Ica, tornare a casa.

La vita è quello che ti succede quando stai pianificando altro. Nel lontano 2011, fresca di laurea magistrale, stavo cercando disperatamente un modo per tornare nella mia amata Bolivia. Invece davanti a me si aprì la porta del Perù. Mi ero candidata per un progetto del servizio civile nazionale a La Paz ed ero stata dirottata su un altro per motivi di “compatibilità del mio cv”. Avrei potuto rifiutare e continuare il mio stage post-laurea nella segreteria dell’università, oppure partire per Ica, destinazione a me sconosciuta nel cuore del deserto del Perù meridionale. A fare che? Non avevo ben capito…tipo occuparmi di diritti umani, bambini lavoratori…sembrava interessante. Mi avevano dato una notte di tempo per pensarci e, malgrado mi si fosse spezzato il cuore nello scoprire di dover rinunciare a La Paz, accettai. Lasciai il lavoro e nel giro di pochi mesi ero dall’altra parte del mondo per fare, ancora non lo sapevo, una delle esperienze più forti, emozionanti e formative della mia vita.

Abitare Ica. Mi è sempre piaciuta l’idea di viaggiare non tanto come turista, quanto come “abitante” di un altro angolo di mondo. Visitare è una cosa, abitare tutt’altro. Forse andarsene, uscire dai confini di “casa”, significa sperimentare un’altra versione di noi stessi. Almeno così è stato sempre per me.

Ricordo ancora quando, dopo un viaggio di 5 ore su una jeep partita da Lima, io e la mia compagna di volontariato siamo approdate a Ica, cittadina circondata dalle dune del deserto. Era notte, le strade erano colme di rifiuti e facce che sembravano poco raccomandabili. Gran parte del centro cittadino era pieno di macerie ed edifici distrutti (chiese comprese) dal terribile terremoto che colpì la città nel 2007. Il primo impatto fu angosciante. E anche le prime settimane lo furono: non conoscevo ancora nessuno e mi resi conto che, da “gringa”, non era proprio il massimo girare da sola per le strade. In poco tempo la gente sapeva chi ero e dove abitavo, anche perché eravamo tre “bianche” a vivere in città. Io, la mia compagna di viaggio italiana e una volontaria americana (che purtroppo è stata sequestrata e violentata da un tassista).

Noi vivevamo in quartiere poco raccomandabile, uno di quelli che “non te lo consiglio”. Ma i vicini ci controllavano casa quando eravamo fuori, le finestre avevano le sbarre e, inoltre, era molto più pericoloso vivere in un quartiere “bene” perché è lì che vanno i ladri a rubare. A parte Nando, uno strano personaggio che abbiamo trovato sul nostro tetto e ci ha fatto spaventare, non abbiamo mai avuto particolari problemi. Nando era sul tetto perché, per procurarsi un lavoro, tagliava i cavi delle tv in modo da essere chiamato per sostituirli. L’affascinante arte del sopravvivere.

Ica non aveva proprio niente di turistico. Era (ed è tutt’ora) una città sporca, rumorosa, pericolosa e mezza distrutta.
La plaza de armas, cioè la piazza principale, era l’unica a non avere macerie. Al centro c’è un obelisco di cemento e quattro fontane che rappresentano le quattro lagune che una volta c’erano a Ica.
Tutto intorno, come su una giostra, gira tutta l’umanità iqueña.
I lucida scarpe, con il loro sgabello di legno, puliscono le scarpe dei signori seduti sulle panchine a leggere il giornale o a prendere un po’ di ombra (sì perché a Ica fa caldissimo, sempre). I taxi e i mototaxi strombazzano in continuazione per cercare clienti. Ci sono signore che girano tra i passanti con l’apparecchio per misurare la pressione; ci sono quelle che hanno una bilancia e si fanno pagare per pesare le persone. Davanti alle banche ci sono uomini che cambiano i soldi abusivamente. I più “vintage” e romantici però sono quelli seduti davanti a una macchina da scrivere, per aiutare gli analfabeti a comporre lettere o documenti. A Ica infatti c’è un forte tasso di analfabetismo e una grande presenza di persone di origine quechua, che all’epoca del terrorismo e della dittatura scapparono dalla sierra verso le regioni costiere.

