Tra carnevali e paradisi della Sardegna occidentale

(Questo viaggio è stato fatto prima dell’esistenza del Covid)

E’ un venerdì sera di agosto a Bosa, borgo della Sardegna occidentale famoso per le case colorate che si arrampicano sulla collina. Le strade brulicano di vita, suoni e gente mascherata. E’ estate, ma è carnevale.

Ovviamente quello “ufficiale” si svolge in inverno, quando nelle festa spiccano tra la folla figure vestite a lutto, incappucciate, con volto e abiti neri.
Spesso sono maschi travestiti da femmina. Rappresentano S’Attittadora, una donna che recita lamentazioni funebri. Portano in grembo un bambolotto senza arti e mendicano latte al seno dei passanti. Tutto ha un carattere goliardico e irriverente, non mancano simboli fallici e riferimenti sessuali.
Poi alla sera il mondo si capovolge, dal nero si passa al bianco e per le strade vagano le anime del carnevale morente. Cercano di Giolzi, il re di questa festa pagana, al quale aspetta una tragica fine nel falò.
Il carnevale muore e rinasce dalle proprie ceneri…così come la natura ritorna a vivere dopo l’inverno. Il clima euforico di questo rito e le allusioni alla sessualità, simboleggiano probabilmente la voglia di ritorno alla vita, di libertà.

Siccome i sardi sono festaioli, questa goliardica celebrazione ha anche una versione estiva ridotta che merita di essere vissuta.

Ma oltre i festeggiamenti del carnevale di Bosa e il suo suggestivo borgo dalle case colorate, la zona occidentale della Sardegna regala gioie naturalistiche soprattutto a chi, in estate, cerca angoli di paradiso dal mare cristallino.

Dopo aver vagabondato per la costa orientale e dopo aver fatto tappa nel cuore arido dell’entroterra sardo, abbiamo deciso di dedicare qualche giorno alla costa ovest dell’isola. Di seguito troverete le informazioni delle location che ci hanno entusiasmato di più.

Tentizzos

A circa 7km da Bosa si trova Tentizzos, detta anche Torre Argentina. Un breve sentiero tra la macchia mediterranea collega la strada principale a questa incantevole cala di roccia bianca, consumata dal mare e dal vento. La conformazione del luogo è assolutamente particolare. In alcuni punti le rocce sembrano quasi delle gigantesche onde; in altri formano delle vasche che si riempiono di acqua marina.
La roccia bianca è liscia e non particolarmente scomoda. Per chi non ama l’invadente sabbia fine, questo luogo è una meta ideale. Il fondale marino inoltre è perfetto per dedicarsi allo snorkeling.

Isola di Malu Entu, o Mal di Ventre

Il nome originario di questo isolotto disabitato è Malu Entu, poi trasformatosi in Mal di Ventre. Il mare che lo separa dalla terraferma è spesso agitato, a causa del vento, quindi forse è questo il motivo del nome.
Per raggiungere questo paradiso bisogna affittare un gommone dalla spiaggia e sperare che il mare non sia troppo mosso.
La parte orientale dell’isola di Malu Entu regala incantevoli cale dal mare cristallino e le spiagge di quarzo. In alcuni punti si sente un forte odore di zolfo, che forse proviene dal fondale sabbioso.
La parte occidentale è dominata dalla scogliera, mentre l’entroterra pianeggiante, a tratti arido e a tratti coperto da macchia mediterranea, pare sia abitato da conigli, tartarughe e uccelli, che in questo paradiso incontaminato decidono di nidificare. Sembra anche che, nei fondali del mare circostante, si trovino relitti di diverse imbarcazioni affondate a causa delle spesso avverse condizioni del mare.

S’archittu

Una scogliera di bianchissima e liscia roccia calcarea caratterizza la parte settentrionale della costa del borgo di Cuglieri. Il nome di questo luogo arriva da un arco naturale, che si trova a ridosso di una piccola e affollata spiaggetta di sabbia. Dall’arco, alto circa 15 metri, i bagnanti amano tuffarsi nel mare blu cobalto. Alcuni sonnecchiano sdraiati sulla pietra bianca, altri ancora si divertono a scoprire i meravigliosi fondali marini con maschera e boccaglio. Se si esplora un po’ la zona, ci si trova immersi in un paesaggio lunare unico e accecante.
In questa suggestiva location è stato girato, tra i tanti, anche il poco conosciuto film “L’uomo che comprò la luna” (uscito al cinema nel 2018). E’ una produzione sarda ad alto contenuto “etnico” che merita di essere vista, ma che, probabilmente, oltre alla sottoscritta può appassionare solo i nativi sardi o coloro che in quest’isola hanno lasciato il cuore.

Lasciamo la Sardegna con lo splendido spettacolo del tramonto che si tuffa nel mare…e con l’unica certezza di voler tornarci presto.

(Dedico questo articolo a Cosimo e famiglia, che ci hanno ospitati, e a Caterina, che ci ha sfamati)

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Nel cuore sardo, tra nuraghi e pastorizia

No timasta. Non avere paura.
Pinuccio, il pastore sardo che ci ospitava nella sua casa di Nuragus, ripeteva questa frase ogni volta che ci sedevamo a tavola e la moglie Caterina ci presentava piatti ricchi di delizioso cibo a km0. Con “no timasta” voleva dire: non avere paura, non fare complimenti, cibo ce n’è in abbondanza e noi sardi siamo ospitali….strafogati.
A Nuragus, piccolo paese nel cuore della Sardegna, dove siamo approdati dopo aver girovagato per la costa orientale, ho potuto fare così una vera e propria immersione nella cultura agropastorale sarda. Pinuccio e sua moglie mi hanno regalato diverse gioie culinarie, estasi per il palato, che porterò sempre nei miei ricordi.

Regina di tutte le prelibatezze è Sa Corda (o Sa Cordula), una treccia di interiora di agnello o capretto (la variante ripiena di fegatini si chiama Tratallia); non è solo un piatto succulento che prevede una lunga preparazione, ma è anche un groviglio di storia e tradizioni del popolo sardo. Vederla roteare lentamente nel forno a legna, mentre le mani esperte di Pinuccio la cospargevano di lardo per renderla ancora più croccante e gustosa, è stato un momento quasi sacro. Sentire la carne sciogliersi in bocca, riconoscendo tutto il lavoro che sta dietro questa ricetta, è stato commovente.

Il territorio intorno a Nuragus in piena estate si presenta arido, sembra bruciare sotto il sole impietoso, tingendosi di rosso e marrone.
A pochi km da questo piccolo comune, a Barumini, si trova l’area archeologica di Sa Nuraxi, portata alla luce solo negli anni 50 del 900. Qui si può visitare un nuraghe complesso e scorgere i resti del villaggio nato intorno ad esso.
(E qui ci vuole un momento “Alberto Angela”)
In tutta la Sardegna sono stati censiti circa 7.000 nuraghi. Queste costruzioni, delle quali il nome significa appunto “mucchi di pietra”, appartengono a una civiltà vissuta sull’isola tra il 1.500 e il 550 a.C e servivano probabilmente per scopi militari.
Solo nella zona di Barumini se ne trovano una trentina e l’interesse di questo sito archeologico ha fatto sì che fosse riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Poco distante dal sito si trova Casa Zapata, residenza costruita a partire dalla metà del 1.500 sopra un complesso nuragico, che è venuto alla luce proprio durante la sua ristrutturazione. La residenza nobiliare apparteneva a baroni sardo-aragonesi; oggi è sede del Polo Museale Casa Zapata, che vanta un’organizzazione in tre sezioni: archeologica, storico-archivista ed etnografica.
Pinuccio ci ha accompagnati con entusiasmo alla scoperta del patrimonio storico-culturale dell’entroterra sardo, perso in un paesaggio quasi desertico e rovente.

