Direzioni casuali tra i colli umbri e marchigiani

Non ricordo il vero motivo, ma a un certo punto delle nostre peregrinazioni tra le colline marchigiane ci siamo ritrovati a vacare il confine regionale e, dopo una breve tappa serale nella meravigliosa Perugia e una colazione sulle rive del Trasimeno, all’ora di pranzo ci siamo trovati all’interno di una specie di locanda di Gubbio specializzata nella cucina della Crescia.

Il bello di viaggiare in auto e di (dis)organizzarsi in autonomia le vacanze è che talvolta si procede un po’ a sensazione. Le Marche sono una terra immensa da scoprire e di certo non si può esaurire in un solo viaggio. Consapevoli di ciò, durante il nostro road trip abbiamo cercato di cavalcare il tempo e ignorare i chilometri di spazio che ci separavano dalle mete da raggiungere. Ne abbiamo macinati, di chilometri, per saltellare da un punto all’altro, tra le lamentele di chi pativa la guida del nostro chofer (l’unico in possesso di patente di guida) e i briefing sulla direzione da prendere fatti quando eravamo già in movimento.


La Crescia di Gubbio è leggermente diversa da quelle marchigiane che avevo provato fino a quel momento; è più spessa e sembra quasi una focaccia. Salsiccia, cipolla e stracchino…e passa la paura. Ognuno ha il cammino spirituale che si merita.

Dopo aver soddisfatto quindi i nostri palati, per smaltire abbiamo fatto due passi nella medioevale città di Gubbio, soprannominata “città grigia” per il colore dei blocchi calcarei con la quale è stata costruita. Sulla Piazza Grande, una vera e propria piazza “sospesa”, si affacciano il Palazzo dei Consoli, con la sua facciata gotica, e quello Pretorio.
Dalla piazza, cuore pulsante della città, si può ammirare lo splendido panorama sulla valle.
Non potevamo lasciare Gubbio senza compiere tre giri intorno alla Fontana dei Matti ubicata di fronte al Palazzo del Bargello. Si narra che lo straniero che compie tre giri di corsa intorno alla fontana e accetta di essere bagnato con l’acqua della stessa, diventa cittadino di Gubbio con il titolo di “Matto onorario”.

URBANIA e LA CHIESA DEI MORTI

A pochi chilometri dal nostro campo base, Urbino, si trova Urbania, piccolo borgo incastonato tra sinuose colline e bagnato dal fiume Metauro.
A Urbania abbiamo visitato un luogo particolare, dal gusto un po’ macabro. Si tratta della Chiesa dei Morti. Fondata nel 1380, ospita al suo interno il cosiddetto Cimitero delle Mummie ed è diventata una vera e propria attrazione turistica. Nell’attesa del nostro turno per la visita, ho notato il certificato di eccellenza di Trip Advisor esposto con fierezza all’interno della cappella.
Nel Cimitero dei Morti sono esposti 18 corpi mummificati, i quali furono ritrovati nel 1804, periodo in cui un editto napoleonico istituì i cimiteri extraurbani. La particolarità di questi corpi risiede nel fatto che la mummificazione è avvenuta naturalmente, ovvero una sorta di muffa ha essiccato i cadaveri succhiandone gli umori.
La sistemazione di questi corpi, esposti dietro l’altare della chiesa, era avvenuta a cura della Confraternita della Buona Morte, gli scopi della quale erano il trasporto e la sepoltura dei defunti, l’assistenza dei moribondi e la distribuzione delle elemosine ai poveri.
Ognuna di queste mummie ha una sua storia, che il custode-guida racconta ai visitatori con entusiasmo, compiacendosi forse delle espressioni esterrefatte e turbate degli ascoltatori. Tra le mummie, vi è il priore della Confraternita della Buona Morte, Vincenzo Piccini (vestito con la tunica bianca e nera della cerimonia funebre), una donna deceduta di parto cesareo, il giovane accoltellato (del quale è esposto il cuore essiccato trafitto dal pugnale), e lo sventurato che fu sepolto vivo in stato di morte apparente.


PEGLIO e L’UOMO CHE SISTEMA LA LUNA
Sulla via del ritorno abbiamo scorto, immerso nelle luce del tramonto, un piccolo borgo arroccato su una collina. Abbiamo deciso così di raggiungerlo e ci siamo ritrovati nel grazioso borgo di Peglio. Subito ci siamo intrufolati in un negozio di alimentari che, vista l’ora, stava chiudendo e ci siamo procurati un vinello, delle patatine e dei bicchieri. Io ho comprato anche una confezione di Cresce, così, giusto per aggiungere una nuova tipologia alla mia collezione di carboidrati d’asporto. Dopo aver scambiato quattro chiacchiere con il gestore, Anacleto, siamo saliti in cima al colle, abbellito da suggestivi cipressi (per rimanere in tema cimiteriale). Qui spicca una torre, sulla quale si scorge la sagoma di un uomo che, in piedi su una scala, sembra sistemare la luna nel cielo. Ai piedi della torre, seduti nell’erba, abbiamo consumato il nostro aperitivo improvvisato, ammirando il paesaggio dei colli e il tramonto tra i cipressi.

