Tremate, tremate, le streghe son tornate! Ho sempre amato questo slogan del movimento femminista degli anni 70, a sua volta ripreso da una vecchia filastrocca per bambini. Non chiedetemi perché, ma alle medie ero particolarmente appassionata del periodo stregoneria e avevo letto diversi libri che parlavano di questa pagina nera della storia. Ero anche stata in una sorta di “pellegrinaggio” a Triora, il noto borgo delle streghe della Liguria.
Penso quindi che ai tempi mi avrebbe proprio entusiasmato partecipare a una Festa delle Streghe come quella che si celebra a fine luglio in Valle Antigorio (Val d’Ossola, Piemonte), nei piccoli borghi di Baceno e Croveo. Questa celebrazione ha lo scopo di rievocare il periodo dell’Inquisizione, attraverso laboratori, spettacoli e documentari; in queste zone infatti, tra 1600 e 1700, numerose donne furono condannate di stregoneria e condotte al rogo.
Sono stata in queste valli poco dopo la famosa festa, di cui solo recentemente ho appreso l’esistenza. Gli addobbi per le strade, i pupazzi di streghe, le stelle e le lune realizzate all’uncinetto, mi hanno accolta quando a piedi, insieme a un piccolo gruppo organizzato, ho percorso un giro ad anello tra i borghi e i sentieri del Giardino Glaciale degli Orridi di Uriezzo.
Avvicinandosi a Croveo si può fare una prima tappa a Baceno, per visitare la bellissima Chiesa Monumentale di San Gaudenzio, costruita su un suggestivo sperone di roccia e considerata uno dei simboli religiosi più importanti dell’alto Piemonte. Da qui si può partire per l’escursione più gettonata della zona, quella agli Orridi di Uriezzo (di cui parlerò in un altro articolo).
Croveo è una piccola frazione che si aggrappa fieramente alla sua sua storia e, grazie alla simpatica accoglienza dei suoi abitanti (segnalo come fulcro della movida locale il bar cooperativa della piazza principale), abbiamo potuto ascoltarla direttamente da uno dei rappresentanti di questa comunità. Ci ha fatto da guida il 90enne signor Diovuole, ex viperaio ed ex lavoratore della Crodino (ricordiamo che siamo a pochi km da Crodo, la località natale del Crodino). A fianco della chiesa parrocchiale, il cui campanile è costruito su un grande masso di frana, c’è la casa di Don Ruscetta, parroco di Croveo negli anni ‘50 e ’60, conosciuto come il “prete viperaio”. La casa è stata trasformata in un museo etnografico che espone oggetti, arredi, attrezzi e vestiti appartenenti alla civiltà contadina di un tempo.
Il signor Diovuole ci ha anche accompagnati a visitare l’antico torchio del paese, risalente al 1860. Qui, fino al 1951, venivano pressate le noci dalle quali si ricavava l’olio e veniva macinata una specifica varietà di pera (in dialetto pir), dalla quale si otteneva una particolare bevanda. In autunno le pere raccolte venivano portate al torchio, dove maturavano e poi venivano trasformate; questo era anche un momento di aggregazione sociale, che gli anziani di Croveo ricordano con nostalgia. Considerando che adesso i giovani si relazionano su Tik Tok o Tinder, direi che c’è tutto il motivo di essere un po’ nostalgici.
Da Croveo ci si incammina lungo il sentiero che conduce fino alle Caldaie del Diavolo, una delle numerose marmitte della zona, ovvero profonde depressioni a forma di pozzo nelle rocce, create dall’erosione delle acque di origine glaciale. I due grossi massi tra i quali passa la cascata sembrano proprio posati lì, come dice la leggenda, dal demonio. Anche il ponte di pietra, dal quale si può ammirare lo spettacolo dall’alto, è interessato da una leggenda locale: uno spirito malvagio chiamato rampign può trascinare chi si sporge troppo dal parapetto giù nel profondo pozzo.
Passato il ponte, il sentiero prosegue e, attraverso suggestivi boschi, si arriva in un altro posto particolare: il villaggio Treno dei Bimbi. Qui le carrozze dei treni si sono trasformate in un luogo di accoglienza. Tra gli anni 50 e 60, infatti, molti lavoratori provenienti dal sud Italia facevano la spola tra Domodossola e la Svizzera (dove le famiglie non potevano però entrare). Nacque quindi l’esigenza di accogliere i numerosi bambini, figli dei lavoratori immigrati. Grazie ai frati cappuccini fu fondata così la Casa del Fanciullo, mentre per il periodo estivo i bambini potevano vivere un periodo di villeggiatura al fresco alloggiando nelle vecchie carrozze dei treni. Ad oggi il Villaggio è ancora attivo e si è trasformato in un luogo di sosta e ristoro per villeggianti in cerca di un’esperienza di turismo alternativo.
Ultima tappa dell’ escursione, prima di chiudere l’anello che ci riconduce a Croveo, è stata la segheria La Rassia. Quest’ultima risale al 1700 e fu in funzione fino alla metà degli anni ’80, quando il proprietario lasciò l’attività. I tronchi erano trasportati dalla corrente del fiume e, giunti alla segheria, venivano sezionati in travi per poi costruire case e stalle. Lo stabile, ora proprietà del Comune, è stato recuperato, ristrutturato e grazie al lavoro di alcuni volontari è stato aperto al pubblico per le visite. A noi le porte le ha aperte un ex lavoratore della segheria, che da piccolo abitava proprio di fronte alla segheria. Con fierezza ci ha mostrato i vari macchinari e le foto d’epoca dove lui stesso è immortalato.
Questo percorso a piedi è stato un vero e proprio tuffo nella memoria dei luoghi, dei piccoli borghi, delle comunità antiche.
Le “streghe” di oggi che popolano queste valli sono probabilmente le donne che ne conservano e tramandano gli antichi saperi. Tra queste, sicuramente, ci sono le socie del Consorzio Erba Bona, che si occupano di coltivare erbe officinali con le quali producono tisane, amari e saponi. Il consiglio è di passare dalla loro sede, situata a Verampio (comune di Crodo), per conoscere il loro lavoro e provare qualche prodotto.
Prima di concludere il giro, abbiamo fatto una breve esplorazione nel borgo abbandonato di Cuggine, del quale parlerò però nel prossimo articolo!
Dedico questo articolo e ringrazio: – Le guide di Vette & Baite, che hanno organizzato questo giro alternativo in seguito all’annullamento di un’altra escursione causa maltempo, e i miei simpatici compagni di viaggio; – La signora Vittorina di Erba Bona e gli abitanti di Croveo che ci hanno fatto da guide improvvisate; – La signora del Bar Cooperativa di Croveo che ci ha offerto la genzianella.
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Da Salisburgo a Grado, 415 km in otto tappe, 5410 di dislivello positivo e 5804 di dislivello negativo, percorribili in circa 30 ore su sellino: questa è la ciclovia Alpe Adria!
Bastano queste due righe per accertare che NO, non ho seguito questo itinerario su due ruote; non interamente per lo meno. Mi trovavo in Carnia dove ho scoperto le vie percorse a piedi dalle portatrici carniche durante la Prima Guerra Mondiale e ho volato in bici sulla carrozzabile più alta del Friuli, la Panoramica delle Vette. Quindi sia per questioni di tempo che logistiche, non avrei potuto percorrere tutta la ciclovia dell’Alpe Adria, al di là del fatto che il mio cicloturismo rimane sempre fedele alla filosofia Schiappa di cui vi ho parlato tempo fa.
Però già che mi trovavo in zona, ci ho dato uno sguardo, esplorando una parte della tappa 6, quella che va da Tarvisio a Venzone, con una breve deviazione ai meravigliosi Laghi di Fusine.
La Ciclovia Alpe Adria La ciclovia Alpe Adria attraversa le Alpi percorrendo in parte i vecchi tracciati della ferrovia. Le tappe ufficiali, partendo dall’Austria, sono le seguenti:
1 . Salisburgo – Bischofschofen 2 . Bischofshofen – Bad Gastein 3 . Bad Gastein/ Mallnitz- Spittal an. d. Drau 4 . Spittal an d. Drau- Villach 5 . Villach-Tarvisio 6 . Tarvisio-Venzone 7 . Venzone – Udine 8 . Udine-Grado
Sul sito ufficiale Alpe Adria Radweg si possono trovare tutte le informazioni dettagliate sul percorso e le tappe, la mappa, le ultime notizie e si può anche usufruire del centro prenotazioni.
Da Tarvisio a Venzone Questa tappe si sviluppa per lo più sulla pista ciclabile che è stata realizzata sul sedime dismesso dell’ex ferrovia Pontebbana, pertanto lungo il tragitto si passa attraverso i ponti, le gallerie e le vecchie strutture. Fino a Dogma può essere seguita con continuità, dopodiché si incontrano anche alcuni brevi tratti sulla strada statale n.13 e viabilità locale.
Tarvisio è una città superato il confine; la sua posizione a cavallo tra Italia, Austria e Slovenia ne fa un crocevia di lingue, culture e tradizioni culinarie diverse. Rappresenta uno dei più importanti poli sciistici del Friuli Venezia Giulia, ma anche in estate ha il suo perché. Pedalando sulla ciclovia dell’Alpe Adria, circondati dalle cime delle Alpi Giulie, si attraversa la Foresta di Tarvisio che, con i suoi 24.000 ettari, è la più grande foresta demaniale d’Italia. Visto il perfetto stato di questa pista ciclopedonale, si può davvero pedalare guardando in alto, ammirando il paesaggio, senza preoccuparsi di eventuali ostacoli o buche.
Facendo una piccola deviazione dal percorso ufficiale, si può in breve tempo raggiungere un altro spettacolo naturalistico: i Laghi di Fusine. Questi due bacini d’acqua, di origine glaciale, sono un quadro da ammirare: l’acqua è cristallina e di un colore azzurro brillante, intorno c’è un fitto bosco di abeti rossi e al di sopra sovrasta la catena montuosa del Gruppo del monte Mangart. Immagino il paesaggio che cambia durante le varie stagioni e i diversi colori che esplodono. Essendo questo luogo raggiungibile con facili sentieri, ma anche in auto, in alta stagione potrebbe essere invaso dai turisti (vista la bellezza, ci sta).