Anche nella piccola Nuragus si possono trovare i resti di questa civiltà antica, come per esempio il nuraghe Santu Millanu, con il suo pozzo sacro, che sorge in corrispondenza di un antico insediamento romano e medioevale. Il nome Millanu probabilmente è la traduzione in sardo di Emiliano e Gemiliano; pare infatti che ribattezzare i nuraghi con nomi di santi cristiani sia stata una pratica alquanto diffusa, quasi come a voler cancellare gli antichi culti del passato.

Ma Nuragus, come altre località dell’entroterra sardo, non è solo patria di nuraghi. Le vere regine dei tempi moderni sono loro….le pecore. Capita sovente di vederle passeggiare indisturbate in mezzo alle strade e a loro è dedicata
una famosa mostra mercato di ovini di razza sarda.
Anche in casa di Pinuccio ci sono alcuni articoli di giornale con riconoscimenti vari a tema “ovino”, appesi alle pareti vicino alle foto di famiglia. Ce li mostra con orgoglio, sia le foto dei tre figli quando erano piccoli, sia i frutti del suo mestiere. Non c’è niente di più bello di essere fieri di ciò che si ha e di sentirsi parte di un luogo. E questo Pinuccio ce lo ha fatto ben capire.

Insieme al nostro Cicerone sardo abbiamo potuto esplorare una piccola parte dell’immenso cuore di quest’isola, spesso dimenticato dal turismo tradizionale. Ma è questa forse la vera Sardegna, quella che custodisce i legami con il passato, le tradizioni e il territorio.

Presa dall’entusiasmo di quei momenti bucolici, da antropologa predisposta all’integrazione le popolazioni autoctone, mi era venuta l’idea di partecipare alla mungitura delle pecore insieme al figlio di Pinuccio. La sveglia all’alba però mi ha scoraggiata e, per sentirmi un po’ parte del luogo anche io, ho ripiegato sul giro di Ichnuse mattutino insieme ai ragazzi che erano tornati dalla mungitura.

Poi senza paura, ci siamo diretti verso ovest.

(Dedico questo articolo a Pinuccio, Caterina e agli abitanti dell’entroterra sardo)

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Gettare l’ancora: il Golfo di Orosei in gommone

[N.B. Questo viaggio è stato fatto prima che esistesse il Covid]

La vera meraviglia della costa orientale della Sardegna, a mio parere, è il Golfo di Orosei. Insieme al massiccio del Gennargentu, è un paradiso naturalistico protetto, tra mare, montagna e inaccessibili scogliere. E’ una meta ideale per chi ama il trekking e le escursioni in mountain bike, ma anche per i meno temerari che vogliono godersi un po’ di mare.
In estate il must have della costa orientale sarda, di cui avevo già parlato nel precedente articolo, è di certo il tour del golfo e delle sue cale, accessibili attraverso sentieri molto impegnativi o via mare. Se non si possiede un’imbarcazione privata, ci si può affidare alle diverse agenzie che propongono gite di tipi diversi.

La più classica, ed economica, è quella sui “barconi turistici”, che consiglierei solo alle persone che si sentono a proprio agio con la musica da villaggio vacanze, tanto entusiasmo e che sopportano di viaggiare in compagnia di tanti altri visitatori.
Un’altra alternativa è il giro in gommone, da circa 6 posti, che dà maggior intimità e flessibilità di movimento. Alcune agenzie organizzano i gruppi, ma specialmente in alta stagione è necessario prenotare con diversi giorni di anticipo.

Non essendo stati abbastanza organizzati, io e il mio compagno di viaggio non abbiamo trovato posto e, prima di rassegnarci ad affittare un gommone da soli (soluzione per niente economica), abbiamo tentato di abbordare turisti che trovavamo in giro per La Caletta: gli proponevamo il tour con una capacità persuasiva di un venditore di materassi, tentando di convincerli ad affittare insieme a noi un gommone per dividere i costi. Ma ovviamente abbiamo fallito.
Dirigendoci quindi i fino a Cala Gonnone, abbiamo provato a trattare sul prezzo nei diversi chioschi del porticciolo, puntando sul fatto che fosse già pomeriggio, ma non siamo riusciti a ottenere sconti purtroppo. Nonostante questo, a distanza di tempo, posso dire che la bellezza e unicità del luogo valgono il prezzo del biglietto. Comunque non fate come noi, partite per il golfo al mattino, perché è grande e non vale la pena visitarlo con la fretta.
In ogni caso, le cale che è possibile esplorare sono tante ed è necessario quindi fare una selezione preliminare per decidere dove gettare l’àncora. Di seguito scoprirete dove abbiamo deciso di gettarla noi.

Cala Luna. E’ la prima cala che abbiamo trovato lungo il nostro viaggio via mare. La spiaggia è incorniciata da ripide pareti di roccia e la sua caratteristica principale sono le grotte che si trovano lungo la costa nelle quali si può entrare per ripararsi dal sole. Come le altre cale, è raggiungibile anche via terra, attraverso un sentiero per escursionisti esperti con qualche tendenza al masochismo.

Piscine di Venere. Ecco, questo tratto di costa per me vale il prezzo del viaggio. Superata l’ingresso della Grotta del Fico, a poca distanza dalla selvaggia cala Birola, si trova questo angolo di paradiso dal mare lucente. Dalle bianche rocce calcaree, tra le quali è incastonata questa piscina naturale, spuntano sorgenti di acqua dolce. Ormeggiato il gommone, abbiamo fatto in questo punto una lunga pausa, sedendoci sulle rocce e ammirando le sfumature incredibili del mare.

Cala Marilu. Questa cala è sovrastata da un’imponente parete di roccia che cade a picco sul mare. La spiaggia è conosciuta anche come is pùligi de nie (le pulci di neve), a causa della forma dei sassolini tondi e rosa. Le foto non riescono a rendere la bellezza di questa cala e i colori del mare. E’ altamente consigliato ormeggiare e scendere sulla terraferma per bere qualcosa di fresco nel chioschetto della spiaggia.

Cala Goloritzé. Cala Goloritzé si riconosce da lontano, con la sua roccia a forma di guglia (alta 143 metri) che si erge sopra la spiaggia, quasi come fosse una cattedrale naturale. La montagna e la vegetazione fanno da sfondo a questo tratto di mare dalla trasparenza incredibile. L’acqua è talmente limpida che le barche sembrano essere sospese nell’aria, perché sul fondo di vede la loro ombra.

