Se ne è andato l’arrotino! A piedi tra i borghi fantasma della Val Verdassa

«Signorina, stia attenta…in mezzo a quei massi ci possono essere dei serpenti!».
Mi pietrifico, restando con una gamba sollevata in osservazione, consapevole del fatto che sotto il caldo sole di agosto questo avvertimento non era poi così campato in aria. Era una signora anziana spuntata dal nulla a parlare, raggiunta poi da altri abitanti della borgata semidisabitata; silenziosi come fantasmi si erano avvicinati incuriositi dalla presenza di forestieri in esplorazione.

Stavo vagando tra i ruderi di Monteu, durante una passeggiata alla scoperta dei villaggi abbandonati della Val Verdassa. Questo vallone, chiamato anche Codebiollo, si trova in Piemonte e sbocca al termine della Val Soana, separando i territori dei comuni di Ingria e Frassinetto.
Stavo cercando la vecchia scuolina, che chiuse i battenti già negli anni 60 e nella quale dovrebbero essere ancora conservati gli antichi arredi. Ma niente da fare, tutto chiuso e ben sigillato. Sono riuscita solo a intravedere, sbirciando attraverso una finestrella sporca, l’alloggio dove viveva all’epoca la maestra, situato a fianco della piccola chiesetta del paese dedicata a Sant’Antonio da Padova.
In passato Monteu era la località più importante della valle e intorno agli anni 50 contava ben 158 residenti. Adesso il borgo è per lo più formato da macerie, tra le quali spunta qualche abitazione rimessa a nuovo per essere sfruttata nella bella stagione dai villeggianti in fuga dal trambusto della “civiltà”.

Monteu è solo una delle “borgate fantasma” della zona, che proprio per questo motivo, a mio parere, possiede un grande fascino. Al di là della camminata escursionistica nella natura di questo vallone impervio, è interessante scoprire la storia di questi luoghi ormai avvolti dal silenzio dell’abbandono.

Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo tutte le tappe del percorso, tenendo conto che non c’è un unico itinerario possibile, ma si può scegliere da dove partire.

Partendo dalla località Belvedere (mt.728), vicino a Ingria, e arrivando alla sperduta frazione di Beirassa, si fanno ridendo e scherzando 800 mt di dislivello complessivo e si possono impiegare circa 5 ore camminando lungo una mulattiera non sempre ben messa.
L’alternativa che abbiamo scelto noi, a causa del tempo limitato a disposizione, è stata partire dalla località Mulen del Sòli, poco più a nord di Frassinetto, e percorrere a piedi solo una parte del percorso (Querio, Monteu, Beirassa) per poi tornare indietro, riprendere la macchina e avvicinarci a Bech e Beitasso (in questo caso il tour dura poco più di 2 ore).

Dalla località Mulen del Sòli abbiamo imboccato il sentiero che poco più avanti incrocia una deviazione in salita verso la prima suggestiva tappa: Querio.
Questa piccola borgata, che si arrampica sul pendio a 1.300 mt. e che un tempo era molto popolosa, è completamente abbandonata dagli anni 60. Le abitazioni sono in parte crollate e la vegetazione ne ha preso possesso. Pare che questo insediamento fosse già abitato dal XIII- XIV secolo, per poi espandersi nei secoli successivi.
Percorriamo il sentiero pieno di ortiche che si addentra nel borgo e cerchiamo di immaginare come doveva essere difficile la vita quassù.

La caratteristica degli abitanti di Querio, ma anche della vicina Monteu, era quella di dedicarsi al mestiere dell’arrotino. Da queste località sperdute, gli uomini partivano verso altre località del Piemonte, della Lombardia e della Liguria, lavorando in maniera ambulante, da paese in paese con la mola a spalle. Spesso erano ospitati da famiglie di riferimento per le quali affilavano gli attrezzi da taglio. Con la fine dell’inverno, gli arrotini facevano rientro a casa per potersi dedicare ai lavori agricoli.
Pare che gli arrotini, come accadeva tra altri artigiani della Valle Orco e Soana, avessero sviluppato un loro linguaggio, volutamente reso non comprensibile ad altre persone.

Tornando indietro per il ripido sentiero, si imbocca di nuovo la strada principale che conduce alla sopracitata Monteu. Un tempo questo borgo era collegato a Frassinetto solo da una mulattiera, che in caso di condizioni meteo sfavorevoli risultava pericolosa, anche perché attraversava dei torrenti. Per questo motivo le due frazioni di Querio e Frassinetto chiesero la separazione dal comune di Frassinetto, in favore di Ingria. Separazione che ottennero solo nel 1950.

Proseguendo lungo la via principale, si incontra il villaggio di Beirasso dove, nel silenzio assoluto dell’abbandono, giacciono la chiesa di San Lorenzo e il Cimitero di Codebiollo. Entrando nel piccolo cimitero, hanno attirato particolarmente la mia attenzione (oltre le numerose tombe di feti e bambini) le fotografie antiche delle tombe, soprattutto quelle delle donne.
Rigide, austere, senza il minimo accenno di sorriso. Da quelle espressioni traspare tutta la durezza della vita di allora; non c’era motivo di sorridere neanche di fronte a un obiettivo fotografico. D’altronde poi, forse, sapevano che queste fotografie sarebbero finite sulla tomba.
Niente a che vedere con le nostre tombe moderne, che mostrano immagini luminose, di persone sorridenti.
In quell’atmosfera tetra e quasi irreale non ho avuto il coraggio di scattare neanche una foto…anzi…ad essere sincera ci ho provato, ma non sono venute e poi a un certo punto un ramo mi ha toccato la spalla e, suggestionata, sono fuggita a gambe levate.
Atmosfera horror a parte, questo cimitero è comunque una piccola perla da vedere.