Qualcosa di turistico però c’è. A pochi km dal centro di Ica ci sono delle bellissime dune e la laguna di Huacachina, intorno alla quale si è sviluppato per l’appunto tutto il centro turistico. I viaggiatori non soggiornano a Ica, ma vanno direttamente dalla stazione dei bus a Huacachina, dove ci sono alberghi e ristoranti cari di pessima qualità. Il luogo è molto suggestivo, anche se dopo un po’ annoia. Si può fare sandboard (cioè buttarsi giù per le dune con una tavola) o fare un tour da urlo sui Tubulares, delle specie di auto a più posti che si catapultano a tutta velocità tra le dune (rovinandole, perché distruggono la suggestiva forma naturale che gli dà vento).

Ecco, durante il mio anno di permanenza, a Huacachina non ci sono andata quasi mai. Preferivo confondermi tra gli abitanti di Ica, farmi mandare i baci dai mototaxisti, prendermi spintoni per la strada e, soprattutto, perdermi negli asentamientos humanos polverosi nei quali lavoravo (e dove spesso andavo da sola) e che, pensate un po’, erano stati selezionati come beneficiari dei progetti proprio a causa dell’elevato tasso di violenza e violenza (non denunciata) verso i minori. Fico eh? Non sapete quante volte ho chiamato piangendo il mio coordinatore perché mi ero persa o perché le persone non si erano presentate all’appuntamento per il corso di formazione. Tante. Abbastanza da farmi soprannominare “llorona” (piagnona).

Nonostante. Nonostante la rottura di dover sempre stare attenta ogni volta che mettevo il naso fuori casa, perché a Ica i sequestri e gli “assalti” per derubare sono all’ordine del giorno. Nonostante le ripetute infezioni intestinali, terminate all’ospedale pubblico con una flebo ficcata nel braccio. Nonostante la puzza dei rifiuti sparsi ogni dove e il costante rumore del clacson de taxi. Nonostante le frequenti scosse di terremoto.
Nonostante tutta una serie di cose, a Ica mi sono sentita a casa. E questa cosa l’ho capita recentemente, perché ci sono tornata dopo 8 anni.

A volte la bellezza dei luoghi e delle esperienze la fanno le persone che si incontrano lungo il cammino. E in questo cammino io sono stata molto fortunata, perché le persone che hanno lavorato con me o mi hanno dedicato il loro tempo facendomi sentire accolta e protetta, hanno lasciato una traccia. E senza accorgermene forse anche io ne ho lasciata una.

Tornare a casa. Com’è tornare dopo tanto tempo in un posto dove siamo stati abitanti? Ecco… perché in 8 anni succedono molte cose in una vita. A me poi, dopo il ritorno dall’esperienza peruviana, me ne sono successe parecchie. Ho ridefinito la mia vita tante di quelle volte, che se dovessi raccontarla mi dimenticherei dei pezzi.

Tornare dopo molti anni in quel lontano angolo di mondo, è stato come fare un viaggio terapeutico alla ricerca della me stessa che avevo dimenticato.
E c’era. Era lì. Sono sempre stata lì, nelle tracce che ho lasciato, nelle persone che mi stavano aspettando da 8 anni.
E anche se all’inizio mi sono sentita un po’ disorientata, dopo poco ho ricominciato a sentire di nuovo mie le strade, a contrattare con i tassisti, a girare in cerca di frutti tropicali per i mercati, conversando con le persone curiose che mi chiedevano perché fossi lì.

Forse per la prima volta ho compreso cosa significhi “sentirsi a casa”. Casa è quel luogo in cui riesci ad entrare in contatto con te stesso, a riconoscerti. Magari puoi andare via, allontanarti per anni, ma quando torni è come se non te ne fossi mai andato. E tornarci, è come ritrovarsi.

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