Nella prossima tappa del nostro viaggio ci dirigeremo più a sud, alla ricerca dell’infinito!
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Marche o morte, il road trip tra sacro e profano

  • Una triestina nata a città del Messico e residente in UK
  • Un filosofo serbo con la scritta “L’extracomunitario, I come in peace” sulla maglietta
  • Un piemontese puro sangue delle risaie del vercellesi emigrato sulle colline marchigiane, in veste di assistente sociale e guida turistica allo stesso tempo
  • Una ligure (io) amante del Sud America e ormai da tempo cittadina torinese

…tutti insieme appassionatamente seduti sulla spiaggia di Baia Flaminia (Pesaro) di fronte a un tramonto eccezionale con un bicchiere di bianco in mano.
L’unica cosa in comune è l’esser stati vagabondi per il mondo nella vita precedente e di avere incrociato le reciproche strade in alcune di queste peregrinazioni. Le reti sociali che si tessono nella vita possono prendere strane forme. In questo caso hanno preso la forma di un road trip alla scoperta dell’entroterra marchigiano, un viaggio tra sacro e profano che abbiamo nominato scherzosamente “Marche o morte”, perché organizzare una vacanza in epoca Covid non è un’impresa facile.

Dopo l’aperitivo di benvenuto, da Pesaro abbiamo risalito le colline del Montefeltro fino a raggiungere quella che sarebbe stato il nostro campo base in questa vacanza: Urbino.
Di questa incantevole città, che trasuda storia, arte e cultura, si narra già ovunque nel web. E’ infatti la città natale di Raffaello ed è anche un vero e proprio museo rinascimentale a cielo aperto, che può saziare gli sguardi di ogni visitatore. Non sarò io quindi a dirvi cosa visitare a Urbino. Mi limito a dire che nel mio cuore sono rimasti impressi due scorci: il panorama sulle colline del Montefeltro e la vista sulla città dal parco della Fortezza di Albornoz.

Il mio stomaco invece è stato saziato grazie alla gastronomia locale. E’ qui che è nato il mio grande amore a prima vista per la Crescia, sorella della piadina romagnola, ma più “porcosa” grazie al bagno di strutto. Come ho scoperto nel corso del mio viaggio, la Crescia prende sembianze diverse a seconda del luogo in cui viene prodotta ed è diffusa anche in Umbria. Questa delizia, nella zona di Urbino, è riempita con prodotti tipici come il Salame di Montefeltro, il Prosciutto di Carpegna, il Pecorino di fossa e soprattutto con la Casciotta.
Il mio amore si è trasformato in adorazione e dipendenza, tanto che ovunque andassi ho dovuto provare la variante del luogo. Pura scienza antropologica.

Ma al di là del cammino spirituale tra i carboidrati e i grassi, nel nostro viaggio a tappe tra le colline marchigiane abbiamo scoperto delle perle nascoste che testimoniano come l’uomo sia stato in grado di creare una connessione con la dimensione sacra attraverso l’ambiente naturale.

Ecco le due principali con qualche informazioni all’Alberto Angela.

MONASTERO DI FONTE AVELLANA

Immerso nei boschi delle pendici del Monte Catria, nell’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino, riposa il Monastero di Fonte Avellana, luogo avvolto da un’aurea di misticismo e spiritualità. L’Abbazia fu fondata da un gruppo di eremiti alla fine del X secolo; negli anni si ampliò fino a diventare un vero e proprio monastero, potente sia dal punto di vista economico che politicamente.
L’Eremo è citato anche da Dante nella Divina Commedia; pare infatti che anche il sommo poeta fu ospitato qui.

Attualmente ospita una decina di monaci e organizza incontri, seminari, ritiri spirituali. Il turista di passaggio (e profano) come noi, invece, può respirare la suggestiva atmosfera di questo luogo immerso nella natura partecipando alla visita guidata all’interno del monastero, durante la quale è possibile vedere la Biblioteca, la Sala di San Giovanni da Lodi, lo Scriptorium (dove i monaci trascrivevano a mano antichi testi latini e greci), il Chiostro, la sala del Capitolo e la Cripta.

All’esterno vi è l’Antica Farmacia, dove nel Medioevo i monaci producevano “medicine” con le erbe officinali che coltivavano. Adesso vengono venduti prodotti naturali e genuini, come il miele, le marmellate, gli amari e i saponi.
Per gli amanti del trekking, la collina offre numerosi itinerari a piedi, come il Sentiero della Grotta di San Pier Damiani e Sentiero anello Rocca Baiarda. Per mancanza di tempo e di attrezzatura utile, non abbiamo potuto sperimentarli, ma sono sicuramente un valido motivo per tornarci.

TEMPIO DI VALADIER

L’uomo e la natura si incontrano nella cornice del meraviglioso Tempio di Valadier, santuario ottocentesco incastonato nella roccia e immerso nel cuore del Parco Naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi. Siamo in provincia di Ancona.
In passato questo luogo è stato usato come rifugio dalla popolazione locale alla ricerca di un nascondiglio sicuro dai saccheggi, per poi diventare meta di pellegrinaggio per i peccatori in cerca di assoluzione.
Il Tempio, ultimato nel 1828, ha pianta ottagonale ed è costruito interamente in bianco marmo travertino. All’interno ospitava la statua della vergine con il bambino di Antonio Canova, ora sostituita con una copia.
Ma a mio parere il suo fascino è dato soprattutto dalla cornice naturale in cui si trova; la sua cupola in piombo sfiora la parte sovrastante della parete rocciosa della montagna.

Poco distante dal Tempio si trova l’eremo di Santa Maria Infra Saxa, o Santuario della Madonna di Frasassi, ben più antico e anch’esso suggestivo poiché scavato nella roccia di una grotta.

Il percorso per raggiungere questo luogo non è difficile, sale per circa 300 metri di dislivello. Il sentiero parte dalla strada principale, che costeggia la Gola. E’ largo e lastricato, con pendenza lieve, percorribile a piedi ma anche in bicicletta.

