Tra le Gole di San Martino, la piccola Petra d’Abruzzo

L’Abruzzo è uno scrigno di tesori nascosti, da scoprire a piccoli passi. La varietà di itinerari in grado di offrire è immensa ed è impossibile esaurirla in un solo breve viaggio.

Dopo aver scoperto gli eremi di San Bartolomeo in Legio e di Santo Spirito, è la volta di un altro luogo unico nascosto in un cuore di pietra. Qualcuno ha chiamato questo luogo “la piccola Petra d’Abruzzo”: parlo del monastero di San Martino e delle omonime gole, situate all’interno del Parco Nazionale della Majella, nei pressi della cittadina di Fara.

Le gole e il monastero di San Martino sono due dei novantacinque geositi identificati in tutto il territorio del Parco della Majella, nominato recentemente Geoparco UNESCO, poiché custode di particolarità geologiche, della biodiversità, della storia dell’uomo e della sua cultura.

Questo sito unico è una di queste meraviglie. Raggiungerlo è molto semplice: bisogna prendere il sentiero H1 (bandierine bianche e rosse) dal parcheggio in prossimità delle Gole, che è situato nella parte bassa della città di Fara ed è ben segnalato dai cartelli turistici. Qui è anche possibile noleggiare a 2 euro un caschetto che è altamente consigliato perché dall’alto potrebbero cadere dei sassi. Mentre stavamo riflettendo sull’investimento, la ragazza del chioschetto turistico ci ha raccontato che purtroppo qualche anno fa una signora è morta proprio perché colpita da un masso (ho controllato, la notizia purtroppo è vera). Anche memori dell’esperienza sul Gran Sasso, un secondo dopo avevamo il caschetto sulla testa.

Il percorso si addentra subito tra le imponenti gole; nella prima parte il passaggio è stretto e le pareti rocciose sembrano quasi toccarsi. Anche questa sembra una similitudine con il famoso sito archeologico giordano. Poi poco a poco il sentiero si apre sulla vallata e, guardando in alto, non si può non restare colpiti dalla maestosità di questi massicci.
Secondo la leggenda, le gole furono aperte da San Martino con la forza delle braccia per consentire alla popolazione di accedere più velocemente agli alti pascoli della Majella. In realtà il merito di quest’opera è l’acqua, che dalla glaciazioni in poi ha eroso incessantemente la roccia.

Dopo pochi metri di cammino si arriva al monastero, incorniciato nella roccia, portato alla luce da scavi recenti. Di questo suggestivo luogo si conosce ben poco. Probabilmente la struttura di cui si possono vedere i resti sorse su un insediamento eremitico, costituito inizialmente da una cella scavata nella roccia. La sua presenza è stata attestata per la prima volta nell’829 e tra il IX e il XVIII secolo ha subito diversi rifacimenti. Noi abbiamo potuto ammirare i resti del monastero al di fuori del cancello chiuso, che si affaccia verso un cortile interno delimitato da un portico a tre arcate, sul lato nord del quale si trova un campanile a vela. Il luogo dove è collocato questo edificio è pazzesco, unico, sicuramente in grado di emozionare.

Dopo aver raggiunto l’eremo le opzioni sono due. I più allenati e temerari possono decidere di proseguire il percorso a piedi per inoltrarsi in un trekking impegnativo di 9 ore che conduce fino alla vetta del Monte Amaro, a quota 2793 metri. Oppure si può tornare indietro e, posato il caschetto, raggiungere a piedi le sorgenti del fiume Verde, poco distanti, dove si può riposare e prendere un po’ di fresco. Per questioni di tempo e scarsa preparazione atletica, noi abbiamo optato per questa seconda opzione.

Il nostro viaggio tra le montagne, i borghi e i parchi dell’Abruzzo si è concluso…ma solo per il momento! Inaspettatamente è stato un viaggio, breve ma intenso, che ci ha lasciati con il desiderio di tornare al più presto in questo territorio così ricco.

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Un rifugio nella roccia, l’Abruzzo degli Eremi

Dopo esserci immersi nella natura selvaggia della Valle dell’Orfento, eccezionalmente verde e rigogliosa in confronto agli aridi valloni della Majella, il nostro viaggio è proseguito alla ricerca di altrettanto unici angoli di pace e silenzio. Sto parlando degli eremi, che in Abruzzo sono molto numerosi e che sono la dimostrazione della capacità dell’uomo di incastonarsi, letteralmente parlando, nella natura più incontaminata.
Visitare un eremo in questa regione è sicuramente un’esperienza in grado di coinvolgere emotivamente, al di là delle proprie credenze religiose. Io per esempio sono abbastanza carente di “vocazione spirituale”, ma in un precedente viaggio alla scoperta delle Marche, ero rimasta meravigliata nello scoprire il famoso Tempio di Valadier e l’eremo di Santa Maria Infra Saxa. La figura dell’eremita mi ha sempre fatto simpatia perché se potessi, probabilmente, anche io dedicherei molto più tempo all’eremitaggio.

Ma bando alla ciance, andiamo alla scoperta di questi due particolari eremi scavati nella roccia.

Eremo San Bartolomeo in Legio. L’eremo di San Bartolomeo è uno degli eremi celestiniani della Majella, situato a mezzacosta sul vallone di S. Spirito e costruito sotto uno spettacolare tetto di roccia. Per raggiungerlo a piedi ci sono due possibilità: percorrere il sentiero che scendendo dalla Valle Giumentina permette di scorgere, mimetizzato nella roccia, l’eremo sul versante opposto; oppure scendere da Roccamorice, per un sentiero che conduce ad una galleria scavata nella pietra che si apre sulla balconata antistante l’oratorio.
Noi abbiamo scelto la seconda opzione e, dopo aver lasciato la macchina abbastanza abusivamente sulla strada principale (vi è anche la possibilità di usare un parcheggio privato di un signore che ha messo su il business), ci siamo messi in cammino sotto un sole ancora troppo cocente (erano le 17, ma è stata un’estate ribollente). Io avevo i piedi gonfi per la precedente camminata nella Valle dell’Orfento e ho avuto la geniale idea di utilizzare i miei amati sandali Birkenstock. Si può fare, ma meglio avere scarpe adatte alla camminata perché il terreno è abbastanza dismesso e scivoloso, soprattutto all’andata in discesa. Sole a parte, la strada si percorre in circa 40 minuti e il dislivello è minimo (circa 150 m. di dislivello positivo). L’effetto wow quando si arriva è assicurato. Si scende infatti attraverso una scala scavata nella roccia e….ci si ritrova sotto la parete rocciosa che come un’onda di pietra racchiude la balconata e la chiesetta.