A pochi chilometri di distanza in linea d’aria da Beirasso, si trova la frazione di Bettassa, anch’essa ormai abbandonata, dove sorge la Chiesa di Santa Libera, eretta nel 1764. Poco distante da qui, si incontra Bech, “Lu pais dli Ruga”, recita una targa in legno che indica anche l’ecomuseo e il bivacco Valverdassa.
Lu Ruga non è altro che lo stagnino, il mestiere itinerante svolto dagli uomini di queste borgate, che costituiva l’unico modo di dare alla famiglia una vita dignitosa, vista l’asprezza di questi luoghi.
Anche gli stagnini, così come gli arrotini, si dirigevano verso il basso Piemonte e la Lombardia, prendevano una stanza in affitto nei luoghi in cui si fermavano per lavorare nella riparazione o per stagnare “ancurentar”, pentole e pentolini di rame. Sceglievano un angolo del paese e lo allestivano come fucina temporanea.

Il piccolo ecomuseo mette in luce e valorizza la storia degli ex abitanti di questo borgo, che rispetto agli altri sembra il più “vivo”. Anche qui, a fianco dei vecchi ruderi convivono abitazioni rimesse a nuovo e abitate.
La presenza di un piccolo bivacco, proprietà dell’associazione Amici di Beirasso, offre al visitatore di passaggio la possibilità di soggiornare in questo luogo immerso nel silenzio e dimenticare così la frenesia della vita cittadina, dedicandosi magari all’esplorazione di questo territorio ricco di itinerari escursionistici.
Sì, perché al di là dell’itinerario tra gli antichi borghi abbandonati, le mete possibili tra il comune di Ingria e si Frassinetto sono tante e per tutti i livelli di difficoltà…non ci resta che continuare ad esplorare!

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Grazie al Carso (2a pt): oltre i confini triestini

Sebbene Trieste non sembri una città adatta ad essere visitata in bici, abbiamo potuto constatare che invece può dare grandi soddisfazioni in questo campo. Inoltre abbiamo scoperto che, senza allontanarsi di molti chilometri dalla città, si possono trovare bellissimi itinerari da percorrere in bici immergendosi nella natura del territorio carsico e spingendosi oltre il confine italiano. Di seguito troverete la descrizione di due imperdibili piste ciclabili, la Parenzana e la Giordano Cottur, che dall’Italia portano fino alla Slovenia e alla Croazia.

PISTA CICLOPEDONALE GIORDANO COTTUR. La pista ciclopedonale Giordano Cottur parte praticamente dal centro di Trieste e raggiunge l’entroterra sloveno.
Dal rione di San Giacomo si accede alla Riserva naturale della Val Rosandra e si arriva fino a Draga Sant’Elia. Il percorso si sviluppa in parte sul tracciato della vecchia linea ferroviaria (Pola- Divaccia) che collegava la stazione di Trieste/Campo Marzio con quella di Erpelle. Durante il tragitto si passa quindi dentro ad alcune gallerie, più o meno illuminate e sicuramente fresche. Si pedala immersi nella natura, addentrandosi nel Carso che regala bellissimi scorci panoramici.
Il punto di arrivo è Hreplje in Slovenia, ma il cammino presenta numerosi punti di attacco, quindi si può iniziare e finire il giro dove più si desidera. L’itinerario non presenta un grande dislivello (fattibile quindi anche per una schiappa senza bici elettrica) e per lo più la strada è sterrata e semplice da percorrere.
Purtroppo a causa del meteo avverso non ci è stato possibile concludere il percorso. Ci siamo dati alla ritirata, tornando a Trieste sotto una pioggia battente!

IN POCHE PAROLE

KM: 16 km solo andata (il giro completo)
PUNTO DI PARTENZA: Trieste (via Orlandini)
PUNTO DI ARRIVO: Hreplje (Slovenia)
TIPO DI TRACCIATO: asfalto, sterrato, leggera salita
TRACCIA DEL NOSTRO GIRO: https://www.wikiloc.com/gravel-bike-trails/trieste-ciclabile-cottur-82757806

PARENZANA. Un’altra pista ciclabile imperdibile è la “Parenzana”, che segue l’antico tracciato austriaco che connetteva le due città di mare, Parenzo (in Croazia) e Trieste.
Ci sono diverse opzioni per iniziare questo viaggio. Quello consigliato dalla maggior parte dei siti internet parte da Muggia, che si raggiunge prendendo la barca “Delfino Verde” dal centro di Trieste. Noi, per motivi organizzativi e di tempo, siamo andati in macchina fino a Capodistria e abbiamo imboccato il tratto di ciclabile che passa accanto a un centro commerciale, vicino alla costa. Dalla città si passa velocemente alla calma del lungomare sloveno, organizzato per accogliere i bagnanti anche in assenza di vere e proprie spiagge. Poi ci si addentra un po’ nell’entroterra, in un paesaggio bucolico, tra colli, uliveti e viti. Anche qui passava la ferrovia e quindi alcune parti del percorso sono all’interno di gallerie. Il tratto di pista sloveno è semplice, pianeggiante. Pare invece che quello croato sia più impegnativo. Ma noi abbiamo lasciato da parte il nostro spirito sportivo e a un certo punto ci siamo fermati per goderci una mezza giornata di mare. Per l’esattezza ci siamo fermati in un grande prato subito dopo la località balneare slovena di Portorose. Da qui ci si tuffa direttamente dai grandi pietroni che delimitano la costa.
La Slovenia mi è parsa pulita, ordinata e organizzata. Non ci vivrei mai, perché al ristorante ci hanno snobbato in quanto italiani, ma ho fantasticato parecchio su come la vita sarebbe più facile, forse, in un Paese dove vivono solo 2 milioni di abitanti.

IN POCHE PAROLE

KM: 118 km (solo andata, l’itinerario completo) /18km (da Capodristria a Portorose)
PUNTO DI PARTENZA: consigliato da Muggia (in alternativa da Capodristia)
PUNTO DI ARRIVO: Parenzo, Croazia
TIPO DI TRACCIATO: asfalto, sterrato, saliscendi
TRACCIA DEL NOSTRO GIRO: https://www.wikiloc.com/hiking-trails/pista-ciclabile-parenzana-81691587

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Grazie al Carso (1a pt.): Trieste e dintorni in bici

– Cos’è quell’edificio bianco lassù sulla collina?
– Noi a Trieste la chiamiamo Chiesa Formaggino.
– Sembra un ecomostro…
– Ma no..i triestini sono affezionati alla Chiesa Formaggino. In teoria dovrebbe ricordare la lettera M di Maria, invece a noi sembra un formaggino.

