Un panino in vetta. La montagna in inverno senza rifugi.

Visto che quest’anno i rifugi sono stati chiusi per molto tempo, il mio ventaglio di esperienze montane si è arricchito di mete più “selvatiche” e di panini gelidi sbranati in vetta. Di certo, potendo scegliere, opterei per una meta con rifugio caldo e polenta concia, ma in fin dei conti la mentalità “montagna schiappa” può essere rispettata anche con un pranzo al sacco “intelligente” che comprende cibo, vinello, grappino e thermos di tè e caffè bollenti.

Ecco alcune gite fattibili anche per chi, come me, non è molto portato per la camminata su manto nevoso. Le informazioni tecniche sugli itinerari le trovate cliccando sul link del sito Gulliver.

Non dimenticate di leggere l’articolo sugli itinerari-schiappa con tappa in rifugio!

Punta Sourela
Valli di Lanzo, Colle San Giovanni

Questa è stata la gita della mia prima esperienza con le (odiate) ciaspole. Niente da ridire sul paesaggio, bello per tutto il percorso e spettacolare in vetta. Si sale per due ore, due ore e mezza, quindi la camminata è fattibile per chi, al contrario mio, è abituato a camminare sulla neve. Nessun rifugio all’orizzonte, ma la vista da lassù ripaga la fatica.

Voto paesaggio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/sourela-punta-da-col-san-giovanni/

Punta dell’Aquila
Valle di Susa

Si sale percorrendo le piste di ex impianti sciistici. Quindi si sale e non spiana mai. Per raggiungere la Punta dell’Aquila, a 2.120mt., si deve camminare su manto nevoso per circa due ore e mezza. Per raggiungere la tappa intermedia, a 1860 mt, noi ci abbiamo messo due orette. La scritta SALVINI CAROGNA dipinta sulla struttura decrepita dell’ex impianto sciistico è stata per noi una vera perla. Senza nulla togliere ovviamente alla visuale sulle Alpi Marittime e sul Gruppo del Monte Rosa.
Al punto di partenza del percorso si trova il rifugio/ristorante Alpe Colombino, dove eventualmente ci si può fermare a fine gita.

Voto paesaggio ♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/aquila-punta-dell-dallalpe-colombino-3/

Cima del Bosco
Alta Val di Susa

Il percorso per raggiungere Cima del Bosco attraversa un suggestivo bosco dove si cammina per circa due ore… e non spiana quasi mai! Anche se ho detto che queste mete non contemplano il pranzo in rifugio, in realtà questo itinerario dà l’opzione della scelta ai rifugio-lovers disposti a partire presto. Infatti, nel borghetto dal quale parte l’itinerario, si trova il rifugio Fontana del Thures, che per l’appunto si affaccia su una splendida fontana seicentesca a pianta ottagonale. Se le condizioni meteo sono buone, il pranzo al sacco in vetta regala comunque gioie.

Voto paesaggio ♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/bosco-cima-del-da-thures/

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Un piatto caldo. La montagna in inverno con i rifugi

Questa è stata un’annata difficile per i rifugi, costretti ad aperture a singhiozzo e a gestire metrate di neve che, manco a farlo apposta, sono cadute proprio nella stagione in cui gli impianti sciistici non hanno aperto.

Ecco alcuni itinerari abbastanza semplici che, grazie alla presenza di un caldo e accogliente rifugio in vetta, sapranno scaldare il cuore dei “polenta-lovers”. Ce ne sono alcuni ai quali sono affezionata, dove torno spesso, perché sono facilmente raggiungibili in tutte le stagioni.

Le informazioni tecniche sugli itinerari li trovate cliccando sul link del sito Gulliver.

E, se non l’avete ancora fatto, non dimenticate di leggere l’articolo sugli itinerari-schiappa senza rifugio!

Rifugio Fontana Mura
Val Sangone

E’ sicuramente una delle mete del cuore per tutte le stagioni e non solo perché la strada per raggiungerlo a piedi non è troppo impegnativa. Il rifugio è gestito da due simpatici ragazzi che, dopo aver girato un po’ il mondo, hanno lasciato i loro lavori sicuri per assecondare il bisogno di tornare a casa. Al Fontana Mura si mangia semplicemente da dio, si beve ottimo vino e si può giocare con giochi in scatola degli anni 80-90!

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/fontana-mura-rifugio-dalla-strada-per-pian-neiretto/

Rifugio Willy Jervis
Val Pellice

E’ situato nella suggestiva Conca del Pra ed è raggiungibile sia in inverno che nella bella stagione attraverso due diversi percorsi. In inverno si percorre la pista carrabile e nelle altre stagioni è possibile salire attraverso il sentiero, più breve e ripido ma fattibile. La regina di questo rifugio è senza dubbio Madame Polenta Concia, una vera bomba.
Il Jervis deve il suo nome al partigiano e alpinista Guglielmo Jervis ed è sicuramente uno dei miei rifugi del cuore.

Voto paesaggio ♥♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/jervis-willy-rifugio-alla-conca-del-pra-da-villanova/

Rifugio Città di Ciriè
Val d’Ala, Pian della Mussa

Questo rifugio è una meta ideale per l’inverno, quando la strada percorribile in auto è chiusa al traffico lasciando spazio solo agli scarpinatori. Il primo tratto di percorso è abbastanza in pendenza, ma poi spiana (per davvero!). La chicca e il consiglio è quello di portarsi dietro un bob da usare al ritorno dal rifugio, perché il tratto di strada in pendenza risulta particolarmente adatto!