Dopo aver inzuppato i piedi nell’acqua gelida del lago, abbiamo ripreso la via principale della ciclovia, proseguendo verso ovest e passando per Pontebba (fino alla Prima Guerra Mondiale il confine passava da qui) e Dogma, ma senza fermarci.
Una sosta invece merita di essere fatta alla vecchia stazione ferroviaria di Chiusaforte, che è stata trasformata in un punto d’appoggio ciclista friendly. Non solo funge da bar e ristorante, ma offre molteplici e utili servizi per il viaggiatore su due ruote: affitto camere, internet point, sala relax con biblioteca, noleggio e riparazione biciclette. All’esterno ci sono i bagni della vecchia stazione e, sotto la bella e vecchia pensilina, si può sostare per consumare qualcosa. Io l’ho trovato un luogo speciale, ottimo esempio di come a un fabbricato antico e non più utilizzato nella sua funzione originaria, possa essere data nuova vita, riqualificandolo e valorizzandolo in armonia con il territorio.
La stessa riflessione si può applicare all’intero progetto della ciclovia dell’Alpe Adria: un viaggio a tappe ben organizzato, che promuove il turismo lento a contatto con la natura e che dà nuovo valore ai luoghi che si attraversano e quindi si riscoprono in modo diverso.
Il nostro viaggio su due ruote si è concluso poco dopo la tappa alla vecchia stazione di Chiusaforte, lasciando in pista i viaggiatori diretti verso Venzone e le altre tappe.
Lascio nel mio angolo dei sogni il desiderio di poter un giorno fare un viaggio come questo, bagaglio leggero e sellino sotto al sedere. D’altronde il format ciclovia mi ha sempre attirato e proprio in Friuli ne ho percorse altre due, la Giordano Cottur e la Parenzana, mentre in Lombardia ho pedalato sulla ciclovia della Val Brembana.
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Dopo aver esplorato le più belle spiagge e cale della costa est del Salento e avere toccato il punto più orientale della nostra penisola, il viaggio prosegue verso sud alla ricerca delle più suggestive località marine… lì dove le acque dell’Adriatico diventano Ionio. Partiamo da Porto Badisco e la sua baia.
Baia di Porto Badisco La Baia di Porto Badisco è un’insenatura della costa tanto piccola quanto ricercata, pertanto a seconda del periodo potrebbe essere davvero molto affollata. La vera e propria spiaggia è larga 500 metri; tutto intorno ci sono scogli (dai quali comunque è abbastanza semplice scendere) e macchia mediterranea, con abbondante quantità di fichi d’India. Sappiamo che le località costiere del sud Italia, come per esempio il Cilento, sono spesso legate al racconto mitologico. Si narra che proprio a Porto Badisco sbarcò Enea dopo essere fuggito da Troia; al di là del mito, questo luogo custodisce tracce dell’uomo Paleolitico, che si possono vedere nella Grotta dei Cervi (che io però purtroppo non ho avuto modo di visitare).
Porto Miggiano e la Cala dei Cento Gradini Poco più a sud si incontra Porto Miggiano e la celebre Cala dei Cento Gradini, chiamata così proprio perché per raggiungerla bisogna percorrere una scalinata non proprio breve (saranno davvero 100 i gradini?). Se pensate che le scale possano fare passare la voglia ai bagnanti e di trovare quindi una cala deserta, vi sbagliate. La spiaggetta, racchiusa da alte e suggestive pareti rocciose, è molto bella, ambita e….molto piccola, quindi in alta stagione si sta necessariamente stretti o appollaiati sulle rocce. Il mio consiglio è di posare il bagaglio e buttarsi in mare, perché l’acqua è stupenda e di certo si sta più larghi. Porto Miggiano è una località molto vicina alla rinomata località turistica di Santa Cesarea Terme; un’antica e particolare torre controllava la costa e comunicava probabilmente con quelle di Santa Cesarea e Castro.
Spiaggia della Grotta Verde La Grotta Verde è senza dubbio il luogo più straordinario che ho visto in questo viaggio. Si trova a Marina di Andrano, a sud di Castro, e si presenta a primo sguardo come un posto che non ha niente di eccezionale: solo mare e scomode rocce appuntite. Però, se ci si ti tuffa e ci si addentra nella grotta, nonostante gli stretti passaggi e il buio…si va incontro a un vero e proprio spettacolo della natura. Sotto la parete rocciosa, quasi completamente chiusa, c’è una sorta di piscina naturale. Le aperture della roccia che ci sono sul fondo, fanno sì che la luce del sole riesca in parte ad entrare: riflettendosi sull’acqua presente all’interno, di colore verde e cobalto, viene proiettata una luce verde sulle pareti interne della grotta. Si resta davvero a bocca aperta e risulta impossibile rendere l’effetto in una foto. Attenzione però, per vedere questo gioco di luci e colori, bisogna andare nella grotta al mattino.
Piscina naturale di Marina di Serra A proposito di piscine naturali, se ne trova una anche a Marina di Serra, piccolo centro del comune di Tricase. Si tratta di una piccola porzione di mare cristallino, a forma di mezzaluna, racchiuso tra pareti rocciose levigate dall’azione del vento e del mare. Non c’è sabbia, solo roccia e sembra proprio di stare a bordo di una piscina, anche per la presenza di un bar che potrebbe mettere musica ad alto volume. Il luogo è molto particolare e bello, ma non vi aspettate di trovare un angolo incontaminato perché in alta stagione è preso d’assalto.
Le spiagge caraibiche della costa ionica. E’ venuto il momento di parlare delle caraibiche spiagge della costa ionica del Salento. Ho deciso di accorparle in un unico trafiletto perché questo tratto costiero è caratterizzato fondamentalmente da spiagge ampie, lunghe e sabbiose, con un mare davvero cristallino, che non ha niente da invidiare ai Caraibi.
Facciamo il giro del tacco dello stivale a Santa Maria di Leuca e risaliamo verso nord. La prima rinomata spiaggia che si incontra è quella di Pescoluse, chiamata la Maldive del Salento. Sabbia bianca finissima, fondali bassi, mare trasparente. E che vuoi di più? Adesso mi dovete scusare, ma io qui non sono proprio riuscita a fermarmi: nonostante l’ampia spiaggia, c’era talmente tanta gente, tra stabilimenti balneari e libera, che neanche si riusciva a vedere dove si calpestava terra. Invivibile. Ma sono certa che senza questo eccesso di umanità sarà di certo un luogo incantevole.
Più a nord, in prossimità del Parco regionale Isola di Sant’Andrea, c’è la spiaggia di Punta della Suina. Il nome arriva dalla particolare sporgenza del litorale, che si allunga fino quasi a toccare un basso isolotto. Io in realtà non ho notato particolari somiglianze con un maiale. Qui, nonostante la presenza di alcuni stabilimenti balneari, l’atmosfera è un po’ più naturale e selvaggia. I tratti sabbiosi si alternano a tratti con roccia bassa e rendono questo tratto di costa meno monotona.
Punta della Suina fa parte delle località balneari del golfo di Gallipoli. Insieme a quest’ultima, altre rinomate spiagge sono quelle di Punta Pizzo, Baia Verde e Lido San Giovanni. Gallipoli, conosciuta come perla del Salento, è una graziosa cittadina dal vasto patrimonio storico e architettonico. Purtroppo, per motivi di tempo e di sovraffollamento, non ho potuto visitarla bene ma mi sono limitata a perdermi per le sue stradine e fare un aperitivo vista mare.
Il vero ombelico del mondo del Salento è però il litorale nei pressi di Porto Cesareo, un posto dove le persone vanno per sentirsi davvero fighe. Non sto qui a fare l’elenco delle numerose e prestigiose spiagge della zona, perché tanto non ci sono stata. Ho solo passato una giornata nella spiaggia di Torre Lapillo. Al di là del fatto che io non sono amante della costa bassa e sabbiosa, questo tratto costiero, per i miei gusti personali, è davvero tanto e troppo umanizzato: stabilimenti balneari lussuosi, musica, animazione.
Presicce e i frantoi ipogei Per esplorare la costa ionica del Salento, ho usato come “punto base” una cittadina che sulla costa non è: Presicce. Per l’esattezza ho soggiornato nelle campagne poco fuori dal centro, in una casa piena di gechi che mi terrorizzavano durante la notte con le loro scorribande. Presicce è un piccolo e grazioso borgo, lontano dalla confusione delle località di mare. Un suo tesoro, che merita di essere visitato, sono i frantoi ipogei, ovvero sotterranei. Il sottosuolo di Presicce conserva ben 23 frantoi, di cui 16 visitabili e 8 collegati tra loro da un dedalo di cunicoli sotterranei. In queste grotte si lavoravano le olive per produrre olio lampante, il quale veniva esportato in tutta Europa, almeno fino al 1800. Si parla di olio lampante e non si olio per uso alimentare, perché quest’ultimo era un bene molto prezioso e riservato solo a pochissime persone: era infatti il primo olio che si ricavava dalla macinazione delle olive, che veniva dato al proprietario del frantoio. Solo in un secondo momento, dalla macinazione a pietra delle olive si otteneva un olio più acido e non commestibile, che veniva così utilizzato per illuminare le strade delle grandi capitali europee.
Inutile dire che il lavoro in questi frantoi era durissimo ed estenuante; solitamente veniva svolto da marinai, poiché erano abituati a vivere in ambienti stretti. Condividevano lo spazio e la vita con gli asini o i muli, che mettevano in moto la macina per la molitura, e uscivano di rado. Nella roccia erano ricavate anche delle “cuccette” nelle quali potevano riposare a turno. Ma perché, vi chiederete, i frantoi venivano scavati sotto terra invece che costruiti al di sopra? Principalmente perché era più economico ricavare un ambiente scavando; tra l’altro la tradizione di scavarli nella roccia è molto antica e si fa risalire ai monaci greci, i primi che introdussero in questi luoghi la coltivazione della vite e dell’oliva. Un secondo motivo è una questione di microclima: la temperatura costante delle grotte, intorno ai 18 gradi, impediva alle olive di ammuffire o di rovinarsi a causa degli sbalzi di temperatura.