La Chiesa Formaggino ci ha osservati dall’alto del Monte Grisa durante la nostra permanenza a Trieste, città nella quale ero stata un paio di volte solo di passaggio (la prima volta per trascorrere il capodanno tra i monti della Carnia).

L’estate in quei giorni era esplosa impietosa, con un caldo soffocante che ha rubato la scena alla tanto famosa Bora. Per fortuna la pioggia è venuta in nostro soccorso, rinfrescando l’aria e concedendoci respiro. Così ci siamo messi in sella alla bici (la mia come sempre elettrica…) e abbiamo esplorato questa splendida città dal passato austro-ungarico e i suoi dintorni (anche superando il confine sloveno), scoprendo una realtà per certi aspetti “ciclista-friendly”.

Di seguito potete trovare la descrizione degli itinerari e, cliccando sui link, potete scaricare le tracce dei percorsi.

IL CENTRO CITTADINO E IL CASTELLO DI MIRAMARE. Siamo partiti dal centro cittadino costeggiando il mare.
Passando, nonostante il divieto di accesso, per il Porto Vecchio, abbiamo poi superato il quartiere marittimo di Barcola, raggiungendo infine il confine della città, dove troneggia sul mare il castello chiamato per l’appunto Miramare. Una meta incantevole e imperdibile, il castello “Nido d’amore costruito in vano” (come scrisse Giosuè Carducci) fu fatto costruire dall’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo per poterci vivere con la sua amata Carlotta. In realtà la storia romantica finì malissimo perché l’arciduca fu fucilato in Messico e Carlotta, che a quanto pare perse il senno, visse lì solo qualche anno prima di essere trasferita in Belgio. Una storia senza happy end quindi.
Lo stile del Castello di Miramare è molto particolare, unendo elementi gotici, rinascimentali e medievali; l’interno si può visitare a pagamento. Intorno all’edificio c’è un incantevole parco ricco di alberi e piante, nel quale si può accedere gratuitamente (la bici bisogna lasciarla fuori o portarla a mano) per passeggiare, correre o rilassarsi leggendo un libro.

Tornado indietro e dirigendosi verso il centro cittadino, si può decidere di fare una breve “rampetta” e raggiungere il Faro della Vittoria. La conformazione fisica di Trieste non la rende una città facilmente percorribile in bicicletta a causa delle numerose salite, ma si può comunque visitare il centro storico rimanendo in sella e scegliendo l’itinerario in base ai propri interessi e alla capacità fisica. Una sosta obbligata per ogni ciclista goloso è lo storico Buffet da Pepi, aperto dal 1897, dove è possibile gustare diversi piatti a base di carne e il famoso panino con la porcina.

IN POCHE PAROLE
KM: 30km circa
DISLIVELLO: 302 m.
ALTITUDINEMAX: 107 m.
TIPO DI PERCORSO: anello
TEMPO: relativo

TRACCIA: https://www.wikiloc.com/hiking-trails/castello-miramare-trieste-81692487

CHIESA FORMAGGINO. La scalata alla Chiesa Formaggino in bici è stata una di quelle idee che fantastichi in silenzio ma non ti azzardi a esprimere, perché ti sembrano una follia e un vero atto di masochismo. Ma come dicevo all’inizio, LEI ci osservava dall’alto fin dal primo giorno della nostra breve vacanza triestina. Abbiamo anche provato ad andarci in macchina di notte, per ammirare il panorama stellato da lassù, ma siamo arrivati dopo la chiusura. Una guardia notturna sostava in modo abbastanza inquietante dentro un’auto vicino al cancello di accesso all’area. Noi abbiamo guardato gli orari del cartello e poi abbiamo provato a intenerire il guardiano per strappare un permesso speciale. La sua risposta: “Vale il cartello”. Categorico.

E quindi un giorno abbiamo ceduto al suo richiamo e siamo partiti un po’ a caso con l’obiettivo di raggiungerla dal centro di Trieste, in bici, perché noi siamo sostenibili (e masochisti).
Se appartenete alla categoria di ciclista PRO o sportivo-masochista-che-si-diverte-a-soffrire, è un itinerario che consiglio perché ti spacca.
Se siete schiappe in e-bike come me, assicuratevi di avere una batteria di riserva per il vostro mezzo, che si scaricherà alla prima impressionante “rampetta”: la SCALA SANTA o RAMPIGADA. Questa salitona si trova all’inizio del tragitto, con 300 metri di dislivello in soli 2km, pendenza tra il 10 e il 20%.
Bici scaricata subito, pur avendo fatto comunque fatica. Tutto il resto è stato panico e santi del paradiso.

La Chiesa è una struttura interessante, costruita in cemento armato negli anni 60 del ‘900. Il suo vero nome è Tempio nazionale a Maria Madre e Regina ed è un santuario mariano cattolico.
In ogni caso, bici o non bici, arrivare alla Chiesa Formaggino vale la pena. Da lassù infatti c’è un panorama sul golfo davvero spettacolare, che la rende una tappa quasi obbligatoria.

IN POCHE PAROLE

KM: 26 km circa
DISLIVELLO: 542 m.
ALTITUDINE MAX: 397 m.
TIPO DI PERCORSO: anello
TEMPO: relativo

TRACCIA: https://it.wikiloc.com/percorsi-escursionismo/scalata-a-chiesa-formaggino-81692987

Dopo aver esplorato la città in bici, è il momento di varcare il confine triestino e raggiungere la Slovenia. Nel prossimo articolo vi racconterò altri due imperdibili itinerari!