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/mussa-pian-della-e-rifugio-citta-di-cirie-da-balme-3/

Rifugio Selleries
Val Chisone

La medaglia al merito di questo rifugio va sicuramente alla crema di gorgonzola, con la quale accompagnare la polenta e la selvaggina.
Partendo da Selleiraut raggiungere il Selleries è decisamente semplice anche nella stagione invernale con la neve (chi vuole faticare di più può partire da Villaretto). Non ci sono infatti particolari pendenze da superare, ma comunque il paesaggio innevato merita. Il rifugio si trova all’interno del Parco dell’Orsiera e da lì è possibile partire per altre interessanti escursioni (come per esempio quella al lago Ciardonnet).

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/selleries-rifugio-da-pra-catinat/

Rifugio La Chardouse
Alta Val di Susa

Il rifugio si può raggiungere attraverso la strada carrabile (chiusa in inverno) o seguendo il sentiero, più breve e ripido, ma comunque fattibile, se si dispone della giusta attrezzatura per camminare su ghiaccio o neve. La Chardouse è il nome in patois del fiore della carlina, che si appendeva fuori dalle case di montagna per tenere lontane le forze nefaste. Il rifugio, situato nella borgata Vazon, è graziosissimo e curato. Si mangia benissimo, nonostante non abbia nel menu la polenta. Punto di forza è sicuramente la zuppa di cerali, legumi e verdure di stagione, nonché i tomini con una deliziosa marmellata di rabarbaro, lampone e cipolla rossa.

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/la-chardouse-rifugio-da-oulx/

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Di ciaspole, ramponcini e affini. Le filosofie della montagna in inverno.

Sicuramente immaginando una ciaspolata, circondati dal romantico paesaggio della montagna innevata, la maggior parte di voi ha un sussulto entusiastico al cuore.
Anche per me era così. Prima di aver provato le ciaspole.
Fino ad allora avevo condotto i miei trekking-schiappa nella neve accontentandomi di scarponcini impermeabili e, all’evenienza, indossando ramponcini tattici per non perire sul ghiaccio.

Ma quest’anno di neve ne è caduta una quantità assurda ed è stata per me una stagione di grandi scoperte esperienziali. Dopo aver capito cosa sono, in montagna, le ghette (io ero rimasta alle ghette dei fuseaux anni 90 che mettevo da bambina), sono stata iniziata per l’appunto all’uso ciaspole. Il loro senso l’ho scoperto un giorno all’inizio di una camminata, quando, al secondo passo, mi sono ritrovata con la neve fino alla vita e mi sono sentita per un attimo il cavallo di Atreiu nelle sabbie mobili della Storia Infinita.

Diciamo che non è stato un amore a prima vista, quello per le ciaspole.
Con i ramponcini mi sento più una felina delle nevi, mentre la ciaspola aumenta il mio livello di goffaggine (che è già abbastanza elevato).
Inoltre, di solito mentre cerco di procedere in salita faticando sul manto nevoso, svariati cultori dello sci alpinismo mi sorpassano ginnici più che mai (giusto per aumentare il sentimento di inferiorità). Lo sci alpinismo secondo me appartiene alla categoria dello sport-masochismo.

Ma giustamente ci sono diverse filosofie e attitudini per vivere la montagna: c’è chi pensa solo alla meta imprescindibile e chi sale con umiltà senza la certezza di arrivare al traguardo (e quando ci arriva si sorprende da solo), c’è chi preferisce mangiare un panino in vetta (in qualsiasi situazione metereologica) e chi, prima di mettersi in marcia, valuta attentamente la presenza di rifugi dove fermarsi a mangiare.

Di seguito troverete alcuni itinerari che è possibile compiere (anche) in inverno senza necessariamente vedere scorrere davanti a sé la propria vita pensando di morire di fatica. In poche parole, ecco alcune mete adatte al “livello schiappa” (ma non troppo), che ho avuto occasione di esplorare nella mia BREVE esperienza di camminatrice delle nevi. N.B. Queste mete non hanno niente da invidiare alle mete livello PRO in quanto a bellezza.

Per leggere gli articoli, cliccate sull’immagine o sui titoli qui in basso!

Storia e salite, in bici sulla Serra d’Ivrea

ALERT! Prima di pensare di essere di fronte a un articolo di cicloturismo livello PRO, consiglio di scoprire la filosofia del ciclista-schiappa cliccando sul link del precedente articolo, “Diario di una ciclista schiappa”!

Dopo aver pedalato su e giù per le colline moreniche del Canavese, il secondo tour della serie “bici-schiappa” mi ha portata a scoprire le perle nascoste nei dintorni del lago di Viverone, tra natura e pezzetti di storia disseminati lungo il percorso.

Si parte da Azeglio e si scende sulle sponde del lago di Viverone. Il primo incontro con la storia avviene proprio qui, poiché in questa suggestiva location erano stati ritrovati pali di palafitte risalenti all’età del bronzo e altri reperti che attualmente sono conservati nel Museo di Antichità di Torino e nel Museo del Territorio Biellese. Sulle rive del lago è stata realizzata una ricostruzione dell’antico villaggio palafitticolo e questo sito è entrato a far parte dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.