Dopo aver esplorato la costa est, cambiamo la rotta del nostro road trip e ci inoltriamo nell’entroterra sardo, lontani dal turismo di massa. Il racconto di questa esperienza bucolica lo troverete nel prossimo articolo!

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Sardegna orientale, dove il sole nasce dal mare

Dopo i primi due giorni passati a farci schiaffeggiare dal vento a Palau e sull’isola di Caprera, abbiamo proseguito il nostro road trip sardo verso sud, seguendo la costa orientale della Sardegna.

Il nostro punto base è stato un alloggio situato a La Caletta, un piccolo paese sul mare in una posizione strategica per visitare le più belle spiagge della zona. E’ qui che abbiamo avuto il primo incontro amichevole con la fauna locale: Aligi, il nostro host Air Bnb.
Aligi è un giovane pianista sardo che, dopo anni passati in terra d’Irlanda, ha deciso di tornare alle proprie origini e avviare un’attività di ricezione turistica per potersi ricostruire una vita in patria. Dal nord del mondo si è portato dietro un fantastico humor inglese, una propensione al “social distancing” (non è il classico uomo espansivo del sud, per intenderci) e la preferenza per le basse temperature (per questo la casa era piena zeppa di condizionatori al massimo della potenza); del “lato latino” invece ha conservato l’animo da massaia di casa ospitale e precisa, che stira e cucina (ascoltando però musica in cuffia). Normalmente non faccio pubblicità, ma siamo diventati buoni amici…se passate da La Caletta, chiedetemi il contatto.

Bando alle ciance…Alla faccia delle vacanze immobili, ecco i luoghi meravigliosi che abbiamo scoperto girovagando per la costa nord-orientale sarda!

Tavolara e cala Brandinchi. L’isola Tavolara è una vera e propria montagna di calcare e granito che spunta dal mare. L’ho vista da lontano all’alba, momento del giorno che normalmente non riesco a fare esistere nella mia vita (a meno che non debba andare a lavoro), perché il mio compagno di viaggio ha fatto un’immersione proprio in questa zona. Devo dire che il panorama ha ripagato la fatica di svegliarsi prima del sole. Mentre osservavo la sagoma dell’isola in controluce, intorno a me un gruppo di persone faceva yoga, altre correvano e io…degustavo un cornetto per colazione. Il mio corpo non può vivere prima che il sole sia ben alto nel cielo. Non immaginavo che all’alba ci potesse essere tutta questa vita.

Poco lontano da qui si trova un’altra famosissima spiaggia, cala Brandinchi, una specie di piscina ricolma di turisti (quella zona di Sardegna è altamente frequentata), dove ci si può tuffare ammirando da lontano la Tavolara. Separata da un sentiero in mezzo agli arbusti e ai rovi, si trova un’altra spiaggia, a mio parere meno suggestiva ma meno affollata. Sulla mappa sembrano vicine, ma il sentiero ve lo sconsiglio sinceramente (piuttosto tornate al parcheggione e seguite i cartelli che indicano un percorso più agevole), perché ne siamo usciti sudati, disidratati e con qualche ferita da battaglia con la vegetazione.

Oasi di Bidderosa. L’oasi di Bidderosa è, come dice il nome, un’oasi, un paradiso naturale protetto. Siamo a nord del Golfo di Orosei. Cinque cale di sabbia bianca si affacciano sul mare color smeraldo e sono circondate da natura incontaminata: ginepri, pini, lecci. L’accesso all’oasi è limitato, pertanto bisogna prenotare. La macchina si lascia nel parcheggio e una navetta accompagna i turisti su e giù. In bici e a piedi non ci sono limiti di accesso invece. Essendo una riserva protetta a numero chiuso, facile trovare aree della spiaggia quasi completamente vuoti dove si può respirare un po’ di pace e tranquillità.

Berchida. Poco più a nord dell’oasi di Bidderosa si trova Berchida, un’altra location marittima nella quale è possibile trovare pace e relax.
Per una come me, che arriva da una regione (la Liguria) dove di spiaggia libera ce n’è ben poca, Berchida, con i suoi 5km di dune e sabbia soffice, non può che prendere le sembianze di una specie di sogno. Il mare, inutile dirlo, è cristallino; intorno riposano ginepri secolari e macchia mediterranea. E riposano davvero, perché Berchida non sembra mai particolarmente affollata. Non ho potuto resistere alla tentazione di fare una foto dal mare verso la terraferma, per immortalare il nostro ombrellone solitario.
Vi è anche un’area archeologica che si affaccia sulla spiaggia, ovvero i resti dei nuraghi Conca Umosa e Paule e’ Luca. Con una rigenerante passeggiata è possibile invece raggiungere le dune di Capo Comino e s’Ena e sa Chitta.

Ma la vera meraviglia delle meraviglie della costa orientale sarda è il Golfo di Orosei…e nel prossimo articolo vi spiegherò come visitarlo!

(Dedico questo articolo ad Aligi, che possa riuscire a rimanere nella terra che ama)

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Beni beniu in Sardegna

Nel 1991 avevo 8 anni. Ad eccezione delle gite in montagna in Val d’Aosta e in Trentino, non mi ero mai mossa dalla Liguria. Però avevo imparato a cantare “Spunta la luna dal monte”, canzone presentata quell’anno a Sanremo e per la quale mia madre andava matta.

In sos muntonarzos, sos disamparados
chirchende ricattu, chirchende
in mesu a sa zente, in mesu
a s’istrada dimandende;
Sa vida s’ischidat pranghende
bois fizos ‘e niunu
in sos annos irmenticados
tue n’dhas solu chimbantunu
ma paren’chent’annos

Non mi ricordo cosa ho mangiato ieri, ma ancora adesso so cantare questo pezzo. I Tazenda, cantando di un bucolico paesaggio lunare e di bambini “disadattati” per le strade, mi introducevano al magico mondo della Sardegna.
Quest’isola l’ho scoperta solo diversi anni dopo, durante un vero e proprio road trip in più riprese. Ho lasciato un pezzetto del mio cuore ligure tra i “volti di pietra e le strade di fango”, ma soprattutto tra le onde di un mare caraibico.

La Sardegna è immensa, non solo per la vastità della sua superficie e della costa, ma anche per la varietà di angoli preziosi da scoprire. Potendo disporre di un mezzo di locomozione, a due o quattro ruote, le possibilità di esplorazione tendono all’infinito.
Quest’isola non è fatta solo di località balneari affollate e vip, come comunemente si pensa. Vi sono angoli di paradiso meno conosciuti, più discreti, in cui regna la pace; c’è anche un entroterra che, per quanto brullo sia, è ricco di storia e cultura.
Visto il mio amore infantile per i Tazenda e il discreto numero di luoghi visitati durante i miei viaggi, a questa terra ho deciso di dedicare più articoletti.

La Sardegna è alla portata di tutti, sia dei viaggiatori alla ricerca di immobile relax, sia per gli amanti della vacanza in costante movimento.

Nella cartina qui a fianco (o qui sopra, a seconda del dispositivo che usate per leggere) ci sono tanti cuoricini, che corrispondono alle località che ho visitato durante le mie diverse peregrinazioni sarde.