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Dai colli dell’Infinito al mar del Conero

Ci sono tanti modi per farsi odiare dai propri amici durante una vacanza. Uno di questi è sicuramente costringerli a visitare in pieno agosto il borgo natale di Giacomo Leopardi.
Sì. Giacomo Leopardi. Proprio lui. Il famoso poeta-filosofo che parlava di pessimismo cosmico, di natura matrigna, della condanna all’eterna infelicità dell’uomo, ecc. ecc., e che troppo spesso viene superficialmente catalogato come artista “depresso e sfigato”.

Ho sempre amato Giacomo Leopardi. Già alle superiori, mentre le mie coetanee si truccavano a vicenda e pensavano al weekend in discoteca, io fantasticavo e accarezzavo l’idea di visitare, un giorno, la sua Recanati, lassù sull’ermo colle del Monte Tabor.
Proprio come Giacomino, anche io in gioventù ho nutrito una specie di odio e intolleranza verso il paesello dove sono nata. E proprio come lui ho sempre cercato di andarmene, per poi spesso ritrovarmi costretta a tornare.

Una cosa bisogna dirla, però, su Recanati. Non ha niente a che vedere con il mio paese di origine. Io sono nata all’ombra di due ciminiere dell’Enel, circondata da fabbriche di tutti i tipi. Recanati invece è una perla incastonata tra i suggestivi colli marchigiani e visitarla non può che fare bene al cuore.

A Recanati tutto parla del famoso poeta. Nella piazza centrale, chiamata per l’appunto piazza Giacomo Leopardi, spicca il suo busto, eseguito per il centenario della nascita. Passeggiando tra le vie lastricate è possibile leggere, scritti sulle pareti delle case, i versi più celebri.
Il paesino sembra essersi trasformato in una specie di sobrio Disneyland letterario, con tanto di negozi di souvenir con l’immagine o le poesie dello scrittore.
Sulla celebre piazzetta del “Sabato del villaggio” si affaccia la casa natale di Leopardi, nella quale tuttora vivono discendenti della sua famiglia. Dal 2020 è stata aperta al pubblico una parte del piano nobile e gli appartamenti dove Giacomo abitò insieme ai fratelli. E’ possibile visitare anche il museo permanente per ripercorrere la sua vita e l’evoluzione filosofica.

Non avrei mai pensato di trovare così tanti turisti, per lo più italiani, a Recanati in una rovente giornata di agosto. Eppure, per acquistare i biglietti per visitare la casa e il museo ho fatto un’ora e mezza di coda! Ovviamente, sono stata lasciata in condizione di solitudine esistenziale a scontare la mia pena per aver inserito questa tappa culturale all’interno del “Marche o Morte roadtrip”.

Un altro punto a favore per Recanati è la sua poca distanza dal mare; non il Mar Adriatico carico di “gelatine” (le medusine tanto innocue quanto appiccicose) e dalle acque basse e torbide. Si parla della Riviera del Conero, un promontorio a picco sul mare che nasconde incantevoli cale dall’acqua cristallina.
Dopo la scottante visita alla città leopardiana, abbiamo proseguito quindi pieni di aspettative per tuffarci finalmente in mare e conoscere almeno una delle spiagge che offre la riviera.

[N.B. In epoca covid 2020 per accedere alle spiagge era necessario prenotare con apposita applicazione, ma vista l’alta affluenza di visitatori noi non siamo riusciti e quindi l’accesso ci sarebbe stato consentito dopo le 18]

Per tutta una serie di questioni impreviste (ricerca rifornimento con navigatore impazzito, chiacchierata di 40 minuti con venditrice di meloni sulla strada e sessione fotografica tra girasoli morti con lo sfondo del famoso santuario di Loreto), ci abbiamo messo un tempo infinito ad arrivare alla meta prescelta. Quando siamo giunti alla spiaggia del Frate, il sole se ne stava già andando, ma abbiamo potuto comunque godere della pace della spiaggia svuotata e fare un bagno rigenerante alle luci del tramonto.

Il Parco e la Riviera del Conero sono senz’altro tra i luoghi in cui vorrò tornare, poiché il tempo non è stato sufficiente per esplorare bene la zona.

Per il momento il nostro viaggio è terminato! Se te le sei perse, clicca qui per leggere la prima e la seconda tappa del tour marchigiano!

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Direzioni casuali tra i colli umbri e marchigiani

Non ricordo il vero motivo, ma a un certo punto delle nostre peregrinazioni tra le colline marchigiane ci siamo ritrovati a vacare il confine regionale e, dopo una breve tappa serale nella meravigliosa Perugia e una colazione sulle rive del Trasimeno, all’ora di pranzo ci siamo trovati all’interno di una specie di locanda di Gubbio specializzata nella cucina della Crescia.

Il bello di viaggiare in auto e di (dis)organizzarsi in autonomia le vacanze è che talvolta si procede un po’ a sensazione. Le Marche sono una terra immensa da scoprire e di certo non si può esaurire in un solo viaggio. Consapevoli di ciò, durante il nostro road trip abbiamo cercato di cavalcare il tempo e ignorare i chilometri di spazio che ci separavano dalle mete da raggiungere. Ne abbiamo macinati, di chilometri, per saltellare da un punto all’altro, tra le lamentele di chi pativa la guida del nostro chofer (l’unico in possesso di patente di guida) e i briefing sulla direzione da prendere fatti quando eravamo già in movimento.


La Crescia di Gubbio è leggermente diversa da quelle marchigiane che avevo provato fino a quel momento; è più spessa e sembra quasi una focaccia. Salsiccia, cipolla e stracchino…e passa la paura. Ognuno ha il cammino spirituale che si merita.