Per il momento, il mio viaggio tra le bellezze del Salento finisce qui, consapevole che tanta Puglia mi resta ancora da scoprire!
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Chi mi conosce sa che le mie estati non possono essere lontano dal mare e, anche se sono ligure e davanti al mare ci sono nata, nei miei viaggi mi piace includere (quando possibile) sempre qualche sosta marina. Ma chi mi conosce sa anche che il mio “stare al mare” non è aprire sdraio e ombrellone, non è riposo, non è staticità…ma è un vero e proprio esplorare la costa, alla ricerca di posti sempre nuovi, di cale nascoste e così via.
Per questo motivo, posso risultare molto antipatica a chi si trova a viaggiare con me e giustamente ha un’altra idea di vacanza.
In Salento forse ho un po’ esagerato: ho cercato di scandagliare le spiagge più belle e particolari, lungo Adriatico e Ionio. Questi due articoli che vi propongo sono il foto-racconto di quello che ho trovato. Partiamo dalla costa adriatica, procedendo da nord a sud. La località che può essere utilizzata come base è la bellissima Otranto (della quale dirò due parole a fine articolo).
Torre dell’Orso Torre dell’Orso dà il benvenuto ai bagnanti con un’infradito gigante con scritto “I caraibi del Salento”; siamo quindi in una delle tante spiagge definite in questo modo lungo le coste del tacco d’Italia. Torre dell’Orso, nome che probabilmente si riferisce alla presenza di una torre costruita nel XVI secolo, è una località piena zeppa di servizi turistici e balneari, spesso affollati e rumorosi (musica tunz tunz per intenderci) e quindi va bene per quelle persone che non cercano pace, ma divertimento. Al di là dell’eccessiva umanizzazione, la costa rocciosa è bellissima. La spiaggia è racchiusa tra le pareti di una scogliera bianca, sulla quale si può salire per ammirare il panorama dall’alto. Il simbolo di questa località sono Le Due Sorelle, due faraglioni in prossimità dei quali è bello fare il bagno raggiungendoli con i pedalò. Secondo il mito, le divinità trasformarono in roccia i corpi di due sorelle annegate in questo mare. La solita allegria della mitologia.
La spiaggia e i laghi di Alimini La spiaggia di Alimini prende il nome dai due laghi che si trovano in prossimità di quest’ultima, all’interno di un’oasi naturalistica protetta. Il termine greco bizantino “limne” significa appunto lago o palude. I laghi Alimini Grande e Alimini Piccolo sono collegati da un canale, detto Lu Strittu, e sono circondati da una pineta e da vegetazione tipica della macchia mediterranea. La spiaggia è caratterizzata da sabbia dorata molto fine e, quando il sole picchia, incandescente (mi sono letteralmente ustionata il piede sprofondando con le infradito nelle dune). Il mare, manco a dirlo, è molto limpido e il fondale degrada dolcemente. Ci sono sia stabilimenti balneari che spiaggia libera; inoltre una bella pineta può dare riparo nelle ore più calde. Il nero che vedete nelle foto è cenere lasciata dagli incendi che quell’estate erano stati molto frequenti.
Baia dei Turchi Poco distante dai Laghi di Alimini si trova l’incantevole Baia dei Turchi, che prende il nome dallo sbarco dei soldati turchi che distrussero Otranto del 1480. Al di là dell’infelice nome, questa baia è bellissima e selvaggia (finalmente priva di stabilimenti balneari). Le piccole cale di sabbia bianca sono racchiuse da pareti di roccia, dune e macchia mediterranea.
Baia dell’Orte e Lago di Bauxite Questo posto è uno spettacolo e merita una visita forse più di tutti gli altri. La Baia dell’Orte è una perla di natura selvaggia e incontaminata, che si raggiunge percorrendo un sentiero nella macchia mediterranea. Immaginate: sole, caldo, cicale, profumi. La costa è rocciosa, bassa e frastagliata; nasconde calette e piccole anfratti poco frequentati. Dimenticate la sabbia fine che si appiccica addosso e i rumori molesti degli stabilimenti (in realtà però, un piccolo bar è presente). Qui la natura, il silenzio e la scomodità della roccia la fanno da padrone. Sotto l’acqua limpida c’è tantissima fauna marina, quindi è consigliabile indossare scarpette da roccia e maschera. Da qui si scorge la Torre del Serpe, il Faro di Punta Palascia e, nelle giornate limpide, si possono vedere le vette dei Balcani. Consigliabile è ammirare questo splendore con i colori del tramonto, anche se il sole non si immerge nel mare.
La vera chicca di questo posto è però il Lago di Bauxite, i colori del quale derivano appunto da una ex cava di bauxite ormai dismessa. Dopo il suo abbandono, risalente al 1976, le infiltrazioni d’acqua di una delle tante falde acquifere del terreno carsico hanno fatto formare il laghetto. Seguite i sentieri di terra rossa e lo troverete. Il colore verde smeraldo dell’acqua e il rosso acceso del minerale regalano davvero un effetto “wow”. E’ a mio parere uno dei luoghi più particolari e suggestivi della costa salentina.
Faro di Punta Palascia Qui non si parla di calette o spiagge, ma questo luogo merita una sosta. Siamo a Punta Palascia, conosciuta anche come capo d’Otranto, ed è il punto più orientale d’Italia. Si trova in prossimità del tratto più stretto delCanale di Otranto, che divide il Mar Ionio dall’Adriatico e l’Italia dall’Albania. Il Faro della Palascia è immerso nella macchia mediterranea, su una costa alta e frastagliata. Fu eretto nel 1867, abbandonato nel 1970 e, successivamente, fu oggetto di un programma di recupero (finanziato dall’Unione Europea, dallo Stato Italiano e dalla Regione Puglia), che ha avuto inizio nel 2000 e si è concluso nel 2005, quando fu definitivamente riacceso. Il faro e la sua lanterna sono visitabili e c’è anche il Museo Multimediale del Mare; questo luogo però vale una sosta anche semplicemente per ammirare il panorama sull’infinità del mare e per farsi schiaffeggiare dal vento.
Prima di lasciarvi e darvi appuntamento al prossimo articolo per la prosecuzione di questo viaggio sulle coste salentine, dirò due parole su Otranto, la città che è stata il punto-base di questa prima parte di viaggio.
Otranto Se andate ad Otranto in estate, aspettatevi orde di turisti, negozi di souvenir o artigianato, ristoranti e locali gourmet sempre pieni. Tutto sto caos può forse offuscare un po’ la bellezza di questa cittadina di pietra bianca, ma tra una bancarella e un tavolino, racchiuso tra mura medioevali, si nasconde un patrimonio storico e artistico di grande valore. Fondata dai Greci, per la sua posizione strategica qui passarono in tanti: Romani, Longobardi, Normanni, Angioini, Turchi, Veneziani per poi finire nelle mani degli Aragonesi. Il castello Aragonese è infatti uno dei simboli della città e una delle principali attrazioni da visitare. Nella Cattedrale di Santa Maria Annunziata, edificata nel XII secolo durante la dominazione normanna, custodisce un famoso mosaico dell’Albero della Vita e le reliquie degli 800 martiri di Otranto, ovvero gli abitanti che furono trucidati per non essersi convertiti all’islam durante l’invasione turca di cui ho parlato poco più sopra. Otranto vanta il primato di essere la cittadina più a est d’Italia, fa parte dei borghi più belli ed è stata anche riconosciuta come Patrimonio Culturale dell’UNESCO quale Sito Messaggero di Pace. Per tutti questi motivi, nonché per la vicinanza con le più belle spiagge del Salento, vale la pena visitarla e sostarvi.
Il viaggio continua verso sud, sulla costa Ionica del Salento, alla scoperta delle spiagge più particolari.
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Tanti Cammini di Oropa La premessa fondamentale è che non esiste solo un Cammino di Oropa, ma ci sono diverse varianti, che si possono percorrere a piedi o in bici. Di conseguenza, l’equipaggiamento e l’allenamento richiesto cambia in base al Cammino che si decide di intraprendere e dalla stagione in cui si parte.
Il Cammino di Oropa della Serra è l’itinerario più gettonato poiché è il meno impegnativo (65 km che e si possono dividere in 3 o 4 tappe). È inoltre quello più facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici.
Il Cammino di Oropa Orientale è un vero e proprio trekking, quindi c’è più dislivello ed è più impegnativo anche a livello tecnico. Sono 34,3 km divisibili in 3 tappe. Parte dalle Valle Mosso e arriva Oropa, ma può essere percorso anche in senso opposto e diventare un prolungamento del Cammino della Serra.
Il Cammino di Oropa Canavesano è l’itinerario più lungo; parte da Valperga, passa da Ivrea e si immette nella terza tappa del percorso principale. Sono 84.3 Km divisibili in 5 tappe.
Infine, il Cammino di Oropa Valdostano collega Fontainemore a Oropa seguendo il percorso della storica processione che viene organizzata ogni 5 anni. Il percorso è divisibile in due tappe, di pochi chilometri (solo 16,5 km) ma con molto dislivello. È un vero e proprio trekking di montagna.
Io ho percorso in solitaria il Cammino di Oropa della Serra, quindi le mie osservazioni si limitano principalmente a quest’ultimo.