Il mio primo viaggio on the road in Sardegna, fatto in compagnia di un amico di vecchia data, ha avuto inizio a Porto Torres, dopo aver trascorso la notte arenati sul divano della hall del traghetto, cullati da un neomelodico piano bar.

Questa è la prima foto degna di nota, anche se non ha a che fare con panorami di spiagge caraibiche. E’ invece un po’ il simbolo della vacanza “rock n roll”, organizzata al minimo sindacale e un po’ scomoda. Questa foto parla di avventura, ma anche di amicizia. E’ la conseguenza di un tentativo di risparmio, che ci ha fatto optare per un alloggio dotato di una stanza unica in mezzo alla brughiera di Palau.
Perché tanto tra amici si può fare…
ma poi scopri che c’è qualcuno che russa
e tu non hai i tappi
e che proprio non si può chiudere occhio
e allora devi scegliere:
o una soluzione punk drastica (il materasso nel bagno)
o la brughiera

Io ho scelto la prima opzione, sperando che non ci fosse bisogno del bagno.

Palau è stata la nostra base per i primi due giorni sardi. Purtroppo il vento soffiava spietato e gelido, che manco fossimo in autunno. Ho dovuto perfino comprarmi un maglione, in quanto ero stranamente stata ottimista e nella valigia avevo messo solo un outfit puramente estivo.
Da Palau, attraverso un traghetto che trasporta anche veicoli, è possibile raggiungere le prime due meraviglie sarde: le isole di La Maddalena e Caprera. La prima è più vip e antropizzata, la seconda è più selvaggia e ribelle. Noi abbiamo optato per la seconda.

CAPRERA, in to the wild. Caprera è la sorella selvaggia della Maddalena. Le due isole sono collegate da un ponte. E’ un’area completamente protetta, suddivisibile in due zone: la parte orientale, riserva e parco naturale difficilmente praticabile a causa della morfologia della sua costa rocciosa, e la parte occidentale, più pianeggiante e verdeggiante. Paradisiache calette e scogliere a strapiombo sul mare caratterizzano questo isolotto dall’anima wild.

I locali sanno bene che bisogna scegliere le spiagge in base al vento. Noi siamo andati un po’ “random”, sia perché come al solito siamo stati lenti nella partenza, sia perché la disorganizzazione ci contraddistingue. Scegliendo a caso abbiamo trovato una bellissima cala, con rocce color caramello e sabbia finissima…ma a causa del vento tale sabbia finissima ha brutalmente cercato di penetrare tutti i pori della nostra pelle, nonché tutti gli orifizi del nostro corpo, costringendoci alla fuga dopo qualche ora. Per fortuna abbiamo potuto rifugiarci in un chioschetto immerso nel verde, bevendo un’Ichnusa consolatoria.

Per gli amanti del trekking, l’isola offre diversi itinerari che si possono percorrere a piedi. Io mi sarei anche cimentata, ma sono stata bloccata da un “controllore dei sentieri” che giustamente mi ha sconsigliato di intraprendere l’avventura in Birkenstock. Per tale motivo ho aggiunto questa meta al mio “libretto dei luoghi dove tornare più attrezzata”, che vanta già una lunghissima lista.

Da Caprera il nostro viaggio è proseguito a sud per scoprire le gioie e le bellezze della costa orientale sarda, di cui parlerò nel prossimo articolo!

(Dedico questo articolo al mio compagno di avventure Rafa)

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Pantelleria, oltre il mare

Nel piccolo aeroporto di Pantelleria è esposta un’opera costruita con pezzi di imbarcazioni, sui quali sono dipinti i colori di diverse bandiere. “Al di là dei Muri e delle Frontiere”, recita la targa, dando così un bellissimo messaggio di benvenuto e di arrivederci ai viaggiatori.

Nello scorso articolo ho parlato delle suggestive cale di Pantelleria, prodigandomi in più o meno utili consigli di viaggio per affrontare con spirito wild quest’isolotto vulcanico perso nel Mediterraneo.

Quest’isola dall’anima selvaggia è però un luogo ricco di risorse, che la rendono una possibile meta anche nelle stagioni meno calde. Ecco perché.

A tutto vapore. Pantelleria è un’isola di origine vulcanica e il suo territorio porta ancora evidenti tracce delle passate eruzioni (l’ultima nel 1891) e del fuoco che ancora arde sotto la sua superficie. Per questo motivo è una destinazione ideale per gli amanti dei bagni termali e delle saune naturali. Vi sono numerosi luoghi in cui è possibile vedere fenomeni di vulcanesimo secondario, come acque calde e vapori che fuoriescono dalla terra.

Tra questi ce ne sono due che noi non abbiamo visitato: la discesa a mare Nikà (il meteo era sfavorevole), dove pare che ci siano punti in cui l’acqua in mezzo al mare è bollente, e cala Gadir (con il caldo che faceva non lo abbiamo ritenuto opportuno) dove si trovano due vasche scavate nella roccia in cui l’acqua raggiunge la temperatura di 55 gradi.

Abbiamo invece potuto godere del fascino particolare e unico di altre due “fumose” locations: il Lago Specchio di Venere e le Favare.

  • Lago Specchio di Venere

Il Lago Specchio di Venere è un lago naturale, alimentato dalle piogge e dalle sorgenti termali al suo interno, che raggiungono temperature intorno ai 40°-50° C. Si tratta del cratere di un antico vulcano; nel lato meridionale l’acqua ribolle satura di zolfo e il fondale è fatto di fango verdastro, che sembra abbia effetti benefici sulla pelle. Per questo motivo le persone se ne cospargono il corpo completamente, per poi attendere che il fango diventi secco e bianco.

Io mi sono risparmiata l’immersione nelle pozze d’acqua, che letteralmente ribolle per il calore, ma non ho potuto rinunciare al momento “beauty” nel fango… non tanto per l’obiettivo beauty, ma perché trovo molto divertente e liberatorio sporcarmi completamente come fossi un maiale in fattoria.

Quando abbiamo chiesto informazioni per raggiungere il lago, i locali ci avevano descritto uno scenario apocalittico a causa di una piccola frana che aveva chiuso il percorso. In realtà, sebbene non si potesse parcheggiare direttamente sulla spiaggetta, il lago si raggiunge tranquillamente lasciando auto o scooter in un piccolo parcheggio situato a pochi metri.

Dal lago è possibile prendere un breve sentiero tra i cactus e raggiungere la Cala dei Cinque Denti, di cui ho parlato nello scorso articolo. Probabilmente, se chiedete in loco, vi sconsiglieranno di andare a piedi…ma in realtà il sentiero è breve e per niente faticoso (massimo 20 minuti a piedi), oltre che regalare una bellissima visuale sul mare e sul lago.

  • Le Favare e la Grotta di Benikulà

Le Favare sono getti di vapore che raggiungono i 100° e che fuoriescono in modo ben visibile dalle rocce, le quali, a contatto con il gas acido e il vapore incandescente, hanno assunto un colore rossastro.
Per fare l’escursione che dalla Favara Grande porta al bagno asciutto della Grotta di Benikulà, ci siamo alzate all’alba per evitare di partire nelle ore più calde, MA, ci siamo perse cercando il punto di partenza del percorso. Cercando di evitare un’enorme buca, non ho visto il cartello che indicava la direzione (e che, tra l’altro, era scritto solo sul lato opposto) e abbiamo viaggiato diversi km nel cuore dell’isola, senza mai incontrare anima viva. Finalmente, abbiamo trovato dei coltivatori di capperi che ci hanno confermato di essere completamente fuori strada.