Qualche dato storico: l’eremo di San Bartolomeo è sorto come dipendenza della vicina Badia di Santo Spirito e fu edificato dopo il 1250 dall’eremita Pietro Angelerio dal Morrone, futuro papa con il nome di Celestino V, sulle rovine di una precedente costruzione. Il Santo vi si stabilì insieme ad alcune seguaci intorno al 1274 e vi rimase per almeno due anni.

Sulla facciata si possono scorgere tracce di un antico affresco raffigurante un ostensorio e due riquadri con Cristo e una Madonna con Bambino. Internamente vi è una piccola sorgente d’acqua che, tramite un canaletto, scorre fuori della chiesa; l’acqua, ritenuta santa, una volta mescolata con l’acqua della sorgente sottostante l’eremo viene raccolta nell’acquasantiera. L’eremo è dedicato a San Bartolomeo e nella nicchia dell’altare è collocata una statua del santo, raffigurato con un coltello e la propria pelle portata a spalla, per rappresentare il martirio al quale era andato incontro (lo scorticamento).

L’accesso alla struttura è libero, senza orari di visita da rispettare. Per questo motivo consiglio di dare priorità all’altro famoso eremo che si trova a poca distanza, quello di Santo Spirito, che invece a un certo punto chiude l’accesso.

Eremo Santo Spirito a Majella. L’eremo di Santo Spirito è senza dubbio il più famoso della Majella. Dista pochi km dall’Eremo di San Bartolomeo ed è visitabile (con o senza guida turistica) in determinati giorni ed orari che vi consiglio di consultare per evitare di fare il nostro errore….cioè arrivare proprio in orario di chiusura. Con un’organizzazione meno improvvisata avremmo potuto recarci prima qui e in seguito all’eremo di San Bartolomeo. Invece con immensa delusione non siamo potuti entrare e ci siamo dovuti accontentare di ammirare da fuori questa incredibile struttura incastonata nella roccia.

Pare che questo eremo risalga a prima dell’anno 1.000 e nel corso del tempo abbia subito diverse trasformazioni. Attualmente sono presenti la chiesa, la sagrestia ed un’ala abitativa distribuita su due piani, composta dalla foresteria e dalle cellette. All’interno si trovano diverse opere di grande valore, come la tela della Madonna e la Discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo, una statua lignea di Cristo, il busto di papa Celestino V e due tele ottocentesche raffiguranti San Giuseppe e Sant’Elena. La parte bassa della chiesa è scavata della roccia e rappresenta il nucleo originario dell’eremo celestiniano.

L’eremo di Santo Spirito è raggiungibile in macchina e dispone di un parcheggio a pochi metri dall’ingresso. I camminatori potrebbero scegliere di raggiungerlo a piedi attraverso un ripido sentiero che parte dal paese di Roccamorice.

Tappa fuoriprogramma al Blockhaus. Siccome avevamo ancora energie, dopo l‘escursione nella Valle dell’Orfento e le visite agli eremi appena menzionati (una specie di tour de force fatto in un’unica giornata, lo so), ci siamo diretti in auto sulla cima del monte Blockhaus, a 2.143 m. di altitudine. La particolarità del nome deriva dal termine tedesco “block-haus”, il quale indica un tipo particolare di costruzione militare. Siccome nel 1863 fu costruito una sorta di fortino per combattere i briganti che si opponevano all’unificazione, fu attribuito quel nome alla cima usando appunto la lingua tedesca, in ricordo della dominazioni asburgica in Abruzzo.

Dal Monte Blockhaus

Storia a parte, questa è una tappa che consiglio assolutamente di fare perché, se il meteo è buono, da lassù la vista spazia dal Conero nelle Marche ai confini della Puglia…un panorama davvero incredibile e non riproducibile in una semplice fotografia!

Il viaggio alla scoperta dell’Abruzzo degli eremi non è finito…nella prossima tappa vi poterò nella piccola Petra degli Appennini!

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Perdersi nella Valle dell’Orfento, l’anima verde della Majella

Dopo aver esplorato alcuni dei luoghi più belli del Parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga (precisamente Santo Stefano di Sessanio, Rocca Calascio, Campo Imperatore e il massiccio del Gran Sasso) ci siamo spostati verso un altro Parco abruzzese, quello della Majella. In Abruzzo infatti c’è l’imbarazzo della scelta per chi è alla ricerca di pace e natura incontaminata. Questa regione ha investito moltissimo per valorizzare e prendersi cura del suo polmone verde.

La Majella è il secondo massiccio montuoso più alto dopo il Gran Sasso e il Parco offre una miriade di itinerari diversi tra i quali scegliere; per scoprire tutto non basta certo una breve vacanza come è stata la nostra. Bisogna avere il coraggio di selezionare e scegliere in base agli interessi, alla stagione in cui si viaggia e al tempo a disposizione.

La nostra visita in Majella è stata quindi dedicata alla verdeggiante Valle dell’Orfento, con delle brevi tappe in altri luoghi molto particolari di cui vi parlerò nei prossimi articoli.

La Valle dell’Orfento rappresenta l’unico canyon della Majella che possiede un corso d’acqua perenne (visti i tempi, si spera) grazie al quale la natura e la biodiversità esplodono rigogliose; questo la rende una meta adatta ad escursioni a piedi anche nella stagione più calda. La vegetazione e la vicinanza del torrente, infatti, rendono tutto più fresco. Questa valle, riserva naturale dal 1971, è situata nel comune di Caramaico Terme, nella parte nord occidentale del Parco nazionale della Majella. Arrivando in questo grazioso paese è facile trovare le indicazioni che portano al Centro Visita dal quale partono i principali sentieri.

Ci sono diverse opzioni, di difficoltà e durata varie, tra i quali scegliere. Per questioni di tempo noi abbiamo optato per l’anello del Ponte del Vallone, un itinerario di livello intermedio, di 8km percorribili in circa 3 ore, con solamente 180 m. di dislivello (dopo il Corno Grande non ne volevo più sapere di fare fatica).
Questo itinerario si caratterizza per essere dapprima molto panoramico, poiché passa sui costoni rocciosi della valle, per poi inoltrarsi nella rigogliosa vegetazione nei pressi del torrente fino ad entrare nella parte più profonda della gola.

Il sentiero da imboccare dal Centro Visite è il B2, ma una volta arrivati al primo ponte bisogna svoltare prendendo il sentiero S. Distratti dalla bellezza dei luoghi noi abbiamo continuato sul B2, sbagliando quindi strada e ritrovandoci senza saperlo sull’itinerario da 19km.

