Lanzarote, viaggio sull’isola del fuoco

Alert! Questo articolo apparteneva a un mio vecchio blog, pertanto le informazioni che trovate potrebbero non essere aggiornate. Le foto non sono mie, ma sono state scattate dal mio compagno di viaggio M. Cucciniello.

Andate alle Canarie dicevano, c’è sempre caldo e sole, dicevano.
Così, dopo un lungo inverno nella metropoli torinese, abbiamo osservato sulla mappa l’arcipelago canario cercando di capire quale delle splendide isole poteva fare più a caso nostro per una breve vacanza lontano dal traffico e dall’umanità. In Italia era marzo e l’estate era ancora lontana, le nostre ossa inumidite dal freddo e dalle piogge avevano bisogno di scaldarsi un po’, possibilmente in un luogo a scarsa probabilità di pioggia.
La scelta è ricaduta su Lanzarote, l’isoletta più a nord-est dell’arcipelago spagnolo, che dall’immagine di google maps sembra un mucchio di sassolini sparsi nell’oceano.

I punti a favore erano diversi.
Innanzitutto, Lanzarote non è molto grande, quindi è la meta adatta per chi ama esplorare e ha poco tempo a disposizione. Inoltre, il clima dovrebbe essere sempre caldo e soleggiato, con scarse possibilità di pioggia, tranne se viaggiate in mia compagnia ovviamente (l’unico giorno caldo è stato quello in cui dovevamo ripartire per l’Italia).

Lanzarote è l’isola più “selvaggia”, desertica e meno intaccata dal turismo di massa. Non ci sono infatti eco-mostri turistici perché vige il divieto di costruire strutture alte.
E’ patria dello scrittore Saramago e di Cesar Manrique, artista contemporaneo molto attivo, che ha donato all’isola un tocco culturale e artistico “a misura di turista” senza impattare negativamente sull’ambiente naturale.

È infatti la natura a farla da padrona a Lanzarote. I quattro elementi naturali (acqua, aria, terra, fuoco) si fondono creando un quadro di colori e sfumature contrastanti.
Proprio seguendo il filo conduttore dei quattro elementi voglio raccontarvi Lanzarote, così come l’ho conosciuta io.

FUOCO!
Lanzarote è un’isola vulcanica e la sua fisionomia è stata plasmata da una serie di violente eruzioni iniziate nell’anno 1730. Esplorando l’isola in sella alla nostra macchina a noleggio, percorrendo strade ampie e dritte senza scorgere anima viva alcuna, abbiamo avuto la sensazione di essere su un altro pianeta. Il paesaggio lunare di terra brulla, le cui sfumature vanno dal nero al rosso, è insolito e affascinante. Le montagne di terra rossiccia che fanno da cornice a questa atmosfera, sembrano quasi vecchi bestioni dormienti, sotto cui ribolle ancora il fuoco e sopra ai quali i raggi del sole si adagiano creando particolari giochi di luce.

Visitare il Parco Nazionale Timanfaya è una tappa obbligatoria per rendersi conto di quanto la forza della natura possa essere stravolgente. E’ possibile visitarlo attraverso dei tour organizzati in autobus, che accompagnano i turisti tra le montagne vulcaniche trasmettendo anche una particolare musica a tema stile “2001. Odissea nello spazio”. Sembra quasi di essere astronauti in esplorazione su Marte e infatti proprio qui Kubrick girò alcune scene del suo famoso film.
Per i più avventurosi vi è anche la possibilità di scegliere dei tour di trekking, ma non è stato il nostro caso.

Tornati alla base dopo la visita, è possibile assistere ad alcuni spettacolini che dimostrano quanto sia calda la terra sotto la superficie. Inoltre, un ristorante propone piatti di carne arrostita direttamente con il calore della terra, che risale su da una specie di pozzo sul quale è posizionata la griglia. Ovviamente si tratta di una “turistata”, ma come non cedere alla tentazione di provare delle profumate cosce di pollo cucinate con il calore di un vero vulcano? Sono quelle cose che poi puoi raccontare ad amici e parenti come se fossi il più figo del mondo.

TERRA!
Lanzarote è anche terra… Tanta terra sotto forma di rocce vulcaniche, di sabbia che il vento fa volare negli occhi, ma anche terra nera di coltivazioni. E che mai si potrà coltivare su una terra quasi mai bagnata dalla pioggia, una terra arida di formazione vulcanica?

Beh, gli abitanti dell’isola hanno necessariamente dovuto trovare una soluzione agricola per dominare quella natura così selvaggia. Oltre agli innumerevoli cactus di aloe vera e alle patate, la vera chicca dell’isola è probabilmente la coltivazione della vite e la conseguente produzione di vino.

Allontaniamoci dall’immagine delle vigne delle Langhe, che scendono lievi dalle colline, per scoprire un’altra particolare forma di viticoltura.
La zona dell’isola in cui si pratica questa attività produttiva prende il nome di La Geria. Le vigne consistono in una serie di scavi circolari nella terra nera, ognuno dei quali ospita una pianta di vite, protetta dal vento grazie a dei muretti in pietra. Da queste vigne nella terra vulcanica nasce la Malvasia, un vino che si può degustare visitando le tante cantine a disposizione che propongono dei tour con degustazione di vino e formaggi.

Ma cosa succede quando fuoco e terra si incontrano?

Probabilmente il luogo che più risponde a questa domanda è la Cueva de los verdes, una grotta che si è formata dal tubo lavico creato dall’eruzione del vulcano Monte Corona. Le sue viscere si snodano in una serie di gallerie sovrapposte che ospitano lagune sotterranee. Si dice che questo posto è stato rifugio per gli abitanti di Lanzarote durante gli attacchi dei pirati.

La visita di questa grotta è altamente consigliata e mi sento di dire che lo scherzo finale proposto dalle guide sarà in grado di farvi concludere l’esplorazione a bocca aperta…ma non posso svelarvi il segreto perché non vorrei privarvi dall’effetto sorpresa nel caso vi capitasse di andarci!

Durante il tour sotterraneo sono stata un po’ rincuorata dall’affermazione della guida, che ci parlava della natura desertica dell’isola; il fatto che non piova quasi mai permette alla grotta di mantenere la sua particolare conformazione.

È forse quindi l’isola ideale per me, portatrice sana di pioggia?
Ecco…beh….Una volta usciti dalla grotta …in effetti…ha iniziato a piovere.
In questo caso il tour della Malvasia potrebbe tornare utile!

Il viaggio on the road sulla più selvaggia isola delle Canarie continua…nel prossimo articolo!