Prenotazione intelligente. Un aspetto che ho trovato fantastico è quello di poter prenotare attraverso il sito del Cammino di Oropa e il suo Centro Prenotazioni. Basta compilare un semplice form, dove si specifica quando si ha intenzione di partire, in quante tappe si vuole suddividerlo e che tipo di stanza si desidera. Dopo pochissimo tempo arriva un preventivo che bisogna confermare per ufficializzare la prenotazione, senza pagare nulla anticipatamente, se non i 20 euro di iscrizione all’associazione Movimento Lento che offre questo utilissimo servizio. Si paga quanto dovuto presso le strutture ed è inutile dire che quindi non è carino dare forfait all’ultimo momento. L’iscrizione dà anche diritto ad alcuni sconti: 10€ sugli alloggi, 8 € sui pasti, 5 € per la credenziale. Potete ovviamente anche muovervi in autonomia per cercare gli alloggi e prenotare, ma per me è stato molto più comodo fare così. Sconsiglio invece vivamente di non prenotare con anticipo, perché il Cammino è gettonatissimo e le strutture ricettive sono poche.
Zaino in spalla, ridursi all’essenziale. La parte della preparazione zaino è sempre la più difficile, perché bisogna saper capire cosa è davvero indispensabile (e io non ne sono proprio capace). A mia discolpa posso dire che sono partita nel mese di giugno, in una primavere particolarmente fresca e piovosa, quindi nel mio bagaglio ho dovuto far entrare un po’ di tutto a causa del meteo che variava continuamente nel corso di una stessa giornata. Ho usato uno zaino da 30 litri; per un cammino di pochi giorni è sufficiente. Inutile dire che la qualità dello zaino è importantissima, quindi se dovete comprarlo sceglietelo con un po’ di cognizione.
È ovvio dire che quello che ci si porta varia a seconda della stagione, ma per quanto riguarda questo tipo di itinerario, bisogna considerare che il territorio biellese è sempre comunque abbastanza piovoso, quindi è assolutamente indispensabile avere qualcosa per proteggersi dalla pioggia: coprizaino (tenente conto che però gli spallacci restano scoperti), mantellina (più ingombrante ma copre tutto) o giacca antipioggia (zaino e gambe restano scoperte). Buona abitudine, se il meteo prevede pioggia, è imbustare anche le cose che ci sono all’interno dello zaino.
È importante fare attenzione a come si distribuisce il peso nello zaino: le cose pesanti vanno posizionate in basso o nella parte a contatto con la schiena, le più leggere in alto e nella parte anteriore. Il primo giorno di cammino avevo buttato le cose un po’ a caso (zaino composto un po’ all’ultimo con mille ripensamenti), addirittura allacciando un piumino nella parte esterna, e infatti la sera avevo la schiena a pezzi ed ero stata molto scomoda mentre camminavo.
Indispensabile, se partite in estate, è la crema solare, l’antizanzare (e zecche) e ovviamente un cappello o una fascetta per proteggersi dal sole.
Il mio epic fail è stato portarmi un phon da viaggio per tutto il Cammino, peso inutile giacché le strutture ne erano tutte provviste. Il mio consiglio è quello di chiamare prima di partire per verificare questa informazione, evitando così un inutile peso.
Un’altra cosa che non ho usato è stata la torcia frontale, quell’oggetto che qualsiasi maschio preme sempre per portarsi dietro. A meno che non si dorma in campeggio non vedo tutta questa utilità, ma effettivamente se si parte in una stagione in cui fa buio presto potrebbe essere utile. Potrebbe servire anche in caso di tragico imprevisto/incidente, ma lungo il Cammino della Serra non ci sono particolari pericoli.
Potere ai piedi. Come ogni camminatore sa bene, oltre allo zaino, quello che indossate ai piedi è un altro elemento importantissimo per la buona riuscita di un cammino. Innanzitutto le scarpe non devono essere nuove, ma ben rodate. Per questo tipo di percorso, senza particolari difficoltà tecniche, in estate vanno bene scarpe da trail running o uno scarponcino basso non impermeabile. In inverno invece è consigliabile uno scarpone in gore-tex alto fino alla caviglia. Pro e contro del gore-tex: avere una scarpa impermeabile consente di tenere i piedi all’asciutto, ma non fa traspirare il piede (e quindi potrebbero formarsi vesciche). Inoltre se la scarpa si inzuppa sotto un acquazzone, potrebbe asciugarsi più lentamente. Di contro, le scarpe non impermeabili, si bagnano anche con la rugiada dell’erba, ma se fa caldo questo non dovrebbe essere un problema. Le calze devono essere di materiale tecnico e traspirante, di buona qualità, possibilmente con punte e talloni rinforzati. E’ soprattutto da loro che dipende l’insorgere o meno delle vesciche. Io ho usato le Oxeego, ma ci sono tantissimi marchi tra cui scegliere. Nel dubbio comunque buttatevi nello zaino anche dei cerotti per le vesciche, che non si sa mai.
Il giusto outfit. Sembra ovvio anche dire che è meglio avere pochi indumenti, di materiale tecnico e traspirante, e considerare l’idea di lavarli a fine tappa (le strutture del Cammino normalmente hanno filo e mollette per stendere, portatevi un sapone). La regola dovrebbe essere “un capo addosso e uno nello zaino”. Visto il periodo abbastanza umido e piovoso, io ho optato per un paio di calze, di intimo e una t-shirt in più, perché effettivamente se piove i vestiti potrebbero bagnarsi in cammino o non asciugare per tempo. A tale proposito, assicurarsi di avere dei cordini o dei moschettoni per appendere il bucato sullo zaino. Visto che i giorni erano pochi, ho portato solo un pantalone modulabile per camminare e un cambio per dormire.
Acqua azzurra acqua chiara. Il carico d’acqua deve essere valutato in base alla presenza o meno di punti acqua durante il percorso (verificarli prima di partire). Io avevo con me una sacca idrica da 2 litri e una borraccia da un litro. Ho riempito tutto solo durante la prima tappa, perché è quella maggiormente esposta al sole e per tre quarti del percorso non ci sono punti acqua (fino a Cavaglià). Nelle altre tappe è tutto più ombreggiato e si può trovare acqua più facilmente, quindi due litri possono bastare tranquillamente. Il vantaggio della sacca idrica è che si riesce a bere di più senza fermarsi e inoltre si evita il peso della borraccia. Il contro è che è un po’ scomodo riempirla lungo il percorso (in quanto posizionata all’interno dello zaino già ricolmo), nonché lavarla in modo accurato. La borraccia è senza dubbio più pratica e maneggevole in tal senso, ma pesa di più e spesso per prenderla dalle tasche bisogna comunque rallentare o fermarsi. Qualunque soluzione si decida di adottare, ricordatevi di bere tanto perché la disidratazione fa venire i crampetti!
Money Money. Tendenzialmente nelle strutture bisogna pagare in contanti e gli sportelli bancomat per ritirare soldi sono rari e situati solo nei centri abitati più grandi. Il mio consiglio è quindi quello di viaggiare con una buona quantità di cash. A proposito di acquisti, se viaggiate di domenica tenete conto che gli alimentari potrebbero essere, giustamente, chiusi.
Tracce per non perdersi. Nell’app SlowBi si trovano tutte le tracce dei diversi cammini e anche quelle delle varianti. Sono indicati i punti acqua e i servizi principali che si trovano lungo il percorso. Meglio installarla prima di partire e scaricare le tracce, in modo da poterle utilizzarle in modalità offline. Devo dire che questa applicazione è fatta molto bene e mi è stata molto utile. In ogni caso, penso che perdersi sia quasi impossibile perché il percorso è ben tracciato. L’unica parte che ho trovato un po’ più confusa è quella dell’ultima tappa, in quanto la vegetazione esplosa dopo le abbondanti piogge a volte oscurava la segnaletica.
Pericoli? No grazie. Sul Cammino di Oropa della Serra non ci sono particolari pericoli. L’unica cosa che mi sento di suggerire è di fare un po’ attenzione quando si passa nei pressi dei pascoli, perché se transitate vicino alle greggi i cani pastore potrebbero mostrarsi aggressivi e diventare anche pericolosi. Meglio informarsi prima sui comportamenti corretti da adottare in caso ve ne trovaste uno di fronte.
Per sentirmi più sicura, in quanto donna e sola, avevo portato con me uno spray al peperoncino, che comunque mi porto dietro anche quando esco la sera in città.
Il tratto più impegnativo del Cammino di Oropa della Serra è l’ultimo, se scegliete il sentiero D1. Se non siete molto allenati è consigliabile fare la variante della tramvia, che sale più dolcemente ed è comunque molto carina. È consigliabile scegliere questa variante anche in caso di pioggia, poiché il sentiero D1 potrebbe diventare pericoloso.
Credenziali che passione. Come in ogni cammino, esiste il passaporto del pellegrino da completare con i timbri delle varie località che si incontrano o a fine tappa. Ammettiamolo, quello del completamento del passaporto è un bellissimo gioco!
Per chi prenota attraverso il Centro Prenotazioni, di cui ho parlato sopra, il kit è gratuito. Altrimenti le credenziali possono essere ritirare, pagando 5 euro, presso i vari punti di ritiro che trovate indicati sul sito ufficiale. Io ho ritirato le mie credenziali alla Casa del Movimento Lento di Roppolo, dove ho alloggiato la prima notte. Altri viandanti sono passati di lì a ritirare le proprie. A proposito della Casa del Movimento Lento… se avete la possibilità di scegliere, cercate di alloggiarvi perché è davvero un luogo molto carino.
Presentando le credenziali complete a fine Cammino, si può ritirare il Testimonium, ovvero l’attestato ufficiale firmato dal rettore del Santuario di Oropa. Il Testimonium può essere richiesto all’ufficio Sante Messe, nel portico sul lato destro rispetto alla Basilica Antica del Santuario.
A passo lento. L’ultima cosa che mi sento di dire è che il Cammino non è una prestazione sportiva, in cui conta andare più veloce, arrivare prima o macinare più km al giorno (per poi magari vantarsene pure). Ho visto persone che quasi correvano, pur avendo tutto il tempo necessario per finire la tappa in giornata. Proprio perché le tappe non sono lunghe né complicate, il mio consiglio è quello di prendersela con calma. Certo, meglio partire presto per evitare le ore più calde in estate o il buio nella stagione più fredda (io per esempio ero sempre in fuga dalla pioggia che arrivava nel primo pomeriggio), però quello che conta del Cammino è proprio il tragitto, non il traguardo.