Da qui il tour prosegue salendo sulla serra d’Ivrea, rilievo morenico di origine glaciale che dona al territorio caratteristiche assolutamente particolari. Inutile dire, trattandosi di serra, che le salite e le “rampette” sono parte integrante del viaggio e che il ciclista-schiappa, con molta umiltà, dovrà affidarsi all’aiutino della sua e-bike in diversi tratti. Devo dire che comunque il mio lato masochista non mi ha impedito di fare fatica.

All’inizio del percorso sulla serra si incontra un piccolo bacino d’acqua, il lago di Bertignano, che dalla preistoria del lago di Viverone ci catapulta brutalmente in epoca moderna. Nelle sue acque infatti è immersa la struttura dell’opera di presa della centrale idroelettrica, non più in funzione. Inoltre il luogo è disseminato di tralicci di diverso tipo appartenenti al gruppo Enel, che li usava a scopo addestrativo. Quello che a primo impatto potrebbe sembrare uno scempio, a mio parare dona alla zona una sorta di fascino da “archeologia industriale”. Ferraglia e natura, scontrandosi, sono comunque riusciti a creare una sorta di quadro armonico che è piacevole osservare.

Opera di presa della centrale idroelettrica_Lago di Bertignano

Si prosegue pedalando fino a Magnano, piccolo borgo sul crinale della collina. L’antico paese era sorto intorno alla chiesa romanica di San Secondo, che attualmente si trova in mezzo al verde, a poca distanza dal centro cittadino. A Magnano è possibile percorrere le suggestive stradine del ricetto, ovvero un raggruppamento di case circondate da mura tipico del Piemonte medioevale. Tale ricetto sorse all’inizio del 1.200 come borgo franco e conserva l’impianto urbanistico dell’epoca, fortemente condizionato dalla sua posizione geografica. Pare sia l’unico esempio rimasto in collina, ma io non ho foto da mostrarvi perché il mio stato confusionale da salita stava già iniziando a prendere il sopravvento.

Rimaniamo nel Medioevo, proseguendo il nostro itinerario verso Bollengo e tornando così nella provincia di Torino. Pedalando tra le campagne di questo comune si incontra il cosiddetto Ciucarun (ovvero il campanile di San Martino), in stile romanico, che spunta dal terreno ed è l’unica testimonianza di un antico abitato di nome Paerno. Nella stessa zona è presente anche la chiesa romanica dei Santi Pietro e Paolo che apparteneva a un altro antico borgo, Pessano.

Sulla via del ritorno, risalendo tra le campagne e le vigne di Piverone, si trovano i resti del cosiddetto Gesiun (termine dialettale che significa “chiesona”), un edificio in stile romanico che di grande ha solo il nome.

Da qui, percorrendo un pezzo della via Francigena, si torna al lago di Viverone, dove finalmente si può riprendere contatto con l’anima schiappa che nel corso del tour ha fatto a botte con le salite della serra. Sul lago infatti è possibile consumare un pasto caldo, bere un caffè, fare una sosta sul pontile del porticciolo che sa molto di “vacanza al mare”, recuperando così le forze per raggiungere nuovamente il punto di partenza…sentendosi degli eroi pur essendo rimasti delle “schiappe”.

Restate sintonizzati per scoprire i prossimi tour di ciclismo umile!

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Canavese in bici: su e giù per la morena sud

ALERT! Prima di pensare di essere di fronte a un articolo di cicloturismo livello PRO, consiglio di scoprire la filosofia della ciclista schiappa cliccando sul link del precedente articolo, “Diario di una ciclista schiappa”!

Partendo dai vigneti di Caluso, paesino collinare famoso per le vigne di Erbaluce, si passa per il piccolo comune di Mazzè, dove si trova il famoso castello e da dove si può gustare il panorama della pianura fino a scorgere le torri di raffreddamento dell’ex centrale nucleare di Trino. Da lì, dopo un breve tratto su asfalto (che dio benedica chi lo ha inventato) si arriva al comune di Moncrivello e si imbocca una stradina ciottolosa-scivolosa in mezzo al bosco. I ciottoli, deliziosi ciottoli, sono dispersi pressoché ovunque nella collina morenica, quindi è bene rassegnarsi subito all’idea. Il sentiero sale leggermente fino a giungere a due suggestivi santuari di epoca romanica: il santuario della Madonna di Miralta e quello di San Martino. Si pensa che questi luoghi siano anticamente legati al culto dell’acqua, poiché situati a poca distanza dalle acque del lago di Candia, di Viverone e del fiume Dora Baltea.

Tornando indietro e procedendo verso Candia, si arriva al lago omonimo e, attraverso una strada asfaltata (molto) in salita , si raggiunge la chiesetta romanica di Santo Stefano. Dall’alto di questa collina (a quota 420 mt), è possibile ammirare il panorama sulla serra morenica d’Ivrea, creata dall’antico ghiacciaio “Balteo”.

Oltre a questo interessante fenomeno geologico, sicuramente degno di nota, il mio sguardo da ciclista-schiappa è ricaduto sui tavolini da pic-nic di fronte alla chiesa, che hanno creato nella mia mente immagini da “tarallucci e vino”.
Ma pasteggiare durante il tragitto non è mai una buona idea, quindi meglio ripartire e continuare il percorso.

Da Santo Stefano si pedala attraverso alcuni paesi del Canavese, quali Barone, Orio, Montaleghe, fino ad arrivare a Vialfrè passando per la suggestiva e bucolica località di Pianezze di Vialfrè. I più atletici possono a questo punto fare una tappa al Santuario di Santa Maria della Rotonda, situato cima alla collina.