Dopo aver soddisfatto quindi i nostri palati, per smaltire abbiamo fatto due passi nella medioevale città di Gubbio, soprannominata “città grigia” per il colore dei blocchi calcarei con la quale è stata costruita. Sulla Piazza Grande, una vera e propria piazza “sospesa”, si affacciano il Palazzo dei Consoli, con la sua facciata gotica, e quello Pretorio.
Dalla piazza, cuore pulsante della città, si può ammirare lo splendido panorama sulla valle.
Non potevamo lasciare Gubbio senza compiere tre giri intorno alla Fontana dei Matti ubicata di fronte al Palazzo del Bargello. Si narra che lo straniero che compie tre giri di corsa intorno alla fontana e accetta di essere bagnato con l’acqua della stessa, diventa cittadino di Gubbio con il titolo di “Matto onorario”.

URBANIA e LA CHIESA DEI MORTI

A pochi chilometri dal nostro campo base, Urbino, si trova Urbania, piccolo borgo incastonato tra sinuose colline e bagnato dal fiume Metauro.
A Urbania abbiamo visitato un luogo particolare, dal gusto un po’ macabro. Si tratta della Chiesa dei Morti. Fondata nel 1380, ospita al suo interno il cosiddetto Cimitero delle Mummie ed è diventata una vera e propria attrazione turistica. Nell’attesa del nostro turno per la visita, ho notato il certificato di eccellenza di Trip Advisor esposto con fierezza all’interno della cappella.
Nel Cimitero dei Morti sono esposti 18 corpi mummificati, i quali furono ritrovati nel 1804, periodo in cui un editto napoleonico istituì i cimiteri extraurbani. La particolarità di questi corpi risiede nel fatto che la mummificazione è avvenuta naturalmente, ovvero una sorta di muffa ha essiccato i cadaveri succhiandone gli umori.
La sistemazione di questi corpi, esposti dietro l’altare della chiesa, era avvenuta a cura della Confraternita della Buona Morte, gli scopi della quale erano il trasporto e la sepoltura dei defunti, l’assistenza dei moribondi e la distribuzione delle elemosine ai poveri.
Ognuna di queste mummie ha una sua storia, che il custode-guida racconta ai visitatori con entusiasmo, compiacendosi forse delle espressioni esterrefatte e turbate degli ascoltatori. Tra le mummie, vi è il priore della Confraternita della Buona Morte, Vincenzo Piccini (vestito con la tunica bianca e nera della cerimonia funebre), una donna deceduta di parto cesareo, il giovane accoltellato (del quale è esposto il cuore essiccato trafitto dal pugnale), e lo sventurato che fu sepolto vivo in stato di morte apparente.


PEGLIO e L’UOMO CHE SISTEMA LA LUNA
Sulla via del ritorno abbiamo scorto, immerso nelle luce del tramonto, un piccolo borgo arroccato su una collina. Abbiamo deciso così di raggiungerlo e ci siamo ritrovati nel grazioso borgo di Peglio. Subito ci siamo intrufolati in un negozio di alimentari che, vista l’ora, stava chiudendo e ci siamo procurati un vinello, delle patatine e dei bicchieri. Io ho comprato anche una confezione di Cresce, così, giusto per aggiungere una nuova tipologia alla mia collezione di carboidrati d’asporto. Dopo aver scambiato quattro chiacchiere con il gestore, Anacleto, siamo saliti in cima al colle, abbellito da suggestivi cipressi (per rimanere in tema cimiteriale). Qui spicca una torre, sulla quale si scorge la sagoma di un uomo che, in piedi su una scala, sembra sistemare la luna nel cielo. Ai piedi della torre, seduti nell’erba, abbiamo consumato il nostro aperitivo improvvisato, ammirando il paesaggio dei colli e il tramonto tra i cipressi.

Nella prossima tappa del nostro viaggio ci dirigeremo più a sud, alla ricerca dell’infinito!
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Marche o morte, il road trip tra sacro e profano

  • Una triestina nata a città del Messico e residente in UK
  • Un filosofo serbo con la scritta “L’extracomunitario, I come in peace” sulla maglietta
  • Un piemontese puro sangue delle risaie del vercellesi emigrato sulle colline marchigiane, in veste di assistente sociale e guida turistica allo stesso tempo
  • Una ligure (io) amante del Sud America e ormai da tempo cittadina torinese

…tutti insieme appassionatamente seduti sulla spiaggia di Baia Flaminia (Pesaro) di fronte a un tramonto eccezionale con un bicchiere di bianco in mano.
L’unica cosa in comune è l’esser stati vagabondi per il mondo nella vita precedente e di avere incrociato le reciproche strade in alcune di queste peregrinazioni. Le reti sociali che si tessono nella vita possono prendere strane forme. In questo caso hanno preso la forma di un road trip alla scoperta dell’entroterra marchigiano, un viaggio tra sacro e profano che abbiamo nominato scherzosamente “Marche o morte”, perché organizzare una vacanza in epoca Covid non è un’impresa facile.

Dopo l’aperitivo di benvenuto, da Pesaro abbiamo risalito le colline del Montefeltro fino a raggiungere quella che sarebbe stato il nostro campo base in questa vacanza: Urbino.
Di questa incantevole città, che trasuda storia, arte e cultura, si narra già ovunque nel web. E’ infatti la città natale di Raffaello ed è anche un vero e proprio museo rinascimentale a cielo aperto, che può saziare gli sguardi di ogni visitatore. Non sarò io quindi a dirvi cosa visitare a Urbino. Mi limito a dire che nel mio cuore sono rimasti impressi due scorci: il panorama sulle colline del Montefeltro e la vista sulla città dal parco della Fortezza di Albornoz.

Il mio stomaco invece è stato saziato grazie alla gastronomia locale. E’ qui che è nato il mio grande amore a prima vista per la Crescia, sorella della piadina romagnola, ma più “porcosa” grazie al bagno di strutto. Come ho scoperto nel corso del mio viaggio, la Crescia prende sembianze diverse a seconda del luogo in cui viene prodotta ed è diffusa anche in Umbria. Questa delizia, nella zona di Urbino, è riempita con prodotti tipici come il Salame di Montefeltro, il Prosciutto di Carpegna, il Pecorino di fossa e soprattutto con la Casciotta.
Il mio amore si è trasformato in adorazione e dipendenza, tanto che ovunque andassi ho dovuto provare la variante del luogo. Pura scienza antropologica.