Il viaggio continua nel prossimo articolo! Nel frattempo, guarda le più belle foto sul mio profilo Instagram (macaia_libre)!

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Un panino in vetta. La montagna in inverno senza rifugi.

Visto che quest’anno i rifugi sono stati chiusi per molto tempo, il mio ventaglio di esperienze montane si è arricchito di mete più “selvatiche” e di panini gelidi sbranati in vetta. Di certo, potendo scegliere, opterei per una meta con rifugio caldo e polenta concia, ma in fin dei conti la mentalità “montagna schiappa” può essere rispettata anche con un pranzo al sacco “intelligente” che comprende cibo, vinello, grappino e thermos di tè e caffè bollenti.

Ecco alcune gite fattibili anche per chi, come me, non è molto portato per la camminata su manto nevoso. Le informazioni tecniche sugli itinerari le trovate cliccando sul link del sito Gulliver.

Non dimenticate di leggere l’articolo sugli itinerari-schiappa con tappa in rifugio!

Punta Sourela
Valli di Lanzo, Colle San Giovanni

Questa è stata la gita della mia prima esperienza con le (odiate) ciaspole. Niente da ridire sul paesaggio, bello per tutto il percorso e spettacolare in vetta. Si sale per due ore, due ore e mezza, quindi la camminata è fattibile per chi, al contrario mio, è abituato a camminare sulla neve. Nessun rifugio all’orizzonte, ma la vista da lassù ripaga la fatica.

Voto paesaggio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/sourela-punta-da-col-san-giovanni/

Punta dell’Aquila
Valle di Susa

Si sale percorrendo le piste di ex impianti sciistici. Quindi si sale e non spiana mai. Per raggiungere la Punta dell’Aquila, a 2.120mt., si deve camminare su manto nevoso per circa due ore e mezza. Per raggiungere la tappa intermedia, a 1860 mt, noi ci abbiamo messo due orette. La scritta SALVINI CAROGNA dipinta sulla struttura decrepita dell’ex impianto sciistico è stata per noi una vera perla. Senza nulla togliere ovviamente alla visuale sulle Alpi Marittime e sul Gruppo del Monte Rosa.
Al punto di partenza del percorso si trova il rifugio/ristorante Alpe Colombino, dove eventualmente ci si può fermare a fine gita.

Voto paesaggio ♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/aquila-punta-dell-dallalpe-colombino-3/

Cima del Bosco
Alta Val di Susa

Il percorso per raggiungere Cima del Bosco attraversa un suggestivo bosco dove si cammina per circa due ore… e non spiana quasi mai! Anche se ho detto che queste mete non contemplano il pranzo in rifugio, in realtà questo itinerario dà l’opzione della scelta ai rifugio-lovers disposti a partire presto. Infatti, nel borghetto dal quale parte l’itinerario, si trova il rifugio Fontana del Thures, che per l’appunto si affaccia su una splendida fontana seicentesca a pianta ottagonale. Se le condizioni meteo sono buone, il pranzo al sacco in vetta regala comunque gioie.

Voto paesaggio ♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/bosco-cima-del-da-thures/

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Un piatto caldo. La montagna in inverno con i rifugi

Questa è stata un’annata difficile per i rifugi, costretti ad aperture a singhiozzo e a gestire metrate di neve che, manco a farlo apposta, sono cadute proprio nella stagione in cui gli impianti sciistici non hanno aperto.

Ecco alcuni itinerari abbastanza semplici che, grazie alla presenza di un caldo e accogliente rifugio in vetta, sapranno scaldare il cuore dei “polenta-lovers”. Ce ne sono alcuni ai quali sono affezionata, dove torno spesso, perché sono facilmente raggiungibili in tutte le stagioni.

Le informazioni tecniche sugli itinerari li trovate cliccando sul link del sito Gulliver.

E, se non l’avete ancora fatto, non dimenticate di leggere l’articolo sugli itinerari-schiappa senza rifugio!

Rifugio Fontana Mura
Val Sangone

E’ sicuramente una delle mete del cuore per tutte le stagioni e non solo perché la strada per raggiungerlo a piedi non è troppo impegnativa. Il rifugio è gestito da due simpatici ragazzi che, dopo aver girato un po’ il mondo, hanno lasciato i loro lavori sicuri per assecondare il bisogno di tornare a casa. Al Fontana Mura si mangia semplicemente da dio, si beve ottimo vino e si può giocare con giochi in scatola degli anni 80-90!

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/fontana-mura-rifugio-dalla-strada-per-pian-neiretto/

Rifugio Willy Jervis
Val Pellice

E’ situato nella suggestiva Conca del Pra ed è raggiungibile sia in inverno che nella bella stagione attraverso due diversi percorsi. In inverno si percorre la pista carrabile e nelle altre stagioni è possibile salire attraverso il sentiero, più breve e ripido ma fattibile. La regina di questo rifugio è senza dubbio Madame Polenta Concia, una vera bomba.
Il Jervis deve il suo nome al partigiano e alpinista Guglielmo Jervis ed è sicuramente uno dei miei rifugi del cuore.

Voto paesaggio ♥♥♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/jervis-willy-rifugio-alla-conca-del-pra-da-villanova/

Rifugio Città di Ciriè
Val d’Ala, Pian della Mussa

Questo rifugio è una meta ideale per l’inverno, quando la strada percorribile in auto è chiusa al traffico lasciando spazio solo agli scarpinatori. Il primo tratto di percorso è abbastanza in pendenza, ma poi spiana (per davvero!). La chicca e il consiglio è quello di portarsi dietro un bob da usare al ritorno dal rifugio, perché il tratto di strada in pendenza risulta particolarmente adatto!