Procedendo verso Agliè, tra prati e mucche con sguardi d’amore piene di benessere, si incontra Villa Meleto, residenza di villeggiatura del poeta Guido Gozzano.
Il piccolo borgo di Agliè ospita il Castello Ducale, una delle Residenze Reali del Piemonte che dal ’97 sono state riconosciute Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Purtroppo la visuale sulla facciata del Castello è in parte rovinata perché la piazza è utilizzata come parcheggio.

Una vera ciclista-schiappa non può rinunciare a una meta gastronomica al termine della faticosa impresa. Caluso e dintorni offrono diverse location adatte a un aperitivo open air circondati dalla natura (clima e norme anti-covid permettendo). Una di queste è sicuramente il lago di Candia, una specie di autogrill per uccelli migratori, e le vigne di Caluso che dipingono le colline con i loro colori autunnali.

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Diario di una ciclista schiappa

Una cosa bisogna dirla. I lunghi mesi di quarantena ai quali siamo stati costretti in questo 2020, ci hanno fatto riscoprire l’importanza di molte cose che davamo per scontate o avevamo dimenticato. Tra queste, c’è la “riscoperta” del lato sportivo sepolto molto a fondo in alcuni di noi. Il senso di colpa per non andare in palestra è scomparso magicamente dalle nostre vite, perché le palestre sono state chiuse la maggior parte dell’anno. Contemporaneamente però molte persone hanno ritrovato il piacere di fare attività fisica all’aperto, anche quelli che non hanno mai sentito l’esigenza di muoversi fino alla quarantena e che un noto politico campano ha definito “cinghialoni”.

Per quanto mi riguarda, sopravvissuta al primo lockdown con programmi di fitness seguiti in un angolo del salotto tra la tv e il divano (sempre grandi tentatori), recentemente, tra un dpcm e l’altro, oltre alle fugaci gite in montagna, mi sono ritrovata in sella a una bici per fare un po’ di turismo locale. Ho iniziato così a esplorare nuove porzioni di mondo a due passi dalla città in cui ho vissuto per anni, Torino, e più precisamente in Canavese.

Questa nuova esperienza sportiva, sempre condotta a “livello schiappa” (ci tengo a non eccellere in nulla), mi ha fatto capire delle cose.
Se siete curiosi di sapere quali, proseguite la lettura dell’articolo. Altrimenti cliccate sui link qui in basso e sarete catapultati nel viaggio lento tra laghi, colline e storia del cosiddetto Anfiteatro Morenico d’Ivrea.

CANAVESE IN BICI: SU E GIU’ PER LA MORENA SUD
STORIA E SALITE: IN BICI SULLA SERRA D’IVREA

BICI-SCHIAPPA: GLI IPSE DIXIT

I veri ciclisti odiano le e-bike. Prima di attivare pensieri di ammirazione verso la mia nuova avventura sportiva, ci tengo a dire questa cosa che farà rabbrividire qualsiasi ciclista professionista, ma anche quelli non professionisti che comunque si spaccano di salite e fatica a livello amatoriale. La cosa è che per tutta una serie di motivi, anche non direttamente connessi alla mia scarsa prestanza fisica, ho iniziato i miei vagabondaggi su una bici elettrica. Sì. Proprio lei: l’e-bike.

La tanto discussa e-bike ha il merito di dare una chance sportiva anche a quelli che sportivi non lo sono tanto o non lo sono più…e soprattutto a quelli che non lo saranno mai. Come me, per l’appunto. Ma il punto non è tanto il sentirsi sportivi. A mio parere, questo mezzo dà la possibilità a chi non può (perché non ce la fa) di macinare comunque chilometri, salire e scendere colli e monti e, quindi, esplorare e godersi le bellezze del territorio che altrimenti si perderebbe.
Questa è la nota positiva.
La nota negativa è che il ciclista-schiappa deve farsi carico dell’astio dei ciclisti-veri, che guardano sempre con aria di compassione, disprezzo e, a volte, si sentono in dovere di sbeffeggiare la povera schiappa. Il vero ciclista, infatti, si sente preso in giro da chi procede serenamente in salita aiutato da un motore, mentre lui sputa sangue per la fatica.
Quello che però il ciclista-vero non sa è che al ciclista-schiappa non frega niente di sentirsi un vero sportivo, di competere, di porsi degli obiettivi di fatica e di sentirsi un figo. Il ciclista-schiappa semplicemente risponde al desiderio di “andare a caso”. Se vogliamo, la bici elettrica è una sorta di mezzo democratico dello sport.

Vialfrè

In e-bike si può fare fatica. L’altra cosa che alcuni non sanno è che con l’e-bike si può fare fatica. Non è detto infatti che il ciclista-schiappa sia schiappa al punto tale da procedere sempre in modalità TURBO. Io, per esempio, spinta da un moto di dignità e senso di colpa, regolo la bici in modalità ECO, cioè con la potenza minima di aiutino. E vi assicuro che in salita faccio fatica, sudo e il giorno dopo ho male alle gambe.

Senza mutande. Un’altra scoperta che ha cambiato la mia visione sul mondo del ciclismo è che i ciclisti-veri indossano pantaloncini sportivi senza le mutande. Ovviamente questo abbigliamento è pensato apposta per questo tipo di sport e per questa modalità di utilizzo, ma per chi non è del mestiere credo sia assolutamente disturbante l’idea che si possa indossare un paio di pantaloni senza l’intimo. Da quel giorno ho chiamato i ciclisti, maschi e femmine, i “senza mutande”.