Percorrerlo da sola per me gli ha dato un valore aggiunto, ma ovviamente la bellezza della solitudine dipende dalle predisposizioni di ognuno o dal particolare momento della vita che si sta attraversando. Diciamo che questo tipo di itinerario si presta ad essere affrontato in solitaria ed è fattibile anche per i camminatori meno esperti.
Andando piano si ha la possibilità di osservare meglio i luoghi, entrarvi maggiormente in contatto, scoprire delle chicche o dei messaggi lasciati per i viandanti lungo il percorso e, perché no, scambiare quattro chiacchiere con gli abitanti. Il Cammino di Oropa della Serra, poi, è molto bello e quindi…godetevelo a passo lento!
Spero che le informazioni che ho umilmente dato possano essere utili a chi vuole approcciarsi al Cammino di Oropa della Serra; se avete ancora dubbi e domande scrivetemi su Facebook o su Instagram. E se decidete di partire…Buon Cammino!
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Il Cammino di Oropa è un itinerario, percorribile a piedi o in bici, che attraversa diversi tipi di ambienti e borghi che sembrano rimasti fermi nel tempo. Si parte da Santhià (Vercelli), in pianura, e dopo 65 km si raggiunge il famoso Santuario di Oropa e la sua Madonna Nera, a 1.159 metri di altitudine (biellese).
Mi sono messa in cammino da sola, con uno zaino troppo pesante e la mente affaticata da un periodo non troppo scintillante. Ho scelto di percorrere il Cammino di Oropa della Serra e di dividerlo in 4 tappe (è fattibile anche in 3) per darmi più tempo e camminare lentamente. L’ho scelto perché è molto vicino a casa e il punto di partenza è raggiungibile in treno, ma anche perché, essendo per la prima volta in solitaria, mi è sembrato un itinerario abbastanza semplice e ben organizzato. Sono partita all’inizio di giugno, in una primavera particolarmente fresca e piovosa, in un periodo in cui non c’erano molti pellegrini in cammino. Questi due elementi sono stati fondamentali: i colori della natura che si risveglia rigogliosa e il silenzio della solitudine quasi totale hanno reso la mia esperienza bellissima.
Scriverò maggiori dettagli pratici e organizzativi in un altro articolo, adesso invece do spazio al racconto di viaggio.
Campi di Santhià
Pannocchie e papaveri- Santhià
Campi di grano- Santhià
Risaie vercellese
Sosta del pellegrino
Castello di Roppolo
TAPPA 1: Da Santhià a Roppolo L’oro delle spighe di grano, il rosso dei papaveri, il verde della vegetazione e delle coltivazioni, il rumore dell’acqua dei canali di irrigazione…la prima tappa del Cammino di Oropa della Serra è stata un’esplosione di colori, scaldata dall’umidità dell’estate che fa capolino e bagnata da qualche goccia di pioggia.
Da Santhià a Roppolo, si cammina attraversando la pianura e dirigendosi verso le colline dell’anfiteatro morenico d’Ivrea. Cavaglià è il primo centro abitato che si incontra dopo la partenza, dove è possibile rifornirsi di cibo, acqua e fare sosta pipì. A fine tappa, Roppolo accoglie il viandante con il suo castello che si affaccia sul lago di Viverone e, nelle belle giornate, si può ammirare tutto l’arco alpino occidentale.
Nonostante sia una tappa prevalentemente pianeggiante e che pensavo non presentasse particolari attrattive, è stata comunque in grado di stupirmi. Anche i campi e la pianura hanno il loro fascino.
Il Castello di Roppolo è stato costruito sui resti di un’antica fortificazione del III d.C. e dal XIII in poi passò in mano a diverse famiglie nobili: prima gli Aymone di Cavaglià, poi i Bicheri, in seguito ancora ai Visconti, i Valperga e i Savoia. Da struttura fortificata passò quindi a dimora signorile. Attualmente è proprietà di un imprenditore francese e non è visitabile. Si narra che nell’800, dietro a un muro del castello, furono trovati i resti di un uomo all’interno di un’armatura. Probabilmente erano le ossa di un nobile locale (Bernardo Mazzè) che nel 1459 sarebbe stato catturato e murato vivo dal gentile Ludovico Valperga di Masino per motivi di rivalità amorosa. Solo il teschio dell’uomo non è andato perduto.
Roppolo è una manciata di case, non c’è un bar né la possibilità di ritirare dallo sportello bancomat. C’è una piccola piazza con il municipio, un alimentari (che la domenica è chiuso) e la Casa del Movimento Lento, l’associazione che ha tracciato il Cammino. La Casa del Movimento Lento è un angolo di pace, crocevia di pellegrini arrivati da ogni dove per raggiungere Oropa o per percorrere la via Francigena ( la prima tappa del Cammino di Oropa infatti percorre al contrario proprio la famosa via).
📍La mia traccia. Da Santhià a Roppolo, 16,5 km e 250 m. di dislivello circa. Su STRAVA e su WIKILOC.
Lago di Viverone
Serra di Ivrea
Chiesa di San Secondo Magnano
Chiesa di San Secondo Magnano
Ricetto di Magnano
TAPPA 2: Da Roppolo a Torrazzo (o Sala Biellese) * La seconda tappa “ufficiale” si conclude a Sala Biellese, ma per motivi logistici (possibilità di pernottamento) può essere fatta la variante fino a Torrazzo, accorciando quindi di un pochino.
Da Roppolo, mi sono incamminata tra le vie del paesino ancora addormentato la domenica mattina. Ho attraversato le vigne che si affacciano sul lago di Viverone, coperto da un’estiva foschia. Accompagnata da qualche zanzara, mi sono poi immersa nei bei boschi della Serra d’Ivrea, l’anfiteatro morenico più grande d’Europa. Nessun rumore, a parte il ronzio degli insetti, il gracidio dei rospi e il canto degli uccellini.
Il primo centro abitato che si incontra è Zimone, dove non ho notato particolari segni di vita. Essendo domenica, anche minimarket e bar erano chiusi.
Si arriva al Monastero di Bose, sede della comunità fondata da Enzo Bianchi, uno studente di 22 anni che nel 1965 decise di iniziare una nuova vita dedicandola alla preghiera. Dapprima si trasferì da solo, poi venne raggiunto da alcuni famigliari e da un pastore evangelico. Da quel momento la comunità si ampliò fino a contare un’ottantina di monaci e monache, di confessioni diverse, e a diventare un punto di riferimento per esperienze di natura ecumenica. I membri della comunità lavorano (agricoltura e artigianato) per sostenersi senza finanziamenti esterni.
Poco più avanti si incontra la Chiesa romanica di San Secondo e poi all’antico borgo di Magnano con il suo ricetto. Il ricetto è una struttura fortificata in uso in età medioevale, destinata alla conservazione di prodotti agricoli, bestiame e strumenti da lavoro. Non era quindi abitato, ma serviva in caso di attacco. Il ricetto di Magnano è del 1204, è ancora presente la torre, due portali in laterizio e la Casa della Comunità, una struttura più grande delle altre, con porticato e colonne cilindriche. Anche a Viverone si trova un antico ricetto, risalente al 1400, e insieme a quello di Magnano è uno dei pochi costruiti in collina.
A Magnano si può fare una sosta alla Locanda del Borgo Antico, per mangiare o prendere un caffè (qui si alloggia se si sceglie di fare il Cammino in solo 3 tappe).
Inseguita dalle nubi nere e dai tuoni, ho percorso a passo sostenuto i sentieri nei bellissimi boschi della Serra per arrivare a Torrazzo, un paese dove bisogna rallentare, se si è in auto, perché i bambini giocano ancora nelle strade, dove il telefono non prende ed è difficile trovare connessione internet. Le case del paese sono decorate con opere di arte contemporanea e fanno parte del Museo a Cielo Aperto di Torrazzo (Mat), progetto realizzato dall’associazione Arte in Fuga.
Sospesa nel tempo e nel silenzio, dopo una tappa in cui non ho incontrato anima viva, mi sono goduta ancora un po’ di solitudine, ascoltando la pioggia estiva dal porticato della chiesa, per poi cenare abbondantemente al Bocciodromo della Serra, unico locale dove ci si può sfamare.
📍La mia traccia. Da Roppolo a Torrazzo, 17km e 500 m. di dislivello circa. Su STRAVA e su WIKILOC.
Pineta Serra di Ivrea
Laghetto Cossavella
Museo minimo delle pietre della Serra
Donato, paese dell’acqua
Donato, paese dell’acqua
Pascoli nel biellese
Area verde
Sosta del pellegrino Casa Fiorita
Sosta del pellegrino Casa Fiorita
Panorama dal Santuario di Graglia
Giardini del Santuario di Graglia
TAPPA 3: da Torrazzo al Santuario di Graglia Il terzo giorno ho perso un po’ di tempo per recuperare le mie bacchette, dimenticate nel b&b, poiché a Torrazzo non riuscivo a prendere la linea con il cellulare e quindi, per rintracciare la proprietaria, ho dovuto mobilitare tutta la comunità attraverso il gentile aiuto della signora del negozio di alimentari (che poi è la stessa del bocciodromo). Risolto il piccolo problema, mi sono rimessa in cammino attraversando una silenziosa e bellissima pineta.
Sono arrivata al laghetto Cossavella, per poi percorrere la parte finale della Serra d’Ivrea. Si passa per il grazioso borgo di Donato, paese dell’acqua che scorre dalle storiche fontane; ogni fontana o lavatoio ha dei cartelli che raccontano la storia e la vita che girava intorno agli stessi. Perdete qualche minuto per leggerli! Per arrivare al borgo si percorre l’antica via Crosa, rimasta immutata nei secoli, lungo la quale si trova un bellissimo muro in pietra tramutato in un Museo delle pietre della Serra. Ogni tipo di pietra che compone il muro ha una targhetta esplicativa; vale la pena fermarsi a guardarlo.