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/mussa-pian-della-e-rifugio-citta-di-cirie-da-balme-3/

Rifugio Selleries
Val Chisone

La medaglia al merito di questo rifugio va sicuramente alla crema di gorgonzola, con la quale accompagnare la polenta e la selvaggina.
Partendo da Selleiraut raggiungere il Selleries è decisamente semplice anche nella stagione invernale con la neve (chi vuole faticare di più può partire da Villaretto). Non ci sono infatti particolari pendenze da superare, ma comunque il paesaggio innevato merita. Il rifugio si trova all’interno del Parco dell’Orsiera e da lì è possibile partire per altre interessanti escursioni (come per esempio quella al lago Ciardonnet).

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/selleries-rifugio-da-pra-catinat/

Rifugio La Chardouse
Alta Val di Susa

Il rifugio si può raggiungere attraverso la strada carrabile (chiusa in inverno) o seguendo il sentiero, più breve e ripido, ma comunque fattibile, se si dispone della giusta attrezzatura per camminare su ghiaccio o neve. La Chardouse è il nome in patois del fiore della carlina, che si appendeva fuori dalle case di montagna per tenere lontane le forze nefaste. Il rifugio, situato nella borgata Vazon, è graziosissimo e curato. Si mangia benissimo, nonostante non abbia nel menu la polenta. Punto di forza è sicuramente la zuppa di cerali, legumi e verdure di stagione, nonché i tomini con una deliziosa marmellata di rabarbaro, lampone e cipolla rossa.

Voto paesaggio ♥♥♥
Voto rifugio ♥♥♥♥♥

Clicca qui per le info tecniche: https://www.gulliver.it/itinerari/la-chardouse-rifugio-da-oulx/

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Di ciaspole, ramponcini e affini. Le filosofie della montagna in inverno.

Sicuramente immaginando una ciaspolata, circondati dal romantico paesaggio della montagna innevata, la maggior parte di voi ha un sussulto entusiastico al cuore.
Anche per me era così. Prima di aver provato le ciaspole.
Fino ad allora avevo condotto i miei trekking-schiappa nella neve accontentandomi di scarponcini impermeabili e, all’evenienza, indossando ramponcini tattici per non perire sul ghiaccio.

Ma quest’anno di neve ne è caduta una quantità assurda ed è stata per me una stagione di grandi scoperte esperienziali. Dopo aver capito cosa sono, in montagna, le ghette (io ero rimasta alle ghette dei fuseaux anni 90 che mettevo da bambina), sono stata iniziata per l’appunto all’uso ciaspole. Il loro senso l’ho scoperto un giorno all’inizio di una camminata, quando, al secondo passo, mi sono ritrovata con la neve fino alla vita e mi sono sentita per un attimo il cavallo di Atreiu nelle sabbie mobili della Storia Infinita.

Diciamo che non è stato un amore a prima vista, quello per le ciaspole.
Con i ramponcini mi sento più una felina delle nevi, mentre la ciaspola aumenta il mio livello di goffaggine (che è già abbastanza elevato).
Inoltre, di solito mentre cerco di procedere in salita faticando sul manto nevoso, svariati cultori dello sci alpinismo mi sorpassano ginnici più che mai (giusto per aumentare il sentimento di inferiorità). Lo sci alpinismo secondo me appartiene alla categoria dello sport-masochismo.

Ma giustamente ci sono diverse filosofie e attitudini per vivere la montagna: c’è chi pensa solo alla meta imprescindibile e chi sale con umiltà senza la certezza di arrivare al traguardo (e quando ci arriva si sorprende da solo), c’è chi preferisce mangiare un panino in vetta (in qualsiasi situazione metereologica) e chi, prima di mettersi in marcia, valuta attentamente la presenza di rifugi dove fermarsi a mangiare.

Di seguito troverete alcuni itinerari che è possibile compiere (anche) in inverno senza necessariamente vedere scorrere davanti a sé la propria vita pensando di morire di fatica. In poche parole, ecco alcune mete adatte al “livello schiappa” (ma non troppo), che ho avuto occasione di esplorare nella mia BREVE esperienza di camminatrice delle nevi. N.B. Queste mete non hanno niente da invidiare alle mete livello PRO in quanto a bellezza.

Per leggere gli articoli, cliccate sull’immagine o sui titoli qui in basso!

Storia e salite, in bici sulla Serra d’Ivrea

ALERT! Prima di pensare di essere di fronte a un articolo di cicloturismo livello PRO, consiglio di scoprire la filosofia del ciclista-schiappa cliccando sul link del precedente articolo, “Diario di una ciclista schiappa”!

Dopo aver pedalato su e giù per le colline moreniche del Canavese, il secondo tour della serie “bici-schiappa” mi ha portata a scoprire le perle nascoste nei dintorni del lago di Viverone, tra natura e pezzetti di storia disseminati lungo il percorso.

Si parte da Azeglio e si scende sulle sponde del lago di Viverone. Il primo incontro con la storia avviene proprio qui, poiché in questa suggestiva location erano stati ritrovati pali di palafitte risalenti all’età del bronzo e altri reperti che attualmente sono conservati nel Museo di Antichità di Torino e nel Museo del Territorio Biellese. Sulle rive del lago è stata realizzata una ricostruzione dell’antico villaggio palafitticolo e questo sito è entrato a far parte dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.

Da qui il tour prosegue salendo sulla serra d’Ivrea, rilievo morenico di origine glaciale che dona al territorio caratteristiche assolutamente particolari. Inutile dire, trattandosi di serra, che le salite e le “rampette” sono parte integrante del viaggio e che il ciclista-schiappa, con molta umiltà, dovrà affidarsi all’aiutino della sua e-bike in diversi tratti. Devo dire che comunque il mio lato masochista non mi ha impedito di fare fatica.