Agliè

Una rampetta, un rilancio. Queste parole, all’apparenza innocue, nascondono una trappola. Nelle mie peregrinazioni da schiappa, accompagnata dal mio personal trainer ciclista-vero, arriva sempre il momento: “Adesso c’è una rampetta, un rilancio”. Questo significa solo una cosa: che si sale. Anche se penso di aver raggiunto il mio massimo di salita tollerabile, a un certo punto capisco che si può salire ancora e che la rampettina è sempre più lunga di quello che spero. In questi attimi, mentre sono assorta nella valutazione delle mie speranze di vita, mi sento sempre urlare: “Cambiaaaaaa!”. Sapere usare il cambio è fondamentale. Io non è che lo abbia capito, ma spesso me ne dimentico.

Dopo queste perle di saggezza, vi lascio la gioia di leggere i primi due itinerari pensati, anche e non solo, per i ciclisti umili in e-bike. Per chi fosse curioso di provarli, c’è anche il link al quale scaricare la mappa del percorso. Ma quanto sono professionale?

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Dedico questo articolo a G.G., mio motivatore e tour operator ciclista-vero.

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Montagna Schiappa, ipse dixit

Dopo la presa di coscienza mistica avvenuta durante il capodanno del 2019, ho iniziato a fare quelle cose per cui provavo ribrezzo ma che mi sarebbero state utili per scopi più alti…tipo iscrivermi in palestra e correre intere mezz’ore sul tapis roulant, riesumando un outfit ginnico che ormai era entrato a far parte del cassetto-vintage-pigiama.

Per fortuna, oltre a interfacciarmi con il magico mondo della palestra per allenare il fiato, sono riuscita a inserire nella mia nuova “dieta di vita” anche un po’ di attività fisica all’aperto. Ancora traumatizzata delle fatiche eroiche sulle montagne friulane, schivavo gli inviti degli amici “montagnini senza paura”. Ma, fortunatamente, ho trovato presto un’alleata ideale: femmina, collega, quasi coetanea e interessata a godersi i piaceri della montagna senza necessariamente morire di fatica.

E’ con lei che nacque la “montagna schiappa philosophy”, alla quale presto si sono uniti altri compagni di avventure:

  • Trekking lento, prudente, con pause intermedie per ammirare il paesaggio, fare amicizia con gli animali e prendere fiato;
  • Muoversi solo con la certezza di una meta culinaria: polenta concia, con spezzatino, salsiccia, magari un bel tagliere con salumi e affettati locali e, perché no, un po’ di vinello per scaldare il cuore. E poi giù…rotolando per il pendio con la pancia piena;
  • Restare umili, ma in un posto figo (cit. Pagante). Affrontare la salita con umiltà…crederci sì, ma non troppo quindi;
  • Dedicarsi allo shopping di qualità negli alpeggi lungo il tragitto.

Durante le nostre avventure di basso profilo abbiamo imparato delle cose. Tra queste, abbiamo estrapolato una sorta di ipse dixit:

In salita non credere mai. In salita non bisogna chiedere mai, alle persone che provengono dal senso opposto, informazioni riguardo la durata del percorso rimanente. Sapete, la classica domanda per cercare conforto quando la meta non si palesa nel tempo sperato: “Quanto manca?”. Non importa che tu sia all’inizio del tragitto o che manchi più di un’ora. A questa domanda ogni camminatore risponderà: “Mezz’ora”, oppure la variante “Mezz’oretta”. Provateci, è sempre così. E, ovviamente, con il cavolo che manca mezz’ora.
Le prime volte ci credevamo…ingenue. Poi, quando la mezz’ora passava e magari passava anche l’ora, le speranze decadevano lasciando spazio alla disperazione. Non ci abbiamo mai più creduto. Ma continuiamo a chiederlo per scopi statistici.

Poi spiana. Anche questa menzogna è tipica dei camminatori che si incontrano durante il tragitto in salita. Appena ti vedono con la faccia viola, il fiato spezzato e l’ espressione piena di sconforto a causa di quanto detto nel punto precedente, senza che tu abbia domandato nulla ti dicono: “Poi spiana”. Nel senso di…la salita finirà e tutto sarà più semplice. Una menzogna paragonabile al tanto famoso “andrà tutto bene” durante una pandemia o “verranno tempi migliori” quando stai passando davvero un periodo di cacca. Insomma, la classica frase di cortesia e incoraggiamento alla “volemose bene, peace and love, l’importante è crederci”. Diffidate. Durante il tragitto di andata non spiana quasi mai, a meno che tu non sia giunto all’arrivo.