Ma al di là del cammino spirituale tra i carboidrati e i grassi, nel nostro viaggio a tappe tra le colline marchigiane abbiamo scoperto delle perle nascoste che testimoniano come l’uomo sia stato in grado di creare una connessione con la dimensione sacra attraverso l’ambiente naturale.

Ecco le due principali con qualche informazioni all’Alberto Angela.

MONASTERO DI FONTE AVELLANA

Immerso nei boschi delle pendici del Monte Catria, nell’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino, riposa il Monastero di Fonte Avellana, luogo avvolto da un’aurea di misticismo e spiritualità. L’Abbazia fu fondata da un gruppo di eremiti alla fine del X secolo; negli anni si ampliò fino a diventare un vero e proprio monastero, potente sia dal punto di vista economico che politicamente.
L’Eremo è citato anche da Dante nella Divina Commedia; pare infatti che anche il sommo poeta fu ospitato qui.

Attualmente ospita una decina di monaci e organizza incontri, seminari, ritiri spirituali. Il turista di passaggio (e profano) come noi, invece, può respirare la suggestiva atmosfera di questo luogo immerso nella natura partecipando alla visita guidata all’interno del monastero, durante la quale è possibile vedere la Biblioteca, la Sala di San Giovanni da Lodi, lo Scriptorium (dove i monaci trascrivevano a mano antichi testi latini e greci), il Chiostro, la sala del Capitolo e la Cripta.

All’esterno vi è l’Antica Farmacia, dove nel Medioevo i monaci producevano “medicine” con le erbe officinali che coltivavano. Adesso vengono venduti prodotti naturali e genuini, come il miele, le marmellate, gli amari e i saponi.
Per gli amanti del trekking, la collina offre numerosi itinerari a piedi, come il Sentiero della Grotta di San Pier Damiani e Sentiero anello Rocca Baiarda. Per mancanza di tempo e di attrezzatura utile, non abbiamo potuto sperimentarli, ma sono sicuramente un valido motivo per tornarci.

TEMPIO DI VALADIER

L’uomo e la natura si incontrano nella cornice del meraviglioso Tempio di Valadier, santuario ottocentesco incastonato nella roccia e immerso nel cuore del Parco Naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi. Siamo in provincia di Ancona.
In passato questo luogo è stato usato come rifugio dalla popolazione locale alla ricerca di un nascondiglio sicuro dai saccheggi, per poi diventare meta di pellegrinaggio per i peccatori in cerca di assoluzione.
Il Tempio, ultimato nel 1828, ha pianta ottagonale ed è costruito interamente in bianco marmo travertino. All’interno ospitava la statua della vergine con il bambino di Antonio Canova, ora sostituita con una copia.
Ma a mio parere il suo fascino è dato soprattutto dalla cornice naturale in cui si trova; la sua cupola in piombo sfiora la parte sovrastante della parete rocciosa della montagna.

Poco distante dal Tempio si trova l’eremo di Santa Maria Infra Saxa, o Santuario della Madonna di Frasassi, ben più antico e anch’esso suggestivo poiché scavato nella roccia di una grotta.

Il percorso per raggiungere questo luogo non è difficile, sale per circa 300 metri di dislivello. Il sentiero parte dalla strada principale, che costeggia la Gola. E’ largo e lastricato, con pendenza lieve, percorribile a piedi ma anche in bicicletta.

Il viaggio continua nel prossimo articolo! Nel frattempo, guarda le più belle foto sul mio profilo Instagram (macaia_libre)!

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Un panino in vetta. La montagna in inverno senza rifugi.

Visto che quest’anno i rifugi sono stati chiusi per molto tempo, il mio ventaglio di esperienze montane si è arricchito di mete più “selvatiche” e di panini gelidi sbranati in vetta. Di certo, potendo scegliere, opterei per una meta con rifugio caldo e polenta concia, ma in fin dei conti la mentalità “montagna schiappa” può essere rispettata anche con un pranzo al sacco “intelligente” che comprende cibo, vinello, grappino e thermos di tè e caffè bollenti.

Ecco alcune gite fattibili anche per chi, come me, non è molto portato per la camminata su manto nevoso. Le informazioni tecniche sugli itinerari le trovate cliccando sul link del sito Gulliver.

Non dimenticate di leggere l’articolo sugli itinerari-schiappa con tappa in rifugio!

Punta Sourela
Valli di Lanzo, Colle San Giovanni

Questa è stata la gita della mia prima esperienza con le (odiate) ciaspole. Niente da ridire sul paesaggio, bello per tutto il percorso e spettacolare in vetta. Si sale per due ore, due ore e mezza, quindi la camminata è fattibile per chi, al contrario mio, è abituato a camminare sulla neve. Nessun rifugio all’orizzonte, ma la vista da lassù ripaga la fatica.

Voto paesaggio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/sourela-punta-da-col-san-giovanni/

Punta dell’Aquila
Valle di Susa

Si sale percorrendo le piste di ex impianti sciistici. Quindi si sale e non spiana mai. Per raggiungere la Punta dell’Aquila, a 2.120mt., si deve camminare su manto nevoso per circa due ore e mezza. Per raggiungere la tappa intermedia, a 1860 mt, noi ci abbiamo messo due orette. La scritta SALVINI CAROGNA dipinta sulla struttura decrepita dell’ex impianto sciistico è stata per noi una vera perla. Senza nulla togliere ovviamente alla visuale sulle Alpi Marittime e sul Gruppo del Monte Rosa.
Al punto di partenza del percorso si trova il rifugio/ristorante Alpe Colombino, dove eventualmente ci si può fermare a fine gita.

