Santo Stefano di Sessanio, l’utopia possibile

Il nostro breve viaggio alla scoperta delle bellezze dell’Abruzzo inizia nel suo cuore di pietra, ovvero nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Come “campo base” abbiamo scelto una location unica, nata e rinata diverse volte nel corso della sua storia: Santo Stefano di Sessanio. Annoverato tra i borghi più belli d’Italia, questo paesino incastonato a 1.251 metri di altitudine nell’Appennino abruzzese, sembra rimasto immutato nel tempo.

Il suo massimo splendore lo aveva raggiunto nel 500, quando faceva parte del Gran Ducato di Toscana, grazie alla produzione della lana carfagna. Fu con la fine della transumanza che la vita nel borgo si fece più dura e iniziò un lento processo di decadenza, che portò all’allontanamento dei suoi abitanti e all’abbandono della maggior parte delle abitazioni.


Solo in epoca recente Santo Stefano ha ritrovato una nuova vita, grazie al turismo, ma la sua storia di rinascita è unica nel suo genere ed è legata a un nome: Daniele Kihlgren.
Figlio di una famiglia di imprenditori del cemento, questo “rampollo” italo- svedese è capitato per caso da queste parti, durante un viaggio in moto in fuga da una storia personale tormentata e alla ricerca di una ragazza che aveva conosciuto tempo prima. Fu un colpo di fulmine, evidentemente, sia per lei che per il luogo.
Kihlgren decise di investire ingenti risorse economiche in un progetto che potrebbe sembrare folle: recuperare il borgo in stato di abbandono e ricostruirlo, pietra dopo pietra, senza l’utilizzo del cemento.

Il cemento ha disonorato l’Italia
Daniele Kihlgren

Il suo progetto è sfociato nella creazione di quello che può considerarsi il primo albergo diffuso in Italia, chiamato Sextantio, come il pago sul quale nacque l’attuale centro abitato tra il IX e il XII secolo. Tale nome indicava la distanza di sei miglia romane da Peltuinum, centro dell’epoca che fungeva da tappa nel collegamento tra Roma e l’Adriatico.
Alloggiare nell’albergo diffuso Sextantio significa fare un salto indietro nel tempo, rivivere in un ambiente degli anni 20 del Novecento, con gli stessi arredi e i tessuti fatti come allora, senza però rinunciare al comfort. La tecnologia c’è ma non si vede.
L’obiettivo dell’imprenditore-filosofo era che l’utilizzo a scopo turistico non comportasse la perdita delle identità territoriali, che per una volta il profitto arrivasse dalla conservazione di un luogo e non dalla sua devastazione.

La mia è una battaglia di civiltà.
Daniele Kihlgren

Gli interni delle stanze sono ispirati alle fotografie che Paul Scheuermeier, linguista svizzero, scattò in Abruzzo intorno al 1920.
Durante il nostro soggiorno c’era una mostra di alcuni scatti dell’epoca, esposti tra i viottoli del paese; foto in bianco e nero, con volti seri, segnati dall’asprezza della vita.
Insieme ai quei volti immortalati nelle fotografie, anche le pietre sembravano parlare. Non si può non ascoltarle ed ammirarle, poiché raccontano la storia di questo borgo.
Si nota subito come Santo Stefano di Sessanio sia per lo più abitato quasi solo da turisti, ma la sensazione che ho avuto è che fosse un tipo di turismo “silenzioso”, in cerca di pace, di bellezza e di natura; un turismo che non distrugge, ma si adegua con rispetto al luogo.

Durante il terremoto del 2009 questo borgo ha subito diversi danni, ma ancora una volta è rinato. Guardandolo da lontano, si nota chiaramente che vicino alla sua famosa torre spiccano due altissime gru, che probabilmente spezzano un po’ il romanticismo del panorama, ma ci indicano come questo sia ancora un paese in “via di ricostruzione”.

A proposito di torre, gli abitanti di Santo Stefano sono molto legati alla loro Torre Medicea, considerata un vero simbolo per la città. In realtà esisteva già prima dell’arrivo dei Medici, che semplicemente apportarono alcune modifiche e si divertirono ad apporre qua e là per il borgo il loro stemma. La tanto amata torre crollò durante l’ultimo terremoto, anche perché nel corso del ‘900 furono fatte alcune modifiche che appesantirono molto la sua struttura. In attesa di ricostruirla, fu riprodotto il suo scheletro con una struttura in tubi e, in seguito, grazie alla collaborazione dei cittadini che ne conservarono le pietre, le fu data nuova vita. Attualmente è possibile visitarla e dalla sua cima si possono scorgere in lontananza le vette dei massicci che circondano il borgo.

La nostra scoperta dell’Abruzzo è appena cominciata; nei prossimi articoli vi parlerò di tante altre meraviglie. Prossima tappa: Rocca Calascio!

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