Per fortuna a un certo punto la strada era interrotta e quindi ci è venuto un mezzo dubbio; un signore del parco, impegnato a pulire i sentieri dalle erbacce, ci ha aiutati a orientarci verso la direzione giusta. Non ci è dispiaciuto fare quel pezzo aggiuntivo, che ci ha permesso di vedere una parte di bosco molto bella e delle grandi gole, levigate in modo molto particolare, dalle acque del fiume.
L’unica scocciatura è stata il non essere attrezzati per rimanere a spasso tante ore; non avevamo molta acqua e neanche cibo per pranzare adeguatamente (avevamo già fatto fuori tutta la frutta e gli snack). Questo ha reso il ritorno un po’ più difficoltoso, perché faceva caldo e avevamo fame. Quando si parte per un’escursione è sempre bene portare molta acqua e cibo, anche se si pensa di stare via per poco tempo, perché anche in una zona molto frequentata e ben segnalata potrebbe accadere qualche imprevisto…soprattutto se avete la testa tra le nuvole come la sottoscritta!

Comunque alla fine abbiamo concluso il nostro percorso, anche se facendo una variante non prevista. Dopo un pranzo davvero molto turistico (non siamo riusciti a trovare un bar che ci facesse un toast o una panetteria aperta) nell’unico bar aperto di Caramaico Terme, abbiamo raccolto le forze e ci siamo diretti alla scoperta di alcuni spettacolari eremi incastonati nella roccia.

VALLE DELL’ORFENTO- PERCORSO AD ANELLO DEL PONTE DEL VALLONE
con variante su percorso ufficiale
KM: 10 Km circa
DISLIVELLO: +300 m
DIFFICOLTA’: E
PUNTO DI PARTENZA e DI ARRIVO: Caramaico Terme
PERIODO ESCURSIONE: luglio 22
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Sul Corno Grande del Gran Sasso, il cuore di pietra dell’Abruzzo

Non so cosa porti l’uomo a cercare di raggiungere le vette. Forse è l’idea di avvicinarsi al divino, fatto che spiega la presenza di croci e statue della Madonna sulle cime principali. Oppure è il bisogno di superare un limite, mettersi alla prova e, dopo aver fatto fatica nella salita, sentire una sorta di sollievo e sensazione di potenza e libertà.
Quel che è evidente è che negli ultimi anni sono sempre di più le persone che si sono avvicinate all’escursionismo, hiking, trekking o come lo si vuol chiamare.
Tutto molto bello, a parte il fatto che tali croci e Madonnine siano diventati più che altro sfondi da selfie per Instagram e spesso sono talmente affollati da scacciare la sensazione di pace.

Io ancora non so come sia possibile per me aver raggiunto la vetta del Corno Grande del massiccio del Gran Sasso. Nei giorni precedenti questo enorme pezzo di roccia, buttato lì nel mezzo dell‘immenso Campo Imperatore, aveva fatto da sfondo al nostro viaggio alla scoperta dell’Abruzzo. Il nome che gli è stato dato non è un caso, sembra proprio un grande masso, pura pietra spigolosa, che ci osservava indifferente dall’alto dei suoi 2.912 metri.

Quando siamo partiti a piedi da Campo Imperatore non sapevamo che fine avremmo fatto. Ci siamo svegliati all’alba per tentare di sfuggire al sole impietoso dell’estate 2022 (e già così mi sentivo un’eroina) e come primo e umile obiettivo c’eravamo posti quello di raggiungere il Rifugio Duca degli Abruzzi, cosa che abbiamo fatto abbastanza agilmente. Questo percorso infatti è adatto davvero a tutti, trattandosi di un sentiero non difficile (T), con un dislivello di 260m e percorribile in circa 40 minuti.
Raggiunta la prima meta ci siamo guardati intorno, iniziando ad assaporare la bellezza del paesaggio che questa montagna avrebbe saputo regalarci.

Così abbiamo proseguito, seguendo un cartello che indicava la direzione per raggiungere il Corno Grande attraverso quella che è chiamata la via normale (c’è anche la direttissima, che si percorre in arrampicata) e che indicava in maniera ottimistica due ore di tempo di percorrenza.

In realtà le ore di percorrenza si sono moltiplicate: un po’ perché i luoghi e i panorami sono talmente belli che è impossibile non fermarsi ad ammirarli, un po’ perché dopo il primo tratto su un sentiero semplice, circondati da erbetta verde, trallallà trallallero, inizia la parte un pochino più impegnativa, fatta di pietre, ghiaia scivolosa, punti “scalinati” in cui i glutei implorano pietà.

Mentre salivamo con fatica cercando di non romperci le caviglie, dei pazzi furiosi scendevano correndo emettendo versi da animali rabbiosi. Stavano partecipando a una gara di corsa in montagna e solo vederli mi faceva venire male alle giunture. Avrei voluto fermarli, gridargli: “Ma cosa state facendo??”, ma come saette volavano giù dal pendio.

Quel giorno c’era tantissima gente a camminare e molti, così alla vista, sembravano escursionisti alquanto improvvisati. Oltre all’attrazione magnetica della vetta, sicuramente vedere così tanta gente in cammino ci ha fatto sottovalutate l’impresa e ci ha dato coraggio per proseguire, anche quando una bella parete di ghiaia e roccia ci si è stagliata davanti annunciando, dopo più di due ore di cammino, un altro 400 metri di dislivello.

L’ultimo tratto è il più complicato. Si passa per un canalone e bisogna far leva su gambe e braccia per tirarsi su. Ogni tanto dall’alto potrebbe cadere qualche pietra e, come è successo a noi, potreste incontrare macchie di sangue di chi si è fatto male precedentemente. Questo sentiero è segnalato (ma non sui cartelli in loco) come EE, ma senza dubbio avere con sé un caschetto sarebbe una cosa molto furba.

Più volte ci siamo chiesti se fosse il caso, probabilmente il nostro cervello ci ha anche risposto di no, non essendo escursionisti esperti e forse neanche giustamente attrezzati con caschetto. Ma alla fine siamo andati avanti e ci è andata bene, ma questo percorso non è assolutamente da sottovalutare…è faticoso e potrebbe essere pericoloso. Sicuramente non è adatto a camminatori improvvisati e a chi soffre di vertigini.