Così, pur essendo partite con le migliori delle intenzioni, abbiamo fatto la nostra camminata sotto un caldo da far ribollire le cervella. Il sentiero non è molto impegnativo dal punto di vista tecnico, ma il sole e il calore potrebbero renderlo particolarmente faticoso…partite prima che sorga il sole!!

La Grotta di Benikulà è una vera e propria sauna naturale racchiusa tra le rocce. Con grande stupore, nonostante fosse agosto e le temperature fossero torride, turisti in costume e infradito si erano comunque appostati all’interno per godere dei benefici (che magari sono più benefici in un’altra stagione) dei vapori caldi che escono dalla pietra.
Io ho pensato che la quantità di sudore che avevo riversato fosse sufficiente per evitarmi la sauna e poter comunque affermare: “Ehi, oggi ho sudato, sono una persona migliore”.

Al di là dei muri e delle frontiere.

Quello che mi rimarrà sempre nel cuore di Pantelleria sono i tramonti sul mare, quel mare che ci dava il buongiorno e la buonanotte con il suono delle onde. Il nostro dammuso, posizionato sulla costa ovest, ci ha permesso di ammirare i più bei tramonti che io abbia visto nella mia vita. Il sole rosso colorava tutto di rosa e sprofondava nell’orizzonte infinito. Al di là del mare, la Tunisia a volte si scorgeva appena.

Quando il sole se ne andava, la notte lasciava il ruolo di protagonista a una miriade di stelle che, senza inquinamento luminoso, si riuscivano vedere nitidamente nel loro splendore.

Io mi sdraiavo a pancia insù sul muretto di fronte casa, immersa nel buio, e cercavo di riempirmi di quel cielo stellato la mente. Il suono delle onde era una specie di ninnananna, interrotta soltanto dai versi strazianti e inquietanti di alcuni volatili (che poi ho scoperto chiamarsi berte), che sembra abbiano dato origine al mito delle sirene.

In questo remoto angolo del nostro bel paese, davvero ci si sente al di là dei muri e delle frontiere.

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Survival in Pantelleria

Pantelleria è un’isola vulcanica dal mare cristallino e dalla pelle di pietra scura. E’ un angolo remoto, dall’anima selvaggia, nel cuore del Mediterraneo. A pochi km, oltre l’orizzonte, si intravedono le coste della Tunisia.

Se scegliete Pantelleria come destinazione, dovete sapere che la vostra vacanza potrebbe NON essere all’insegna del comfort (soprattutto se non avete una barca per esplorare le cale senza posare i piedini sulla pietra lavica).
A Pantelleria NON ESISTONO spiagge, quindi meglio dimenticare infradito (e optare per scarpine da roccia), sdraio e ombrellone (anche se qualche stabilimento balneare c’è). L’ombra la potete creare voi, dando sfogo alla vostra creatività nella costruzione di micro-capanne di asciugamani o infilandovi tra le fessure delle rocce.

Per lo scooter è perfetta, perché le strade che la percorrono sono strette e con molte curve.
Durante la settimana di vacanza-zitella a Pantelleria, mi sono sentita un vero e proprio “maschio alfa”. Quando due donne viaggiano sole, spesso una fa la “parte dell’uomo” e si occupa delle faccende di cui di solito (ma non sempre) tocca a lui farsi carico nella coppia… tipo guidare.
In questo caso, io piccola pischella di un metro e sessanta, mi sono ritrovata a guidare uno scooter pesante, DINOSAURICO e un po’ scassato, senza neanche toccare perfettamente con i piedi a terra, e a trasportare la mia compagna di viaggio, vichinga biondona di un metro e tanto più di me.
Le strade dell’isola sono piene di buche che sembrano crateri, l’illuminazione serale è pressoché assente e la segnaletica spesso non è proprio precisa, MA, se sono sopravvissuta io, penso lo possano fare tutti.

Consigli per sopravvivere.
Data la natura selvaggia ed estrema dell’isola, ecco alcuni consigli che potrebbero essere utili ai viaggiatori.

Consiglio 1: quando si cammina sugli scogli è bene fare molta attenzione, perché spesso sono ricoperti di alghe che li rendono scivolosissimi. Io mi sono semplicemente decorticata un palmo della mano, ma poteva andare peggio.

Consiglio 2: se chiedete informazioni ai locali, diffidate dei panteschi che vi diranno che c’è molto da camminare per raggiungere le vostre destinazioni. Non è quasi mai vero!

Consiglio 3: quando ci si muove a piedi a Pantelleria, in estate, bisogna sempre tenere conto del sole che picchia senza pietà, del caldo e del fatto che la vegetazione è quasi inesistente, fatta eccezione per gli adorabili cactus che fanno tanto “sud” ma non riparano dalle insolazioni.

Per tuffarsi in mare a Pantelleria è necessario essere un minimo ginnici, poiché sono gli scogli a farla da padroni. Per aiutarvi nella vostra scelta, di seguito trovate descritte le mete di balneazione che abbiamo esplorato, con dettagli sul livello di difficoltà per raggiungerle.

Discesa a mare livello PRO.

  • Arco dell’Elefante

L’Arco dell’Elefante si chiama così proprio perché la roccia crea un grande arco naturale che assume la forma di una proboscide. Questo luogo è una meta molto gettonata, un po’ perché la sua particolarità ne ha fatto quasi il simbolo di Pantelleria, e un po’ perché la discesa a mare non è complicata come nelle altre cale dell’isola. Se non si vuole stare nella calca, conviene cimentarsi in una specie di free climbing per raggiungere postazioni un po’ più lontane e inaccessibili. Il fondale è bellissimo e fare snorkeling sotto l’arco è obbligatorio per apprezzare a pieno il fascino del luogo.
E’ possibile lasciare il proprio mezzo in un parcheggio poco distante, situato proprio tra due piccole cale (Cala Levante e Cala Tramontata).

  • Cala dei Cinque Denti

La cala dei Cinque Denti è una piccola insenatura sovrastata da rocce nere e appuntite, dalle quali prende per l’appunto il nome. L’accesso via terra è abbastanza semplice: si lascia il proprio mezzo sulla strada principale (la perimetrale) e si scende attraverso un brevissimo sentiero. Per alcuni potrebbe risultare non proprio agevole, ma basta avere le scarpe giuste e tutto è possibile. Il fondale qui è davvero meraviglioso e rende questa cala ideale per fare snorkeling. Inoltre è la meta ideale quando soffia scirocco, poiché è molto riparata.