Mai compararsi con gli escursionisti-pro. Meglio non fare questo errore. Inutile credere di poter competere o arrivare al livello degli escursionisti esperti, di qualsiasi età o genere. ESSI sono probabilmente nati oltre i 1.000 metri sopra il livello del mare, andavano a scuola a piedi percorrendo chissà quanti km per raggiungere un centro abitato, nel tempo libero mungevano le mucche. ESSI sono quelli che spingono il più possibile per raggiungere la meta in breve tempo, non si muovono se non hanno almeno 1.000 metri di dislivello da percorrere e, in discesa, corrono leggiadri come caprette, quasi come se i loro arti inferiori avessero le giunture di gomma. ESSI non hanno bisogno del rifugio, di ingerire calorie e attaccarsi al respiratore quando arrivano alla meta. Possono anche digiunare, cibandosi solo della bellezza del modo ammirato da una vetta.
Ecco.
ESSI non sono noi. Quindi inutile guardarli con invidia e ammirazione. Inutile, anche se inevitabile, sentirsi delle micro caccoline quando per sbaglio ci si imbatte nei loro racconti di imprese eroiche o si ascoltano affermazioni del tipo: “Oggi solo 1.000 metri di dislivello in un’oretta, perché mi sono rotto una gamba e sto facendo riabilitazione”.


Essi non sono noi, filosofe della montagna schiappa. Tanto vale farsene una ragione e godersi il viaggio con lentezza e umiltà.

Segui le nostre avventure nei prossimi articoli!

Dedico questo articolo a Silvia, compagna di montagna schiappa, e Marco, escursionista livello-pro e motivatore.

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Creare nuove memorie. Montagna Schiappa, il prequel

Tutto ebbe inizio alla fine dell’anno 2018, concluso tragicamente con quel tipo di batoste che ti segano le gambe. L’istinto primordiale era stato quello di farmi uno zaino casuale e cambiare aria; e fu così che mi ritrovai all’altro capo d’Italia, in quel di Trieste, per far visita a una vecchia amica.
Appena arrivata, mi comunicò che il giorno seguente saremmo partite per una località non ben precisata tra le montagne del Friuli, dove avremmo trascorso capodanno.
Dopo un primo momento di perplessità, dovuta al fatto che avessi portato con me solo outfit invernale da città di mare (stivali leggeri e cappottino), mi ritrovai addosso l’abbigliamento vintage di sua mamma, scarpe da trekking leggermente più grandi del mio numero e la consapevolezza che a camminare in montagna non andavo da un bel po’. Ma ero a pronta a tutto, piuttosto di sfuggire a feste meste, brindisi con spumante, baci e abbracci d’auguri.

Il piano era quello di passare alcuni giorni in una casera (cioè una specie di bivacco), senza luce elettrica, acqua corrente e, di conseguenza, servizi igienici. La cosa mi era puzzata subito di avventura e mi aveva messo di buonumore. Mi ero guardata allo specchio, con il mio pile rosso a figure geometriche bianche, la fascetta con i fiorellini e le scarpe più grandi del dovuto, e avevo capito subito che non sarebbe stato un capodanno all’insegna del rimorchio.

Il nostro trekking era stato definito “una cosa easy” dai nostri compagni di avventura. Non sapevo, però, che loro erano esperti “montagnini” e che quindi avevano una percezione della fatica fisica molto lontana dalla mia.
Sapete…quelli che viaggiano in salita a velocità supersonica, quelli che non usano la scusa di guardare il paesaggio per prendere un po’ di fiato. Quelli.
E durante questa camminata easy, dietro di loro, ovviamente c’ero io e il mio zainone carico di bottiglie d’acqua potabile, patate, cavoli e pentolame, che ci eravamo divisi nei rispettivi bagagli per poter sopravvivere qualche giorno in mezzo ai monti.

E’ stato in quel momento che ho avuto la consapevolezza di quanto mi fossi allontanata dalla montagna negli ultimi anni…Un modo romantico per dire che la mia forma fisica era pessima e che non ricordavo l’ultima volta in cui avevo fatto sport. Fu quello il momento del pentimento, il momento della presa di coscienza di essere diventata una schiappa.
Che poi in realtà non era necessariamente colpa mia…ogni tanto le vicissitudini della vita ci allontanano dalle cose che ci fanno stare bene. Mettiamo davanti i DEVO e non riusciamo a ritagliarci degli angoletti di VOGLIO.

Quindi mi ero ritrovata tra le montagne del Friuli, con le gambe molli, il fiato inesistente e uno zaino talmente pesante che mi aveva indolenzito tutti i muscoli delle spalle e della cervicale. Non so neanche quante ore di salita erano state, ma a me erano sembrate tantissime. Per tutto il tragitto ero rimasta dietro, molto dietro, al gruppo di montanari e sono arrivata ultima. Erano quasi le 17, il sole stava calando e lasciando posto al buio fitto e alla luce fioca delle nostre candele.

La casera era stata già abitata nei giorni precedenti da tre baldi giovani che non conoscevamo. La cosa era positiva, perché era già stata riscaldata.
Per modo di dire: io sono rimasta per tre giorni avvolta nel pile e nel giaccone. Ci ho anche dormito, vestita. I piedi si erano trasformati in tavolette di ghiaccio che al mattino stentavano ad entrate negli scarponcini.
Il mio essere schiappa e cittadina si manifestava in tutto. Mentre al mattino, stravolta dalle camminate e dai dolori alla cervicale, restavo nella mia branda sempre più degli altri, il resto della truppa faceva esercizi fisici fuori dalla casera o si adoperava per cucinare sulla stufetta a legna.

Non essendoci servizi igienici, i bisogni fisiologici si facevano all’aria aperta. Sembravano tutti felici di questo, camminavano alla ricerca di un angoletto sperduto tra la neve e gli alberi, ritrovando il contatto con la natura. Io invece mi ero chiusa nella solita stitichezza da viaggio e neanche l’idea di fare la pipì in mezzo a quel gelo mi entusiasmava particolarmente.