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In montagna con gusto: escursioni invernali con tappa in rifugio

La montagna è di tutti, ma ognuno ha la sua vetta.
Oltre agli escursionisti livello Pro, che si arrampicano come stambecchi su per i pendii in qualsiasi stagione, esistono anche gli umili camminatori che si dedicano a escursioni meno impegnative e che sono soddisfatti anche senza macinare grandi dislivelli.
L’importante per loro è fuggire dalla città, immergersi nella splendida cornice naturale delle montagne e, quando c’è, ripararsi dal freddo pungente dell’inverno in un bel rifugio.
Tempo fa, avevo scritto un articolo su alcuni itinerari di media difficoltà, con arrivo rifugio, nelle valli del torinese. In questo sequel ve ne suggerisco altri: sono escursioni semplici che però regalano bellissimi paesaggi.

Monte Freidour e Rifugio Melano (Val Noce)
Il rifugio Melano, conosciuto anche come Casa Canada, si trova nel comune di Frossasco, in Val Noce, ad un’altitudine di soli 1.060 metri. E’ situato ai piedi dell’imponente Rocca Sbarua, nota palestra di arrampicata.
Originariamente il rifugio era costituito da una struttura semplice in metallo, che solo successivamente fu sostituita con quella attuale. Quest’ultima era stata realizzata apposta per le Olimpiadi invernali di Torino del 2006 e fu utilizzata come punto di appoggio della rappresentanza canadese, in piazza Valdo Fusi. Da qui viene il secondo nome Casa Canada del rifugio. La struttura è molto bella, costruita interamente in legno di pino canadese (appartenente a piante malate) e con grandi vetrate.

Raggiungere il rifugio Melano è estremamente facile. Lasciando l’auto presso la borgata Dairin (nei pressi di Talucco, località Crò) si procede a piedi per un sentiero per lo più pianeggiante che non presenta difficoltà. Dapprima si arriva al Colle Ciardonet, dove è presente anche un’area pic nic, poi si prosegue lungo una strada sterrata che attraversa un bel bosco di latifoglie e conifere e che segue la via delle carbonaie (con annessi pannelli informativi sulla storia della lavorazione del carbone). Si incontra poi un bivio e sulla destra inizia un sentiero che in pochi minuti fa raggiungere la meta. La durata complessiva del tragitto è di circa 30 minuti. Data la facilità del percorso, adatto a bambini e persone non abituate a camminare, il rifugio risulta essere sempre molto frequentato.

Un’altra possibilità per arrivare a Casa Canada, facendo un giro un po’ più lungo e impegnativo, è raggiungere la cima del Monte Freidour (in questo caso al bivio precedentemente citato non si svolta a destra ma si prosegue dritto) a 1.451 metri, da dove si può ammirare un panorama mozzafiato sulla pianura Pinerolese, sul Monviso e sull’intero arco alpino.
Il Monte Freidour è conosciuto per le sue imponenti rocce, tra le quali appunto Rocca Sbarua (la roccia che spaventa); sulla sua vetta c’è un monumento in acciaio chiamato “Ali come vele”, dedicato alle vittime di un incidente aereo del 1944.
Per tornare, facendo tappa al rifugio, si può fare un giro ad anello seguendo le indicazioni per il Monte Tre Denti.
Questa seconda parte del tragitto (dalla cima al rifugio) è in discesa molto ripida su un terreno sconnesso, pertanto bisogna essere un po’ attenti e agili; l’itinerario è però alquanto suggestivo poiché passa tra le impressionanti pareti di roccia del monte. Da segnalare anche la bellezza del cosiddetto “bosco dell’impero”, un bosco misto con prevalenza di faggi e betulle.
Il giro ad anello ha una lunghezza di 10 km totali per 500 metri di dislivello circa.

A questo link potete scaricare la traccia del giro ad anello sul mio profilo Strava, mentre per avere maggiori informazioni potete visitare il sito ufficiale del rifugio.



Cima Bossola (Valchiusella)
Cima Bossola è una cima facile da raggiungere ma allo stesso tempo molto panoramica. Si trova in Valchiusella, in località Rueglio, ha un’altitudine di 1.510 metri e dalla sua vetta si ha una visuale sulla Valchiusella, sull’Anfiteatro Morenico d’Ivrea e sulla pianura del torinese.
Oltre ad essere un’escursione adatta a qualsiasi stagione (in particolare a maggio risulta particolarmente suggestiva per la fioritura dei narcisi), si presta a diverse opzioni di itinerario, con altrettanti punti di partenza.
Io sono partita dal rifugio Cima Bossola, recentemente riaperto dopo un periodo di chiusura. [N.B. il rifugio dove ci si può scaldare e rifocillare si trova quindi all’inizio del percorso e non alla fine, ma non essendo un giro molto lungo si può comunque riuscire a salire e scendere per l’ora di pranzo.]
Dal rifugio si può prendere la strada sterrata, che sale più dolcemente e passa per la Statua di Nostra Signora di Palestina, oppure imboccare il sentiero che sale su bello dritto e impietoso, per poi ricongiungersi alla strada sterrata che porta all’agglomerato di baite chiamato Tre Cascine. Si può scegliere se arrivare alla cima seguendo sempre questa strada, più lunga e semplice, oppure se tagliare passando per la cresta, prendendo una sorta di sentiero che sale in maniera decisa. Dopo essere arrivati alla vetta, si può decidere di scendere per lo stesso tragitto o variare scegliendo quello non fatto all’andata. Il mio consiglio è di salire attraverso il sentiero più ripido e di scendere attraverso la sterrata, passando per Tre Cascine, perché il dislivello è più dolce e non si rischia di affaticare le giunture.
Il dislivello complessivo dell’escursione è di 400 metri, per circa 6km, a seconda della strada che si prende.

Il rifugio non ha un sito web ufficiale. A questo link si può scaricare la traccia di una delle escursioni che ho fatto io dal mio profilo Strava, ma sul web si trovano tante diverse opzioni: https://www.strava.com/activities/6122021276 ,

Palazzina Sertorio- Osservatorio per l’ambiente alpino (Val Sangone)
La Palazzina Sertorio si trova in Val Sangone a 1.454 metri di altitudine. I gestori sono gli ex architetti Claudia e Fabrizio, gli stessi del Fontana Mura, di cui ho parlato nel precedente articolo dedicato ai rifugi.
Questo luogo, immerso in un suggestivo bosco, è ricco di storia. L’edificio fu costruito nel 1909 dal cavaliere Luchino Sertorio, proprietario della Cartiera di Coazze; nacque come una palazzina di caccia (distrutta da una valanga e poi ricostruita), fu sede di scontri tra partigiani e tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale e nel 1988 fu comprato all’asta dalla Comunità Montana della Val Sangone.
La struttura messa a nuovo fu inaugurata solo ne 2008 ed è gestita come rifugio escursionistico dal 2010.
La Palazzina è aperta tutto l’anno ed è facilmente raggiungibile anche in inverno. Si trova sullo stesso percorso che porta al rifugio Fontana Mura, situato più in alto. Il dislivello è di appena 280 metri in circa 3,80 km, pertanto il percorso risulta adatto anche a persone poco allenate e a famiglie con bambini.

