Amalfi tra natura e storia: la Valle delle Ferriere

Alert! Questo articolo apparteneva a un mio vecchio blog, pertanto le informazioni che trovate potrebbero non essere aggiornate in quanto queste escursioni risalgono a qualche annetto fa.

Dovete sapere che nel Fiordo di Furore, di cui vi ho parlato nel precedente articolo, un tempo si trovavano gli opifici dove avveniva la lavorazione della carta. In realtà in Costiera Amalfitana vi sono altri luoghi che conservano la memoria di questa attività così diffusa in passato.
Uno di questi è proprio in prossimità della città di Amalfi.
Sembra che questa ex Repubblica Marinara, infatti, già da prima del 1200 avesse messo in moto le sue cartiere e producesse una tipologia molto pregiata di carta, chiamata Charta Bambagina.
La famosa carta di Amalfi veniva prodotta proprio nella cosiddetta Valle dei Mulini; pare che le sue cartiere rifornissero di carta tutte le città del Sud Italia.

Se fate parte del team di quelli che in vacanza amano esplorare e finire la giornata con la sensazione di indolenzimento alle gambe, amerete questo itinerario tra natura e storia che permettere di ripercorrere il passato produttivo di Amalfi, raggiungendola dall'”alto” attraverso un percorso a piedi lungo la Valle delle Ferriere (l’altro nome della Valle dei Mulini).

L’inizio del sentiero si trova a Pontone e per l’esattezza nella piazzetta San Giovanni. Si può lasciare la macchina in un fantastico parcheggio a pagamento (l’unica opzione, per lo meno d’estate).
Se si viaggia con i mezzi pubblici esistono delle linee di autobus che collegano Amalfi a Ravello e Scala; alcuni di essi deviano anche per Pontone. Altrimenti si può raggiungere Pontone a piedi da uno di questi due paesi, che è quello che abbiamo fatto noi al ritorno da Amalfi per riprendere l’auto parcheggiata (nonostante avessimo svuotato i portafogli, la moneta non era bastata per coprire tutto l’arco della giornata e ci siamo trovati la multa!).

Bene. Lasciata la macchina, provvisti di pranzo al sacco e acqua fresca ci siamo messi in cammino sotto al sole cocente di mezzogiorno (sicuramente non è l’orario consigliato per iniziare una camminata) prendendo per l’appunto il sentiero che parte da Pontone.
Dopo un primo tratto soleggiato tra i limoneti e vigneti del paese si inizia ad entrare nella boscaglia. Da questo momento in poi tutto è più fresco, non solo per l’ombra ma anche per la presenza del torrente Canneto che vi accompagnerà per gran parte del percorso.
Questo è segnalato con strisce bianche e rosse sugli alberi o sulle pietre, ma se siete inclini alla distrazione potreste rischiare di prendere un viottolo sbagliato tra i tanti che intersecano la strada principale. Noi per non farci mancare niente ci siamo persi, ma per fortuna ce ne siamo accorti quasi subito finendo in una fitta trama di rovi e arbusti.

La Valle delle Ferriere si chiama così proprio perché lungo questo meraviglioso sentiero immerso nella natura si incontrano diverse ferriere risalenti all’epoca medioevale. L’atmosfera è davvero suggestiva perché la natura si è letteralmente impadronita di questi ruderi. La vegetazione è cresciuta selvaggiamente, muschi ed erbe rampicanti si espandono sulle mura abbandonate e alberi dalle grandi radici sono cresciuti al loro interno. Diverse cascate rompono il silenzio della vallata.

Dopo aver raggiunto la prima ferriera a fianco del torrente, c’è la possibilità di scegliere se fare una piccola deviazione per raggiungere la Riserva Integrale e ammirare gli ultimi esemplari di felce che pare risalgano all’epoca della glaciazione. Il percorso non è lungo ma un po’ più impegnativo, quindi tenetelo a mente prima di decidere se proseguire.

Dopo esserci scatenati con l’esplorazione dei ruderi e avere scattato foto di ogni tipo vicino alla cascata più grande che si incontra durante il cammino, abbiamo proseguito scendendo la vallata in direzione di Amalfi. Dopo le ferriere, incontriamo anche gli antichi mulini che sanno di storia della gloria perduta di Amalfi e la sua carta.

La Valle prende così le sembianze di un museo a cielo aperto, dove la natura ha preso il sopravvento creando un atmosfera quasi magica.

Per chi vuole allontanarsi dalle orde di turisti in tenuta da spiaggia, questo percorso sembra un’ottima alternativa per vedere la Costiera da un altro punto di vista.

Raggiungere Amalfi alla fine di questa camminata ha sicuramente dato un valore aggiunto al nostro viaggio. E quale miglior premio se non una sfogliatella della famosa pasticceria Andrea Panza, vicino alla piazza del Duomo di Amalfi?

[N.B. Le belle foto di questo articolo sono state scattate da Marco Cucciniello]

Costiera Amalfitana nascosta: a piedi al Fiordo di Furore

Alert! Questo articolo apparteneva a un mio vecchio blog, pertanto le informazioni che trovate potrebbero non essere aggiornate in quanto queste escursioni risalgono a qualche annetto fa.

Se pensi alla Costiera Amalfitana, quali immagini ti vengono in mente?
Probabilmente le classiche immagini da cartolina di Sorrento, Positano e Amalfi, incastonate nella scogliera a picco sul mare cristallino.
Oppure i limoni grandi come la tua faccia, la spremuta fatta al momento da un signore con il carrettino che parla un misto tra dialetto e inglese.
Sicuramente il traffico di automobili, scooter e i pullman dei turisti che sembrano rimanere incastrati nelle stradine a strapiombo della Costiera.
E ovviamente il mare cristallino e le spiagge rinomate.

Ma forse pochi sanno che la Costiera Amalfitana non è solo questo; ci sono angoli nascosti, meno conosciuti, lontani dal turismo di massa. La Costiera è percorsa da una miriade di sentieri immersi nella natura mediterranea, a picco sul mare e intrisi di leggenda. Siamo nel Parco Regionale dei Monti Lattari e uno di questi sentieri porta al Fiordo di Furore.