Dopo la salitona rocciosa nel canalone, si arriva quasi in vetta. Da qui già si può scorgere, dall’altro lato della montagna, quel che resta del ghiacciaio del Calderone, unico ghiacciaio dell’Appennino e anche quello più a sud d’ Europa. Ciò che ne restava, in questa calda estate 2022, è davvero poco. Per arrivare alla fatidica croce dei selfie, bisogna farsi coraggio e proseguire lungo una parte in cresta. Il panorama da lassù è davvero incredibile e spazia su Campo Imperatore, sulle cime dell’Appennino centrale e anche, se siete fortunati con il meteo, sul mare.
Qui il senso di vertigine si mescola con l’emozione di un’immensità che lascia senza fiato e ti fa sentire come un piccolo sputo nell’universo.

Poi la sensazione mistica deve lasciare il posto alla discesa infernale, durante la quale bisogna fare ancora più attenzione che all’andata a causa del terreno roccioso, pietroso e scivoloso.
Durante gli ultimi km di percorso, una pietra è caduta dall’alto e facendo un botto tremendo si è scontrata con una roccia che l’ha fatta rimbalzare e schivare la mia testa (per questo dico che sarebbe meglio il caschetto). Poco dopo è scoppiato un improvviso temporale, ma fortunatamente noi eravamo vicini all’arrivo…è stato automatico invece preoccuparsi per quelli che, innocentemente, stavano tentando la salita a orario già tardo.

Bagnati fradici, stanchi morti e adrenalinici, ci siamo preparati all’ultima notte nel bellissimo borgo di Santo Stefano di Sessanio per poi ripartire in direzione Majella!

CORNO GRANDE GRAN SASSO
passando per Rifugio Duca degli Abruzzi
KM: 11 Km circa
DISLIVELLO: + 900 circa
DIFFICOLTA’: via normale, EE
PUNTO DI PARTENZA e DI ARRIVO: Campo Imperatore, Osservatorio Astronomico
PERIODO ESCURSIONE: luglio 22
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Lo chiamavano Campo Imperatore

Nei dintorni dell’incantevole borgo di Santo Stefano di Sessanio, del quale ho già raccontato la romantica storia di rinascita, si trovano altrettanti luoghi straordinari di cui il ricordo per me resterà indelebile. Oltre Rocca Calascio e il suo tramonto, un altro luogo sicuramente in grado di emozionare è Campo Imperatore, che fa da tappeto al grande re Corno Grande del Gran Sasso, la cima più alta degli Appennini. Ho decine di foto di Campo Imperatore, ma nessuna è in grado di rendere la sua bellezza.

Ci troviamo all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga e questo altipiano, con i suoi 18km di lunghezza, 8km di larghezza e un’altitudine che varia tra i 1.460 metri ai 2.138 (coprendo un’area di circa 75 chilometri quadrati), è il più esteso degli Appennini.

Campo Imperatore fa contenti tutti: camminatori a caccia di sentieri, motociclisti che inseguono emozioni, ciclisti che maledicono motocilisti, automobilisti che bramano strade da sogno e camperisti in cerca di silenzio e di cieli stellati. Sì, perché qui la presenza dell’uomo sembra quasi non esserci; a parte qualche fattoria con bovini e cavalli, le uniche forme di vita sono i visitatori di passaggio e la natura.

Si potrebbero passare ore percorrendo le strade semideserte di Campo Imperatore, osservando la sua immensità, le sue sfumature e le ombre delle nuvole sui prati. Questo luogo ricorda a tratti il Far West e a tratti il Tibet. Non a caso è stato scelto come location per girare famosi film, come ad esempio quelli della serie “Lo chiamavano Trinità” (c’è anche un cartello che indica i luoghi delle scene più famose, dove i “pellegrini” degli spaghetti western vanno a scattarsi la foto di rito). Non a caso è chiamato Piccolo Tibet, perché lo ricorda, soprattutto se visto dall’alto.

Qui si trova, a 2.138 metri di altitudine, l’Osservatorio Astronomico d’Abruzzo, fondato nel 1.965 e ancora utilizzato; è il più alto d’Italia e l’unico dotato di telescopio a infrarossi. Ci sarebbe piaciuto visitarlo, ma è aperto solo in determinati giorni e orari. Si raggiunge con la funivia o, nella bella stagione, in macchina (l’ingresso all’area e al parcheggio, che è anche il punto di partenza per diverse escursioni sul Gran Sasso, costa 5 euro per l’intero giorno. Dei gentili omini sporgono il biglietto sulla strada).

Poco distante dall’Osservatorio c’è il famoso Albergo Campo Imperatore, dove venne rinchiuso Mussolini (prima di essere liberato da una squadra di paracadutisti), precisamente nella stanza 220 (che ha mantenuto gli arredi dell’epoca ed è visitabile come museo).

Un’altra tappa culturale che bisogna assolutamente fare è quella ai famosi ristori Mucciante e Giuliani, situati a poca distanza uno dall’altro; qui si può comprare la carne per poi grigliarla all’esterno su barbecue già accesi e tenuti in vita da personale apposito. Si tratta davvero di una soluzione comoda e goduriosa, che lascia spazio anche alla socializzazione tra diversi tipi di avventurieri.

Da Campo Imperatore partono diversi sentieri, di lunghezza e difficoltà differenti, che conducono o avvicinano al maestoso Corno Grande.
Potevo rinunciare a questa esperienza di trekking sull’Appenino? Seguitemi per scoprire la mia avventura targata “montagna schiappa” sul Corno Grande del Gran Sasso! Per quanto mi riguarda, un’impresa epica e irripetibile!

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Rocca Calascio, a piedi verso il castello più alto d’Abruzzo

Chi mi segue sa che quando viaggio non conosco riposo, saltello da una parte all’altra per conoscere il più possibile, ma senza dimenticare il lato “tarallucci e vino” della vita. Oggi vi porto virtualmente in un luogo magico, che nella bella stagione si presta come location ideale per consumare un aperitivo “al sacco”, open air, immersi tra natura, storia e avvolti da un tramonto che lascia senza parole. Quindi indossate un paio di scarpe comode, mettete nello zaino qualche prodotto tipico locale e si parte!

A poca distanza da Santo Stefano di Sessanio, si trova un altro incantevole borgo medioevale, Calascio. Abbandonato alla fine della seconda guerra mondiale, riprende vita nel periodo estivo e nei weekend grazie ai tanti localini turistici e ai mercatini.
I visitatori transitano da qui per andare a visitare la famosa Rocca Calascio, che con i suoi 1.460 m. di altitudine è uno dei castelli più alti d’Italia. Dall’alto domina sul parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, del quale fa parte, regalando un panorama assolutamente mozzafiato soprattutto al calar del sole.
In questo luogo unico e suggestivo sono stati girati diversi film, tra i quali i più famosi sono “Il nome della rosa” e “Ladyhawke”.

