Ho capito che ogni sito inca ha un comune denominatore: scale, scale e scale. Le scale inca che si arrampicano sui ripidi pendii andini hanno rappresentato la mia unica attività sportiva del mio anno peruviano e posso assicurarvi che, dopo aver visitato le varie rovine del Valle Sagrado, per un po’ di Incas e scale non se ne vuole più sentire parlare.
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Il mondo di sotto di Potosì: viaggio in una miniera boliviana
Arrivati al punto prescelto, la guida si è allontanata in un punto più lontano e buio, dicendoci di non muoverci e di stare attenti. Stare attenti. Per “stare attenti” non avremmo dovuto partecipare a una vera esplosione di dinamite in miniera. Io mi sono messa a terra, accucciata, con le dita ficcate nelle orecchie che quasi mi toccavo i timpani, con gli occhi chiusi e pregando il Tio.
BOOOOOM. A un certo punto il boato…
La prima cosa che farai (diari dal covid)
Quando abbiamo iniziato a vedere i messaggi “Andrà tutto bene” con l’arcobaleno sulle lenzuola appese alle finestre, non sapevamo ancora che gli “abitanti dei balconi” si sarebbero trasformati da figli dei fiori che cantano Rino Gaetano a giustizieri della notte..
Sono un bambino. Sono un lavoratore. E lotto.
Maria non si era mai vista in una foto. La sua prima foto gliela scattai e regalai io. Aveva 15 anni ed era la Dirigente del gruppo NNATS, bambini e adolescenti lavoratori organizzati.
Ica, tornare a casa.
Casa è quel luogo in cui riesci ad entrare in contatto con te stesso, a riconoscerti. Magari puoi andare via, allontanarti per anni, ma quanto torni è come se non te ne fossi mai andato. E tornarci, è come ritrovarsi.
Natale in acido
“Io non la voglio fare la recita di Natale!”. Ovviamente, le maestre si risentirono e mia madre mi ci mandò a calci nel sedere. Mi ci avrebbe mandata a calci nel sedere anche con la febbre a 40. Qualche anno dopo scoprii il perché. Le recite di Natale rientrano in un piano educativo più ampio: l’educazione all’umiliazione pubblica.
Salar de Uyuni: il cuore di sale della Bolivia
Io e la mia compagna di viaggio, per sopravvivere al freddo, abbiamo adottato la filosofia del “punkabbestia che si lava il minimo indispensabile”, tipo schizzandoci acqua gelida addosso o ricorrendo alle salviette umidificate (fondamentali), per dare una parvenza di donnina profumata. Ma la cosa bella è che alla fine tutti i viaggiatori sono più o meno della stessa filosofia e ci si vuole bene lo stesso.
Viaggi hard-core. Direzione Uyuni.
A un certo punto della notte, l’autobus si è fermato. L’autista ha iniziato a gridare svegliando tutti i viaggiatori dormienti: “Fuoriiiiii!Fuoriiii tutti!” gridava.
Intontiti e infreddoliti, avvolti in coperte che venivano fornite per sopravvivere al gelo, siamo scesi tutti con aria perplessa. E fu allora che abbiamo scoperto che il gigantesco bus a due piani si era impantanato in una specie di fanghiglia simile alle sabbie mobili. “Y ahora, todos a empujar!”, ha ordinato autoritario l’autista. “E ora tutti a spingere!”.
La Paz. Punto di partenza.
La Paz, città variopinta e multiforme, è dominata dal caos. E’ una città viva, pulsante, un’anima combattente incastonata nella Bolivia andina. E’ un cuore indigeno, tra l’urbano e il rurale, cosparso di messaggi sincretici di ogni tipo; si vedono ovunque per strada… nei disegni, nei murales o negli adesivi dei minibus, dove Gesù, Che Guevara ed Evo Morales si trovavano spesso uniti in un comune messaggio salvifico.