  • Balata dei Turchi

La Balata dei Turchi è un’insenatura situata nella parte meridionale dell’isola circondata da un’imponente scogliera. La parola Balata deriva dall’arabo balat, lastrone di pietra, e infatti questa cala prende la forma di una lastra di pietra lavica che si tuffa nel mare cristallino. Si raggiunge attraverso una tortuosa strada sterrata e dissestata che parte dalla perimetrale. Chi viaggia su due ruote a un certo punto potrebbe essere costretto a fermarsi e proseguire a piedi, ma niente di straordinariamente faticoso. Le rocce sono basse e lisce, per questo l’accesso al mare è abbastanza semplice e rende il luogo particolarmente frequentato. Quando ci siamo state noi era altamente frequentato anche dalle meduse, fatto che ha reso ogni tuffo un terno al lotto. Morirò di dolore o no? Nonostante questo, il colore dell’acqua e i fondali pieni di flora e fauna marina fanno passare la paura.

  • Laghetto delle Ondine e Cala Cottone

Il Laghetto delle Ondine è una piccola pozza di acqua tiepida, chiusa tra scogli rigorosamente neri che la separano dal mare aperto, più freddo, movimentato e profondo. Si raggiunge con un sentiero quasi completamente esposto al sole, che all’andata è semplice poiché è in discesa, ma per il ritorno bisogna mettere in conto un po’ di fatica. Poco distante c’è un’altra cala, meno famosa ma sicuramente degna di nota. Si chiama Cala Cottone e si raggiunge con una camminata di circa un’ora, imboccando un sentiero segnalato malamente (cartelli distrutti, cartelli vuoti, cartelli staccati e buttati al lato della strada) e che parte nel punto in cui vengono parcheggiate le auto. Andando a sinistra si va al Laghetto delle Ondine, andando a destra alla Cala Cottone. In una giornata noi le abbiamo visitate entrambe, rischiando però di liquefarci al sole letteralmente.

Pantelleria non è solo mare e nel prossimo articolo il nostro viaggio proseguirà alla scoperta di altri affascinanti luoghi, che ne fanno una meta vacanziera adatta a tutte le stagioni.

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Viaggio alla scoperta della Sicilia barocca: Noto, Modica e Ragusa

Quando prima della partenza la mia compagna di viaggio aveva esclamato con entusiasmo: “La Val di Noto è famosa per il barocco!!!”, non sapevo che mi sarebbe toccato un vero e proprio tour de force culturale.
Ammetto di avere un po’di lacune in storia dell’arte, perché a scuola si faceva alla prima ora e io ero ancora in stato confusionale da sonno. La mia conoscenza del barocco è rimasta poi alquanto scolastico-turistica e di certo non non avrei mai saputo identificare le caratteristiche specifiche del cosiddetto “barocco siciliano”. Quello che ho capito, detto così in parole poverissime, è che se già la corrente barocca in generale si è manifestata con estrosità ed eccessi decorativi, il barocco siciliano si distingue perché gli artisti dell’epoca avevano proprio voluto strafare. Quale occasione migliore del famoso e disastroso terremoto del 1693, per sbizzarrirsi e ricostruire intere cittadine rase al suolo?

Ma tranquilli, non è mia intenzione quella di dilungarmi in spiegoni all’Alberto Angela. Mi limiterò a raccontarvi il mio viaggio a tappe e quello che ne ho compreso nel mio piccolo. Lascerò parlare le foto di chiese e scalinate, di mascheroni a corredo dei balconi e delle loro inferriate panciute in ferro battuto.

Quindi scarpe comode e si parte!

RAGUSA

La nostra prima tappa è stata Ragusa. Siamo partite con la nostra 500 rossa fiammante da Siracusa, raggiungendola in un’oretta e mezza circa. Pioveva e l’atmosfera non era quella che ci si aspetta dalla primavera siciliana.
Ragusa è una città divisa in due: Ragusa superiore, che si arrampica sulla collina e dalla quale è possibile ammirare un panorama degno di nota, e Ragusa Ibla, la parte più antica della città dove si trova la maggior parte del patrimonio artistico… con oltre 50 chiese!

Il nostro percorso è partito dalla parte bassa della città, per poi salire attraverso l’antica strada che sale fino alla Ragusa nuova. Una scalinata di 340 gradini vi accoglie con gioia, ma man mano che si sale il panorama di certo ripaga la fatica. Le scale sono un elemento talmente significativo che tra le due Raguse si trova una chiesetta che si chiama per l’appunto Santa Maria delle Scale, invocata dalla sottoscritta diverse volte nel corso delle peregrinazioni a piedi nella Sicilia sud orientale. 🙂

Inutile dire che Ragusa Ibla è un trionfo di edifici barocchi, tra i quali spicca il famoso Duomo di San Giorgio. Il suo martirio è rappresentato a episodi, come nelle serie tv, sulle vetrate all’interno. Come avrei capito successivamente, in queste zone di Sicilia San Giorgio va alla grande come tema: si ritrova in chiese, duomi, dipinti, statue e portali.

MODICA

Il giorno seguente abbiamo raggiunto Modica in circa un’ora di macchina da Siracusa. Modica è ovviamente famosissima per il suo cioccolato, che si può degustare e acquistare in una delle tante botteghe artigiane della città. E’ altamente probabile trovare qualche turista cafone che, con la scusa di scegliere il gusto giusto, si apposta al bancone (dal quale non si muove di un millimetro per ore) “piluccando” (neanche fosse al cinema con i pop corn) le palline di cioccolato posizionate in bella vista per permettere gli assaggi.
Ma oltre che per il cioccolato artigiano, Modica è famosa per le sue chiese, essendo nota per l’appunto come “città delle 100 chiese”. Io non so se sono davvero 100, ma sicuramente se ne trovano tantissime che si inerpicano per le vie salita.
Le due principali sono il Duomo di San Giorgio (sempre lui) e quello di San Pietro, giustamente preceduti da grandiose scalinate (164 gradini per quello di San Giorgio). Mi tornano in mente le scalinate Incas del Valle Sagrado in Perù e rifletto su come l’uomo, nella sua storia di costruzioni, abbia sempre cercato di mettere le cose importanti in alto.

NOTO

Dopo la visita a Modica, ci siamo dirette a Noto (distante una quarantina di minuti di auto), capitale del barocco. Lungo la via principale della cittadina, Corso Vittorio Emanuele, si trovano gli edifici più importanti: La Chiesa di S. Francesco all’Immacolata (con relativa scalinata), la Chiesa di Santa Chiara (con annesso Convento delle Benedettine) e infine, raggiungendo piazza del Municipio, si trovano la Cattedrale di San Nicolò e il palazzo del municipio.
La pietra bianca di Siracusa splende al sole e si colora di rosa nell’orario del tramonto, momento in cui è maggiormente consigliato visitare la città.

Al di là delle tappe obbligate, girovagare senza meta tra le viuzze barocche di queste cittadine sa comunque regalare delle gioie anche ai più ignoranti in materia artistica.

Devo dire che alla fine di questo tour barocco ero stremata; non avevo mai visto così tante chiese in vita mia.. Chiese colme di stucchi, marmi, sculture, spesso con interni bianchissimi e scalinate scenografiche, che hanno il vantaggio di trasformarsi in sedili ogni tanto.