Nonostante le difficoltà del soggiornare senza comfort, usando candele per illuminare la notte, le salviette intime per dare una parvenza di igiene, la cenere della stufa per lavare le stoviglie e gli oggetti di fortuna (tipo il frisbee) usati come recipienti per consumare i pasti, devo dire che quello è stato il capodanno più bello della mia vita.

Creare nuove memorie. Me lo disse la mia saggia amica: per andare avanti dopo un evento doloroso, bisogna creare nuove memorie. Cosa più facile a dirsi che a farsi, ovviamente. Ma me lo ero promesso, così come mi ero promessa di ricominciare a camminare in montagna.

Per sapere come prosegue la storia e come è nata quella che io chiamo “filosofia Montagna Schiappa”, dovrete leggere il prossimo articolo in uscita sulla nuova pagina del blog!

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Tra carnevali e paradisi della Sardegna occidentale

(Questo viaggio è stato fatto prima dell’esistenza del Covid)

E’ un venerdì sera di agosto a Bosa, borgo della Sardegna occidentale famoso per le case colorate che si arrampicano sulla collina. Le strade brulicano di vita, suoni e gente mascherata. E’ estate, ma è carnevale.

Ovviamente quello “ufficiale” si svolge in inverno, quando nelle festa spiccano tra la folla figure vestite a lutto, incappucciate, con volto e abiti neri.
Spesso sono maschi travestiti da femmina. Rappresentano S’Attittadora, una donna che recita lamentazioni funebri. Portano in grembo un bambolotto senza arti e mendicano latte al seno dei passanti. Tutto ha un carattere goliardico e irriverente, non mancano simboli fallici e riferimenti sessuali.
Poi alla sera il mondo si capovolge, dal nero si passa al bianco e per le strade vagano le anime del carnevale morente. Cercano di Giolzi, il re di questa festa pagana, al quale aspetta una tragica fine nel falò.
Il carnevale muore e rinasce dalle proprie ceneri…così come la natura ritorna a vivere dopo l’inverno. Il clima euforico di questo rito e le allusioni alla sessualità, simboleggiano probabilmente la voglia di ritorno alla vita, di libertà.

Siccome i sardi sono festaioli, questa goliardica celebrazione ha anche una versione estiva ridotta che merita di essere vissuta.

Ma oltre i festeggiamenti del carnevale di Bosa e il suo suggestivo borgo dalle case colorate, la zona occidentale della Sardegna regala gioie naturalistiche soprattutto a chi, in estate, cerca angoli di paradiso dal mare cristallino.

Dopo aver vagabondato per la costa orientale e dopo aver fatto tappa nel cuore arido dell’entroterra sardo, abbiamo deciso di dedicare qualche giorno alla costa ovest dell’isola. Di seguito troverete le informazioni delle location che ci hanno entusiasmato di più.

Tentizzos

A circa 7km da Bosa si trova Tentizzos, detta anche Torre Argentina. Un breve sentiero tra la macchia mediterranea collega la strada principale a questa incantevole cala di roccia bianca, consumata dal mare e dal vento. La conformazione del luogo è assolutamente particolare. In alcuni punti le rocce sembrano quasi delle gigantesche onde; in altri formano delle vasche che si riempiono di acqua marina.
La roccia bianca è liscia e non particolarmente scomoda. Per chi non ama l’invadente sabbia fine, questo luogo è una meta ideale. Il fondale marino inoltre è perfetto per dedicarsi allo snorkeling.

Isola di Malu Entu, o Mal di Ventre

Il nome originario di questo isolotto disabitato è Malu Entu, poi trasformatosi in Mal di Ventre. Il mare che lo separa dalla terraferma è spesso agitato, a causa del vento, quindi forse è questo il motivo del nome.
Per raggiungere questo paradiso bisogna affittare un gommone dalla spiaggia e sperare che il mare non sia troppo mosso.
La parte orientale dell’isola di Malu Entu regala incantevoli cale dal mare cristallino e le spiagge di quarzo. In alcuni punti si sente un forte odore di zolfo, che forse proviene dal fondale sabbioso.
La parte occidentale è dominata dalla scogliera, mentre l’entroterra pianeggiante, a tratti arido e a tratti coperto da macchia mediterranea, pare sia abitato da conigli, tartarughe e uccelli, che in questo paradiso incontaminato decidono di nidificare. Sembra anche che, nei fondali del mare circostante, si trovino relitti di diverse imbarcazioni affondate a causa delle spesso avverse condizioni del mare.

S’archittu

Una scogliera di bianchissima e liscia roccia calcarea caratterizza la parte settentrionale della costa del borgo di Cuglieri. Il nome di questo luogo arriva da un arco naturale, che si trova a ridosso di una piccola e affollata spiaggetta di sabbia. Dall’arco, alto circa 15 metri, i bagnanti amano tuffarsi nel mare blu cobalto. Alcuni sonnecchiano sdraiati sulla pietra bianca, altri ancora si divertono a scoprire i meravigliosi fondali marini con maschera e boccaglio. Se si esplora un po’ la zona, ci si trova immersi in un paesaggio lunare unico e accecante.
In questa suggestiva location è stato girato, tra i tanti, anche il poco conosciuto film “L’uomo che comprò la luna” (uscito al cinema nel 2018). E’ una produzione sarda ad alto contenuto “etnico” che merita di essere vista, ma che, probabilmente, oltre alla sottoscritta può appassionare solo i nativi sardi o coloro che in quest’isola hanno lasciato il cuore.