Eh sì, non c’è bisogno di andare in Norvegia per trovare un fiordo. Ne abbiamo anche uno in Italia, proprio in Costiera Amalfitana. Si chiama Fiordo di Furore e con quelli norvegesi non ha proprio niente a che vedere. Tecnicamente non è un vero e proprio fiordo, ma una rìa; comunque è conosciuto con questo nome.

La leggenda narra che il diavolo in persona si presentò agli abitanti di Furore, borgo che si trova nella vallata soprastante dal quale prende il nome, e che, non essendo stato accolto in maniera molto ospitale, pensò di lasciare per dispetto un “ricordino” solido.
Si, proprio quello.
Pare che per pulirsi poi il sedere il diavolo utilizzò delle ortiche e, in preda alla rabbia e al dolore, fuggì sbattendo furiosamente i piedi e creando così la spaccatura della valle.

Sentiero della Volpe Pescatrice

Per vedere il Fiordo ci sono tre modi. O lo si guarda velocemente dall’alto, lasciando abusivamente la macchina in prossimità del 23esimo km della strada statale (dove tra l’altro non c’è assolutamente spazio per parcheggiare, fatta eccezione forse per gli scooter). Ci si sporge dal ponte e via.
Oppure, se le attese dei mezzi pubblici non vi spaventano, è possibile prendere un bus della Sita, linea Positano-Amalfi.

La terza alternativa è quella di raggiungerlo a piedi partendo da uno dei paesini del vallone, raggiungibili abbandonando la costa e salendo la valle con l’auto (o con un autobus, eventualmente).
Raggiunto il paesino di Sant’Elia bisogna imboccare il sentiero della Volpe Pescatrice. Dal piazzale del Carmine, in prossimità della Chiesa di Sant’Elia, inizia una scalinata che scende verso il mare percorrendo quello che era l’antico sentiero dei contadini-pescatori. Si tratta di circa 40 minuti di discesa con una visuale mozzafiato sulla costiera.
Il percorso non è per niente complicato, ma certo è consigliabile indossare un paio di scarpe da camminata o da tennis, o comunque calzature estive sportive e comode.
Questo perché poi una volta che ci si è goduti il Fiordo si deve risalire il sentiero per recuperare la macchina….E se all’andata era discesa, al ritorno sarà salita.

Bordo dei pescatori al Fiordo di Furore

Arrivando al Fiordo sembra di tornare indietro nel tempo. Ad accogliere i visitatori ci sono i monazeni, le antiche case dei pescatori ormai disabitate, incastonate tra le rocce con gli intonachi colorati sbiaditi, e le barche adagiate sulla sabbia della piccola spiaggetta.
Una targa ricorda che Roberto Rossellini e Anna Magnani vissero in questo antico borgo la loro storia d’amore. Difficile non sognare lo stesso.
Guardando in alto si scorge proprio il ponte della statale, che forma un arco suggestivo verso il mare. Il torrente Schiato scende dall’altopiano di Agerola e attraversa la spaccatura del Fiordo riversandosi poi nel Tirreno.

Quel giorno il tempo non era stato dei migliori e l’acqua che bagnava la spiaggetta del Fiordo aveva un colore poco invitante. Ma pare che nelle giornate buone sia davvero cristallina e sicuramente una delle location più affascinanti dove trascorrere una giornata di mare in Costiera Amalfitana. La peculiare conformazione geologica assicura inoltre una temperatura più fresca rispetto ad altre spiagge. Se la vostra intenzione è quella di rosolarvi al sole tenete presente che qui lo potete trovare solo nelle prime ore del pomeriggio!


UNA CHICCA GASTRONOMICA! Siccome quel giorno ci ha colti un temporale estivo, abbiamo cercato di ingannare l’attesa con una tappa culturale e gastronomica che mi sento di consigliare. Agerola, un paesino lì nei dintorni, è famoso per il formaggio fiordilatte. Fate una tappa al caseificio! Quello che abbiamo trovato noi si chiama Belfiore. Ad accoglierci c’erano tre signore che parlavano degli affari loro in dialetto. Pare non sapessero che Agerola fosse famosa per il fiordilatte. Scrollando le spalle ci hanno risposto più o meno così:
Nun o sapevamo. Effetivamente ce magnamm tutte e juorne
(Non lo sapevamo, effettivamente lo mangiamo tutti i giorni)
E fu così che ci siamo mangiati mezzo kg di fiordilatte fresco, così, a mani nude come se fosse un panino, bagnati di pioggia e avvolti nei teli mare. Rifornimento di energia e salute prima della camminata. La vera merenda dei campioni!

Rimanete sintonizzati per scoprire le altre perle nascoste della Costiera Amalfitana!

[N.B. Le foto dell’articolo sono state scattate dal mio ex compagno di avventure, Marco Cucciniello]

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Restare umili in un posto figo: hike a San Fruttuoso

L’outfit è importante.
Percorrendo l’itinerario che porta da San Rocco di Camogli a San Fruttuoso, ho visto camminatori di ogni genere: adolescenti vestiti da rapper, ragazzine con tutina bianca e trucco perfetto, signore con borsetta griffata (poi infilata al collo nei punti più critici in cui le mani servono per tenersi alle catene), famiglie con bambini e cagnolini da salotto, ometti in mocassini e camicia di lino, ragazzi in (solo) mutande e addirittura uno con un pappagallino sulla spalla (che all’inizio pensavo fosse un’allucinazione da fatica).

Non ci sarebbe niente di male se si stesse passeggiando sul lungomare di Camogli, ma qui si sta parlando di un’escursione abbastanza impegnativa, con un discreto dislivello (circa 1.000 mt di dislivello totali). Non si tratta di un sentiero lineare, ma di un susseguirsi di rocce, radici, con tratti in cui bisogna un po’ arrampicarsi e tratti espositi in cui si procede con l’aiuto di catene. Non siamo al livello di una ferrata per carità, ma prendendolo alla leggera ci si può fare davvero male.

Dopo questa introduzione moralista e allarmista, mi accingo a dire che il percorso è stupendo e assolutamente panoramico. In diversi punti sarà obbligatorio fermarsi per ammirare il panorama a picco sul mare. D’altronde siamo nel Parco Naturale Regionale di Portofino, una perla naturalistica della Liguria. Ma bisogna affrontarlo con umiltà.