All’inizio del percorso sulla serra si incontra un piccolo bacino d’acqua, il lago di Bertignano, che dalla preistoria del lago di Viverone ci catapulta brutalmente in epoca moderna. Nelle sue acque infatti è immersa la struttura dell’opera di presa della centrale idroelettrica, non più in funzione. Inoltre il luogo è disseminato di tralicci di diverso tipo appartenenti al gruppo Enel, che li usava a scopo addestrativo. Quello che a primo impatto potrebbe sembrare uno scempio, a mio parare dona alla zona una sorta di fascino da “archeologia industriale”. Ferraglia e natura, scontrandosi, sono comunque riusciti a creare una sorta di quadro armonico che è piacevole osservare.

Opera di presa della centrale idroelettrica_Lago di Bertignano

Si prosegue pedalando fino a Magnano, piccolo borgo sul crinale della collina. L’antico paese era sorto intorno alla chiesa romanica di San Secondo, che attualmente si trova in mezzo al verde, a poca distanza dal centro cittadino. A Magnano è possibile percorrere le suggestive stradine del ricetto, ovvero un raggruppamento di case circondate da mura tipico del Piemonte medioevale. Tale ricetto sorse all’inizio del 1.200 come borgo franco e conserva l’impianto urbanistico dell’epoca, fortemente condizionato dalla sua posizione geografica. Pare sia l’unico esempio rimasto in collina, ma io non ho foto da mostrarvi perché il mio stato confusionale da salita stava già iniziando a prendere il sopravvento.

Rimaniamo nel Medioevo, proseguendo il nostro itinerario verso Bollengo e tornando così nella provincia di Torino. Pedalando tra le campagne di questo comune si incontra il cosiddetto Ciucarun (ovvero il campanile di San Martino), in stile romanico, che spunta dal terreno ed è l’unica testimonianza di un antico abitato di nome Paerno. Nella stessa zona è presente anche la chiesa romanica dei Santi Pietro e Paolo che apparteneva a un altro antico borgo, Pessano.

Sulla via del ritorno, risalendo tra le campagne e le vigne di Piverone, si trovano i resti del cosiddetto Gesiun (termine dialettale che significa “chiesona”), un edificio in stile romanico che di grande ha solo il nome.

Da qui, percorrendo un pezzo della via Francigena, si torna al lago di Viverone, dove finalmente si può riprendere contatto con l’anima schiappa che nel corso del tour ha fatto a botte con le salite della serra. Sul lago infatti è possibile consumare un pasto caldo, bere un caffè, fare una sosta sul pontile del porticciolo che sa molto di “vacanza al mare”, recuperando così le forze per raggiungere nuovamente il punto di partenza…sentendosi degli eroi pur essendo rimasti delle “schiappe”.

Restate sintonizzati per scoprire i prossimi tour di ciclismo umile!

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Canavese in bici: su e giù per la morena sud

ALERT! Prima di pensare di essere di fronte a un articolo di cicloturismo livello PRO, consiglio di scoprire la filosofia della ciclista schiappa cliccando sul link del precedente articolo, “Diario di una ciclista schiappa”!

Partendo dai vigneti di Caluso, paesino collinare famoso per le vigne di Erbaluce, si passa per il piccolo comune di Mazzè, dove si trova il famoso castello e da dove si può gustare il panorama della pianura fino a scorgere le torri di raffreddamento dell’ex centrale nucleare di Trino. Da lì, dopo un breve tratto su asfalto (che dio benedica chi lo ha inventato) si arriva al comune di Moncrivello e si imbocca una stradina ciottolosa-scivolosa in mezzo al bosco. I ciottoli, deliziosi ciottoli, sono dispersi pressoché ovunque nella collina morenica, quindi è bene rassegnarsi subito all’idea. Il sentiero sale leggermente fino a giungere a due suggestivi santuari di epoca romanica: il santuario della Madonna di Miralta e quello di San Martino. Si pensa che questi luoghi siano anticamente legati al culto dell’acqua, poiché situati a poca distanza dalle acque del lago di Candia, di Viverone e del fiume Dora Baltea.

Tornando indietro e procedendo verso Candia, si arriva al lago omonimo e, attraverso una strada asfaltata (molto) in salita , si raggiunge la chiesetta romanica di Santo Stefano. Dall’alto di questa collina (a quota 420 mt), è possibile ammirare il panorama sulla serra morenica d’Ivrea, creata dall’antico ghiacciaio “Balteo”.

Oltre a questo interessante fenomeno geologico, sicuramente degno di nota, il mio sguardo da ciclista-schiappa è ricaduto sui tavolini da pic-nic di fronte alla chiesa, che hanno creato nella mia mente immagini da “tarallucci e vino”.
Ma pasteggiare durante il tragitto non è mai una buona idea, quindi meglio ripartire e continuare il percorso.

Da Santo Stefano si pedala attraverso alcuni paesi del Canavese, quali Barone, Orio, Montaleghe, fino ad arrivare a Vialfrè passando per la suggestiva e bucolica località di Pianezze di Vialfrè. I più atletici possono a questo punto fare una tappa al Santuario di Santa Maria della Rotonda, situato cima alla collina.