Voto paesaggio ♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/aquila-punta-dell-dallalpe-colombino-3/

Cima del Bosco
Alta Val di Susa

Il percorso per raggiungere Cima del Bosco attraversa un suggestivo bosco dove si cammina per circa due ore… e non spiana quasi mai! Anche se ho detto che queste mete non contemplano il pranzo in rifugio, in realtà questo itinerario dà l’opzione della scelta ai rifugio-lovers disposti a partire presto. Infatti, nel borghetto dal quale parte l’itinerario, si trova il rifugio Fontana del Thures, che per l’appunto si affaccia su una splendida fontana seicentesca a pianta ottagonale. Se le condizioni meteo sono buone, il pranzo al sacco in vetta regala comunque gioie.

Voto paesaggio ♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/bosco-cima-del-da-thures/

Per vedere le altre foto targate “montagna schiappa”, segui la pagina Instagram!

Un piatto caldo. La montagna in inverno con i rifugi

Questa è stata un’annata difficile per i rifugi, costretti ad aperture a singhiozzo e a gestire metrate di neve che, manco a farlo apposta, sono cadute proprio nella stagione in cui gli impianti sciistici non hanno aperto.

Ecco alcuni itinerari abbastanza semplici che, grazie alla presenza di un caldo e accogliente rifugio in vetta, sapranno scaldare il cuore dei “polenta-lovers”. Ce ne sono alcuni ai quali sono affezionata, dove torno spesso, perché sono facilmente raggiungibili in tutte le stagioni.

Le informazioni tecniche sugli itinerari li trovate cliccando sul link del sito Gulliver.

E, se non l’avete ancora fatto, non dimenticate di leggere l’articolo sugli itinerari-schiappa senza rifugio!

Rifugio Fontana Mura
Val Sangone

E’ sicuramente una delle mete del cuore per tutte le stagioni e non solo perché la strada per raggiungerlo a piedi non è troppo impegnativa. Il rifugio è gestito da due simpatici ragazzi che, dopo aver girato un po’ il mondo, hanno lasciato i loro lavori sicuri per assecondare il bisogno di tornare a casa. Al Fontana Mura si mangia semplicemente da dio, si beve ottimo vino e si può giocare con giochi in scatola degli anni 80-90!

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/fontana-mura-rifugio-dalla-strada-per-pian-neiretto/

Rifugio Willy Jervis
Val Pellice

E’ situato nella suggestiva Conca del Pra ed è raggiungibile sia in inverno che nella bella stagione attraverso due diversi percorsi. In inverno si percorre la pista carrabile e nelle altre stagioni è possibile salire attraverso il sentiero, più breve e ripido ma fattibile. La regina di questo rifugio è senza dubbio Madame Polenta Concia, una vera bomba.
Il Jervis deve il suo nome al partigiano e alpinista Guglielmo Jervis ed è sicuramente uno dei miei rifugi del cuore.

Voto paesaggio ♥♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/jervis-willy-rifugio-alla-conca-del-pra-da-villanova/

Rifugio Città di Ciriè
Val d’Ala, Pian della Mussa

Questo rifugio è una meta ideale per l’inverno, quando la strada percorribile in auto è chiusa al traffico lasciando spazio solo agli scarpinatori. Il primo tratto di percorso è abbastanza in pendenza, ma poi spiana (per davvero!). La chicca e il consiglio è quello di portarsi dietro un bob da usare al ritorno dal rifugio, perché il tratto di strada in pendenza risulta particolarmente adatto!

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/mussa-pian-della-e-rifugio-citta-di-cirie-da-balme-3/

Rifugio Selleries
Val Chisone

La medaglia al merito di questo rifugio va sicuramente alla crema di gorgonzola, con la quale accompagnare la polenta e la selvaggina.
Partendo da Selleiraut raggiungere il Selleries è decisamente semplice anche nella stagione invernale con la neve (chi vuole faticare di più può partire da Villaretto). Non ci sono infatti particolari pendenze da superare, ma comunque il paesaggio innevato merita. Il rifugio si trova all’interno del Parco dell’Orsiera e da lì è possibile partire per altre interessanti escursioni (come per esempio quella al lago Ciardonnet).

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/selleries-rifugio-da-pra-catinat/

Rifugio La Chardouse
Alta Val di Susa

Il rifugio si può raggiungere attraverso la strada carrabile (chiusa in inverno) o seguendo il sentiero, più breve e ripido, ma comunque fattibile, se si dispone della giusta attrezzatura per camminare su ghiaccio o neve. La Chardouse è il nome in patois del fiore della carlina, che si appendeva fuori dalle case di montagna per tenere lontane le forze nefaste. Il rifugio, situato nella borgata Vazon, è graziosissimo e curato. Si mangia benissimo, nonostante non abbia nel menu la polenta. Punto di forza è sicuramente la zuppa di cerali, legumi e verdure di stagione, nonché i tomini con una deliziosa marmellata di rabarbaro, lampone e cipolla rossa.

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/la-chardouse-rifugio-da-oulx/

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Di ciaspole, ramponcini e affini. Le filosofie della montagna in inverno.

Sicuramente immaginando una ciaspolata, circondati dal romantico paesaggio della montagna innevata, la maggior parte di voi ha un sussulto entusiastico al cuore.
Anche per me era così. Prima di aver provato le ciaspole.
Fino ad allora avevo condotto i miei trekking-schiappa nella neve accontentandomi di scarponcini impermeabili e, all’evenienza, indossando ramponcini tattici per non perire sul ghiaccio.

Ma quest’anno di neve ne è caduta una quantità assurda ed è stata per me una stagione di grandi scoperte esperienziali. Dopo aver capito cosa sono, in montagna, le ghette (io ero rimasta alle ghette dei fuseaux anni 90 che mettevo da bambina), sono stata iniziata per l’appunto all’uso ciaspole. Il loro senso l’ho scoperto un giorno all’inizio di una camminata, quando, al secondo passo, mi sono ritrovata con la neve fino alla vita e mi sono sentita per un attimo il cavallo di Atreiu nelle sabbie mobili della Storia Infinita.