Per avere maggior informazioni sulle attività proposte dal rifugio e su come si può raggiungere, rimando al sito ufficiale della Palazzina Sertorio.

Il viaggio tra le montagne piemontesi e i suoi rifugi alpini non finisce qui. Per scoprirli, segui il mio blog e suoi canali social.

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Borgio Verezzi, la finestra dei sogni tra cielo e mare

Ci sono luoghi in cui i ricordi e i sogni si fondono, tanto che ciò che è vero non si distingue più da quello che non lo è; ciò che non possiedi lo senti comunque un po’ tuo.

Ogni volta che passo da questo angolo di mondo sospeso sulla costa ligure, il piccolo borgo di Verezzi, mi immagino seduta a questo tavolo di pietra, ancora in pigiama, bevendo un caffè; oppure la sera a innamorarmi del tramonto che non è mai uguale. L’ho pensato talmente tante volte, che mi sembra quasi di esserci stata davvero.
La casa dei sogni, la casa dei ricordi. Che differenza c’è?

Invece sono solo una spettatrice, su questa balconata sul mare, decorata con gusto proprio per essere incantevole: si tratta infatti di un b&b, di nome Ca’ Rosa, che si trova appunto in uno dei borghi più belli d’Italia e della Liguria.
Penso che sia anche uno dei b&b più fotografati, da villeggianti e passanti, proprio per i suoi esterni, ornati con oggetti dei vecchi tempi e lo scheletro di una finestra, proprio la finestra dei sogni che si affaccia sul golfo.

Borgio Verezzi è un piccolo comune della costa ligure, in provincia di Savona, collocato tra Finale Ligure e Pietra. Si divide in due frazioni: Borgio e Verezzi.
La prima è sede comunale ed è il centro abitato vero e proprio, più moderno, che si affaccia sul mare e può vantare la presenza delle famose grotte di Borgio Verezzi, cavità carsiche di forte interesse turistico.
Verezzi invece rimane aggrappata alla collina e il mare lo osserva dall’alto.

Il borgo di Verezzi pare sospeso nel tempo, con le sue case di pietra dai tetti a terrazza, i muretti e le viuzze acciottolate (le cosidette crêuze) che si inerpicano per la collina. Dove un tempo passavano i carretti trainati dai cavalli, adesso sfrecciano le gloriose Ape car, mezzo indispensabile per i locals liguri. La pianta del paese è medioevale, ma si percepisce l’influenza araba: si narra che i pirati saraceni si innamorarono di questo luogo e qui si fermarono per un po’, rinunciarono ai loro affari.



Ognuna delle quattro borgate di Verezzi (Poggio, Piazza, Roccaro e Crosa) nasconde le proprie perle.
Nella borgata Crosa, per esempio, c’è il Mulino Fenicio, struttura unica nel suo genere, in quanto presenta pale interne mosse dal vento, che qui entra dalle tante feritoie dell’edificio.
Nella parte alta della collina, si trovano la chiesa parrocchiale di San Martino Vescovo e il Santuario di Maria Regina; qui dal 1982 è stata collocata la cosiddetta Campana della Mamma, la quale ogni sera alle 19 suona in ricordo delle madri scomparse.
Il centro del paese è famoso per la sua piazzetta Sant’Agostino, una vera e propria terrazza sul mare, dove dal 1967 si svolge ogni estate il festival teatrale; la graziosa piazza è costruita con la tipica pietra rosa di Verezzi.

Il vero piacere che regala questo borgo è quello di poter vagabondare e perdersi per i caruggi e le crêuze, ammirare gli infinti scorci, scoprire gli antichi portoni, le arcate dei portici, i lavatoi, i terrazzamenti a picco sul mare…respirare il passato e godersi un po’ di silenzio (flusso turistico permettendo).

Camminare tra cielo e mare
I due centri abitati, Borgio e Verezzi, si trovano all’interno di un contesto ambientale degno di nota per bellezza e varietà. Al di là del mare, che conserva il suo fascino anche nelle stagioni più fredde, sulla collina esplode rigogliosa la natura, con la sua macchia mediterranea e le impervie pareti rocciose che nascondono grotte (come le sopracitate grotte di Borgio Verezzi e la Caverna delle Arene Candide), falesie e anfratti vari.

Come nel caso di Finalborgo, il territorio risulta particolarmente indicato per attività sportive quali la mountain bike e l’arrampicata, ma anche chi ama camminare può trovare degli itinerari interessanti.

Tra Borgio e Verezzi infatti si snodano diversi percorsi da fare a piedi: il Sentiero Natura, quello Cultura, il Geologico, gli Antichi percorsi rurali e il sentiero dei Carri Matti.
Al contrario dei sentieri non propriamente turistici che spesso in Liguria risultano non ben segnalati e resi inaccessibili dai rovi, questi sentieri sono curati, ben segnati e risultano adatti anche a persone non propriamente allenate, in quanto presentano poco dislivello e sono privi di particolari difficoltà tecniche.
Il piacere di muoversi, inoltre, incontra il piacere della scoperta grazie ai pannelli informativi e alle tappe in punti di interesse specifici.

Per i dettagli tecnici e le informazioni sui diversi sentieri rimando al sito Visit Borgio Verezzi, dove, oltre a poter scaricare le descrizioni dettagliate di questi itinerari, è possibile consultare lo sfogliabile digitale realizzato dall’Associazione “Due zaini e un camallo”, nel quale si possono trovare altre notizie interessanti su Borgio e su Verezzi.

Per quanto mi riguarda, posso dire che ho scoperto l’esistenza di questa rete di sentieri turistici casualmente e con gioia. Ero alla ricerca di un’altra traccia da percorrere a piedi, che mi avrebbe teoricamente condotto al monte Caprazoppa, ma purtroppo il sentiero che avevo intenzione di fare non era praticabile per l’eccessiva presenza di rovi e piante che ostruivano il passaggio; pertanto a una certa ho dovuto rinunciare all’impresa e tornare indietro. Ho salvato la mia giornata esplorativa decidendo di percorrere un percorso più turistico e sicuro: il Sentiero Natura.