Sinceramente anche io avevo avevo sottovalutato la questione fatica, tenendo conto del dislivello solo per l’andata; infatti è molto diverso da quello che succede comunemente in montagna, dove una volta che si raggiunge la vetta, poi c’è la discesa. Siccome questo percorso è fatto di continui saliscendi, una volta arrivati alla meta, si torna indietro compiendo lo stesso dislivello dell’andata.

IN POCHE PAROLE
PUNTO DI PARTENZA: San Rocco di Camogli
DISLIVELLO: 850 m. circa
KM: 16 km circa (a/r)
TEMPO: 5,30 circa (a/r)

Scarica la traccia su Wikiloc: https://www.wikiloc.com/hiking-trails/hiking-da-san-rocco-a-san-fruttuoso-100128627
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La prima parte del sentiero è abbastanza semplice. Dal parcheggio di San Rocco si raggiunge la suggestiva piazzetta del paese e poi si prosegue su una stradina a mezzacosta con bellissime vedute sul mare e su Punta Chiappa, che volendo si può raggiungere prendendo un bivio dopo circa 300 m. circa di cammino.
Altrimenti si ignora il bivio e si attraversa la frazione di Mortola, dove il cuore si colma necessariamente di invidia verso chi ha la fortuna di vivere in questo angolo di mondo affacciato sul mare. C’è anche una scuola vista mare ormai abbandonata, nella quale chiederei subito trasferimento, se per l’appunto fosse ancora in funzione.

Dopoché il sentiero prosegue in un rigoglioso bosco, poi lecceta, fino a raggiungere la località Batterie, dove si trovano i resti delle strutture in cemento dell’osservatorio della 202esima batteria di artiglieria costiera del Regio Esercito. Fino a qui tutto easy e senza troppo sforzo, tutto procede ben segnalato e soprattutto abbastanza pianeggiante. Sempre in questa zona c’è l’ultima fontana dalla quale si può fare rifornimento di acqua.

Un timido cartello avvisa i gentili visitatori che da qui in avanti la questione si fa più complicata, che bisogna avere acqua e un abbigliamento adeguato.
Il percorso infatti diventa più tortuoso, “scalinato”, alcuni punti (come il Passo del Bacio) sono esposti e dotati di catene. Il panorama a picco sul mare è meraviglioso lungo tutto il percorso e l’entusiasmo fotografico mi ha costretto diverse volte a fermarmi (al ritorno invece non vedevo l’ora di arrivare ed ero più impostata in modalità #sticazziilpanorama #rivogliolemiegambe). Da questo momento però il dislivello inizia a farsi sentire, così come l’esposizione al sole. Si sale e si scende diverse volte; quando si pensa di aver superato l’ultimo colle ne salta un altro da risalire e da riscendere. Non so come facciano i camminatori occasionali, mal attrezzati, o i bagnanti estivi, a percorrere questo percorso per andare al mare.

Certo la bellezza della destinazione finale, ovvero la baia che ospita, incastonata tra le scogliere, l’abbazia di San Fruttuoso, fa passare tutta la paura.
Si tratta di un antico monastero benedettino che ospita le tombe della famiglia Doria e che è stato donato al Fai dagli eredi. Ovviamente ha una lunga storia, che potete tranquillamente visionare nel magico mondo dell’internet, e senza dubbio ha un enorme fascino (peccato solo che fosse chiuso alle visite quel giorno).

Io alla baia ci sono arrivata in preda allo sconforto, con le gambe a pezzi, caldo e sete. Il panorama però mi ha dato un po’ di fiato. Quel giorno il mare era in burrasca, tuonava schiaffeggiando le rocce e rubando con le onde lo spazio della piccola spiaggetta, ma nonostante questo aveva un colore pazzesco che faceva risaltare la bellezza del luogo.

Mi ha sorpreso appurare che la location, nonostante non fosse un “periodo turistico” dell’anno e nonostante il servizio traghetti non fosse attivo causa condizioni del mare, fosse ricolma di persone che, così a vederle, con il trekking e l’escursionismo non avevano niente a che fare. Ho iniziato a chiedermi se forse non ci fosse stato un sentiero meno impegnativo per tornare, perché l’idea di appendermi come un salame alle catene a picco sul mare non mi ispirava molto. Chiedendo a un turista a caso: “Scusi, sa se per tornare l’unica via è quella con le catene?”, mi sono sentita rispondere “Quali catene?” e il mio stato confusionale da prostrazione è aumentato.

In ogni caso, restando umile in un posto figo (cit. Pagante), dopo un pranzo al sacco rapido a base di nutriente focaccia con le cipolle (durante il quale cercavo di riprendere contatto con i miei arti inferiori), ho deciso che non avevo assolutamente voglia di rischiare di aggiungere km e dislivello prendendo un altro sentiero sconosciuto. Non ho avuto neanche la forza di salire ancora un pezzetto per raggiungere la Torre Doria, da dove poi si può proseguire il sentiero per raggiungere Portofino (per la cronaca, da San Rocco a San Fruttuoso si cammina 3 ore, invece fino a Portofino 5).
Dietrofront quindi.
Una volta conclusa l’escursione mi sentivo come si sente un alpinista dopo aver scalato l’Everest senza doversi amputare una gamba. Eroica quindi.

Il Parco Naturale Regionale di Portofino nasconde una pluralità di sentieri immersi nella natura e sicuramente in futuro mi piacerebbe esplorare ancora questo angolo selvaggio di Liguria.
Per visitare il monastero invece, mi sa che tornerò prendendo un traghetto! 🙂

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Un balcone sulle Valli di Lanzo: a piedi verso i laghi di Sagnasse

Le Valli di Lanzo mi hanno sempre mandato in confusione, quella confusione di cui ho già parlato in un articolo precedente.
Dovevo intuirlo che, essendo un nome al plurale, in sé nascondeva altri tre nomi da dover ricordare e distinguere. Le Valli di Lanzo si dividono infatti in tre “sottovalli”: la Val Grande, la Val d’Ala e infine la Val di Viù. Ci vuol tutto che io sappia dove sia Lanzo, rispetto a Torino. Comunque poi da lì si aprono queste tre diverse Valli che nascondono una pluralità di itinerari imperdibili.