Procedendo verso Agliè, tra prati e mucche con sguardi d’amore piene di benessere, si incontra Villa Meleto, residenza di villeggiatura del poeta Guido Gozzano.
Il piccolo borgo di Agliè ospita il Castello Ducale, una delle Residenze Reali del Piemonte che dal ’97 sono state riconosciute Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Purtroppo la visuale sulla facciata del Castello è in parte rovinata perché la piazza è utilizzata come parcheggio.

Una vera ciclista-schiappa non può rinunciare a una meta gastronomica al termine della faticosa impresa. Caluso e dintorni offrono diverse location adatte a un aperitivo open air circondati dalla natura (clima e norme anti-covid permettendo). Una di queste è sicuramente il lago di Candia, una specie di autogrill per uccelli migratori, e le vigne di Caluso che dipingono le colline con i loro colori autunnali.

Se sei pronto per un altro giro, vola sul prossimo articolo cliccando qui!

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Diario di una ciclista schiappa

Una cosa bisogna dirla. I lunghi mesi di quarantena ai quali siamo stati costretti in questo 2020, ci hanno fatto riscoprire l’importanza di molte cose che davamo per scontate o avevamo dimenticato. Tra queste, c’è la “riscoperta” del lato sportivo sepolto molto a fondo in alcuni di noi. Il senso di colpa per non andare in palestra è scomparso magicamente dalle nostre vite, perché le palestre sono state chiuse la maggior parte dell’anno. Contemporaneamente però molte persone hanno ritrovato il piacere di fare attività fisica all’aperto, anche quelli che non hanno mai sentito l’esigenza di muoversi fino alla quarantena e che un noto politico campano ha definito “cinghialoni”.

Per quanto mi riguarda, sopravvissuta al primo lockdown con programmi di fitness seguiti in un angolo del salotto tra la tv e il divano (sempre grandi tentatori), recentemente, tra un dpcm e l’altro, oltre alle fugaci gite in montagna, mi sono ritrovata in sella a una bici per fare un po’ di turismo locale. Ho iniziato così a esplorare nuove porzioni di mondo a due passi dalla città in cui ho vissuto per anni, Torino, e più precisamente in Canavese.

Questa nuova esperienza sportiva, sempre condotta a “livello schiappa” (ci tengo a non eccellere in nulla), mi ha fatto capire delle cose.
Se siete curiosi di sapere quali, proseguite la lettura dell’articolo. Altrimenti cliccate sui link qui in basso e sarete catapultati nel viaggio lento tra laghi, colline e storia del cosiddetto Anfiteatro Morenico d’Ivrea.

CANAVESE IN BICI: SU E GIU’ PER LA MORENA SUD
STORIA E SALITE: IN BICI SULLA SERRA D’IVREA

BICI-SCHIAPPA: GLI IPSE DIXIT

I veri ciclisti odiano le e-bike. Prima di attivare pensieri di ammirazione verso la mia nuova avventura sportiva, ci tengo a dire questa cosa che farà rabbrividire qualsiasi ciclista professionista, ma anche quelli non professionisti che comunque si spaccano di salite e fatica a livello amatoriale. La cosa è che per tutta una serie di motivi, anche non direttamente connessi alla mia scarsa prestanza fisica, ho iniziato i miei vagabondaggi su una bici elettrica. Sì. Proprio lei: l’e-bike.

La tanto discussa e-bike ha il merito di dare una chance sportiva anche a quelli che sportivi non lo sono tanto o non lo sono più…e soprattutto a quelli che non lo saranno mai. Come me, per l’appunto. Ma il punto non è tanto il sentirsi sportivi. A mio parere, questo mezzo dà la possibilità a chi non può (perché non ce la fa) di macinare comunque chilometri, salire e scendere colli e monti e, quindi, esplorare e godersi le bellezze del territorio che altrimenti si perderebbe.
Questa è la nota positiva.
La nota negativa è che il ciclista-schiappa deve farsi carico dell’astio dei ciclisti-veri, che guardano sempre con aria di compassione, disprezzo e, a volte, si sentono in dovere di sbeffeggiare la povera schiappa. Il vero ciclista, infatti, si sente preso in giro da chi procede serenamente in salita aiutato da un motore, mentre lui sputa sangue per la fatica.
Quello che però il ciclista-vero non sa è che al ciclista-schiappa non frega niente di sentirsi un vero sportivo, di competere, di porsi degli obiettivi di fatica e di sentirsi un figo. Il ciclista-schiappa semplicemente risponde al desiderio di “andare a caso”. Se vogliamo, la bici elettrica è una sorta di mezzo democratico dello sport.

Vialfrè

In e-bike si può fare fatica. L’altra cosa che alcuni non sanno è che con l’e-bike si può fare fatica. Non è detto infatti che il ciclista-schiappa sia schiappa al punto tale da procedere sempre in modalità TURBO. Io, per esempio, spinta da un moto di dignità e senso di colpa, regolo la bici in modalità ECO, cioè con la potenza minima di aiutino. E vi assicuro che in salita faccio fatica, sudo e il giorno dopo ho male alle gambe.

Senza mutande. Un’altra scoperta che ha cambiato la mia visione sul mondo del ciclismo è che i ciclisti-veri indossano pantaloncini sportivi senza le mutande. Ovviamente questo abbigliamento è pensato apposta per questo tipo di sport e per questa modalità di utilizzo, ma per chi non è del mestiere credo sia assolutamente disturbante l’idea che si possa indossare un paio di pantaloni senza l’intimo. Da quel giorno ho chiamato i ciclisti, maschi e femmine, i “senza mutande”.