Il Sentiero Natura parte da Borgio e permette di fare un giro ad anello che attraversa i vari ambienti naturali presenti sul territorio e risulta particolarmente suggestivo. Il punto più alto che tocca è a 269 m., dove si trovano la chiesa di San Martino, il Santuario di Maria Madre Regina e la Campana della Mamma, che ho menzionato poco sopra. Da qui il panorama sulla costa è meraviglioso e la location risulta particolarmente adatta a consumare un pranzo al sacco (volendo c’è anche un ristorante) prima di intraprendere la discesa che porta a Verezzi e poi al punto di partenza. Questo itinerario permette di vedere anche il Mulino Fenicio, la Croce dei Santi, l’Arma Crosa (una grotta calcarea).

La Liguria spesso si presenta con una faccia ostile, ma camminare tra cielo e mare, tra natura e borghi sospesi nel tempo, è sempre una piacevole scoperta…E se si vuole fare una sosta, non resta che affacciarsi alla finestra della casa dei sogni.

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Le Dolomiti Lucane e il Percorso delle Sette Pietre

“I paesi della Basilicata sono collane di pietre che la storia racconta nel tempo come snocciolando una collana del rosario. Sono presidi fondati su sentimenti di protezione che congiungono linguaggi sacri e profani.” *

La grande madre, la civetta, l’incudine, l’aquila reale. Sono i nomi attribuiti ad alcune guglie delle Dolomiti lucane, formazioni rocciose nel cuore della Basilicata. Sono state chiamate così perché la particolare forma di queste montagne ricorda, vagamente, quella delle più famose Dolomiti del nord Italia.
Somiglianza o no, la particolare conformazione delle Dolomiti lucane riesce comunque ad affascinare il visitatore.

Ci troviamo nel Parco Regionale di Gallipoli Cognato, nei pressi dei comuni di Pietrapertosa e Castelmezzano, due paesini incastonati nelle rocce levigate di queste montagne, che sembrano proprio essere state pettinate dal vento.

Le sognanti geometrie del vento, le instancabili correnti del tempo e i mutevoli linguaggi della storia scorrono e si sedimentano come una serica carezza sul volto del paese.” *

Pietrapertosa.
La nostra visita delle Dolomiti lucane è partita da Pietrapertosa, a 1.088 m. di altitudine. Il nome di questa località deriva da Pietraperciata, ovvero “pietra forata”, che si riferisce alla presenza di una rupe bucata da parte a parte.
Grazie alla barriera naturale di queste formazioni rocciose, l’uomo ha trovato rifugio qui già in epoca remota. La parte più antica del borgo è chiamata Arabata, testimonia la presenza saracena ed è caratterizzata da viottoli stretti e scale scavate nella roccia chiamate “scalelle”. In alto invece svetta, dominando la valle del Basento, il castello Normanno Svevo (anch’esso di origine saracena).

L’architettura delle abitazioni si adagia tra le guglie montuose delle Dolomiti lucane, come rughe sul palmo di una mano socchiusa.” *

La particolarità di questo luogo è data dal fatto che il paese sembra essere stato posato sulla roccia di queste montagne, sembra essere diventato, in alcune sue parti, una parte di esse. Le sopracitate “scalelle” ne sono un esempio lampante.

“Le scalelle esemplificano la simbiosi tra il paese, i suoi abitanti e le sue rocce. Gli uomini si sposano felici con la nodosa roccia”. *

Al di là di esplorare e di perdersi tra le vie di questi particolari borghi della montagna lucana, questi luoghi immersi nella natura offrono la possibilità di scegliere tra esperienze di tipo diverso, soprattutto a chi vuole di fare un po’ di movimento. Tra Castelmezzano e Pietrapertosa, infatti, si trovano diversi sentieri da percorrere a piedi, delle vie ferrate, la Ciclovia delle Dolomiti lucane, un ponte tibetano lungo 72 metri e, per i più temerari, il volo dell’angelo che collega, con un doppio cavo d’acciaio lungo 1.550 metri, le vette dei due paesi.

Percorso delle Sette Pietre.
Non avendo molto tempo a disposizione e non essendo io particolarmente amica delle altezze, abbiamo scelto di raggiungere il vicino borgo di Castelmezzano e piedi, percorrendo l’itinerario letterario denominato “Percorso delle Sette Pietre”.
Prima del nostro arrivo non ero riuscita a trovare molte informazioni tecniche a riguardo (sapevo solo che l’itinerario è lungo circa 2km e che la differenza di altitudine tra i due paesi è di solo 200 metri), quindi ci siamo messi in cammino con un bagaglio di ottimismo, senza neanche farci intimorire dalla calda giornata estiva.
E’ stato però chiaro fin da subito che il percorso sarebbe stato più duro di quanto aspettato. La prima parte consiste in una ripida discesa su sentiero lastricato che attraversa un bel boschetto, la quale si conclude nei pressi del torrente Rio di Caperrino, per poi trasformarsi in una ripida salita sull’altro versante.
Lungo il tragitto si incontrano sette installazioni artistiche in pietra che, al passaggio dei camminatori, si attivando riproducendo suoni, musiche e letture tratte dal romanzo Vito Ballava con le Streghe di Mimmo Sammartino.
I nomi evocativi delle tappe (destini, incanto, sortilegio, streghe, volo, ballo e delirio), l’effetto sorpresa e l’atmosfera che creano con musiche e voci rendono questo percorso suggestivo e addolciscono un po’ l’amara consapevolezza che ciò che all’andata è una ripida discesa, al ritorno sarà ripida salita. Il dislivello totale che si compie, tra andata e ritorno, è di circa 450 m. di dislivello, distribuiti in 7 km; si consigliano quindi scarpe comode, tanta acqua e un po’ di allenamento.

Castelmezzano.
Oltre al Percorso delle Sette Pietre, per raggiungere Castelmezzano ci sono modi diversi. Tra questi, il più gettonato è proprio l’adrenalinico volo dell’angelo, ma chi non ha intenzioni masochiste e ci tiene ad essere un turista “normale” può anche optare per un semplice viaggio in auto, che vi farà risparmiare tempo e fatica.
Castelmezzano infatti merita di essere esplorato. Il paese è situato a un’altitudine di 750 metri ed è annoverato tra i borghi più belli d’Italia.
Come un bellissimo quadro, è incorniciato dalle guglie delle Dolomiti lucane, che qui assumono le loro forme più bizzarre. Il paesaggio è incredibile e unico, ma al di là di questo a Castelmezzano si possono ammirare diversi palazzi nobiliari, i resti di un castello risalente al periodo normanno e alcune chiese (come la romanica Chiesa Madre di Santa Maria dell’Olmo o la bizantina Chiesa del Santo Sepolcro).
Il legame quasi sacro con la natura qui trova la sua massima espressione nella Sagra du’ Masc (celebrata in occasione della festività di Sant’Antonio): si tratta di un rito arboreo, una sorta matrimonio fra alberi, durante il quale un tronco di cerro convola a nozze (viene innestato) con una cima di agrifoglio.