Vi avevo già accennato a due gite invernali gettonate che si possono fare in Val di Viù e in Val d’Ala, nello specifico sto parlando della faticosa ciaspolata a Punta Sourela e a quella più easy al Pian della Mussa con destinazione gustosa al rifugio Città di Ciriè. Queste due escursioni si possono compiere in tutte le stagioni, ma sono particolarmente suggestive negli inverni nevosi.

Adesso vi porto nella terza Valle di Lanzo, la Val Grande, diretti verso i laghi di Sagnasse.

IN POCHE PAROLE
PUNTO DI PARTENZA: Rivotti, 1.450 m., frazione di Groscavallo (To)
DISLIVELLO: 600 circa
KM: 11 km circa a/r
TEMPO: 3 ore circa a/r
Difficoltà: T/E

Scarica la traccia su Wikiloc: https://www.wikiloc.com/hiking-trails/hiking-ai-laghi-di-sagnasse-valli-di-lanzo-100128544
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Il Sentiero Balcone Rivotti_Gias Nuovo Fontane ( da Rivotti sentiero n.321, “Crest”) si presenta adatto a un tipo di escursionismo livello schiappa come piace a me. La strada è per lo più sterrata, facilmente percorribile anche in caso di neve. Sale, ma con umiltà, alternando tratti ripidi e tratti in cui spiana, che danno la possibilità di riprendere fiato.

Il percorso è esposto al sole quindi adatto ai freddolosi che, come me, preferirebbero essere in spiaggia con le infradito. Se il tempo è clemente, trattandosi per l’appunto di sentiero-balcone, c’è una bellissima vista sul panorama. Si scorgono infatti le imponenti cime innevate che circondano la Val Grande. Lungo il percorso si incontrano diversi alpeggi, come le baite Alpe le Moie. In un tratto che non so indicare con precisione, se si tira sul naso, è possibile scorgere la “famosa” Pera Ciapel, ovvero due pietroni sovrapposti (in piemontese pera significa pietra) che non si sa bene perché siano finiti lì e come possano rimanerci in equilibrio.

La strada termina al Gias Nuovo Fontane, sulle pendici del Barrouard, ma noi abbiamo deviato per raggiungere i Laghi di Sagnasse. Più precisamente, dopo aver percorso il Vallone Segnasse (probabilmente il punto più panoramico del tragitto), si incontra l’Alpe Gias Crest e la deviazione.

Questo ultimo tratto, che si presenta proprio quando si pensa di aver schivato la fatica vera, risulta ripido, scalinato e impietoso..ma dura poco, circa 30 minuti. I laghi sono due, quello Inferiore a 2.053 m. e quello Superiore a 2,083 m.; ma non sono molto certa di dove ci siamo fermati perché ovviamente in inverno non si possono vedere, in quanto ricoperti di ghiaccio e neve. Ma vabbè, ci si può sempre stendere su uno degli imponenti roccioni ai bordi dei laghi per prendere il sole come lucertole o consumare il pranzo al sacco circondati da un panorama davvero invidiabile…promettendosi di ritornare!

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Rocca Sella, il rock garden della Val di Susa

Diffidare degli sportivi, soprattutto di quelli che praticano sport di montagna “masochisti” come lo sci alpinismo e la corsa in quota. Quando ti dicono cose del tipo: “È un sentiero molto semplice, panoramico..” devi già sapere che semplice per te, comune mortale-camminatore-schiappa, non lo sarà.

Il giorno della gita al Rocca Sella io già avevo fiutato possibili colpi di scena e infatti, poco tempo dopo la partenza, mi sono ritrovata letteralmente a gattonare su per quello che romanticamente si potrebbe chiamare un “rock garden”. Meno romanticamente invece si potrebbe definire un sentiero “che va su bello dritto”, concentrando 300 m. di dislivello in 1 km di rocce e radici.

IN POCHE PAROLE
PUNTO DI PARTENZA: Rifugio Rocca Sella, località Celle, quota 1.000 m.
DISLIVELLO: 510 m. circa
KM: 6 km circa a/r
TEMPO: 1,30 a/r circa

Scarica la traccia su Wikiloc: https://www.wikiloc.com/hiking-trails/anello-rocca-sella-101455762
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Siamo in Val di Susa, partenza dalla località Celle, dove si trova il Rifugio Rocca Sella. Già che all’inizio del percorso ci sia un rifugio, invece che in vetta, potrebbe corrompere il camminatore alla ricerca di piaceri gustativi (categoria alla quale mi sento di appartenere). Essendo però accompagnata da escursionisti PRO che arrivavano da una precedente ferrata, non ho ceduto alla tentazione di fermarmi prima di partire. Mi piace mantenere un briciolo di dignità.

Il sentiero che parte dal rifugio inizialmente sale nel bosco senza particolari difficoltà. Come sempre, la cima mi guarda dall’alto e io guardo lei, lontana e irraggiungibile, senza troppa speranza di arrivarci. Si incrocia una strada asfaltata e, una volta giunti nei pressi dei lavatoi, si prende una mulattiera ciottolosa (n.575) che, se cosparsa di foglie come quando siamo passati noi, risulta un po’ scivolosa.

Un volta arrivati a un bivio, scegliendo completamente a caso, abbiamo imboccato il sentiero chiamato Tramontana, di cui accennavo all’inizio dell’articolo. Questo percorso sale senza pietà, tra radici e rocce, sulle quali ho potuto manifestare tutta la mia scarsa agilità procedendo spesso a quattro zampe.

Sappiate che per raggiungere la cima del Rocca Sella si può optare per altri percorsi, magari un po’ più lunghi ma meno impegnativi.
Ovviamente questo l’ho scoperto solo una volta giunta in vetta, quando con stupore ho trovato un affollamento che manco in via Roma a Torino…cani, comitive di gggiovani alla moda, ecc. ecc.

Da lassù si domina tutta la bassa Val di Susa, le Valli di Lanzo, il Musinè che svetta su Torino e la pianura canavesana. Qui si trova anche una piccola cappella-rifugio, sempre aperta e, sopra, la statua di una Madonna. Prima di scendere (questa volta sull’altro sentiero, meno ripido e roccioso), i più temerari possono raggiungerla arrampicandosi con l’aiuto di una catena.
Il panorama che si può ammirare dal Rocca Sella è davvero mozzafiato e quindi alla fine ti tocca dare ragione a chi ha proposto la sfacchinata.

