Viaggi hard-core in Bolivia: direzione Uyuni.

[Questa esperienza risale al 2008, quando gli smartphone e internet non accompagnavano i viaggiatori.]

Sicuramente i viaggi più hard-core (ovvero estremi) della mia vita li ho fatti in Bolivia. Ore e ore in autobus comodi e silenziosi come frullatori in azione, che attraversavano la notte del gelido altipiano andino.
Io e la mia compagna di avventure eravamo studentesse universitarie senza molti fondi economici, quindi non volevamo mai spendere quei centesimi di euro in più per viaggiare in pullman turistici, vagamente più invitanti. Perché mai? Noi, perfettamente integrate nel contesto boliviano, sceglievamo sempre i bus di linea da comuni cittadini boliviani. Tra di loro, tra l’altro, c’erano sempre donne con tre o quattro figli, le quali compravano solo un biglietto e poi disponevano la prole a dormire a terra lungo il corridoio tra i sedili. In barba alle norme di sicurezza. Più che un viaggio sembrava una prova di sopravvivenza.

Trasporti efficienti

Quando io e la mia amica non riuscivamo ad ottenere posti vicini, si sperava sempre che il nostro vicino di sedile non fosse troppo grosso, troppo odoroso o troppo rumoroso. Che poi è la stessa ansia che ti coglie in qualsiasi angolo di mondo, quando prendi l’aereo e speri di non avere seduto dietro un bambino urlante, o quando sei al cinema e preghi che non si sieda davanti a te una persona troppo alta. E poi succede.
Solo che in Bolivia c’era anche una discreta componente “splatter”.
Ora vi spiego perché.

Ogni volta che si lasciava La Paz, si attraversava una specie di “casello” in cui i militari facevano controlli. Proprio in quel punto, c’erano decine di chioschetti di cholitas che vendevano qualsiasi genere alimentare, facendolo passare direttamente attraverso i finestrini del bus: dalle comuni patatine e cola, a sacchetti di plastica contenenti brodo di pollo appena cucinato, oppure qualche succo che gli esperti consumatori boliviani succhiavano da una cannuccia che usciva dal sacchetto. Altro che consegna rapida dei fast food! Parola d’ordine efficienza!
Il viaggio quindi iniziava con una bella cena di riso, pollo e brodo on the road . Dopo essersi ingozzati come se non ci fosse un domani, i passeggeri proseguivano più serenamente… Fino a quando, tra le infinite curve, la gente iniziava a sentirsi male e a vomitare direttamente dai finestrini.

Toilette dell’altipiano andino

Un altro momento poco digeribile era quello del bagno. A metà percorso, nel cuore della notte, il bus si fermava e lasciava la possibilità ai viaggiatori erranti di fare i propri bisogni afuera. E quando dico afuera, intendo proprio all’aria aperta. Tutti scendevano dal pullman come assonnati zombi e, camminando lentamente, sparivano nel buio. Si sentivano allora solo rumori.

Tra questi viaggi hard-core verso direzioni meravigliose, c’è stato quello per il Salar de Uyuni, il deserto di sale più grande al mondo.

Tour al Salar de Uyuni

Il tragitto verso Uyuni, la cittadina da dove partono numerosi tour per il deserto, è stato abbastanza pittoresco ed è sicuramente rimasto nel mio cuore. Da La Paz ci sono volute circa 15 ore di movimentato viaggio notturno. A un certo punto della notte, l’autobus si è fermato. L’autista ha iniziato a gridare svegliando tutti i viaggiatori dormienti: “Fuoriiiiii!Fuoriiii tutti!” gridava.
Intontiti e infreddoliti, avvolti in coperte che venivano fornite per sopravvivere al gelo, siamo scesi tutti con aria perplessa. E fu allora che abbiamo scoperto che il gigantesco bus a due piani si era impantanato in una specie di fanghiglia simile alle sabbie mobili. “Y ahora, todos a empujar!”, ha ordinato autoritario l’autista. “E ora tutti a spingere!”. Decine di persone ancora intorpidite dal sonno, la gran parte costituita da turisti, hanno quindi messo insieme le forze e hanno iniziato a spingere l’autobus sbloccandolo dalla sua trappola terrosa.
Scene surreali, ma del tutto normali.

Tra la Bolivia e il Perù di itinerari in bus ne ho percorsi molti: faticosi, lunghi, scomodi. Ma una cosa è certa, ne è sempre valsa la pena. A parte che, se la si prende con filosofia, tutte le cose che sembrano strane, tipo trovarsi a viaggiare insieme a maiali o a galli da combattimento, diventano parte del divertimento. E’ un divertimento che i tour organizzati da agenzie turistiche quasi sicuramente non possono riproporre. Anche se a volte sono più faticosi, sono viaggi che aiutano a crescere e ad aprire la mente.

Partiamo quindi per un tour di tre giorni nella più grande distesa salata della Terra…il Salar de Uyuni!

CONTINUA…

THANKS…Alcune foto presenti in questo articolo sono state prese in prestito dalla mia compagna di viaggio Daniela.

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La Paz. Punto di partenza.

[Questa esperienza risale al 2008, quando gli smartphone e internet non accompagnavano i viaggiatori.]