Questi due particolati borghi delle Dolomiti lucane sono l’esempio di come l’uomo ha saputo trovare un equilibrio e una connessione con l’ambiente nel quale si è stabilito, diventandone parte, come rughe su un palmo della mano.

Il racconto del mio primo viaggio in Basilicata finisce qui. E’ stato un viaggio forse troppo breve, ma intenso, che mi ha lasciato il desiderio di tornare in questa terra di cui non si sente parlare molto, ma che ha tanto da dire e che è davvero in grado di emozionare.
Grazie Basilicata.

*Queste citazioni sono tratte da cartelli informativi situati a Pietrapertosa, che consiglio di leggere poiché oltre a dare informazioni sono anche molto poetici.

Nelle puntate precedenti:

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La nuova vita di Craco, il paese fantasma

Lasciato Aliano, continuiamo a navigare nel bianco mare dei calanchi lucani, arida distesa di argilla apparentemente priva di confini, senza quasi mai incrociare anima viva su quattro ruote. L’entroterra della Basilicata è davvero il paradiso per chi vuole evitare le grandi mete del turismo di massa.

La nostra destinazione è Craco, il paese “fantasma” più popolare della Lucania. In queste terre ce ne sono diversi, di paesi abbandonati, ma Craco a quanto pare li supera tutti in fascino e bellezza. Si presenta alla vista, da lontano, come una roccaforte medievale che resiste, sfidando la gravità, sulla precarietà di un colle di argilla.


D’altronde, in Basilicata la maggior parte dei paesi si erge su piccole alture, sovrastando grandi quantità di terre semideserte.
Carlo Levi, descrivendo Grassano (località in cui visse prima di essere confinato ad Aliano), scrisse:
Grassano, come tutti i paesi di qui, è bianco, in cima ad un alto colle desolato, come una piccola Gerusalemme immaginaria, nella solitudine di un deserto“.

Questa bellissima immagine si può applicare a tutte le borgate arroccate dell’entroterra della Basilicata.

Nel corso della sua storia, a Craco passarono greci, bizantini, normanni; fu un importante centro strategico-militare durante il regno di Federico II e raggiunse il suo massimo splendore a partire dal Medioevo.
Nel 1963 una frana, provocata probabilmente da alcuni lavori di scavo per le fognature, iniziò a minare la stabilità delle sua fondamenta, che iniziarono a “scivolare giù” provocando dei crolli. Alcuni abitanti lasciarono le proprie case per trasferirsi più a valle.
Il colpo di grazia lo diedero altri due eventi successivi, ovvero un’alluvione nel ’72 e un terremoto nel 1980. Craco non era più un luogo sicuro e pertanto la popolazione fu costretta ad abbandonarlo definitivamente per trasferirsi in un insediamento che ha preso il nome di Craco Peschiera.
Tra il 1972 e gli anni ’80 diventò a tutti gli effetti un borgo fantasma.

Nonostante la sua condizione di precarietà, La Craco Vecchia esiste ancora, resiste e ci parla ancora della bellezza del suo passato: lo fa attraverso le mura un po’ decadenti delle sue case di pietra, dei palazzi signorili, delle chiese. Nella parte alta della cittadina, la torre normanna, svetta con i suoi 20 metri di altezza su un panorama mozzafiato che arriva fino al mare e alla Calabria.

E’ forse proprio il suo volto di borgo abbandonato ad aver donato a questo luogo un fascino tale da essere scelto come location per importanti film (La lupa, Cristo si è fermato a Eboli, Basilicata coast to coast), serie tv, telenovele, videoclip e pubblicità.

Nel 2010 Craco è entrato nella lista dei monumenti da salvaguardare redatta dalla World Monuments Fund e, successivamente, è stato messo in sicurezza e reso visitabile esclusivamente attraverso tour guidati muniti di caschetto (consigliate scarpe comode e riserva di acqua).
Dopo alcuni anni di chiusura per motivi di restauro, dal marzo 2023 ha aperto di nuovo le sue porte ai visitatori che, sempre in numero maggiore, si spingono in questo angolo di mondo per vivere l’esperienza di passeggiare tra le macerie e il silenzio di questo paese fantasma, immaginando la vita di un tempo.

La sua porta di accesso è il MEC, Museo Emozionale di Craco, situato negli spazi dell’antico monastero di San Pietro dei Frati Minori. E’ possibile acquistare i biglietti in loco o, soprattutto in alta stagione, si può prenotare la visita guidata direttamente sul sito della cooperativa Oltre l’Arte, la stessa che gestisce diverse chiese rupestri di Matera,

Per quanto mi riguarda, ho scoperto l’esistenza di Craco attraverso un servizio in televisione di qualche anno fa. Da quel giorno ho sognato di poterlo visitare e devo dire che l’esperienza non ha deluso le mie aspettative. Come scrissi già in un articolo di tanto tempo fa, non sempre dopo una catastrofe rimangono solo macerie: ci può essere una rinascita, seppur con altra forma…e Craco oggi rivive con tutta la sua bellezza.

(E grazie a chi lo ha reso possibile)

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Aliano, il paese sospeso sui calanchi

Il paese non si vedeva arrivando, perché scendeva e si snodava come un verme attorno a un’unica strada in forte discesa, sullo stretto ciglio di due burroni, e poi risaliva e ridiscendeva tra due altri burroni, e terminava sul vuoto.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

Sospeso nel vuoto, tra imponenti montagne di friabile argilla, ci accoglie Aliano, il paese in cui Carlo Levi passò alcuni anni al confino, per la sua attività antifascista, e che ispirò il suo celebre romanzo “Cristo si è fermato a Eboli”. Fu proprio grazie a questa esperienza di isolamento, nel cuore della Basilicata, che Levi ci ha donato un interessante saggio antropologico sulla cultura contadina dell’epoca.

Arroccato su uno sperone di argilla bianca, circondato dai calanchi e immerso nel silenzio, Aliano è proprio un borgo “fuori dal mondo”, che sembra sgretolarsi e crollare nel burrone sul quale si affaccia. Passeggiando per le vie dell’ antico abitato, non passano inosservate le case semi distrutte, abbandonate e pericolanti, tenute su alla alla bell’e meglio. Qualcuno ha dipinto le porte di alcune abitazioni. Su una si legge “Qui si vende il chinino di Stato”, a ricordare quei tempi in cui era diffusa la malaria.