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(Dedico questo articolo a Pigy, instancabile scalatore della bella vita)

Il Piemonte non è un cracker: mappe mentali per umili hikers

Prendere atto che la montagna nei dintorni di Torino si divide in un numero grandissimo di Valli dagli svariati nomi ha generato in me una forte confusione.
Io, piccola ligure antropologa alle prese con l’adattamento al territorio piemontese, mi sono sempre aggregata e adeguata a gruppi di camminatori più esperti senza sapere precisamente dove stessi andando. Per me andare in montagna significava muoversi senza chiari punti di riferimento, senza mappe alla mano e alla mente, senza punti cardinali. Era, per lo più, un seguire gli altri.
Per me era (ed è) importante andare, uscire dalla città dall’aria consumata, rigenerarsi e possibilmente non ammazzarmi di fatica…ma a sentimento (vedi filosofia “montagna-schiappa a questo link).
Con il tempo ho capito che a tutti quei nomi dati alle innumerevoli valli piemontesi corrispondevano altrettante zone ben specifiche del territorio, con le loro caratteristiche fisiche particolari.

Con la scoperta di app quali Strava o Komoot (se ti va segui i miei profili!), usate principalmente per ricordare il tragitto fatto e non per misurare la mia prestanza fisica, mi sono timidamente avvicinata alla topografia e, sopraffatta dalla grande varietà di scelta che regalano i dintorni montani di Torino, ho deciso di provare a dare un senso alla mia mappa mentale del territorio.

Una volta ho provato a disegnare (a memoria) la figura del Piemonte. Il disegno prodotto assomigliava più a una cracker morsicato invece che alla regione dove vivo già da diversi anni. Su un altro rudimentale disegno ho tentato di segnare tutte le valli che avevo sentito menzionare o dove sapevo di essere stata. Mi ci sono letteralmente persa. Ma poi ho capito che, dal basso della mia umiltà, di esplorazioni ne ho fatte diverse.

Ho voluto quindi fare ordine tra i miei ricordi. Ho rispolverato i miei appunti “di viaggio” e ho tentato di mettere nero su bianco le memorie delle mie “imprese” di basso profilo.

Nei prossimi articoli vi racconterò le mie umili esperienze di “hiking“. Mi limiterò a dare solo alcune vaghe indicazioni tecniche perché, vista l’innumerevole quantità di siti più specializzati, lo scopo degli articoli non sarà certo quello di darvi questo tipo di informazioni. Più che descrivere dettagliatamente i sentieri, vi parlerò con sincerità di come li ho sentiti (sia per quanto riguarda la fatica che per quanto riguarda la bellezza) con la speranza di potervi dare delle suggestioni.

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Se ne è andato l’arrotino! A piedi tra i borghi fantasma della Val Verdassa

«Signorina, stia attenta…in mezzo a quei massi ci possono essere dei serpenti!».
Mi pietrifico, restando con una gamba sollevata in osservazione, consapevole del fatto che sotto il caldo sole di agosto questo avvertimento non era poi così campato in aria. Era una signora anziana spuntata dal nulla a parlare, raggiunta poi da altri abitanti della borgata semidisabitata; silenziosi come fantasmi si erano avvicinati incuriositi dalla presenza di forestieri in esplorazione.

Stavo vagando tra i ruderi di Monteu, durante una passeggiata alla scoperta dei villaggi abbandonati della Val Verdassa. Questo vallone, chiamato anche Codebiollo, si trova in Piemonte e sbocca al termine della Val Soana, separando i territori dei comuni di Ingria e Frassinetto.
Stavo cercando la vecchia scuolina, che chiuse i battenti già negli anni 60 e nella quale dovrebbero essere ancora conservati gli antichi arredi. Ma niente da fare, tutto chiuso e ben sigillato. Sono riuscita solo a intravedere, sbirciando attraverso una finestrella sporca, l’alloggio dove viveva all’epoca la maestra, situato a fianco della piccola chiesetta del paese dedicata a Sant’Antonio da Padova.
In passato Monteu era la località più importante della valle e intorno agli anni 50 contava ben 158 residenti. Adesso il borgo è per lo più formato da macerie, tra le quali spunta qualche abitazione rimessa a nuovo per essere sfruttata nella bella stagione dai villeggianti in fuga dal trambusto della “civiltà”.

Monteu è solo una delle “borgate fantasma” della zona, che proprio per questo motivo, a mio parere, possiede un grande fascino. Al di là della camminata escursionistica nella natura di questo vallone impervio, è interessante scoprire la storia di questi luoghi ormai avvolti dal silenzio dell’abbandono.

Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo tutte le tappe del percorso, tenendo conto che non c’è un unico itinerario possibile, ma si può scegliere da dove partire.

Partendo dalla località Belvedere (mt.728), vicino a Ingria, e arrivando alla sperduta frazione di Beirassa, si fanno ridendo e scherzando 800 mt di dislivello complessivo e si possono impiegare circa 5 ore camminando lungo una mulattiera non sempre ben messa.
L’alternativa che abbiamo scelto noi, a causa del tempo limitato a disposizione, è stata partire dalla località Mulen del Sòli, poco più a nord di Frassinetto, e percorrere a piedi solo una parte del percorso (Querio, Monteu, Beirassa) per poi tornare indietro, riprendere la macchina e avvicinarci a Bech e Beitasso (in questo caso il tour dura poco più di 2 ore).

Dalla località Mulen del Sòli abbiamo imboccato il sentiero che poco più avanti incrocia una deviazione in salita verso la prima suggestiva tappa: Querio.
Questa piccola borgata, che si arrampica sul pendio a 1.300 mt. e che un tempo era molto popolosa, è completamente abbandonata dagli anni 60. Le abitazioni sono in parte crollate e la vegetazione ne ha preso possesso. Pare che questo insediamento fosse già abitato dal XIII- XIV secolo, per poi espandersi nei secoli successivi.
Percorriamo il sentiero pieno di ortiche che si addentra nel borgo e cerchiamo di immaginare come doveva essere difficile la vita quassù.