Ecco qualche dato storico. Rocca Calascio apparteneva all’antica baronia di Carapelle, un dominio feudale del XIII secolo (di cui faceva parte anche Santo Stefano di Sessanio). Il borgo di Calascio nacque perché le modeste dimensioni del castello non consentivano di ospitare molte persone, le quali quindi si “trasferirono” alle sue pendici vivendo comunque all’interno delle mura che proteggevano la rocca.
Anche qui, come a Santo Stefano di Sessanio, è la pietra la vera regina. Passeggiando per i viottoli si percepisce forte il contrasto tra cura e decadenza, passato silenzioso e presente pieno di vita.

Per arrivare alla Rocca ci sono diverse opzioni: o si ha la fortuna di trovare posto per l’auto nel piccolo parcheggio alle porte del borgo di Calascio (nel paese le automobili non possono entrare), oppure si lascia la macchina lungo la strada che si inerpica sul pendio. Noi abbiamo deciso di lasciarla a valle, nei pressi del centro abitato moderno di Calascio, e di procedere a piedi lungo il sentiero sterrato che attraversa anche i diversi tornanti della strada asfaltata. Si tratta di una camminata semplice, che dura circa 40 minuti e che è consigliabile fare, soprattutto in estate, nelle ore meno calde perché è quasi totalmente esposta al sole. Nel box al fondo dell’articolo trovate l’itinerario e la traccia da scaricare.

Per i camminatori più arditi, esiste anche un anello da fare a piedi che connette Santo Stefano di Sessanio, Calascio e Castelvecchio Calvisio. E’ un sentiero tecnicamente semplice, percorribile in 3 ore e mezza e con 590 m. di dislivello, ma non è consigliabile in estate per via del caldo.

La prima cosa che si scorge arrivando in cima è la Chiesa della Madonna della Pietà, a pianta ottagonale, risalente al XVI e XVII secolo. Poco più su si trova, aggrappato a uno sperone di roccia, il Castello di Rocca Calascio. La sua funzione ovviamente era quella di osservazione a scopo difensivo, ma faceva anche parte di un sistema di comunicazione tra castelli, per mezzo di torce o specchi, che pare giungesse fino all’Adriatico. Bei tempi quelli senza i gruppi Whatsapp.
Intorno al castello ci sono i resti del borgo originario, raso al suolo dai diversi eventi sismici e mai ricostruito. Anche il castello fu più volte danneggiato dai terremoti che nel corso del tempo si sono susseguiti in queste zone, ma per fortuna fu restaurato e riportato in vita. Attualmente è liberamente visitabile (si può lasciare un’offerta libera) e attraverso una scala a chiocciola si può salire dentro il maschio e godere di una vista che spazia sulla valle del Tirino e l’altopiano di Navelli, poco lontani da Campo Imperatore.

Il mio consiglio è quello di recarsi a visitare Rocca Calascio all’ora del tramonto, quando il panorama si fa più suggestivo. Senza togliere nulla ai graziosi bar e ristorantini del borgo, gustarsi uno snack (nel nostro caso delle ottime ferratelle alla cipolla acquistate in una bottega di Santo Stefano di Sessanio) immersi tra i colori accesi del sole che cala dietro le montagne, è impagabile.

Qui di seguito trovate i dati del percorso che abbiamo fatto; si riferiscono all’intero giro, con visita al castello inclusa. Cliccando sui link dei miei profili Wikiloc, Strava e Komoot potete scaricare la traccia.

Rocca Calascio
DATA ESCURSIONE: luglio 22
PARTENZA: Via Plaja, Calascio
KM: 4 km A/R
DISLIVELLO: +195 m. circa
SCARICA LA TRACCIA: Wikiloc, Strava o Komoot.

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Santo Stefano di Sessanio, l’utopia possibile

Il nostro breve viaggio alla scoperta delle bellezze dell’Abruzzo inizia nel suo cuore di pietra, ovvero nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Come “campo base” abbiamo scelto una location unica, nata e rinata diverse volte nel corso della sua storia: Santo Stefano di Sessanio. Annoverato tra i borghi più belli d’Italia, questo paesino incastonato a 1.251 metri di altitudine nell’Appennino abruzzese, sembra rimasto immutato nel tempo.

Il suo massimo splendore lo aveva raggiunto nel 500, quando faceva parte del Gran Ducato di Toscana, grazie alla produzione della lana carfagna. Fu con la fine della transumanza che la vita nel borgo si fece più dura e iniziò un lento processo di decadenza, che portò all’allontanamento dei suoi abitanti e all’abbandono della maggior parte delle abitazioni.


Solo in epoca recente Santo Stefano ha ritrovato una nuova vita, grazie al turismo, ma la sua storia di rinascita è unica nel suo genere ed è legata a un nome: Daniele Kihlgren.
Figlio di una famiglia di imprenditori del cemento, questo “rampollo” italo- svedese è capitato per caso da queste parti, durante un viaggio in moto in fuga da una storia personale tormentata e alla ricerca di una ragazza che aveva conosciuto tempo prima. Fu un colpo di fulmine, evidentemente, sia per lei che per il luogo.
Kihlgren decise di investire ingenti risorse economiche in un progetto che potrebbe sembrare folle: recuperare il borgo in stato di abbandono e ricostruirlo, pietra dopo pietra, senza l’utilizzo del cemento.

Il cemento ha disonorato l’Italia
Daniele Kihlgren

Il suo progetto è sfociato nella creazione di quello che può considerarsi il primo albergo diffuso in Italia, chiamato Sextantio, come il pago sul quale nacque l’attuale centro abitato tra il IX e il XII secolo. Tale nome indicava la distanza di sei miglia romane da Peltuinum, centro dell’epoca che fungeva da tappa nel collegamento tra Roma e l’Adriatico.
Alloggiare nell’albergo diffuso Sextantio significa fare un salto indietro nel tempo, rivivere in un ambiente degli anni 20 del Novecento, con gli stessi arredi e i tessuti fatti come allora, senza però rinunciare al comfort. La tecnologia c’è ma non si vede.
L’obiettivo dell’imprenditore-filosofo era che l’utilizzo a scopo turistico non comportasse la perdita delle identità territoriali, che per una volta il profitto arrivasse dalla conservazione di un luogo e non dalla sua devastazione.