La casa dove finalmente andai ad abitare…vicino alla vecchia chiesa della madonna degli angeli…Ora che la chiesa era crollata nel burrone, si era trovata ad essere l’ultima sul ciglio del precipizio.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

La casa del confino di Levi è una delle principali attrattive del paese, ma noi abbiamo potuto vederla solo da fuori poiché gli orari di apertura al pubblico che avevamo consultato erano sbagliati. In estate ci sono infatti solo due visite giornaliere, una al mattino e l’altra nel tardo pomeriggio. Se si è interessati è meglio informarsi su fonti attendibili, magari visitando il sito del Parco Letterario Carlo Levi.

Un po’ delusa, ho provato a rivolgermi a due impiegate del Comune per sapere se c’era la possibilità di fare una visita “non ufficiale”, ma le chiavi erano custodite dall’Ufficio del Turismo, a quell’ora già chiuso per la lunga siesta pomeridiana.
“Ma noi arriviamo da Torino” ho piagnucolato invano. L’impiegata, appreso il fatto che due strambi turisti erano giunti lì attraversando l’Italia, ci ha dato il gentile ed esterrefatto benvenuto come se avesse davanti due alieni, per poi lamentare il fatto che il turismo in quelle zone non è minimamente incentivato. Così come noi, anime perse tra le vie di Aliano, abbiamo incontrato solo un turista solitario bergamasco e una coppia toscana.

Casa o non casa, per chi ha letto e apprezzato il romanzo di Carlo Levi, Aliano è una tappa d’obbligo. E’ facile immaginarsi la vita al confino, in queste terre dimenticate e isolate; se ne respira tutta l’atmosfera. In tutto il paese sono esposte delle piastrelle con pezzi tratti dal libro e, al cimitero, si trova la tomba dello scrittore, che qui fu sepolto perché in vita non era riuscito a mantenere la promessa di tornare ad Aliano dopo la fine dell’esperienza del confino.

Sebbene dopo la pubblicazione del romanzo scoppiò un mezzo putiferio e alcuni degli abitanti dell’epoca si sentirono giudicati e infangati, in realtà le parole di Levi non esprimono mai un giudizio, ma si limitano a raccontare, di questo popolo contadino, le abitudini, le credenze tra magia e religione, il rapporto tra uomini e donne, le memorie del brigantaggio, l’emigrazione in America e il ritorno in patria.

In quegli anni di confino, Levi, oltre a dedicarsi alla pittura, praticò infatti la professione di medico “illegalmente”, poiché i medici locali non sembravano così preparati. In questo modo ebbe l’opportunità di entrare nelle case della gente e di conseguenza tessere una sincera relazione con le persone, di farsi voler bene. Le descrizioni di quelle genti e di quelle case sono secondo me meravigliose.

Ogni volta mi colpivano gli sguardi fissi su di me dei numi tutelari. Dal un lato c’era la faccia negra della Madonna di Viggiano; dall’altra la risata cordiale del Presidente Roosevelt.
La Madonna era, qui, la feroce, spietata, oscura dea arcaica della terra, la signora saturniana di questo mondo: il Presidente una specie di Zeus, di dio benevolo e sorridente, il padrone dell’altro mondo. A volte, una terza immagine formava, con quelle due, una sorta di Trinità: un dollaro di carta, l’ultimo di quelli portati di laggiù o arrivato in una lettera..

Cristo si è fermato a Eboli

Ad Aliano nel 1998 è stato istituito il Parco Letterario Carlo Levi, con l’intento di utilizzare proprio la fonte letteraria come strumento di lettura e valorizzazione del territorio, esplorandone i diversi aspetti che ne configurano l’identità: culturale, storico, naturalistico, antropologico ed eno-gastronomico.
Mel mese di agosto si svolge il Festival La luna e i calanchi, descritto sul sito dedicato all’evento come “una sorta di adozione collettiva di un paese e di un paesaggio nello spirito della paesologia”.

Il parco dei Calanchi di Aliano

“Spalancai una porta-finestra, mi affacciai a un balcone, dalla pericolante ringhiera settecentesca di ferro e, venendo dall’ombra dell’interno, rimasi quasi accecato dall’improvviso biancore abbagliante. Sotto di me c’era il burrone; davanti, senza che nulla si frapponesse allo sguardo, l’infinita distesa delle argille aride, senza un segno di vita umana, ondulanti nel sole a perdita d’occhio, fin dove, lontanissime, parevano sciogliersi nel cielo bianco”.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

“L’infinita distesa di aride argille” sono i calanchi, montagne d’argilla, formatesi per mano degli agenti atmosferici assumendo la forma di particolari guglie. Questo paesaggio lunare e immenso in Basilicata è possibile ammirarlo non solo ad Aliano, ma anche presso i comuni di Montalbano Ionico, Tursi e Pisticci.
Si può ammirare dall’alto, sfruttando i belvedere, passarci in mezzo percorrendo la strada del Parco dei Calanchi o addirittura fare dei percorsi a piedi (ovviamente muniti di abbigliamento adeguato, tanta acqua ed evitando ore e stagioni più calde).

Per chi volesse fare delle visite guidate o escursioni trai calanchi, consiglio di consultare appunto il sito del Parco Letterario Carlo Levi. Tra le escursioni a piedi, si può scegliere tra diversi itinerari di difficoltà e durata diversa, consultabili a questa pagina, che permette anche di scaricare le tracce gps.

Nonostante le alte temperature estive, io non ho potuto resistere al richiamo di questo paesaggio surreale e così abbiamo fatto una breve passeggiata tra le montagne di argilla in prossimità di Aliano. Bisogna stare un po’ attenti perché, a causa del tipo di terreno, sulla strada si sono create delle vere e proprie voragini.


Camminare immersi in questo deserto di argille, tra queste particolari formazioni che sembrano cattedrali di terra, imponenti ma allo stesso tempo precarie, è davvero un’esperienza unica e imperdibile.

Prima di lasciare questo prezioso angolo di mondo, capace di regalare così tante suggestioni, consiglio di rifocillarsi dalla Contadina Sisina, una taverna old style gestita per l’appunto dalla gentile signora Sisina, che tra l’altro è stata ospite in diversi programmi televisivi di cui conserva le foto appese per il locale.
Il menu è a prezzo fisso, 25 euro, e non si accettano variazioni…Si tratta di un vero e proprio viaggio nel gusto e nella tradizione contadina: piatti semplici, gustosi, abbondanti, con prodotti a km0. Non faccio mai pubblicità a locali e ristoranti, ma è stato talmente bello trovare una cucina ancora autentica, da meritare un’eccezione.