La caratteristica degli abitanti di Querio, ma anche della vicina Monteu, era quella di dedicarsi al mestiere dell’arrotino. Da queste località sperdute, gli uomini partivano verso altre località del Piemonte, della Lombardia e della Liguria, lavorando in maniera ambulante, da paese in paese con la mola a spalle. Spesso erano ospitati da famiglie di riferimento per le quali affilavano gli attrezzi da taglio. Con la fine dell’inverno, gli arrotini facevano rientro a casa per potersi dedicare ai lavori agricoli.
Pare che gli arrotini, come accadeva tra altri artigiani della Valle Orco e Soana, avessero sviluppato un loro linguaggio, volutamente reso non comprensibile ad altre persone.

Tornando indietro per il ripido sentiero, si imbocca di nuovo la strada principale che conduce alla sopracitata Monteu. Un tempo questo borgo era collegato a Frassinetto solo da una mulattiera, che in caso di condizioni meteo sfavorevoli risultava pericolosa, anche perché attraversava dei torrenti. Per questo motivo le due frazioni di Querio e Frassinetto chiesero la separazione dal comune di Frassinetto, in favore di Ingria. Separazione che ottennero solo nel 1950.

Proseguendo lungo la via principale, si incontra il villaggio di Beirasso dove, nel silenzio assoluto dell’abbandono, giacciono la chiesa di San Lorenzo e il Cimitero di Codebiollo. Entrando nel piccolo cimitero, hanno attirato particolarmente la mia attenzione (oltre le numerose tombe di feti e bambini) le fotografie antiche delle tombe, soprattutto quelle delle donne.
Rigide, austere, senza il minimo accenno di sorriso. Da quelle espressioni traspare tutta la durezza della vita di allora; non c’era motivo di sorridere neanche di fronte a un obiettivo fotografico. D’altronde poi, forse, sapevano che queste fotografie sarebbero finite sulla tomba.
Niente a che vedere con le nostre tombe moderne, che mostrano immagini luminose, di persone sorridenti.
In quell’atmosfera tetra e quasi irreale non ho avuto il coraggio di scattare neanche una foto…anzi…ad essere sincera ci ho provato, ma non sono venute e poi a un certo punto un ramo mi ha toccato la spalla e, suggestionata, sono fuggita a gambe levate.
Atmosfera horror a parte, questo cimitero è comunque una piccola perla da vedere.

A pochi chilometri di distanza in linea d’aria da Beirasso, si trova la frazione di Bettassa, anch’essa ormai abbandonata, dove sorge la Chiesa di Santa Libera, eretta nel 1764. Poco distante da qui, si incontra Bech, “Lu pais dli Ruga”, recita una targa in legno che indica anche l’ecomuseo e il bivacco Valverdassa.
Lu Ruga non è altro che lo stagnino, il mestiere itinerante svolto dagli uomini di queste borgate, che costituiva l’unico modo di dare alla famiglia una vita dignitosa, vista l’asprezza di questi luoghi.
Anche gli stagnini, così come gli arrotini, si dirigevano verso il basso Piemonte e la Lombardia, prendevano una stanza in affitto nei luoghi in cui si fermavano per lavorare nella riparazione o per stagnare “ancurentar”, pentole e pentolini di rame. Sceglievano un angolo del paese e lo allestivano come fucina temporanea.

Il piccolo ecomuseo mette in luce e valorizza la storia degli ex abitanti di questo borgo, che rispetto agli altri sembra il più “vivo”. Anche qui, a fianco dei vecchi ruderi convivono abitazioni rimesse a nuovo e abitate.
La presenza di un piccolo bivacco, proprietà dell’associazione Amici di Beirasso, offre al visitatore di passaggio la possibilità di soggiornare in questo luogo immerso nel silenzio e dimenticare così la frenesia della vita cittadina, dedicandosi magari all’esplorazione di questo territorio ricco di itinerari escursionistici.
Sì, perché al di là dell’itinerario tra gli antichi borghi abbandonati, le mete possibili tra il comune di Ingria e si Frassinetto sono tante e per tutti i livelli di difficoltà…non ci resta che continuare ad esplorare!

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Grazie al Carso (2a pt): oltre i confini triestini

Sebbene Trieste non sembri una città adatta ad essere visitata in bici, abbiamo potuto constatare che invece può dare grandi soddisfazioni in questo campo. Inoltre abbiamo scoperto che, senza allontanarsi di molti chilometri dalla città, si possono trovare bellissimi itinerari da percorrere in bici immergendosi nella natura del territorio carsico e spingendosi oltre il confine italiano. Di seguito troverete la descrizione di due imperdibili piste ciclabili, la Parenzana e la Giordano Cottur, che dall’Italia portano fino alla Slovenia e alla Croazia.

PISTA CICLOPEDONALE GIORDANO COTTUR. La pista ciclopedonale Giordano Cottur parte praticamente dal centro di Trieste e raggiunge l’entroterra sloveno.
Dal rione di San Giacomo si accede alla Riserva naturale della Val Rosandra e si arriva fino a Draga Sant’Elia. Il percorso si sviluppa in parte sul tracciato della vecchia linea ferroviaria (Pola- Divaccia) che collegava la stazione di Trieste/Campo Marzio con quella di Erpelle. Durante il tragitto si passa quindi dentro ad alcune gallerie, più o meno illuminate e sicuramente fresche. Si pedala immersi nella natura, addentrandosi nel Carso che regala bellissimi scorci panoramici.
Il punto di arrivo è Hreplje in Slovenia, ma il cammino presenta numerosi punti di attacco, quindi si può iniziare e finire il giro dove più si desidera. L’itinerario non presenta un grande dislivello (fattibile quindi anche per una schiappa senza bici elettrica) e per lo più la strada è sterrata e semplice da percorrere.
Purtroppo a causa del meteo avverso non ci è stato possibile concludere il percorso. Ci siamo dati alla ritirata, tornando a Trieste sotto una pioggia battente!