Agliè

Una rampetta, un rilancio. Queste parole, all’apparenza innocue, nascondono una trappola. Nelle mie peregrinazioni da schiappa, accompagnata dal mio personal trainer ciclista-vero, arriva sempre il momento: “Adesso c’è una rampetta, un rilancio”. Questo significa solo una cosa: che si sale. Anche se penso di aver raggiunto il mio massimo di salita tollerabile, a un certo punto capisco che si può salire ancora e che la rampettina è sempre più lunga di quello che spero. In questi attimi, mentre sono assorta nella valutazione delle mie speranze di vita, mi sento sempre urlare: “Cambiaaaaaa!”. Sapere usare il cambio è fondamentale. Io non è che lo abbia capito, ma spesso me ne dimentico.

Dopo queste perle di saggezza, vi lascio la gioia di leggere i primi due itinerari pensati, anche e non solo, per i ciclisti umili in e-bike. Per chi fosse curioso di provarli, c’è anche il link al quale scaricare la mappa del percorso. Ma quanto sono professionale?

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Dedico questo articolo a G.G., mio motivatore e tour operator ciclista-vero.

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Montagna Schiappa, ipse dixit

Dopo la presa di coscienza mistica avvenuta durante il capodanno del 2019, ho iniziato a fare quelle cose per cui provavo ribrezzo ma che mi sarebbero state utili per scopi più alti…tipo iscrivermi in palestra e correre intere mezz’ore sul tapis roulant, riesumando un outfit ginnico che ormai era entrato a far parte del cassetto-vintage-pigiama.

Per fortuna, oltre a interfacciarmi con il magico mondo della palestra per allenare il fiato, sono riuscita a inserire nella mia nuova “dieta di vita” anche un po’ di attività fisica all’aperto. Ancora traumatizzata delle fatiche eroiche sulle montagne friulane, schivavo gli inviti degli amici “montagnini senza paura”. Ma, fortunatamente, ho trovato presto un’alleata ideale: femmina, collega, quasi coetanea e interessata a godersi i piaceri della montagna senza necessariamente morire di fatica.

E’ con lei che nacque la “montagna schiappa philosophy”, alla quale presto si sono uniti altri compagni di avventure:

  • Trekking lento, prudente, con pause intermedie per ammirare il paesaggio, fare amicizia con gli animali e prendere fiato;
  • Muoversi solo con la certezza di una meta culinaria: polenta concia, con spezzatino, salsiccia, magari un bel tagliere con salumi e affettati locali e, perché no, un po’ di vinello per scaldare il cuore. E poi giù…rotolando per il pendio con la pancia piena;
  • Restare umili, ma in un posto figo (cit. Pagante). Affrontare la salita con umiltà…crederci sì, ma non troppo quindi;
  • Dedicarsi allo shopping di qualità negli alpeggi lungo il tragitto.

Durante le nostre avventure di basso profilo abbiamo imparato delle cose. Tra queste, abbiamo estrapolato una sorta di ipse dixit:

In salita non credere mai. In salita non bisogna chiedere mai, alle persone che provengono dal senso opposto, informazioni riguardo la durata del percorso rimanente. Sapete, la classica domanda per cercare conforto quando la meta non si palesa nel tempo sperato: “Quanto manca?”. Non importa che tu sia all’inizio del tragitto o che manchi più di un’ora. A questa domanda ogni camminatore risponderà: “Mezz’ora”, oppure la variante “Mezz’oretta”. Provateci, è sempre così. E, ovviamente, con il cavolo che manca mezz’ora.
Le prime volte ci credevamo…ingenue. Poi, quando la mezz’ora passava e magari passava anche l’ora, le speranze decadevano lasciando spazio alla disperazione. Non ci abbiamo mai più creduto. Ma continuiamo a chiederlo per scopi statistici.

Poi spiana. Anche questa menzogna è tipica dei camminatori che si incontrano durante il tragitto in salita. Appena ti vedono con la faccia viola, il fiato spezzato e l’ espressione piena di sconforto a causa di quanto detto nel punto precedente, senza che tu abbia domandato nulla ti dicono: “Poi spiana”. Nel senso di…la salita finirà e tutto sarà più semplice. Una menzogna paragonabile al tanto famoso “andrà tutto bene” durante una pandemia o “verranno tempi migliori” quando stai passando davvero un periodo di cacca. Insomma, la classica frase di cortesia e incoraggiamento alla “volemose bene, peace and love, l’importante è crederci”. Diffidate. Durante il tragitto di andata non spiana quasi mai, a meno che tu non sia giunto all’arrivo.

Mai compararsi con gli escursionisti-pro. Meglio non fare questo errore. Inutile credere di poter competere o arrivare al livello degli escursionisti esperti, di qualsiasi età o genere. ESSI sono probabilmente nati oltre i 1.000 metri sopra il livello del mare, andavano a scuola a piedi percorrendo chissà quanti km per raggiungere un centro abitato, nel tempo libero mungevano le mucche. ESSI sono quelli che spingono il più possibile per raggiungere la meta in breve tempo, non si muovono se non hanno almeno 1.000 metri di dislivello da percorrere e, in discesa, corrono leggiadri come caprette, quasi come se i loro arti inferiori avessero le giunture di gomma. ESSI non hanno bisogno del rifugio, di ingerire calorie e attaccarsi al respiratore quando arrivano alla meta. Possono anche digiunare, cibandosi solo della bellezza del modo ammirato da una vetta.
Ecco.
ESSI non sono noi. Quindi inutile guardarli con invidia e ammirazione. Inutile, anche se inevitabile, sentirsi delle micro caccoline quando per sbaglio ci si imbatte nei loro racconti di imprese eroiche o si ascoltano affermazioni del tipo: “Oggi solo 1.000 metri di dislivello in un’oretta, perché mi sono rotto una gamba e sto facendo riabilitazione”.