Ciao mamma, volevo dirti che parto per la Bolivia perché devo fare la tesi. Una delle cose peggiori, dopo “parto per la guerra”, che una madre ansiosa possa sentirsi dire dalla figlia che non hai mai superato i confini continentali per le vacanze. MA PERCHÉ! Perché studio antropologia e quindi me ne devo andare per capire il mondo.
In realtà avevo le idee abbastanza confuse su cosa avrei fatto e sul perché dovessi farlo proprio laggiù. Le direzioni casuali a volte sono le migliori. L’importante è farsi vedere sempre sicuri dai genitori.

A quel tempo a Sucre erano esplose delle rivolte indigene in seguito ad alcuni atti razzisti ed Evo Morales, che era ancora all’inizio della sua lunga carriera di Presidente, aveva appena espulso dal Paese l’ambasciatore degli Stati Uniti accusandolo di complotto. Anche i minatori erano abbastanza arrabbiati, ma poi ho capito che quello era normale. Partivo con un’altra ragazza, probabilmente sciroccata quanto me, con in mano l’indirizzo di una casa di La Paz segnalataci da un’altra studentessa antropologa conosciuta per caso a una festa. All’epoca non c’era facebook e simili, le persone si conoscevano così, parlando di viaggi e progetti.

Quella casa, Casa Giavarini, fu una delle più belle sorprese fatte nella mia vita. Lui, un cooperante italiano immigrato in Bolivia da oltre 30 anni. Lei, una leader indigena, fondatrice di diversi movimenti di rivendicazione. E poi i 5 figli, uno diverso dall’altro (dal discotecaro alla potenziale sciamana), cresciuti in una grande casa con le mura piene di murales, il patio che ogni tanto ospitava rituali alla Pachamama (la madre terra) e un viavai di ospiti continuo. Sonia, la domestica di origine indigena, apparecchiava la grande tavola per tutti, ma non c’erano orari e chi voleva mangiare si sedeva quando aveva voglia.

La Paz è stato il mio primo incontro con l’America Latina. Fu un po’ come un pugno nello stomaco, letteralmente, perché i 4000 metri di altitudine ti fanno sentire a metà strada tra un’influenza e una sbronza andata a male. Ogni passo è fatica, ogni pasto rimane con te più di 24 ore con l’intento di catapultarsi di nuovo fuori dal tuo corpo, magari, proprio all’angolo di una strada del centro mentre stai passeggiando. Non è di certo la meta per una vacanza relax di qualche giorno. E’ una città difficile che richiede lentezza, ma sicuramente un buon punto di partenza per esplorare la meravigliosa Bolivia.

La Paz, città variopinta e multiforme, è dominata dal caos. E’ una città viva, pulsante, un’anima combattente incastonata nella Bolivia andina. E’ un cuore indigeno, tra l’urbano e il rurale, cosparso di messaggi sincretici di ogni tipo; si vedono ovunque per strada… nei disegni, nei murales o negli adesivi dei minibus, dove Gesù, Che Guevara ed Evo Morales si trovavano spesso uniti in un comune messaggio salvifico. La Paz è capitale andina di un Paese a cui manca solo il mare.

La Paz è una distesa di case sparpagliate che scivolano lungo il pendio andino. Il suo cuore, il suo “sud”, si trova nella parte più alta. Lì i suoni, gli odori e i colori diventano più accesi. Un grande mercato si dirama nelle sue vie. Perdendosi per le sue strade si trovano stoffe tradizionali, souvenir per i turisti, ma anche amuleti, feti di lama e preparati da offrire a Pachamama. E poi ancora la frutta e la verdura, il formaggio, la carne e il pesce che pulsano al sole. La coca, foglia sacra e antidoto contro la fame e l’ossigeno rarefatto, è stata la mia salvezza per ossigenare il mio corpo e farlo abituare all’altitudine.

Protagoniste di questo paesaggio sono sicuramente le cholitas, le donne indigene urbanizzate, che con le trecce e la pollera (la gonna tradizionale) vendono per le strade qualsiasi tipo di oggetto, o siedono a terra mangiando zuppa calda. Le cebritas, ragazzi vestiti da zebra, zampettano sulle strisce pedonali cercando di aiutare il vigile a regolare il folle traffico cittadino. Rumore, clacson e forte puzza di smog.
Facile trovare anche il cocalero, che legge il futuro attraverso le foglie di coca; quando ci sono andata ho trovato una coda di donne come dal parrucchiere.

A La Paz la ricchezza e la povertà convivono senza mai scontrarsi. Nelle strade ci sono tanti mendicanti e bimbi lucida scarpe. Questi ultimi, come avrei appreso tempo dopo, sono bambini lavoratori organizzati in veri e propri movimenti di rivendicazione.
La Paz è una città dove bisogna fermarsi ad osservare, perché sembra che ogni persona porti con sé, segnata sul volto e sulle mani, la storia di questo Paese.

Para encontrarse, hay que tener el coraje de perderse. Ho letto questa frase scritta su un muro della città e da quel momento mi ha sempre accompagnata. La sensazione di smarrimento che ti assale quando si esplorano luoghi nuovi, magari culturalmente diversi dal nostro, è parte fondamentale del viaggio. Nell’esplorare, nel cercare di comprendere quello che ci circonda, nel perdersi, nel tentare di integrarsi e sentirsi parte di un luogo, risiede tutto il senso del mettersi in movimento.

CONTINUA…

THANKS…Alcune foto presenti in questo articolo sono state prese in prestito dalla mia compagna di viaggio Daniela e da Massimo.

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