La mia è una battaglia di civiltà.
Daniele Kihlgren

Gli interni delle stanze sono ispirati alle fotografie che Paul Scheuermeier, linguista svizzero, scattò in Abruzzo intorno al 1920.
Durante il nostro soggiorno c’era una mostra di alcuni scatti dell’epoca, esposti tra i viottoli del paese; foto in bianco e nero, con volti seri, segnati dall’asprezza della vita.
Insieme ai quei volti immortalati nelle fotografie, anche le pietre sembravano parlare. Non si può non ascoltarle ed ammirarle, poiché raccontano la storia di questo borgo.
Si nota subito come Santo Stefano di Sessanio sia per lo più abitato quasi solo da turisti, ma la sensazione che ho avuto è che fosse un tipo di turismo “silenzioso”, in cerca di pace, di bellezza e di natura; un turismo che non distrugge, ma si adegua con rispetto al luogo.

Durante il terremoto del 2009 questo borgo ha subito diversi danni, ma ancora una volta è rinato. Guardandolo da lontano, si nota chiaramente che vicino alla sua famosa torre spiccano due altissime gru, che probabilmente spezzano un po’ il romanticismo del panorama, ma ci indicano come questo sia ancora un paese in “via di ricostruzione”.

A proposito di torre, gli abitanti di Santo Stefano sono molto legati alla loro Torre Medicea, considerata un vero simbolo per la città. In realtà esisteva già prima dell’arrivo dei Medici, che semplicemente apportarono alcune modifiche e si divertirono ad apporre qua e là per il borgo il loro stemma. La tanto amata torre crollò durante l’ultimo terremoto, anche perché nel corso del ‘900 furono fatte alcune modifiche che appesantirono molto la sua struttura. In attesa di ricostruirla, fu riprodotto il suo scheletro con una struttura in tubi e, in seguito, grazie alla collaborazione dei cittadini che ne conservarono le pietre, le fu data nuova vita. Attualmente è possibile visitarla e dalla sua cima si possono scorgere in lontananza le vette dei massicci che circondano il borgo.

La nostra scoperta dell’Abruzzo è appena cominciata; nei prossimi articoli vi parlerò di tante altre meraviglie. Prossima tappa: Rocca Calascio!

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Tra castelli e formaggi: cicloturismo in Val d’Ayas

Siccome non mi basta umiliarmi in territorio piemontese a cavallo della mia fiammante bici elettrica, tanto odiata dai ciclisti livello PRO, ogni tanto emigro in regioni limitrofe (ma non solo), per tracciare sempre nuovi itinerari di cicloturismo umile. Dopo aver percorso le bellissime piste ciclabili del Carso, dopo essere quasi morta nelle interessanti salite della città di Trieste e, infine, dopo aver sfidato il territorio lombardo sulla pista ciclabile della Val Brembana, dal Piemonte ho sconfinato in una delle regioni “gioielline” d’Italia, famosa per le sue montagne, la fontina e gli zoccoli di legno: si tratta della la Valle d’Aosta, che ci guarda con quel disprezzo tipico delle regioni autonome bilingue che hanno capito tutto dalla vita.

Obiettivamente, la Valle d’Aosta ha capito quasi tutto davvero e ha saputo sfruttare le sue potenzialità paesaggistiche e naturalistiche per attirare diversi tipi di turista, da coloro che praticano sport seriamente, alle persone che deambulano a malapena.
A proposito di sportivi di basso profilo, di cui presuntuosamente mi posso ritenere ambasciatrice, ho potuto constatare che la Val d’Ayas offre tantissimi itinerari percorribili a piedi e in bicicletta.

Questa valle, che è velocemente raggiungibile da Ivrea o anche da Torino grazie a una delle autostrade più care d’Italia, si trova ai piedi del gruppo del Monte Rosa ed è attraversata dal torrente Evançon, affluente della Dora Baltea. Qui si trovano i Rû Courtaud e Rû d’Arlaz , due dei canali artificiali che sono tipici della regione.
In questa zona, come le altre attorno al massiccio del Monte Rosa, si sono stabilite intorno al XII-XIII secolo le popolazioni Walser (di origine germanica), di cui ci sono chiari riferimenti culturali a partire dalle tipiche abitazioni costruite in legno o pietra.
A proposito di case tipiche, in quest’area si trovano anche i rascard, costruzioni sostenute da “pilastrini” di legno a forma di fungo; infatti un tempo servivano per conservare i cereali e quindi roditori e umidità costituivano un pericolo per il raccolto.

Terminata la parentesi culturale, di seguito illustrerò gli itinerari di cicloturismo umile che ho percorso in sella alla mia e-bike (alla faccia dei veri ciclisti). Sotto una breve descrizione troverete i dettagli dei percorsi con la possibilità di scaricare la traccia.

COLLE DE JOUX E TZECORE. Il colle de Joux, da Brusson, è uno dei più semplici da scalare in bicicletta ed è anche molto panoramico, poiché dalla sua cima si può ammirare tutta la valle principale fino al Monte Bianco. Dalla sommità è possibile fare una deviazione attraverso la strada forestale che conduce al Rû Courtaud, per raggiungere un punto panoramico sulla Valle d’Ayas. Tornando indietro sulla via principale, si imbocca una strada non asfaltata a mezzacosta, che porta al paese Sommarese, dal quale si risale al Colle dello Tzecore. Superato il colle si scende verso Challand Saint-Anselme; prima di arrivare al centro abitato si prende una strada che costeggia il Rû d’Arlaz, che dolcemente risale la valle. A questo punto bisogna avere le forze per tornare al punto di partenza (Brusson) e concludere in bellezza con due rampette spaccagambe.

COLLE DE JOUX E TZECORE
KM: 29 circa
DISLIVELLO: + 700 m
PUNTO DI PARTENZA e DI ARRIVO: Brusson
TIPO DI TRACCIATO: asfalto, sterrato semplice
SCARICA LA TRACCIA DEL GIRO: https://www.wikiloc.com/ebike-trails/col-de-joux-e-tzecore-111414851
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VAL D’AYAS. Questo itinerario risale la valle sulla destra orografica del torrente Evançon toccando i principali centri abitati della stessa. Da Brusson si raggiunge Extrepieraz percorrendo quelle che di inverno sono piste da fondo. Raggiunti i suoi campeggi, si procede in salita vera raggiungendo uno degli alpeggi più panoramici della zona, Crepin.
Da lì si attraversa il bosco di Praz Charbon e, imboccando una strada asfaltata panoramica, si raggiunge nell’ordine Lignod, Antagnod e Champoluc. Costeggiando il fiume si arriva infine all’ultimo paese della valle, Saint Jacques des Allemands per poi ritornare a Brusson dalla strada principale.

