bloccati e aperti quando di gela, e che alle ore di punta è un crocevia multiculturale di persone ammassate e imbruttite.

ADESSO il treno mi manca, i viaggi della speranza in treno mi mancano, l’umanità di pendolari mi manca. Nel mio immaginario di persona in quarantena, il treno non è più solo un odioso mezzo da poveri per raggiungere un punto B da un punto A, ma un simbolo della libertà di movimento che ora ci è stata tolta.

Paladini del Carpe Diem. Non so se alla fine di questo periodo cambierà qualcosa in meglio. Tornare alla normalità sarà difficile e avverrà lentamente…Sempre che tornare alla vita di prima sia la cosa migliore. Sicuramente da questa esperienza ognuno di noi avrà imparato qualcosa. Forse avremo capito quanto le nostre vite siano appese a un filo invisibile, o come le libertà che diamo per scontate, in realtà non lo siano affatto.
Ci sarà chi si sarà reso conto di quanto tempo per noi e i nostri cari ci toglie la vita frenetica di tutti i giorni. Ci sarà chi avrà scoperto il piacere di stare insieme in famiglia a fare gli gnocchi, chi avrà ricominciato a parlare con un amico lontano, chi avrà capito che sa cavarsela anche solo. Avremo tutti imparato qualcosa in più su noi stessi, sia di positivo che di negativo.

Sospesi in questo limbo immobile, qualcuno di noi starà pensando alle volte in cui, nella “vita precedente”, ha temporeggiato, rimandando decisioni per mancanza di tempo o di coraggio. Viviamo con la certezza che tutto possa essere posticipato a un momento migliore, ma a volte questo momento non arriva mai. Soprattutto adesso, che siamo in stand-by, vediamo svanire le nostre possibilità passate, come granelli di sabbia tra le mani. AVRESTI DOVUTO FARLO PRIMA, ti ripete il cervello.
Io per esempio dovevo comprare lo scopino per il wc, perché quello vecchio lo avevo usato con la sapienza di Mc Gyver per sturare il gabinetto intasato. Ora non trovo uno scopino nuovo da nessuna parte ed è quindi diventato il simbolo della mia abilità di procrastinatrice seriale.
Ma sono certa che un giorno tutto sarà finito e da questo periodo di “sospensione” rinasceremo paladini del CARPE DIEM, quelli che non preferiscono il divano e il piumone a un’uscita serale, quelli che non fuggono di fronte alle responsabilità e quelli che quando avranno fatto fuori uno scopino, lo ricompreranno subito.

La prima cosa che farai. Qual è la prima cosa che farai una volta che sarai di nuovo libero/a?
Me lo chiedo spesso e cerco di immaginare quel momento. Sarà emozionante come quando si fa qualcosa per la prima volta? Sarà come quando si incontra di nuovo una persona che non si vede da tempo? Sarà diverso o sarai tu diverso? Cosa ci sta mancando di più?
Per quando mi riguarda, penso che la prima cosa che farò sarà correre a prendere il treno, quel treno che tanto mi fa stancare e arrabbiare. Non so se lo prenderò per raggiungere il lavoro o se invece sarà quel treno immaginario, simbolico, che mi apre al movimento, che rappresenta il viaggio lento, la conoscenza. In ogni caso, questa sarà la prima cosa che farò.

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One thought on “La prima cosa che farai.

  1. Grande Caviglia! Che farò?

    Ho scoperto di stare bene rinchiuso per fatti miei che mi portano da mangiare e da bere.

    Volevo dire anche ricercatore o magari in un convento ma siamo sinceri le opzioni più probabili sono ospitale psichiatrico o carcere.

    Buona giornata

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