Lasciamo la Sardegna con lo splendido spettacolo del tramonto che si tuffa nel mare…e con l’unica certezza di voler tornarci presto.

(Dedico questo articolo a Cosimo e famiglia, che ci hanno ospitati, e a Caterina, che ci ha sfamati)

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Nel cuore sardo, tra nuraghi e pastorizia

No timasta. Non avere paura.
Pinuccio, il pastore sardo che ci ospitava nella sua casa di Nuragus, ripeteva questa frase ogni volta che ci sedevamo a tavola e la moglie Caterina ci presentava piatti ricchi di delizioso cibo a km0. Con “no timasta” voleva dire: non avere paura, non fare complimenti, cibo ce n’è in abbondanza e noi sardi siamo ospitali….strafogati.
A Nuragus, piccolo paese nel cuore della Sardegna, dove siamo approdati dopo aver girovagato per la costa orientale, ho potuto fare così una vera e propria immersione nella cultura agropastorale sarda. Pinuccio e sua moglie mi hanno regalato diverse gioie culinarie, estasi per il palato, che porterò sempre nei miei ricordi.

Regina di tutte le prelibatezze è Sa Corda (o Sa Cordula), una treccia di interiora di agnello o capretto (la variante ripiena di fegatini si chiama Tratallia); non è solo un piatto succulento che prevede una lunga preparazione, ma è anche un groviglio di storia e tradizioni del popolo sardo. Vederla roteare lentamente nel forno a legna, mentre le mani esperte di Pinuccio la cospargevano di lardo per renderla ancora più croccante e gustosa, è stato un momento quasi sacro. Sentire la carne sciogliersi in bocca, riconoscendo tutto il lavoro che sta dietro questa ricetta, è stato commovente.

Il territorio intorno a Nuragus in piena estate si presenta arido, sembra bruciare sotto il sole impietoso, tingendosi di rosso e marrone.
A pochi km da questo piccolo comune, a Barumini, si trova l’area archeologica di Sa Nuraxi, portata alla luce solo negli anni 50 del 900. Qui si può visitare un nuraghe complesso e scorgere i resti del villaggio nato intorno ad esso.
(E qui ci vuole un momento “Alberto Angela”)
In tutta la Sardegna sono stati censiti circa 7.000 nuraghi. Queste costruzioni, delle quali il nome significa appunto “mucchi di pietra”, appartengono a una civiltà vissuta sull’isola tra il 1.500 e il 550 a.C e servivano probabilmente per scopi militari.
Solo nella zona di Barumini se ne trovano una trentina e l’interesse di questo sito archeologico ha fatto sì che fosse riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Poco distante dal sito si trova Casa Zapata, residenza costruita a partire dalla metà del 1.500 sopra un complesso nuragico, che è venuto alla luce proprio durante la sua ristrutturazione. La residenza nobiliare apparteneva a baroni sardo-aragonesi; oggi è sede del Polo Museale Casa Zapata, che vanta un’organizzazione in tre sezioni: archeologica, storico-archivista ed etnografica.
Pinuccio ci ha accompagnati con entusiasmo alla scoperta del patrimonio storico-culturale dell’entroterra sardo, perso in un paesaggio quasi desertico e rovente.

Anche nella piccola Nuragus si possono trovare i resti di questa civiltà antica, come per esempio il nuraghe Santu Millanu, con il suo pozzo sacro, che sorge in corrispondenza di un antico insediamento romano e medioevale. Il nome Millanu probabilmente è la traduzione in sardo di Emiliano e Gemiliano; pare infatti che ribattezzare i nuraghi con nomi di santi cristiani sia stata una pratica alquanto diffusa, quasi come a voler cancellare gli antichi culti del passato.

Ma Nuragus, come altre località dell’entroterra sardo, non è solo patria di nuraghi. Le vere regine dei tempi moderni sono loro….le pecore. Capita sovente di vederle passeggiare indisturbate in mezzo alle strade e a loro è dedicata
una famosa mostra mercato di ovini di razza sarda.
Anche in casa di Pinuccio ci sono alcuni articoli di giornale con riconoscimenti vari a tema “ovino”, appesi alle pareti vicino alle foto di famiglia. Ce li mostra con orgoglio, sia le foto dei tre figli quando erano piccoli, sia i frutti del suo mestiere. Non c’è niente di più bello di essere fieri di ciò che si ha e di sentirsi parte di un luogo. E questo Pinuccio ce lo ha fatto ben capire.

Insieme al nostro Cicerone sardo abbiamo potuto esplorare una piccola parte dell’immenso cuore di quest’isola, spesso dimenticato dal turismo tradizionale. Ma è questa forse la vera Sardegna, quella che custodisce i legami con il passato, le tradizioni e il territorio.

Presa dall’entusiasmo di quei momenti bucolici, da antropologa predisposta all’integrazione le popolazioni autoctone, mi era venuta l’idea di partecipare alla mungitura delle pecore insieme al figlio di Pinuccio. La sveglia all’alba però mi ha scoraggiata e, per sentirmi un po’ parte del luogo anche io, ho ripiegato sul giro di Ichnuse mattutino insieme ai ragazzi che erano tornati dalla mungitura.

Poi senza paura, ci siamo diretti verso ovest.

(Dedico questo articolo a Pinuccio, Caterina e agli abitanti dell’entroterra sardo)

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