Una chicca simpatica di questo viaggio ce l’ha donata l’autostrada: i caselli fantasma. Anche questa può essere considerata un’architettura caratteristica degna di nota, che sa sorprendere e strappare un sorriso, soprattutto quando con il portafogli in mano ci si accorge che in realtà non c’è nessun pedaggio da pagare. Il casello è disabitato, inutilizzato, abbandonato…sembra un miraggio nel deserto.
L’età moderna del non concluso e delle cose fatte così, a cavolo, si scontra così con le forme perfette dell’età antica.

Con il prossimo articolo restiamo in Sicilia e ci tufferemo nelle acque cristalline dell’isola di Pantelleria!

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Siracusa, l’isola nell’isola

Dopo il benvenuto sciamanico di Catania e l’escursione sull’Etna, senza riposo alcuno ci siamo catapultate a Siracusa. L’isolotto di Ortigia, il centro storico della città, è stato infatti la nostra base per scoprire il magico mondo del barocco siciliano del sud-est della regione.

C’è una data che ha segnato l’inizio del destino barocco di quest’area della Sicilia: il 1693. Nel gennaio di quell’anno, infatti, un grande terremoto spianò tutto, nel senso che distrusse proprio intere città. Fu proprio la ricostruzione post terremoto, finanziata dalla Chiesa e dalla nobiltà, a regalare un volto nuovo alla Val di Noto, un volto talmente bello da diventare Patrimonio Unesco.

Non sempre da una catastrofe naturale rimangono solo macerie, sembra raccontarci questa terra. Quasi prende la forma di una metafora: ci può essere una rinascita, dopo un periodo buio. E la Sicilia sud orientale rinacque sotto forma di una perla dall’alto valore artistico e culturale.

Siracusa. La prima cosa da considerare quando si va a Siracusa sono le regole di accesso a Ortigia, collegata alla terraferma da due ponti accessibili solo in alcune fasce orarie. Inoltre la maggior parte delle vie cittadine fanno parte di un’estesa zona ZTL e, neanche a dirlo, la maggior parte dei parcheggi sull’isola è a pagamento. Le soluzioni quindi sono tre:
UNO- Lasciare la macchina fuori da Ortigia.
DUE- Parcheggiare a Ortigia e pagare il parcheggio.
TRE- Fare amicizia con il parcheggiatore abusivo dell’unico parcheggio teoricamente non a pagamento, che si trova proprio all’ingresso dell’isola.
Noi abbiamo optato per la terza opzione e, alla modica cifra di 2 euro al giorno, abbiamo potuto sostare a Ortigia senza neanche aspettare molto per trovare parcheggio. Servizio alla clientela ineccepibile.

A Siracusa ho lasciato un pezzettino di cuore. Ortigia è un piccolo gioiello, con le deliziose viuzze e le piazze barocche, gli incantevoli scorci sul mare e i vicoli dell’antico quartiere ebraico (la Giudecca) nei quali è bello perdersi.
Visitare Siracusa è come fare una passeggiata tra epoche diverse della storia, che spesso si fondono nelle architetture.

Il periodo greco è rappresentato dal Tempio di Atena, di Apollo e dal suggestivo Teatro Greco, situato all’interno del meraviglioso Parco Archeologico delle Neapolis.
Il mito si respira ammirando la Fonte Aretusa, alimentata da una delle tante falde freatiche del suolo siracusano, ricordandoci di quanto le coste del nostro Sud siano ricche di storie e leggende antiche.

L’origine della fonte si attribuisce a un amore non corrisposto: Alfeo, il figlio del dio Oceano, si innamorò perdutamente della ninfa Aretusa, che invece non voleva proprio saperne. Stanca di fuggire dalle avance del suo spasimante, Aretusa chiese aiuto alla Dea Artemide, la quale la trasformò nella famosa fonte. Alfeo, per non rinunciare alla sua ossessione amorosa, chiese anch’esso aiuto alle divinità e si fece trasformare in un fiume per ricongiungersi in eterno con la sua amata, lasciandola in qualche modo senza via di scampo…. un po’ come nelle moderne storie di stalking insomma. 🙂

Del periodo Svevo ci parla il Castello Maniace affacciato sul mare, fondato dal comandante bizantino Giorgio Maniace e poi trasformato da Federico II nel 1232. La particolarità del Castello federiciano, uno dei tanti in Sicilia, è che pur avendo avuto in teoria uno scopo difensivo, sembra non siano presenti elementi che ne testimonino l’uso militaristico: manca ad esempio la piazza d’armi, catapulte e le torri non sembrano idonee a questo scopo.

E infine c’è il barocco, di cui la più grande rappresentazione è data dagli edifici nella piazza del Duomo e dalla cattedrale stessa, costruita inglobando i resti del Tempio dorico di Atena e di una chiesa normanna. Nella piazza si affaccia la Chiesa barocca Santa Lucia alla Badia, in cui si può vedere il quadro “Il seppellimento di Santa Lucia” di Caravaggio.
La pietra calcarea color crema di giorno si accende con il sole, diventando quasi accecante, mentre di notte gli edifici si colorano di un tocco romantico alla luce dei lampioni.

Le piazze di Ortigia sembrano fatte apposta per riempirsi di bellezza, sorseggiando un caffè e degustando un cannolo siciliano seduti in uno dei tanti bar. A uno di quei tavoli ho avuto l’onore di incontrare Mimmo Lucano, per me davvero una celebrity degna di nota.

Alloggiare a Ortigia è un’ottima soluzione per poter visitare in giornata le altre cittadine barocche della Val di Noto (clicca per leggere l’articolo), tornare alla base e lanciarsi nella vita sociale siracusana. Ecco, di questa parte però non posso parlare, perché la nostra “vacanza zitella” si è dedicata più alla full immersion artistico-culturale… che ci faceva precipitare senza sensi tra le lenzuola subito dopo aver cenato (cenato sempre degnamente però!).

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Catania e l’Etna, il cuore di lava della Sicilia

Sei una ragazza che vive con la parola DEVO, devo fare questo, devo fare quest’altro. Se imparassi ad usare la parola POSSO sicuramente la tua bocca dell’anima te ne sarebbe grata. Se tu la smettessi, ma non sei capace, di guardarti indietro, saresti sempre sorridente. E’ solo un gioco. Antonio

Catania mi ha dato il benvenuto con queste parole, uscite dalla penna di uno sconosciuto che aveva insistito per leggermi la mano e la data di nascita.
Mi trovavo sulla porta dell’agenzia con la quale avevamo prenotato un tour sull’Etna, aspettando la nostra guida che era leggermente in ritardo.

Viaggi da incubo. Ero D E V A S T A T A dal viaggio del giorno precedente. Dodici ore piene di ansia perché il nostro primo aereo ne aveva fatte quattro di ritardo; ore passate a interrogare il Totem dell’aeroporto sperando di poter partire da Milano e di non perdere la coincidenza a Napoli. Siamo atterrate a Catania in tarda serata e abbiamo noleggiato una macchina. La gioia per aver ricevuto un’auto nuova, rossa e scintillante si è subito tramutata in preoccupazione, poiché ci sembrava di dare troppo nell’occhio nelle stradine non illuminate nei pressi nel nostro ostello.
Per concludere in bellezza la giornata, la porta della nostra camera era stata forzata e quindi non siamo riuscite ad aprirla. Il nostro host tardava a risponderci e, stremata dalla stanchezza, ero ormai pronta a dormire in corridoio o a occupare un’altra stanza rimasta aperta in attesa delle pulizie. Per fortuna, seppur con flemma cosmica, ci ha infine raggiunte per trovarci un’altra soluzione. Quel che si dice iniziare bene.