VAL D’AYAS
KM: 35 circa
DISLIVELLO: +740 m.
PUNTO DI PARTENZA e DI ARRIVO: Brusson
TIPO DI TRACCIATO: asfalto, sterrato semplice
TRACCIA DEL NOSTRO GIRO: https://www.wikiloc.com/ebike-trails/cicloturismo-in-val-dayas-111414904
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CASTELLO DI GRAINES. Dai pratoni di Brusson si imbocca una strada sterrata che costeggia al Rû d’Arlaz, arrivando a Challand Saint-Anselme. Da qui si scende ancora verso Challand Saint-Victor, svoltando a sinistra per Tollegnaz. Dopodiché si risale la valle fino ad Allesaz, si imbocca il sentiero lungo il fiume (che fa parte del percorso di gara del Monte Rosa Prestige) e si raggiunge Arcesaz. Si risale quindi fino al castello, dove conviene legare la bici prima di intraprendere a piedi la breve e dura salita. Il castello di Graines è uno dei più antichi della Valle d’Aosta (risale al 515 d.C) e regala una bella vista panoramica sulla vallata.

CASTELLO DI GRAINES
KM: 23 circa
DISLIVELLO: +570 m.
PUNTO DI PARTENZA e DI ARRIVO: Brusson
TIPO DI TRACCIATO: asfalto, sterrato semplice
TRACCIA DEL NOSTRO GIRO: https://www.wikiloc.com/ebike-trails/cicloturismo-al-castello-di-graines-111414679
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Concludo questo viaggio su due ruote precisando che il vero ciclista-schiappa non può essere indifferente alla gastronomia locale, quindi tra una tappa e l’altra è d’obbligo sostare nelle diverse fromagerie per degustare prodotti tipici quali il famoso lardo di Arnad, la fontina, il fromazdo e le svariate tipologie di toma. Con queste delizie che scorrono nelle vene, si pedala peggio ma più felici!

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La Baia degli Infreschi, un paradiso del Cilento che si raggiunge a piedi

Alert! Questo articolo apparteneva a un mio vecchio blog, pertanto le informazioni che trovate potrebbero non essere aggiornate in quanto queste escursioni risalgono a qualche annetto fa.

Vi avevo lasciati a Palinuro, tra le spiagge e le baie che fecero da sfondo ai racconti dell’Odissea e dell’Eneide. Ora ci spostiamo più a sud, raggiungiamo Camerota e ci immergiamo di nuovo nel mito.

Il nome di questa località arriva appunto da Kamaraton, la bellissima ninfa di cui si innamorò il nocchiere Palinuro che, da quello che ho capito, non era di certo baciato dalla fortuna. Pare che la ninfa ignorò completamente l’interesse del povero innamorato, il quale in preda alla disperazione tentò invano di catturare l’immagine della ninfa nell’acqua. Questa volta però la dea dell’amore vendicò l’innamorato respinto e, per punire la crudeltà di Kamaraton, la trasformò in una roccia sulla quale oggi sorge il borgo di Camerota.

La Calanca e le sue calette. Il mare e le spiagge della costa di Marina di Camerota sono degne di una sosta, a partire dalla Calanca, la spiaggia principale della cittadina. La sabbia è chiara e la spiaggia è circondata da suggestivi scogli che le danno quell’aspetto tra il caraibico e il selvaggio. Il promontorio è sormontato da una torre saracena e un percorso sterrato tra rocce e vegetazione dà la possibilità di scoprire diverse deliziose calette che, essendo più nascoste, sono anche più intime e rilassanti rispetto la spiaggia principale. Il mare presenta diverse sfumature di azzurro e al tramonto il cielo esplode di colore.

La baia degli infreschi. La vera perla di questa costa è una baia nascosta che un tempo era luogo di sosta e rifugio per le imbarcazioni. Il suo nome è Baia degli Infreschi ed è raggiungibile solo via mare o attraverso un sentiero di 7 km, andata e ritorno. E’ circondata infatti da strade di proprietà privata quindi teoricamente le macchine non possono percorrerle

Considerata la mia insofferenza per le barche turistiche, quel giorno abbiamo deciso di svegliarci di buon’ora per intraprendere il sentiero a piedi verso la baia. Come al solito la sveglia suona molto presto quando ci sono obiettivi di questo tipo, ma poi non si sa per quale disfunzione temporale ci si trova all’inizio del sentiero quando il sole è già alto e cocente.

N.B. Il sentiero parte alla fine della strada che costeggia la spiaggia principale di Marina di Camerota (lato sud quindi). Si può lasciare la macchina nei pressi del cimitero. Il sentiero è segnalato e varia da strada asfaltata, sentiero e terra battuta. Per molti tratti è esposto al sole quindi, se siete in periodo estivo è altamente consigliato non mettersi in cammino quando il sole è già alto. Non fate come me, in pratica.

Imboccato l’inizio del sentiero ci dà il benvenuto una bella salita. Poi si passa alla strada asfaltata e in seguito ci si immerge nella brulla vegetazione. Il sole picchiava senza pietà e più si proseguiva più ci si spogliava, usando le t-shirt come turbanti per proteggere la testa. Non bisogna mai sottovalutare la forza e la pericolosità del sole e del caldo nella stagione estiva in queste zone!

Lungo il percorso verso la Baia degli Infreschi si incontrano altre due cale. La prima è Cala Pozallo e l’altra è Cala Bianca. Entrambe meravigliose. La tentazione di fare una sosta è molta, ma la meta è ancora lontana e abbiamo deciso di proseguire. Dopo circa 2, 2 ore mezza di cammino finalmente si scorge dall’alto il paradiso.

Prima di scendere verso la cala, abbiamo incontrato un ragazzo che aveva appena parcheggiato la macchina arrivando da qualche strada sconosciuta.
Noi, stanchi e sudati, ci siamo un po’ risentiti e incuriositi, così abbiamo chiesto al giovane quale strada avesse fatto per arrivare in macchina. La sua spiegazione è stata alquanto vaga; indicandoci un punto indefinito verso le brulle colline; ci ha detto di aver seguito il suo senso della direzione e guidando verso il mare ha trovato la retta via. In pratica, ha utilizzato la miriade di sentieri privati dei contadini del luogo.