Oltrepassato Donato, ci si immerge nei paesaggi delle Prealpi biellesi, tra pascoli e panorami che spaziano dal Monviso all’Appennino ligure. Si incontrano tanti boschi, fiumiciattoli e cascatelle, per poi giungere al Santuario di Graglia. Circa un chilometro prima di arrivare, colta dalla pioggia, mi sono riparata in una particolare sosta del pellegrino dal nome Casa Fiorita, ricolma di bambole, pupazzetti di ogni genere, spaventapasseri e anche qualche dono per i viandanti.
Il Santuario di Graglia, terminato nella seconda metà del 1700, accoglie i viandanti con le sue terrazze e i panorami stupendi, un bellissimo giardino e una cena del pellegrino da leccarsi i baffi. Dopo tre giorni di solitudine quasi totale, sono rientra un po’ nella civiltà ( a malincuore?) poiché a Graglia si incontrano tutti i viandanti per compiere l’ultima tappa.
📍La mia traccia. Da Torrazzo a Graglia, 16km e 600 m. di dislivello circa. Su STRAVA e su WIKILOC.
Panorama su Serra d’Ivrea dal Santuario di Graglia
Road to Sordevolo
Road to Sordevolo
Variante tramvia
Santuario di Oropa
Santuario di Oropa
TAPPA 4: da Graglia al Santuario di Oropa La quarta e ultima tappa è iniziata alle prime luci del giorno. L’obiettivo era arrivare a Oropa in tempo per pranzare con una bella polenta concia. Caffè dalla macchinetta (il martedì è il giorno di chiusura del bar), ultimo sguardo al paesaggio e poi a passo spedito giù per la mulattiera che unisce Graglia al primo centro abitato (e al primo bar) disponibile. Si cammina sul fianco del Mombarone, si attraversa il fiume Elvo e si risale fino al centro storico di Sordevolo, dove ho potuto finalmente fare colazione. Avevo una fame nera e non so per quale motivo mi è stata servita una brioche tagliata a metà, invece che intera (immaginate la mia espressione), quindi poi ho dovuto fare il bis.
Una scritta sul muro di una casa di Sordevolo recita “Torna il sole, non il tempo” e mi ha salutata mentre lasciavo il paese. Il cammino riprende tra boschi, pascoli e saliscendi vari. Una fontana del viandante gentilmente allestista da un privato, dona un po’ di sollievo dopo una salita abbastanza impegnativa, su asfalto e in pieno sole, in prossimità di Chiavolino. Tante sono le persone che lasciano messaggi o allestiscono angoli sosta sul cammino; molti quelli che vedono passare pellegrini quasi dentro la loro proprietà, ma ne approfittano per far due chiacchiere, per dare consiglio. “Meno male che c’è ancora qualcuno che passa di qui”. “Ti consiglio di fare la variante della tramvia, che è più bella.”
Sì, perché per arrivare a Oropa ci sono due varianti tra le quali scegliere: il sentiero D1, più impegnativo, e la variante della tramvia, più semplice. In caso di forti piogge, il D1 oltre che più faticoso potrebbe anche rivelarsi un po’ pericoloso, quindi meglio non fare cavolate. Io ho optato per la soluzione meno impegnativa, anche a causa del meteo abbastanza incerto. Si cammina lungo il sedime della vecchia tramvia di inizio ‘900 e si possono vedere ancora, tra la vegetazione molto rigogliosa, le gallerie, i ponti, i monconi dei tralicci della linea elettrica e le pietre della massicciata. Gli ultimi 500 metri li ho percorsi praticamente correndo, inseguita da nubi nere e tuoni. Ho raggiunto Oropa proprio quando ha iniziato a piovere e, nonostante il clima autunnale, è stata comunque una bella visione. Il Santuario di Oropa accoglie il viandante con la sua imponenza, con l’abbraccio delle montagne che lo circondano e la sua Madonna Nera.
Il Santuario di Oropa è un santuario mariano; secondo la tradizione fu fondato da Sant’Eusebio, vescovo di Vercelli nel IV secolo, il quale nelle valli vercellesi diffuse il Cristianesimo. Il Sacro Monte di Oropa fa parte parte dei Sacri Monti di Piemonte e Lombardia e dal 2003 è stato dichiarato Patrimonio Unesco. Nell’antichità queste montagne erano attraversate da viandanti che nel periodo estivo si mettevano in viaggio per lo più per motivi commerciali. Il Santuario non fu sempre come lo vediamo oggi; nel medioevo non era altro che una semplice chiesa circondata da altre piccole costruzioni adibite a rifugio. In quel periodo gli abitanti del biellese vi si recavano per chiedere una grazia o far proteggere il raccolto. Nel XVI invece si chiedeva di essere risparmiati dalla peste che affliggeva tutta Europa. Solo in seguito al giubileo del 1600 il Santuario di Oropa venne ampliato, diventando più simile a quello che conosciamo oggi. La realizzazione di una strada carrabile lo rese molto più raggiungibile e negli anni il complesso andò incontro ad altri ampliamenti. Attualmente il Santuario di Oropa si estende per un chilometro di lunghezza e dispone di 500 posti letto, che accolgono alcuni dei più di 400mila pellegrini che lo raggiungono ogni anno.
Anche se il Cammino di Oropa ha una forte matrice religiosa, sono sempre di più le persone che decidono di intraprenderlo per altri motivi. Qualsiasi siano le motivazioni, penso che sia un itinerario in grado di stupire ed emozionare nella sua semplicità…e che vale la pena percorrere lentamente.
📍La mia traccia. Da Graglia a Oropa, 16 km e 800 m. di dislivello circa. Su STRAVA e su WIKILOC.
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Pensando al Parco Nazionale del Gran Paradiso, forse qualcuno di voi lo potrebbe associare solo alla regione Valle d’Aosta, che in effetti sembra essere molto brava a promuovere le bellezze del suo territorio montano. In realtà, il parco nazionale più antico d’Italia (istituito nel 1922 come riserva reale sabauda, per garantire la sopravvivenza dello stambecco) si estende anche sul territorio piemontese, interessando alcuni comuni della provincia di Torino, tra cui Ceresole Reale, Noasca, Valprato Soana, Ronco Canavese, ecc. Il Gran Paradiso piemontese sembra però essere più riservato e non si dà molte arie, anche se in realtà racchiude dei luoghi meravigliosi, dove escursionisti, alpinisti e amanti della natura in generale possono trovare la loro pace.
Di seguito troverete alcuni itinerari percorribili a piedi, non troppo impegnativi, ma in grado di lasciarvi senza fiato per la loro bellezza.
Colle Leynir, dal Pian del Nivolet Dove Piemonte e Valle d’Aosta si incontrano, esplode tutta la bellezza del Colle del Nivolet, valico alpino a 2.641 metri, che divide la Valle dell’Orco e la Valsavarenche e che, con la sua strada tutta curve, fa sognare motociclisti e ciclisti. Da questo punto, oltre a poter godere di un panorama mozzafiato, partono diversi itinerari percorribili a piedi. Uno di questi è quello che porta al Colle Leynir, a ben 3.084 metri di altitudine. Partendo dal rifugio Savoia, il sentiero all’inizio sale dolcemente, passando accanto al Lago Rosset e addentrandosi in verdi prati che, andando avanti e salendo di quota, lasciano poi spazio a un paesaggio più pietroso. Il tratto finale del percorso è il più ripido e faticoso, ma non dura poi molto. Diciamo che salire circondati da un ambiente così bello, aiuta a non pensare al dislivello (che fa pure rima). Arrivati al Colle Leynir, la vista si apre sulle cime della Val di Rhêmes, in Valle d’Aosta, sul gruppo del Monte Bianco e sul Gran Paradiso. Una rosa dei venti aiuta a riconoscere le cime nei dintorni. Subito si avverte l’aria freschina dei 3.000 metri, quindi, per consumare il pranzo forse consiglierei di scendere e sfruttare gli accoglienti prati vista laghetti.
In breve Partenza: 2.532 m, Pian del Nivolet Arrivo: 3.084 m, Colle Leynir Dislivello: 560 m. circa Distanza: 10 km circa a/r Stagione consigliata: estate Traccia: scarica su STRAVA , WIKILOC o KOMOOT
Giro ad anello al rifugio Noaschetta e cascata di Noasca Il giro ad anello che porta al rifugio Noaschetta, in Valle Orco, è molto bello perché è molto vario. Si parte dal centro abitato di Noasca, dove si trova tra l’altro la cascata forse più “instagrammata” del Piemonte: dietro al suo getto d’acqua infatti si può passare a piedi, caratteristica che la rende alquanto suggestiva. Il sentiero per il rifugio inizia con un “rock garden” che sale su bello dritto e non spiana mai fino alla meta. Si susseguono rocce e “scale” come se non ci fosse un domani, che equivalgono a una settimana di squat in palestra. Dopo la rampa killer, si incontrano i caseggiati in pietra chiamati Case Sengi, e la vista si apre sulla valle…che non è niente male. Il rifugio Noaschetta e l’Alpe Lavassi si raggiungono dopo circa 1,40 h di salita costante. Per chiudere il giro ad anello si attraversa il torrente e si prende il sentiero che gli passa accanto e che non è molto consigliato in inverno proprio per la possibile presenza di ghiaccio, segnaletica non ben visibile e…una discesa bella ripida a picco sulla valle. Al termine della discesona esposta, si incontra il grazioso borgo Sassa, dove un cartello ci ricorda che la montagna è un modo di vivere la vita bla bla bla, e poi si prosegue in un bellissimo bosco di aghifoglie, che danno un po’ di sollievo ai piedi grazie al morbidissimo tappeto che creano gli aghi sul sentiero. Dopo diversi tornanti si rientra a Noasca percorrendo anche un tratto sulla strada asfaltata, dalla quale è ben visibile, sul tratto finale, la famosa cascata. Per chiudere in bellezza si può quindi raggiungerla attraverso una breve ma ripida salita, che parte proprio dalla strada principale.