Deambulazioni sciamaniche. Per tutta questa serie di sfortunate sventure, mi trovavo sulla porta dell’agenzia in stato di catalessi. Proprio in quel momento l’anziano signore, tale Antonio, è comparso davanti al mio sguardo perso nel vuoto, si è avvicinato e ha trovato una scusa per attaccare bottone. Probabilmente avevo una faccia da donna provata, perché ha insistito per cercare di dare delle risposte alle mie non esplicitate domande interiori. Io, che da antropologa atea non credo nella religione, nella magia e neanche nell’oroscopo, ho accettato comunque di farmi trasportare dalle sue “deambulazioni sciamaniche”. Deambulazioni che, tutto sommato, qualche verità sulla mia persona l’hanno tirata fuori. IO POSSO, quindi.

Catania e la Sicilia sud orientale non sono state solo un viaggio, ma una sorta di premio dopo uno di quei periodi bui e difficili che ci si trova a vivere nella vita. Quei periodi in cui si resta, solo con macerie sotto i piedi, a lottare e a ricostruire la propria esistenza.
Sono partita con una compagna di viaggio per la prima di quelle che poi avrei chiamato #vacanzazitella, una sorta di avventura alla Themla e Louis, ma molto più pacata… da donne di mezza età che, dopo essersi abbuffate al ristorante, hanno la necessità di una pennica per poter sopravvivere al resto della giornata.

Momento Alberto Angela. Catania è stata una tappa di passaggio, il punto di arrivo e di ritorno del nostro viaggio. Ci ha accolte con le sue strade e i suoi edifici di pietra lavica, il suo meraviglioso mercato del pesce e ovviamente l’Etna. Proprio a questo imponente vulcano è legata parte della storia della città, ferita da eruzioni e terremoti. I più devastanti furono l’eruzione del 1669 e la scossa di terremoto del 1693, a causa della quale gran parte degli edifici furono rasi al suolo. Per questo motivo Catania, città fondata nel 729 a.C, si presenta come barocca. La sua particolarità è data appunto dal colore scuro dei suoi edifici storici costruiti in pietra lavica, come il Palazzo degli Elefanti, il palazzo del Seminario dei Chierici e la Cattedrale di Sant’Agata. Momento Alberto Angela finito.

Nuvole e lava. L’Etna è sicuramente una tappa obbligatoria per chi ha la predisposizione all’avventura, anche se in realtà di avventuroso c’è solo la remota possibilità che la montagna inizi a sputare fuoco. Dimenticate quindi il sogno di affacciarvi direttamente sul cratere ricolmo di magma, per farvi un selfie come quelli che si vedono in alcune foto su internet. Non so quali fossero le usanze turistiche prima, ma adesso è assolutamente vietato avvicinarsi ai crateri.
In ogni caso, non capita tutti i giorni di poter mettere piede su un vulcano attivo, dalla vetta del quale è possibile ammirare il mare.
Ci sono diverse agenzie che organizzano itinerari a “tema Etna”. I pacchetti non sono economici, ma neanche andarci in autonomia lo è (solo la funivia costa circa 30 euro a persona).
Da Catania ci siamo spostati in minibus fino al Rifugio Sapienza, a quota 1.900mt. Lì si possono noleggiare scarpe idonee e attrezzatura. Le agenzie di solito forniscono tutto l’equipaggio, servizio utile per chi si sposta in aereo con bagaglio a mano. Dal rifugio si prende una funivia fino a 2.500mt di altitudine, dove un altro minibus aspetta i visitatori per condurli nel punto più alto consentito, a 2.950mt, ovvero la base dei crateri sommitali.
Ci sono anche turisti, quelli che viaggiano in autonomia, che fanno questo ultimo tratto a piedi; inutile dire che c’è bisogno di molto più tempo.

Le pendici dell’Etna quel giorno di aprile erano piene zeppe di turisti, che manco un centro commerciale. Una volta sulla cima entrano in gioco le guide abilitate per lavorare sul vulcano. La nostra guida ci dava informazioni approssimative usando l’inglese e il francese, ma non in Italiano, quindi non sono certa di aver capito proprio tutto. Il percorso sulla vetta è stato breve e sbrigativo, la classica cosa da turista mordi e fuggi.
Quel giorno la visibilità non era proprio il massimo. Sembrava di stare in mezzo alle nuvole, condizione molto romantica che però non ci ha permesso di godere del panorama mozzafiato sulla costa siciliana. Al di là dell’affollamento turistico, trovarsi a passeggiare sul fianco di un vulcano, circondati dal bianco delle neve e dal nero della lava, è comunque un’esperienza che vale il prezzo del biglietto, se così si può dire. La terra sotto i piedi è tiepida, in alcuni punti ribolle e fuma. Il vulcano è vivo più che mai e si percepisce. E’ come camminare su animale dormiente, che rischia di svegliarsi da un momento all’altro.

Lava come se non ci fosse un domani. Dopo la camminata sul vulcano, il nostro tour prevedeva una passeggiata all’interno del parco naturale dell’Etna, a quota 2.000mt. Dal sentiero è possibile scorgere, attraverso i colori della vegetazione e della terra, tutta la storia delle colate laviche del vulcano. La nostra guida si prodigava in spiegazioni approfondite sulla vegetazione, la fauna e le eruzioni, mentre la nostra attenzione veniva catturata dal pacco con il nostro pranzo al sacco. Erano le due e avevamo un certo languorino.
Abbiamo poi finalmente pranzato con rosticceria e vino siciliani all’interno di una casetta in pietra, un caratteristico rifugio della zona, all’interno della quale vi era solo un tavolo di legno e delle sedie.
Dopo la passeggiata naturalistica nel paesaggio lunare del parco, l’ultima tappa è stata l’escursione all’interno di una grotta di origine vulcanica, muniti di caschetto e torcia per un sexy outfit perfetto. Parola d’ordine: lava, lava e lava.

Direzione sud-est. Una volta scesi dall’Etna il nostro viaggio alla scoperta della Sicilia sud orientale è proseguito in direzione Siracusa, che abbiamo usato come base per esplorare le città dei dintorni. Ma le prossime tappe le potrete scoprire nel prossimo articolo.

Catania ci ha salutate con i colori, gli odori e gli schiamazzi del suo mercato del pesce, A’ Piscaria. Tra le bancarelle spunta qualche ristorantino e, per scegliere la location migliore, ci siamo affidate alla consulenza di un giovane venditore (che in gergo antropologico si chiamerebbe informatore). Lasciando la sua bancarella senza pensarci un attimo, ci ha condotte in un ristorante all’interno del mercato che lui stesso rifornisce di pesce fresco. E’ stata una delle mangiate più soddisfacenti degli ultimi anni, un degno saluto di arrivederci per questa terra meravigliosa che è la Sicilia.

(Questo articolo lo dedico a Silvia M.)

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