IN POCHE PAROLE

KM: 16 km solo andata (il giro completo)
PUNTO DI PARTENZA: Trieste (via Orlandini)
PUNTO DI ARRIVO: Hreplje (Slovenia)
TIPO DI TRACCIATO: asfalto, sterrato, leggera salita
TRACCIA DEL NOSTRO GIRO: https://www.wikiloc.com/gravel-bike-trails/trieste-ciclabile-cottur-82757806

PARENZANA. Un’altra pista ciclabile imperdibile è la “Parenzana”, che segue l’antico tracciato austriaco che connetteva le due città di mare, Parenzo (in Croazia) e Trieste.
Ci sono diverse opzioni per iniziare questo viaggio. Quello consigliato dalla maggior parte dei siti internet parte da Muggia, che si raggiunge prendendo la barca “Delfino Verde” dal centro di Trieste. Noi, per motivi organizzativi e di tempo, siamo andati in macchina fino a Capodistria e abbiamo imboccato il tratto di ciclabile che passa accanto a un centro commerciale, vicino alla costa. Dalla città si passa velocemente alla calma del lungomare sloveno, organizzato per accogliere i bagnanti anche in assenza di vere e proprie spiagge. Poi ci si addentra un po’ nell’entroterra, in un paesaggio bucolico, tra colli, uliveti e viti. Anche qui passava la ferrovia e quindi alcune parti del percorso sono all’interno di gallerie. Il tratto di pista sloveno è semplice, pianeggiante. Pare invece che quello croato sia più impegnativo. Ma noi abbiamo lasciato da parte il nostro spirito sportivo e a un certo punto ci siamo fermati per goderci una mezza giornata di mare. Per l’esattezza ci siamo fermati in un grande prato subito dopo la località balneare slovena di Portorose. Da qui ci si tuffa direttamente dai grandi pietroni che delimitano la costa.
La Slovenia mi è parsa pulita, ordinata e organizzata. Non ci vivrei mai, perché al ristorante ci hanno snobbato in quanto italiani, ma ho fantasticato parecchio su come la vita sarebbe più facile, forse, in un Paese dove vivono solo 2 milioni di abitanti.

IN POCHE PAROLE

KM: 118 km (solo andata, l’itinerario completo) /18km (da Capodristria a Portorose)
PUNTO DI PARTENZA: consigliato da Muggia (in alternativa da Capodristia)
PUNTO DI ARRIVO: Parenzo, Croazia
TIPO DI TRACCIATO: asfalto, sterrato, saliscendi
TRACCIA DEL NOSTRO GIRO: https://www.wikiloc.com/hiking-trails/pista-ciclabile-parenzana-81691587

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Grazie al Carso (1a pt.): Trieste e dintorni in bici

– Cos’è quell’edificio bianco lassù sulla collina?
– Noi a Trieste la chiamiamo Chiesa Formaggino.
– Sembra un ecomostro…
– Ma no..i triestini sono affezionati alla Chiesa Formaggino. In teoria dovrebbe ricordare la lettera M di Maria, invece a noi sembra un formaggino.

La Chiesa Formaggino ci ha osservati dall’alto del Monte Grisa durante la nostra permanenza a Trieste, città nella quale ero stata un paio di volte solo di passaggio (la prima volta per trascorrere il capodanno tra i monti della Carnia).

L’estate in quei giorni era esplosa impietosa, con un caldo soffocante che ha rubato la scena alla tanto famosa Bora. Per fortuna la pioggia è venuta in nostro soccorso, rinfrescando l’aria e concedendoci respiro. Così ci siamo messi in sella alla bici (la mia come sempre elettrica…) e abbiamo esplorato questa splendida città dal passato austro-ungarico e i suoi dintorni (anche superando il confine sloveno), scoprendo una realtà per certi aspetti “ciclista-friendly”.

Di seguito potete trovare la descrizione degli itinerari e, cliccando sui link, potete scaricare le tracce dei percorsi.

IL CENTRO CITTADINO E IL CASTELLO DI MIRAMARE. Siamo partiti dal centro cittadino costeggiando il mare.
Passando, nonostante il divieto di accesso, per il Porto Vecchio, abbiamo poi superato il quartiere marittimo di Barcola, raggiungendo infine il confine della città, dove troneggia sul mare il castello chiamato per l’appunto Miramare. Una meta incantevole e imperdibile, il castello “Nido d’amore costruito in vano” (come scrisse Giosuè Carducci) fu fatto costruire dall’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo per poterci vivere con la sua amata Carlotta. In realtà la storia romantica finì malissimo perché l’arciduca fu fucilato in Messico e Carlotta, che a quanto pare perse il senno, visse lì solo qualche anno prima di essere trasferita in Belgio. Una storia senza happy end quindi.
Lo stile del Castello di Miramare è molto particolare, unendo elementi gotici, rinascimentali e medievali; l’interno si può visitare a pagamento. Intorno all’edificio c’è un incantevole parco ricco di alberi e piante, nel quale si può accedere gratuitamente (la bici bisogna lasciarla fuori o portarla a mano) per passeggiare, correre o rilassarsi leggendo un libro.

Tornado indietro e dirigendosi verso il centro cittadino, si può decidere di fare una breve “rampetta” e raggiungere il Faro della Vittoria. La conformazione fisica di Trieste non la rende una città facilmente percorribile in bicicletta a causa delle numerose salite, ma si può comunque visitare il centro storico rimanendo in sella e scegliendo l’itinerario in base ai propri interessi e alla capacità fisica. Una sosta obbligata per ogni ciclista goloso è lo storico Buffet da Pepi, aperto dal 1897, dove è possibile gustare diversi piatti a base di carne e il famoso panino con la porcina.

IN POCHE PAROLE
KM: 30km circa
DISLIVELLO: 302 m.
ALTITUDINEMAX: 107 m.
TIPO DI PERCORSO: anello
TEMPO: relativo

TRACCIA: https://www.wikiloc.com/hiking-trails/castello-miramare-trieste-81692487

CHIESA FORMAGGINO. La scalata alla Chiesa Formaggino in bici è stata una di quelle idee che fantastichi in silenzio ma non ti azzardi a esprimere, perché ti sembrano una follia e un vero atto di masochismo. Ma come dicevo all’inizio, LEI ci osservava dall’alto fin dal primo giorno della nostra breve vacanza triestina. Abbiamo anche provato ad andarci in macchina di notte, per ammirare il panorama stellato da lassù, ma siamo arrivati dopo la chiusura. Una guardia notturna sostava in modo abbastanza inquietante dentro un’auto vicino al cancello di accesso all’area. Noi abbiamo guardato gli orari del cartello e poi abbiamo provato a intenerire il guardiano per strappare un permesso speciale. La sua risposta: “Vale il cartello”. Categorico.