Diciamo che non è stato un amore a prima vista, quello per le ciaspole.
Con i ramponcini mi sento più una felina delle nevi, mentre la ciaspola aumenta il mio livello di goffaggine (che è già abbastanza elevato).
Inoltre, di solito mentre cerco di procedere in salita faticando sul manto nevoso, svariati cultori dello sci alpinismo mi sorpassano ginnici più che mai (giusto per aumentare il sentimento di inferiorità). Lo sci alpinismo secondo me appartiene alla categoria dello sport-masochismo.

Ma giustamente ci sono diverse filosofie e attitudini per vivere la montagna: c’è chi pensa solo alla meta imprescindibile e chi sale con umiltà senza la certezza di arrivare al traguardo (e quando ci arriva si sorprende da solo), c’è chi preferisce mangiare un panino in vetta (in qualsiasi situazione metereologica) e chi, prima di mettersi in marcia, valuta attentamente la presenza di rifugi dove fermarsi a mangiare.

Di seguito troverete alcuni itinerari che è possibile compiere (anche) in inverno senza necessariamente vedere scorrere davanti a sé la propria vita pensando di morire di fatica. In poche parole, ecco alcune mete adatte al “livello schiappa” (ma non troppo), che ho avuto occasione di esplorare nella mia BREVE esperienza di camminatrice delle nevi. N.B. Queste mete non hanno niente da invidiare alle mete livello PRO in quanto a bellezza.

Per leggere gli articoli, cliccate sull’immagine o sui titoli qui in basso!

Storia e salite, in bici sulla Serra d’Ivrea

ALERT! Prima di pensare di essere di fronte a un articolo di cicloturismo livello PRO, consiglio di scoprire la filosofia del ciclista-schiappa cliccando sul link del precedente articolo, “Diario di una ciclista schiappa”!

Dopo aver pedalato su e giù per le colline moreniche del Canavese, il secondo tour della serie “bici-schiappa” mi ha portata a scoprire le perle nascoste nei dintorni del lago di Viverone, tra natura e pezzetti di storia disseminati lungo il percorso.

IN POCHE PAROLE:

KM: 48km circa
DISLIVELLO: 678 mt.
ALTITUDINE MASSIMA: 580 m.
TIPO DI PERCORSO: anello
TEMPO: relativo

TRACCIA: https://it.wikiloc.com/percorsi-gravel-bike/bicischiappa-2-63086751

Si parte da Azeglio e si scende sulle sponde del lago di Viverone. Il primo incontro con la storia avviene proprio qui, poiché in questa suggestiva location erano stati ritrovati pali di palafitte risalenti all’età del bronzo e altri reperti che attualmente sono conservati nel Museo di Antichità di Torino e nel Museo del Territorio Biellese. Sulle rive del lago è stata realizzata una ricostruzione dell’antico villaggio palafitticolo e questo sito è entrato a far parte dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.

Da qui il tour prosegue salendo sulla serra d’Ivrea, rilievo morenico di origine glaciale che dona al territorio caratteristiche assolutamente particolari. Inutile dire, trattandosi di serra, che le salite e le “rampette” sono parte integrante del viaggio e che il ciclista-schiappa, con molta umiltà, dovrà affidarsi all’aiutino della sua e-bike in diversi tratti. Devo dire che comunque il mio lato masochista non mi ha impedito di fare fatica.

All’inizio del percorso sulla serra si incontra un piccolo bacino d’acqua, il lago di Bertignano, che dalla preistoria del lago di Viverone ci catapulta brutalmente in epoca moderna. Nelle sue acque infatti è immersa la struttura dell’opera di presa della centrale idroelettrica, non più in funzione. Inoltre il luogo è disseminato di tralicci di diverso tipo appartenenti al gruppo Enel, che li usava a scopo addestrativo. Quello che a primo impatto potrebbe sembrare uno scempio, a mio parare dona alla zona una sorta di fascino da “archeologia industriale”. Ferraglia e natura, scontrandosi, sono comunque riusciti a creare una sorta di quadro armonico che è piacevole osservare.

Opera di presa della centrale idroelettrica_Lago di Bertignano

Si prosegue pedalando fino a Magnano, piccolo borgo sul crinale della collina. L’antico paese era sorto intorno alla chiesa romanica di San Secondo, che attualmente si trova in mezzo al verde, a poca distanza dal centro cittadino. A Magnano è possibile percorrere le suggestive stradine del ricetto, ovvero un raggruppamento di case circondate da mura tipico del Piemonte medioevale. Tale ricetto sorse all’inizio del 1.200 come borgo franco e conserva l’impianto urbanistico dell’epoca, fortemente condizionato dalla sua posizione geografica. Pare sia l’unico esempio rimasto in collina, ma io non ho foto da mostrarvi perché il mio stato confusionale da salita stava già iniziando a prendere il sopravvento.

Rimaniamo nel Medioevo, proseguendo il nostro itinerario verso Bollengo e tornando così nella provincia di Torino. Pedalando tra le campagne di questo comune si incontra il cosiddetto Ciucarun (ovvero il campanile di San Martino), in stile romanico, che spunta dal terreno ed è l’unica testimonianza di un antico abitato di nome Paerno. Nella stessa zona è presente anche la chiesa romanica dei Santi Pietro e Paolo che apparteneva a un altro antico borgo, Pessano.

Sulla via del ritorno, risalendo tra le campagne e le vigne di Piverone, si trovano i resti del cosiddetto Gesiun (termine dialettale che significa “chiesona”), un edificio in stile romanico che di grande ha solo il nome.

Da qui, percorrendo un pezzo della via Francigena, si torna al lago di Viverone, dove finalmente si può riprendere contatto con l’anima schiappa che nel corso del tour ha fatto a botte con le salite della serra. Sul lago infatti è possibile consumare un pasto caldo, bere un caffè, fare una sosta sul pontile del porticciolo che sa molto di “vacanza al mare”, recuperando così le forze per raggiungere nuovamente il punto di partenza…sentendosi degli eroi pur essendo rimasti delle “schiappe”.

Restate sintonizzati per scoprire i prossimi tour di ciclismo umile!

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