Ma la fatica del cammino è stata ripagata dalla bellezza della destinazione finale. La Baia degli Infreschi infatti è una splendida cala di ciottoli bianchi, circondata solo da rocce e vegetazione. Il mare accoglie i viandanti con le sue acque cristalline che vanno dall’azzurro allo smeraldo.

Ormeggiata vicino alla riva, una barca cucina il pesce fresco e lo serve direttamente in tavolate di legno sistemate sulla spiaggia. Niente a che vedere con il nostro pranzo al sacco, un connubio tra carboidrati e proteine: la pasta e fagioli, un ever green delle camminate.

Scavalcando la parete rocciosa sulla sinistra della prima spiaggia che si incontra arrivando dal sentiero, c’è una minuscola spiaggetta dove, se si è fortunati, si può godere di un po’ di solitudine, o quasi.

Noi abbiamo trovato altri due eroici escursionisti. C’è stata una comune accettazione perché eravamo arrivati a piedi e avevamo scalato la parete che divide le due spiagge della baia. Quindi ci siamo rispettati reciprocamente siglando un tacito accordo di convivenza a breve termine.

La sintonia silenziosa è stata tanta che non appena un barcone di turisti si è avvicinato alla nostra riva li abbiamo cacciati brutalmente, guardandoli con sguardo minaccioso e facendo inequivocabili cenni della mano che stavano a significare: “No no, qui si sta stretti, andate via.”

Il nome della Baia degli Infreschi deriva dalla particolarità dell’acqua. Infatti le sorgenti che sgorgano dalle rocce sotterranee fanno in modo che in superficie l’acqua rimanga più fredda, mentre sotto resti più calda. L’acqua cristallina è come una calamita dalla quale non potrete più separarvi.
E appena vi ricorderete che dovrete camminare altre due ore per tornare indietro, forse una lacrimuccia bagnerà il vostro viso e il pensiero di trasferirvi lì definitivamente solleticherà la vostra mente.

Non ci credete? Non vi resta che provare….allacciatevi le scarpe!

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[N.B. Le foto di questo articolo sono state scattate da M. Cucciniello]

Remando verso cale nascoste: come Enea nel mare Cilento

Alert! Questo articolo apparteneva a un mio vecchio blog, pertanto le informazioni che trovate potrebbero non essere aggiornate in quanto queste escursioni risalgono a qualche annetto fa.

Il Cilento se ne resta in disparte, quasi in silenzio, nel sud della Campania. Al contrario di altre bellissime zone balneari in Italia, come per l’appunto quelle della Costiera Amalfitana di cui ho parlato nei precedenti articoli, non fa clamore e si sta salvando dal turismo di massa internazionale.

Eppure il Cilento è una vera meraviglia.
Non a caso questa subregione della provincia di Salerno è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
Non a caso queste terre hanno ispirato le narrazioni di scrittori e poeti, a partire dai greci e dai romani che hanno scelto il Cilento come ambientazione dei loro miti. Il più famoso è proprio quello legato all’Odissea; pare infatti che la famosa isola delle sirene di Ulisse fosse proprio l’isoletta di fronte a Punta Licosa.

Inseguendo l’atmosfera creata da questi miti, facciamo tappa a Palinuro e Marina di Camerota, due conosciute località della costa, e ci mettiamo alla ricerca degli angoli di paradiso che questa zona ci offre.

Palinuro e il suo Arco Naturale. Il nome di questa cittadina arriva per l’appunto dalla penna di Virgilio e il suo poema “Eneide”. Palinuro era il nocchiero di Enea che, diciamolo, fece una brutta fine. Mentre la flotta navigava proprio di fronte al tratto di terra che oggi conosciamo come Cilento, Palinuro si addormentò e cadde in mare. Vi restò naufrago tre giorni, prima di toccare terra ed essere ucciso barbaramente dalla popolazione locale. Così si soddisfò il desiderio di Nettuno, che in cambio di una vittima avrebbe protetto la flotta durante il viaggio.

La spiaggia più vicina al centro di Palinuro è quella ai piedi di un maestoso arco naturale. La balneazione e la sosta su questo tratto di spiaggia sarebbe vietato per motivi di sicurezza. Sembra infatti che qualche volta pezzi di roccia franino con il rischio di colpire mortalmente qualcuno e nessuno si è ancora preoccupato di mettere la zona in sicurezza. Solo un cartello e una recinzione facilmente scavalcabile mettono in guardia i bagnanti dal pericolo.
In realtà nessuno rispetta questo divieto, di conseguenza non lo abbiamo fatto neanche noi.

Per raggiungere questa suggestiva spiaggia bisogna arrivare fino alla foce del fiume Mingardo seguendo semplicemente le indicazioni che portano all’Arco Naturale. Anche le altre spiagge limitrofe non sono niente male e aspettare il tramonto sul bagnasciuga che si affaccia su un piccolo isolotto è assolutamente consigliato.

Baia del buon dormire. La vera perla nascosta di Palinuro è la Baia del Buon Dormire, una piccola cala di sabbia fine e dorata, incastonata tra la scogliera e con un mare color smeraldo.
Purtroppo l’accesso via terra è stato “privatizzato” da un Residence, rendendo questa spiaggia privilegio di pochi.
Essendo il sentiero chiuso dalla proprietà privata, come altri temerari esploratori, non ci siamo dati per vinti e abbiamo escogitato un altro modo per raggiungerla.

Dalla spiaggia della Marinella a Palinuro (la quale tra l’altro è comunque molto bella) abbiamo affittato una canoa. Con zaino in spalla abbiamo remato per diversi minuti nelle acque cristalline, fino a “girare l’angolo” della parete di roccia che divide la spiaggia normale dalla caletta. Ed eccoci nella baia, che si affaccia sullo scoglio del Coniglio.

(Quando arriverete trionfanti e fieri con la vostra canoa o il vostro pedalò, probabilmente i clienti dell’Hotel vi guarderanno storto da sotto l’ombrellone).

Un’altra alternativa è quella di affidarsi ai servizi di navetta delle barche a motore per turisti, ma noi siamo contrari all’utilizzo di questo tipo di mezzi perché riteniamo siano inquinanti ed invasivi.

A questo punto, parcheggiato il bolide e indossate le scarpine da roccia (compagne fedeli dei nostri viaggi) ci si può godere al meglio le acque cristalline della Baia del Buon Dormire.

La prossima tappa del nostro viaggio all’insegna dei racconti epici ci spinge più a sud, in una delle cale più belle d’Italia, che questa volta abbiamo raggiunto…a piedi!

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[N.B. Le foto di questo articolo sono state scattate da M. Cucciniello]