Dopo esserci riempiti il cuore e la pancia, si prosegue il viaggio nel cuore della Basilicata…direzione Craco, un borgo abbandonato tornato a nuova vita.

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Spiritualità e natura: le chiese rupestri e la Murgia Materana

Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di brutto colore grigiastro, senza segno di coltivazione, né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo scorreva un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca e impaludata trai sassi del greto. Il fiume e il monte avevano un’aria cupa e cattiva, che faceva stringere il cuore.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

Quello che Carlo Levi nel suo famoso libro descrive attraverso le parole della sorella Luisa, definendolo “monte pelato e brullo”, non è altro la Murgia Materana; più precisamente dal 1990 si parla del Parco Regionale Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano.

La Murgia Materana. A un primo sguardo, l’altopiano della Murgia sembra davvero una sorta di deserto di pietra e sterpaglie, dove è difficile immaginare la vita. In realtà nei suoi 7.000 ettari di superficie si contano circa 1.200 specie botaniche diverse; la fauna che lo abita è varia e comprende anche diverse specie di uccelli rapaci, come il falco grillaio, simbolo del parco. La Murgia quindi è viva!

Sono il tipo di ambiente e la conformazione del territorio che circonda Matera a renderla unica e a donare scorci molto particolari; i suoi Sassi sembrano infatti lì appesi, sul ciglio del burrone, pronti a precipitare. Quel burrone è la gravina, un profondo solco calcareo che disegna una sorte di canyon nostrano, dove scorre l’omonimo torrente.


La parola “Murgia” deriva da “murex”, che in latino significa “roccia aguzza”; è la pietra infatti la regina di queste zone “senza segno di coltivazione, né un solo albero“.

Proprio da questo tipo di roccia calcarea (per la precisione si tratta di calcarenite), comunemente chiamata tufo, gli abitanti di Matera ricavarono le loro dimore.
La stessa tecnica era stata utilizzata in un passato più lontano, dagli uomini del paleolitico, neolitico e delle età dei metalli, che qui cercarono un rifugio sfruttando le numerose grotte o costruendo villaggi. Nel Parco sono rimaste diverse tracce di questo passaggio preistorico, testimonianze che ci parlano di vite legate alla pastorizia.

Le chiese rupestri. Un altro esempio di come la roccia sia la protagonista della storia del territorio materano è costituito dalle numerosissime chiese rupestri che qui si possono trovare: se ne contano infatti ben 150 e comprendono cripte, eremi, chiese cenobitiche o complessi architettonici bizantini, piccoli santuari. Si tratta appunto di luoghi di culto ipogei e sono riconducibili, inizialmente, alla mano di monaci provenienti dall’oriente (Cappadocia, Armenia, Siria, Asia Minore) che tra l’VIII e il XII secolo qui trovarono rifugio in seguito a lotte religiose nelle loro terre.
Dapprima vi furono eremiti, in seguito si stabilirono intere comunità monastiche; scavando hanno costruito anche cisterne per l’acqua, stalle per gli animali e hanno ornato con dipinti e incisioni le pareti di questi luoghi di culto.
Successivamente si alternarono e incrociarono monaci di comunità latine e orientali, con culture e rituali diversi, che qui lasciarono i loro segni.
Non vi sono testimonianze scritte e tutto ciò che attualmente si conosce su questi mondi arriva da ricerche archeologiche.

Visto l’alto numero di elementi architettonici di questo tipo, è ovvio che il visitatore di passaggio probabilmente non abbia la possibilità di vedere tutte le chiese rupestri presenti sul territorio. Il duro compito di selezionare in base a interessi e tempo a disposizione è necessario, ma sicuramente infelice. Almeno, così è stato per me che a Matera ci avrei fatto un Erasmus, più che una breve vacanza!

Le chiese rupestri a Matera. Alcune chiese rupestri si trovano nell’abitato di Matera e sono di facile accesso. San Pietro Barisano, Santa Lucia alle Malve e Madonna dell’Idris e San Giovanni Monterrone sono probabilmente i complessi più importanti della città. Sono gestiti dalla cooperativa Oltre l’Arte, che ha lo scopo di valorizzare i beni storico-artistici di carattere religioso del territorio materano. E’ vietato fare fotografie all’interno, per questo ho solo immagini degli esterni. Rimando al sito della cooperativa per le spiegazioni più approfondite.

San Pietro Barisano è situata nell’omonimo Sasso, facilmente identificabile grazie al suo campanile; si tratta di una chiesta scavata nella roccia, la cui facciata però è realizzata in costruito. Dall’interno si può accedere ai sepolcri, impressionanti cunicoli dove si praticava la “colatura dei cadaveri”: sui sedili scavati nella roccia, i cosiddetti “colatoi”, venivano collocati i defunti sacerdoti o aspiranti tali, attendendone la decomposizione per poi prelevarne le ossa, unica parte del corpo considerata incorruttibile. Tentate di immaginare questo luogo buio, illuminato solo da candele e pieno di cadaveri maleodoranti…davvero da brivido.

Santa Lucia alle Malve è posta a strapiombo sulla gravina e ospitò la prima comunità benedettina femminile della città, fino al 1283. Tale comunità che in seguito ebbe altre tre sedi monacali (Santa Lucia alle Malve, di Santa Lucia alla Civita e Santa Lucia al Piano) è stata parte integrante della vita di Matera.

La Chiesa di Santa Maria De Idris sorge nella parte alta dello sperone roccioso del Montirone (o Monterrone) e da qui si può godere di un panorama meraviglioso sulla città e sulla gravina. Il nominativo “Idris” probabilmente deriva dal greco “Odigitria” (guida della via o dell’acqua), appellativo con cui era chiamata la Vergine Maria, il cui culto fu introdotto in Italia meridionale dai monaci bizantini. 
La chiesa risale al 1300, è costituita da un solo vano ed è comunicante con la cripta di San Giovanni in Monterrone, degna di nota per gli affreschi che ancora conserva.

Queste opere architettoniche scavate nella roccia sono impressionanti e i decori murali al loro interno sono di rara bellezza. E’ quindi altamente consigliabile visitarle perché si tratta di un patrimonio culturale di grande valore. Insieme alle case-grotta dei Sassi, le chiese rupestri sono ciò che più distingue il territorio materano.