In breve Partenza: 1.065 m, Noasca Arrivo: 1.540, Rifugio Noaschetta Dislivello: 600 m. circa Distanza: 8 km tutto l’anello Stagione consigliata: qualsiasi stagione, se non ha nevicato troppo Traccia: scarica su STRAVA , WIKILOC o KOMOOT
Lago di Dres, da Ceresole Reale Il Lago di Ceresole, importante bacino d’acqua artificiale della zona, richiama soprattutto nella bella stagione i visitatori in fuga dalla città e alla ricerca di un po’ di bellezza montana. Per questo motivo spesso le sue rive e le strade limitrofe sono invase da una miriade di persone. Da questa meta molto gettonata partono diversi sentieri, altrettanto frequentati dagli amanti dell’escursionismo. Uno di questi è rappresentato dall’itinerario che conduce al Lago di Dres, un specchio d’acqua di origine glaciale, immerso in un meraviglioso paesaggio su cui sovrastano le cime delle Levanne. Il percorso parte sul lato sud della diga di Ceresole e quindi si può lasciare la macchina presso l’Hotel Aquila Alpina, per poi attraversare la diga fino al lato opposto. Il sentiero che conduce al lago è ben segnalato, non presenta particolari difficoltà e si immerge in un meraviglioso bosco di conifere che, soprattutto in autunno, regalano un’esplosione di colori. Poco prima dell’arrivo al lago, si incontra un masso gigantesco, piovuto lì da chissà dove. Il rosso degli alberi in autunno, i riflessi dell’acqua, le cime imbiancate delle Levanne e, dall’altro lato, la visuale sul massiccio del Gran Paradiso, rendono questo luogo talmente bello che sembra di essere in un dipinto. E’ possibile fare il giro intorno al lago e, per tornare, compiere un percorso ad anello (vedi la traccia ai link di seguito).
In breve Partenza: Ceresole Reale, 1.557 m. Arrivo: Lago di Dres, 2.087 m. Dislivello: 600 m. circa Distanza: 13km anello completo Stagione consigliata: autunno Traccia: scarica su STRAVA , WIKILOC o KOMOOT
Non serve fare grandi dislivelli per trovare il paradiso, basta saper scegliere la meta giusta e farsi avvolgere dalla bellezza dei luoghi che, a volte, si nascondono proprio dietro casa nostra.
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Il confine tra volere volare e paura di cadere a volte può essere sottile. A me di norma piace stare con i piedi per terra, ma amo anche le grande vedute dall’alto.
Durante un mio viaggio in Carnia, Friuli Venezia Giulia, ho percorso in bici un tratto della famosa Panoramica delle Vette e, come suggerisce il nome, la sensazione è stata proprio quella di volare in alta quota. Nota per essere la strada carrozzabile più alta della regione, la Panoramica delle Vette è lunga circa 35km e unisce gli abitati di Comeglians e Ravascletto. Si può percorrere in moto, bici, a piedi e anche in macchina.
L’intero giro ad anello è particolarmente impegnativo e adatto ai ciclisti più allenati. Inizia a Comeglians con 13,5 km di strada asfaltata dalle pendenze rilevanti (i cartelli segnalano una pendenza del 10% ma secondo il mio modestissimo parere la percentuale potrebbe essere più alta). Poi si giunge al Rifugio Chiadinas, a 1.934 metri di altitudine, si prosegue su strada bianca e si scende verso Ravascletto, per poi chiudere l’anello. Il tratto più panoramico inizia proprio in prossimità del Rifugio Chiadinas e ha una lunghezza di circa 8km.
Ci troviamo sul Monte Crostis, Alpi Carniche, e la rete sentieristica per escursioni a piedi in questa zona è varia. Ma, viaggiando con un ciclista, ho dovuto mettere da parte le scarpe da trekking e il mio mood “montagna-schiappa” per indossare la classica tutina attillata con “pannolone” interno e caschetto.
A me sarebbe bastato partire dal suddetto rifugio, magari concedendomi prima o dopo una bella mangiata con prodotti tipici, ma il problema quando si viaggia con uno sportivo è che spesso il piacere del cibo viene messo in secondo piano e che bisogna sempre aggiungere dislivello. Quindi, con la scusa che la strada asfaltata era un po’ dismessa, abbiamo parcheggiato lungo i ripidi tornanti e abbiamo iniziato a pedalare sull’impietosa salita. Motivo per cui io giro con la bici elettrica.
Dal rifugio, la strada si fa sterrata, e inizia la vera e propria panoramica, che taglia a mezzacosta il pendio della montagna, regalando una vista spettacolare sui rilievi circostanti, tra cui il Monte Zoncolan. La strada è per lo più pianeggiante, con dolci saliscendi, ma essendo sterrata bisogna fare un po’ di attenzione. Non essendoci nessun parapetto, infatti, la sensazione che si ha è proprio quella di volare cullati da un lieve senso di vertigine.
Per chi ama spostarsi a piedi, invece, dal rifugio parte il sentiero cai 151 che in circa 40 minuti conduce alla croce di vetta del Monte Crostis, a quota 2.250 metri. Dalla sua cima si gode di un panorama meraviglioso su tutte le Alpi Carniche, sulle Alpi Giulie a est e sulle Dolomiti a ovest.
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“Ci siamo riunite con il buio, quando gli animali, i campi e gli anziani costretti a letto non avevano più necessità da soddisfare. Ho pensato che da sempre siamo abituate a essere definite attraverso il bisogno di qualcun altro. Anche adesso, siamo uscite dall’oblio solo perché servono le nostre gambe, le braccia, i dorsi irrobustiti dal lavoro. Nel fienile silenzioso, siamo occhi che inseguono altri occhi, in un cerchio di donne d’ogni età. C’è chi ha il figlio attaccato al seno. Qualcuna è poco più di una bambina, se di questi tempi è ancora ammesso esserlo, se in questa terra aspra che non concede mai nulla per nulla sia mai stato possibile esserlo.”
Ilaria Tuti, Fiore di Roccia
Gli scarpets di stoffa ai piedi e una pesante gerla sulle spalle. Così si vestiva la resilienza delle donne che, durante la Prima Guerra Mondiale, si inerpicavano su per gli impervi pendii della Carnia per portare armi, munizioni, medicine e viveri ai soldati al fronte. Erano le “portatrici” carniche, donne di casa o contadine, che risposero alla chiamata dell’esercito in cerca di volontari per trasportare rifornimenti nelle trincee. Ogni giorno, in qualsiasi stagione, salivano a piedi lungo i versanti del Pal Piccolo, Pal Grande, Freikofel, Cima Avostanis e Passo Pramosio. L’esistenza delle portatrici è stata spesso dimenticata nella narrazione della Storia ufficiale, che racconta solo le imprese degli uomini.
Sono stata in Carnia, nel nord del Friuli Venezia Giulia, alla ricerca delle tracce di queste eroine senza nome, dopo aver letto il libro di Ilaria Tuti, “Fiore di Roccia”; è un romanzo che vuole riportare alla luce la storia di queste donne, restituire loro la dignità e celebrarne il coraggio. Il fiore di roccia è la stella alpina, un fiore che resiste al duro ambiente della montagna e che i militari avrebbero donato alle portatrici proprio per la loro capacità di resistere alla fatica, al freddo, al pericolo.
È questo che siete. Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno, sospetto, di tenerci in vita.
Ilaria Tuti, Fiore di Roccia
Il racconto prende ispirazione dalla vera storia di Maria Plozner Mentil, portatrice di Timau, morta proprio durante una delle sue missioni, uccisa da un proiettile di un cecchino austro-ungarico. Maria Plozner Mentil divenne un simbolo. Oggi il suo feretro è custodito nell’Ossario di Timau, insieme ai resti dei numerosi soldati, e nel 1997 Oscar Luigi Scalfaro le conferì la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Nella piccola cittadina di Timau si trova un monumento dedicato alle portatrici ed è anche possibile visitare il Museo della Grande Guerra, dove c’è una sezione a loro dedicata. D’altronde, fu grazie a queste donne che il fronte italiano “Zona Carnia” non cedette mai, almeno fino alla sconfitta di Caporetto. Per questo meritano uno spazio nella Storia. Fuori dalla Carnia, però, il sacrificio delle portatrici è stato per lo più dimenticato.
Su queste cime, durante la Prima Guerra Mondiale, i soldati austriaci e italiani si sono scontrati duramente. L’uomo ha trasformato le aspre montagne della Carnia in gigantesche trincee. Si combatteva faccia a faccia, in equilibrio precario sulle vette. In particolare, la zona di confine nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico (Alta Valle del But), fu uno dei punti in cui si è combattuto maggiormente e tutt’oggi le montagne custodiscono la memoria di questo teatro di guerra. Sul Pal Piccolo, il dedalo di muretti di pietra che costituiva le trincee è stato trasformato in un vero e proprio museo a cielo aperto, che è possibile visitare se si è disposti a scarpinare un po’. E’ un luogo che lascia senza parole, un enorme e labirintico villaggio di pietra, con strutture militari italiane e austro-ungariche.
Così, dopo aver fatto colazione con i Krapfen del Panificio Silverio e allacciato gli scarponcini, abbiamo seguito il richiamo della Storia e ci siamo messi in cammino per raggiungere il Pal Piccolo e il suo museo. L’auto si lascia a Passo di Monte Croce Carnico (1360 m.) e ci si dirige a piedi verso il confine con l’Austria. Si segue l’indicazione “Kleiner Pal – MG Nase” che segna l’inizio del sentiero; dopo aver superato un piccolo piazzale con una pala eolica il percorso si immerge nella natura e inizia a salire, incontrando alcune caverne, casermette, una trincea coperta e un appostamento militare che prende il nome di “Naso delle Mitragliatrici”.
Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche, ma sale bello dritto senza pietà. La mente corre alle portatrici che, con ciabatte di stoffa e un carico pesante sulla schiena, facevano questa sfacchinata tutti i giorni, partendo da ben più lontano. La vetta si raggiunge, se si ha un passo spedito, in circa un’ora e mezza. Superate alcune gallerie, ci si ritrova in cima a 1860 m. di altitudine, dove si snodano i labirintici trinceramenti e camminamenti autro-ungarici e, poco distante, il Trincerone italiano. I due schieramenti sono talmente vicini che si confondono e rendono l’idea della durezza di quel conflitto. Il museo a cielo aperto del Pal Piccolo è immenso e per esplorarlo tutto serve tempo ed energia. E’ ben organizzato, con pannelli informativi e foto d’epoca.
