Salar de Uyuni: il cuore di sale della Bolivia

Siamo arrivate nella cittadina di Uyuni dopo un viaggio di 15 ore su un pullman scassato partito da La Paz. Non avevamo pianificato niente, ma in loco c’era pieno di agenzie specializzate che, senza bisogno di prenotazione, riescono a trovare posto ai turisti appena arrivati per i tour nel famoso deserto di sale. Quindi, senza neanche avere il tempo di riprenderci dal viaggio, ci siamo ritrovate sedute su una jeep con 5 turisti brasiliani: tre ragazze e una coppietta. Tutti molti simpatici e socievoli, peccato non capire una parola di portoghese. Non ci restava che chiacchierare con il nostro 20enne autista boliviano, che sembrava però già un 40enne. Neanche lui capiva una parola, ma si rideva comunque tutti insieme.

Come ogni viaggio all’avventura che si rispetti, io partivo con l’influenza. Tra l’altura, i germi e lo scombussolamento da stanchezza, non capivo più niente.
I tour del Salar durano 3 giorni e bisogna prepararsi ad affrontare molte ore di jeep, sveglie all’alba e sbalzi termici stratosferici…dal sotto zero al caldo soffocante. I pranzi normalmente sono al sacco e all’aria aperta; le cene invece avvengono in alloggiamenti famigliari nel deserto, senza quasi acqua corrente, luce elettrica e, ovviamente, senza riscaldamento. Lì, delle paffute cholitas cucinano ottimi brodi di pollo e riso, che dopo ore di tragitto nel deserto sembrano un menu da grande chef. Nei cortili di questi casolari, pascolano animaletti vari quali lama e alpache.

Io e la mia compagna di viaggio, per sopravvivere al freddo, abbiamo adottato la filosofia del “punkabbestia che si lava il minimo indispensabile”, tipo schizzandoci acqua gelida addosso o ricorrendo alle salviette umidificate (fondamentali), per dare una parvenza di donnina profumata. Ma la cosa bella è che alla fine tutti i viaggiatori sono più o meno della stessa filosofia e ci si vuole bene lo stesso.

Ma torniamo al tour. L’itinerario nel Salar de Uyuni, la più grande distesa di sale al mondo formatasi dal prosciugamento di un lago salato di epoca preistorica, inizia nel bianco abbagliante del deserto, tra isole di cactus, saline e cimiteri di treni. L’isla del pescado (in quechua Incahuasi) è un isolotto a forma di pesce cosparso di cactus. Il nostro primo pranzo al sacco, costituito da pane e tonno in scatola, è avvenuto qui….ed è stato una meraviglia.

Durante il tour del Salar si incontrano immense lagune dai colori meravigliosi, dove volano centinaia di fenicotteri che, dal mese di novembre, scelgono questo luogo per la riproduzione. Come dargli torto. All’orizzonte si scorgono vulcani e cime innevate, il paesaggio è sempre molto “wow”.
Dopo la distesa di sale, il deserto diventa più terroso e roccioso.
Il terzo giorno di viaggio, nel gelo dell’alba, abbiamo visitato i geyser e dei bagni termali all’aperto. Uno scenario alquanto surreale, lunare, dove al misticismo del luogo si aggiungevano le follie di turisti giapponesi che si buttavano nei vapori bollenti dei geyser. Poi alle 8 del mattino l’aria era già calda e soffocante, ma i finestrini della jeep erano rigorosamente chiusi per evitare di respirare sabbia e terra del deserto. Raggiunto il confine con il Cile, poi inizia il ritorno verso il punto di partenza.

Da un tour di questo tipo si torna stanchi, puzzolenti e infreddoliti….ma con la consapevolezza di aver visto uno dei luoghi più belli e particolari del mondo. Pare che il Salar sia pieno di litio, minerale che fa gola a tutti i boss del capitalismo. Per il momento questo paradiso è stato protetto da chi vorrebbe distruggerlo per accaparrarsi questa preziosa risorsa, ma chissà se e quanto sarà possibile preservarlo ancora.

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