Essi non sono noi, filosofe della montagna schiappa. Tanto vale farsene una ragione e godersi il viaggio con lentezza e umiltà.

Segui le nostre avventure nei prossimi articoli!

Dedico questo articolo a Silvia, compagna di montagna schiappa, e Marco, escursionista livello-pro e motivatore.

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Creare nuove memorie. Montagna Schiappa, il prequel

Tutto ebbe inizio alla fine dell’anno 2018, concluso tragicamente con quel tipo di batoste che ti segano le gambe. L’istinto primordiale era stato quello di farmi uno zaino casuale e cambiare aria; e fu così che mi ritrovai all’altro capo d’Italia, in quel di Trieste, per far visita a una vecchia amica.
Appena arrivata, mi comunicò che il giorno seguente saremmo partite per una località non ben precisata tra le montagne del Friuli, dove avremmo trascorso capodanno.
Dopo un primo momento di perplessità, dovuta al fatto che avessi portato con me solo outfit invernale da città di mare (stivali leggeri e cappottino), mi ritrovai addosso l’abbigliamento vintage di sua mamma, scarpe da trekking leggermente più grandi del mio numero e la consapevolezza che a camminare in montagna non andavo da un bel po’. Ma ero a pronta a tutto, piuttosto di sfuggire a feste meste, brindisi con spumante, baci e abbracci d’auguri.

Il piano era quello di passare alcuni giorni in una casera (cioè una specie di bivacco), senza luce elettrica, acqua corrente e, di conseguenza, servizi igienici. La cosa mi era puzzata subito di avventura e mi aveva messo di buonumore. Mi ero guardata allo specchio, con il mio pile rosso a figure geometriche bianche, la fascetta con i fiorellini e le scarpe più grandi del dovuto, e avevo capito subito che non sarebbe stato un capodanno all’insegna del rimorchio.

Il nostro trekking era stato definito “una cosa easy” dai nostri compagni di avventura. Non sapevo, però, che loro erano esperti “montagnini” e che quindi avevano una percezione della fatica fisica molto lontana dalla mia.
Sapete…quelli che viaggiano in salita a velocità supersonica, quelli che non usano la scusa di guardare il paesaggio per prendere un po’ di fiato. Quelli.
E durante questa camminata easy, dietro di loro, ovviamente c’ero io e il mio zainone carico di bottiglie d’acqua potabile, patate, cavoli e pentolame, che ci eravamo divisi nei rispettivi bagagli per poter sopravvivere qualche giorno in mezzo ai monti.

E’ stato in quel momento che ho avuto la consapevolezza di quanto mi fossi allontanata dalla montagna negli ultimi anni…Un modo romantico per dire che la mia forma fisica era pessima e che non ricordavo l’ultima volta in cui avevo fatto sport. Fu quello il momento del pentimento, il momento della presa di coscienza di essere diventata una schiappa.
Che poi in realtà non era necessariamente colpa mia…ogni tanto le vicissitudini della vita ci allontanano dalle cose che ci fanno stare bene. Mettiamo davanti i DEVO e non riusciamo a ritagliarci degli angoletti di VOGLIO.

Quindi mi ero ritrovata tra le montagne del Friuli, con le gambe molli, il fiato inesistente e uno zaino talmente pesante che mi aveva indolenzito tutti i muscoli delle spalle e della cervicale. Non so neanche quante ore di salita erano state, ma a me erano sembrate tantissime. Per tutto il tragitto ero rimasta dietro, molto dietro, al gruppo di montanari e sono arrivata ultima. Erano quasi le 17, il sole stava calando e lasciando posto al buio fitto e alla luce fioca delle nostre candele.

La casera era stata già abitata nei giorni precedenti da tre baldi giovani che non conoscevamo. La cosa era positiva, perché era già stata riscaldata.
Per modo di dire: io sono rimasta per tre giorni avvolta nel pile e nel giaccone. Ci ho anche dormito, vestita. I piedi si erano trasformati in tavolette di ghiaccio che al mattino stentavano ad entrate negli scarponcini.
Il mio essere schiappa e cittadina si manifestava in tutto. Mentre al mattino, stravolta dalle camminate e dai dolori alla cervicale, restavo nella mia branda sempre più degli altri, il resto della truppa faceva esercizi fisici fuori dalla casera o si adoperava per cucinare sulla stufetta a legna.

Non essendoci servizi igienici, i bisogni fisiologici si facevano all’aria aperta. Sembravano tutti felici di questo, camminavano alla ricerca di un angoletto sperduto tra la neve e gli alberi, ritrovando il contatto con la natura. Io invece mi ero chiusa nella solita stitichezza da viaggio e neanche l’idea di fare la pipì in mezzo a quel gelo mi entusiasmava particolarmente.

Nonostante le difficoltà del soggiornare senza comfort, usando candele per illuminare la notte, le salviette intime per dare una parvenza di igiene, la cenere della stufa per lavare le stoviglie e gli oggetti di fortuna (tipo il frisbee) usati come recipienti per consumare i pasti, devo dire che quello è stato il capodanno più bello della mia vita.

Creare nuove memorie. Me lo disse la mia saggia amica: per andare avanti dopo un evento doloroso, bisogna creare nuove memorie. Cosa più facile a dirsi che a farsi, ovviamente. Ma me lo ero promesso, così come mi ero promessa di ricominciare a camminare in montagna.

Per sapere come prosegue la storia e come è nata quella che io chiamo “filosofia Montagna Schiappa”, dovrete leggere il prossimo articolo in uscita sulla nuova pagina del blog!

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