Per tornare al Passo, punto di partenza, abbiamo chiuso il giro ad anello. Probabilmente si tratta del percorso più lungo, impervio e faticoso, ma a mio parere è anche il più suggestivo. Infatti, prendendo il sentiero CAI 401, si passa attraverso le trincee italiane, per poi scendere il pendio su un percorso ripido, roccioso, un po’ scalinato, che se umido può anche risultare scivoloso. Alcuni passaggi sono dotati di scalini di ferro e catene per tenersi. Sarà che il tempo quel giorno non era il massimo, ma non abbiamo incontrato esseri umani…solo camosci sospettosi e la natura incontaminata racchiusa tra impressionanti pareti rocciose. Il giro ad anello totale è lungo circa 8km e ha un dislivello complessivo di circa 550 metri. Nonostante il poco dislivello, non è un percorso da sottovalutare.
Quella al Pal Piccolo non è stata solo un’escursione, ma un vero e proprio tuffo nel passato. Il silenzio e l’immobilità che avvolgono la cima donano a questo luogo un qualcosa di sacro. Toccare con mano le trincee della Prima Guerra Mondiale, perdersi nell’incredibile opera ingegneristica dell’uomo, immaginare la fatica, la fame, il dolore che scorreva a fiumi su queste vette, è davvero un’esperienza potente. Percorrere gli impervi sentieri di montagna, seguendo le orme delle donne portatrici, fa capire quanto grande fu l’abnegazione e il sacrificio in nome della Patria.
Conosciamo queste montagne più di chiunque altro, le abbiamo salite e scese tante volte. Sapremo proteggerci, se necessario. Del resto sono consapevole: se non rispondiamo noi donne a questo grido d’aiuto, non lo farà nessun altro. Non c’è nessun altro.
Ilaria Tuti, Fiore di Roccia
Dedico questo articolo ad Annamaria, che mi ha fatto conoscere la storia e i sentieri delle portatrici e che è, anche lei, un fiore di roccia.
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Alert! Questo articolo apparteneva a un mio vecchio blog, pertanto le informazioni che trovate potrebbero non essere aggiornate.Le foto non sono mie, ma sono state scattate dal mio compagno di viaggio M. Cucciniello.
Nello scorso articolo vi ho parlato di come le caratteristiche del territorio di Lanzarote siano uniche e di come i suoi elementi naturali siano protagonisti indiscussi del paesaggio. Dopo aver esplorato l’anima di fuoco e terra vulcanica dell’isola, proseguiamo il nostro viaggio on the road alla ricerca di altri due elementi fondamentali e indissolubili: acqua e aria.
Jameos del Agua Il sito Jameos del Agua in origine non era altro che una serie di grotte e tunnel creati dalle colate laviche dei vulcani in eruzione. Alcune parti di esse nel corso degli anni sono crollate creando dei fori (jameos) dai quali filtra la luce. Cesar Manrique, noto artista originario di Lanzarote, ha colto il potenziale di questo luogo e ha dato vita a una vera e propria opera di architettura in cui la conformazione morfologica naturale e l’elemento artificiale si fondono. In questo luogo è presente un lago naturale, all’interno di una caverna, che è la dimora di una specie di granchio albino unico al mondo. Qui si trovano anche un delizioso giardino botanico, un ristorante, il museo La Casa de los Volcanes e addirittura un Auditorium scavato nelle rocce.
Vamos a la playa! Trattandosi di un’isola, è ovvio che l’elemento predominante di Lanzarote sia l’acqua, per la precisione l’oceano…affascinante, cristallino, ma indubbiamente più freddo del nostro Mediterraneo. Il vento schiaffeggia con forza le coste, pertanto è possibile trovare onde alte e mareggiate. Le spiagge sono tante e ciascuna ha delle caratteristiche particolari, quindi vale la pena esplorarle…il mare a Lanzarote non annoia.
Sicuramente una delle più belle location marittime è rappresentate dalla Riserva Naturale di Punta del Papagayo, dove si trovano Playa del Papagayo e Playa de las Mujeres, con la loro sabbia finissima e dorata. Anche se la temperatura dell’acqua e il vento potrebbero non invogliare alla balneazione, è davvero rigenerante far sprofondare i piedi nella morbida sabbia e ammirare la bellezza del litorale dalle scogliere.
Anche El Golfo, romantico borgo di ex pescatori, e il suo Charco de los Clicos, un lago verde, sono un luoghi singolari. La laguna è nata da una antico cratere vulcanico che poi è sprofondato e si è riempito di acqua marina. In questa pozza ricca di sali minerali di origine vulcanica hanno prosperato organismi vegetali ed alghe che, per l’appunto, danno all’acqua questo particolare colore. Qui è stata scattata la fotografia della locandina del film “Un milione di anni fa” del 1966. Poco lontano dal El Golfo si trova la suggestiva scogliera de Los Hervideros, chiamata così per il rumore e la nebbiolina che si creano dall’impatto delle onde con le rocce, e le Saline de Janubio. Queste ultime, collocate in una laguna originata (tanto per cambiare) da eruzioni vulcaniche, sono una preziosa testimonianza dello sforzo dell’uomo per dominare la natura selvaggia e ricavarne dei frutti. L’oro bianco, il sale, è stato infatti un importante mezzo di sostentamento per l’isola nel passato; ad oggi le saline sono ancora in uso e regalano ai visitatori bellissimi scorci, soprattutto al crepuscolo, quando il sole si specchia nell’acqua e si crea un gioco di luci e vapori.
La vera perla incastonata nel blu dell’oceano di Lanzarote è La Graciosa. Si tratta di un isolotto abitato solo da poche centinaia di persone, situato a nord di Lanzarote e raggiungibile con un traghetto che spesso sfida le non troppo dolci onde oceaniche. Il porticciolo di La Graciosa, Caleta de Sebo, sembra un villaggio disperso nel deserto, alle spalle del quale si trovano circa 27km di terre sabbiose, nonché cinque coni vulcanici.
Dal villaggio di pescatori di Orzola partono i traghetti che portano a La Graciosa per un’escursione giornaliera. Vi è anche la possibilità di soggiornavi, ma di solito si fermano più giorni solo i surfisti in cerca delle migliori onde del mondo. Il viaggio in traghetto, a seconda del vento e delle condizioni del mare, può trasformarsi in una specie di attrazione da luna park. Così è stato il nostro caso: le onde alte giocavano con l’imbarcazione facendola ballonzolare su e giù e, a volte, inondandola. Io urlavo come una bambina sulle montagne russe, sebbene normalmente non soffra il mal di mare, facendo divertire le vecchiette inglesi sedute vicino a me, le quali timidamente ridacchiavano portando la mano alla bocca. Dopo questi 20 minuti (Forse di meno? Forse di più?) di adrenalina, strisciando le gambe e con le viscere rivoltate, siamo giunti sani e salvi a destinazione.
Arrivati a Caleta de Sebo si aprono diverse opzioni. Se siete camminatori potete raggiungere a piedi, in 30 minuti, Playa Francesca, la spiaggetta più vicina. Se invece volete avere la possibilità di muovervi per esplorare le altre meravigliose spiagge di sabbia dorata, ci sono altre due alternative. I turisti normali (o non troppo ginnici) scelgono il servizio di tour in jeep, che fa tappa nelle principali spiagge dell’isola. Se invece siete ginnici, o masochisti, o di quelli che “crediamo di essere abbastanza ginnici”, c’è la possibilità di affittare una mountain bike per sentirsi più in libertà. Bell’idea vero? Certo….Fino a quando non scoprite che le strade non sono asfaltate, ma bensì piene di sabbia (nella prima parte) e rocce (nella seconda), che rischiano di farvi volare con la bici o bucare. Quando si prende coscienza del fatto che sulla sabbia è molto difficile procedere su due ruote, è già troppo tardi….si è a un quarto del percorso, con la pashmina avvolta tipo burka per proteggersi dal vento e dalla sabbia voltante, c’è caldo e una grande motivazione a raggiungere il mare.
Fatica a parte, la bellezza di questo paradiso naturale ripaga lo sforzo e le sofferenze della sabbia negli occhi. Le spiagge nella parte settentrionale dell’isola La Graciosa sono la Playa de las Conchas e la Playa Lambra. Lungo il percorso si possono fare delle piccole deviazioni per vedere altre calette, ma bisogna stare attenti all’orario. Se con la fantastica bici scassata si vuole fare il giro dell’isola, bisogna valutare bene i tempi per arrivare al porto in tempo per prendere il traghetto/luna park di ritorno.
La Graciosa si può ammirare anche dall’alto, raggiungendo il Mirador del Rio, un belvedere incastonato nelle rocce, situato a 474 m., dove ha lasciato lo zampino Cesar Manrique. Questa postazione panoramica sa sorprendere perché ancora una volta l’artista e architetto canario ha saputo adattarsi al contesto naturale per creare una location altamente suggestiva e originale, a misura di turista.
Dal Mirador si può scendere verso il promontorio di Famara, dove si trova l’omonima spiaggia, patria dei surfisti, ma non solo. Grazie al vento e alle onde costanti, in questa parte di costa si possono praticare diversi sport acquatici e aerei, come parapendio e deltaplano. Noi, stanchi dal vento gelido che non ha smesso un attimo di soffiare, ci siamo appollaiati tra alcune rocce e arbusti in cerca di riposo, guardando i surfisti che sfidavano le onde alla luce del tramonto. Restando fermi piano piano siamo stati letteralmente ricoperti di sabbia volante che ci ha fatto definitivamente maledire il vento! Forse la cosa positiva della sua costante presenza è che le sdraio e gli ombrelloni non hanno lunga vita sulle spiagge di Lanzarote, che così restano incontaminate, belle, selvagge…in to the wild!
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