E quindi un giorno abbiamo ceduto al suo richiamo e siamo partiti un po’ a caso con l’obiettivo di raggiungerla dal centro di Trieste, in bici, perché noi siamo sostenibili (e masochisti).
Se appartenete alla categoria di ciclista PRO o sportivo-masochista-che-si-diverte-a-soffrire, è un itinerario che consiglio perché ti spacca.
Se siete schiappe in e-bike come me, assicuratevi di avere una batteria di riserva per il vostro mezzo, che si scaricherà alla prima impressionante “rampetta”: la SCALA SANTA o RAMPIGADA. Questa salitona si trova all’inizio del tragitto, con 300 metri di dislivello in soli 2km, pendenza tra il 10 e il 20%.
Bici scaricata subito, pur avendo fatto comunque fatica. Tutto il resto è stato panico e santi del paradiso.

La Chiesa è una struttura interessante, costruita in cemento armato negli anni 60 del ‘900. Il suo vero nome è Tempio nazionale a Maria Madre e Regina ed è un santuario mariano cattolico.
In ogni caso, bici o non bici, arrivare alla Chiesa Formaggino vale la pena. Da lassù infatti c’è un panorama sul golfo davvero spettacolare, che la rende una tappa quasi obbligatoria.

IN POCHE PAROLE

KM: 26 km circa
DISLIVELLO: 542 m.
ALTITUDINE MAX: 397 m.
TIPO DI PERCORSO: anello
TEMPO: relativo

TRACCIA: https://it.wikiloc.com/percorsi-escursionismo/scalata-a-chiesa-formaggino-81692987

Dopo aver esplorato la città in bici, è il momento di varcare il confine triestino e raggiungere la Slovenia. Nel prossimo articolo vi racconterò altri due imperdibili itinerari!

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Dai colli dell’Infinito al mar del Conero

Ci sono tanti modi per farsi odiare dai propri amici durante una vacanza. Uno di questi è sicuramente costringerli a visitare in pieno agosto il borgo natale di Giacomo Leopardi.
Sì. Giacomo Leopardi. Proprio lui. Il famoso poeta-filosofo che parlava di pessimismo cosmico, di natura matrigna, della condanna all’eterna infelicità dell’uomo, ecc. ecc., e che troppo spesso viene superficialmente catalogato come artista “depresso e sfigato”.

Ho sempre amato Giacomo Leopardi. Già alle superiori, mentre le mie coetanee si truccavano a vicenda e pensavano al weekend in discoteca, io fantasticavo e accarezzavo l’idea di visitare, un giorno, la sua Recanati, lassù sull’ermo colle del Monte Tabor.
Proprio come Giacomino, anche io in gioventù ho nutrito una specie di odio e intolleranza verso il paesello dove sono nata. E proprio come lui ho sempre cercato di andarmene, per poi spesso ritrovarmi costretta a tornare.

Una cosa bisogna dirla, però, su Recanati. Non ha niente a che vedere con il mio paese di origine. Io sono nata all’ombra di due ciminiere dell’Enel, circondata da fabbriche di tutti i tipi. Recanati invece è una perla incastonata tra i suggestivi colli marchigiani e visitarla non può che fare bene al cuore.

A Recanati tutto parla del famoso poeta. Nella piazza centrale, chiamata per l’appunto piazza Giacomo Leopardi, spicca il suo busto, eseguito per il centenario della nascita. Passeggiando tra le vie lastricate è possibile leggere, scritti sulle pareti delle case, i versi più celebri.
Il paesino sembra essersi trasformato in una specie di sobrio Disneyland letterario, con tanto di negozi di souvenir con l’immagine o le poesie dello scrittore.
Sulla celebre piazzetta del “Sabato del villaggio” si affaccia la casa natale di Leopardi, nella quale tuttora vivono discendenti della sua famiglia. Dal 2020 è stata aperta al pubblico una parte del piano nobile e gli appartamenti dove Giacomo abitò insieme ai fratelli. E’ possibile visitare anche il museo permanente per ripercorrere la sua vita e l’evoluzione filosofica.

Non avrei mai pensato di trovare così tanti turisti, per lo più italiani, a Recanati in una rovente giornata di agosto. Eppure, per acquistare i biglietti per visitare la casa e il museo ho fatto un’ora e mezza di coda! Ovviamente, sono stata lasciata in condizione di solitudine esistenziale a scontare la mia pena per aver inserito questa tappa culturale all’interno del “Marche o Morte roadtrip”.

Un altro punto a favore per Recanati è la sua poca distanza dal mare; non il Mar Adriatico carico di “gelatine” (le medusine tanto innocue quanto appiccicose) e dalle acque basse e torbide. Si parla della Riviera del Conero, un promontorio a picco sul mare che nasconde incantevoli cale dall’acqua cristallina.
Dopo la scottante visita alla città leopardiana, abbiamo proseguito quindi pieni di aspettative per tuffarci finalmente in mare e conoscere almeno una delle spiagge che offre la riviera.

[N.B. In epoca covid 2020 per accedere alle spiagge era necessario prenotare con apposita applicazione, ma vista l’alta affluenza di visitatori noi non siamo riusciti e quindi l’accesso ci sarebbe stato consentito dopo le 18]

Per tutta una serie di questioni impreviste (ricerca rifornimento con navigatore impazzito, chiacchierata di 40 minuti con venditrice di meloni sulla strada e sessione fotografica tra girasoli morti con lo sfondo del famoso santuario di Loreto), ci abbiamo messo un tempo infinito ad arrivare alla meta prescelta. Quando siamo giunti alla spiaggia del Frate, il sole se ne stava già andando, ma abbiamo potuto comunque godere della pace della spiaggia svuotata e fare un bagno rigenerante alle luci del tramonto.

Il Parco e la Riviera del Conero sono senz’altro tra i luoghi in cui vorrò tornare, poiché il tempo non è stato sufficiente per esplorare bene la zona.

Per il momento il nostro viaggio è terminato! Se te le sei perse, clicca qui per leggere la prima e la seconda tappa del tour marchigiano!

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