Le chiese rupestri nel Parco della Murgia. Come già detto precedentemente, la Murgia Materana è cosparsa di grotte preistoriche e chiese rupestri. Per visitare quest’area non si può procedere in autonomia, ma è necessario affidarsi a guide specializzate. Questo è consigliabile non solo per motivi di sicurezza (se non si conosce il territorio potrebbe essere difficile orientarsi), ma anche perché alcune chiese sono gestite da associazioni ed enti del territorio; sono quindi chiuse al pubblico, per evitare anche che vengano danneggiate così come è già successo in passato.

Forse il luogo di culto più “famoso” della zona è la Cripta del Peccato Originale, un cenobio rupestre benedettino del periodo longobardo che, grazie ai straordinari affreschi che si trovano al suo interno, è stata soprannominata Cappella Sistina del rupestre. La Cripta è visitabile solo su prenotazione e si possono trovare tutte le informazioni sul sito dedicato. Noi purtroppo per mancanza di tempo non siamo riusciti a vederla.



Come visitare la Murgia Materana? Me lo sono chiesta anche io tante volte prima di partire, perché on line non si trovano molte informazioni. Sicuramente chi viaggia appoggiandosi a tour operator e alberghi potrà informarsi attraverso di loro; Matera è una città assolutamente improntata al turismo e una volta in loco è facile imbattersi in agenzie che propongo tour guidati.

Per visitare il Parco della Murgia io mi sono rivota direttamente all’Ente Parco della Murgia Materana e ho partecipato a un tour guidato di due ore che si è svolto nel tardo pomeriggio. Per quanto due ore siano un tempo abbastanza riduttivo per poter dire di aver conosciuto la Murgia, ho trovato questa visita abbastanza completa perché le spiegazioni della guida ci hanno accompagnato attraverso le diverse epoche storiche e hanno toccato diversi tipi di argomento. Abbiamo conosciuto le piante autoctone della zona, scoperto tracce di fossili; abbiamo visitato due delle più antiche chiese rupestri extraurbane (Madonna delle Tre Porte e Chiesa San Falcone) e infine siamo stati nelle location di film importanti come “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini e “La passione di Cristo” di Mel Gibson.
La vista su Matera al tramonto è di una bellezza impagabile.



Il punto panoramico di Murgia Timone si può raggiungere anche in autonomia, lasciando l’auto nel parcheggio omonimo e facendo un breve tratto a piedi.
Qualcuno che si sente ginnico prova a raggiungere il Belvedere dalla città di Matera, scendendo il pendio dall’accesso al sentiero di Porta Pistola (che attualmente è stato chiuso), passando il ponte tibetano (che di tibetano ha solo il nome) sul torrente Gravina e risalendo il fianco ripido e completamente esposto al sole. Inutile dire perché il passaggio sia stato vietato…fate un favore ai soccorritori di turisti temerari ma sprovveduti: raggiungete il Belvedere dall’altro lato.

Il viaggio in Basilicata continua…alla scoperta dei Calanchi, di borghi abbandonati e sulle Dolomiti Lucane! Seguimi!

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La vita nei Sassi di Matera: una storia di memoria e di riscatto

Dopo aver finalmente trovato Matera, entriamo nel suo cuore pulsante abbandonandoci e letteralmente perdendoci per gli innumerevoli viottoli, su e giù per quegli “imbuti rovesciati” chiamati Sassi e la cui descrizione Carlo Levi, nel suo celebre romanzo “Cristo si è fermato a Eboli”, lasciò alle parole della sorella Luisa.

La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone. Dentro quei buchi neri dalle pareti di terra vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

Come già visto nel precedente articolo, l’immagine che traspare da questo racconto è drammatica e sconcertante, ma allo stesso tempo è un’importante testimonianza sulla vita dell’epoca, nemmeno tanto lontana, in cui uomini e bestie vivevano insieme in quelle dimore scavate nel tufo.
In queste grotte, umide e buie, non c’era elettricità, acqua corrente, fogna; per cucinare (e scaldarsi) si usavano dei bracieri che a lungo andare annerivano le pareti.
Le famiglie erano numerosissime (anche di 10-12 persone), nonostante la mortalità infantile fosse molto alta a causa delle svariate malattie che tali condizioni di vita aiutavano a proliferare.


Nella durezza di quella vita contadina, il bestiame era un bene prezioso e per questo motivo viveva insieme alla famiglia; spesso l’animale aveva un proprio giaciglio all’interno dell’unico ambiente. Non erano così fortunati neanche i bambini, che spesso dormivano rannicchiati sotto l’unico letto della casa, in un cassetto del comò o talvolta in giacigli sospesi.
Come descrive Levi, che ad Aliano visse alcuni anni al confino e che spesso faceva visita alle famiglie del luogo per curare i malati:

Lo spazio è così diviso in tre strati: per terra le bestie, sul letto gli uomini e nell’aria i lattanti.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

Proprio a causa delle pessime condizioni di vita e dell’alto tasso di mortalità, i bambini venivano battezzati subito. In caso di morte prematura, cioè prima di essere stati battezzati, secondo le credenze popolari il nascituro si sarebbe trasformato in monachicchio, ovvero uno spirito che si diverte a fare ogni sorta di dispetto ai cristiani.

Matera è una città bellissima, forse una delle più belle in cui io sia mai stata; il suo passato però deve entrare nella narrazione per poter essere compresa a pieno. Il suo fascino attuale è legato indissolubilmente alla sua storia, che deve essere conosciuta e valorizzata.

Dopo gli sgomberi avvenuti tra gli anni 50 e 70 , i Sassi vissero un periodo di abbandono e solo successivamente vennero riqualificati, tornando a vivere in una nuova veste, quella turistica.

Oggi le grotte sono state riconvertite per adattarsi alla ricezione turistica, sono diventate centri culturali (come Casa Cava, Casa Noha), ristorantini, musei. Tra questi ultimi ci sono appunto diverse case-grotta, che è possibile visitare per cercare di comprendere le reali condizioni di vita di un tempo; al loro interno infatti è stato ricreato l’ambiente dell’epoca, con mobilio e suppellettili originali.



La più popolare è di certo la Casa Grotta di Vico Solitario, abitata fino al ’56 e riscoperta poi solo in un secondo momento poiché il suo ingresso era stato murato. Al momento del rinvenimento la casa fu trovata così come era stata lasciata e, una volta rintracciati i proprietari, l’ambiente fu ricostruito fedelmente seguendo le loro indicazioni. A differenza di altre case-grotta che si possono trovare, questa appare di discrete dimensioni, con più ambienti (vi è per esempio anche un angolo cucina). Al centro della casa vi è il tavolo con l’unico grande piatto dal quale tutti mangiavano. L’unico letto era composto da due cavalletti in ferro, sui quali poggiavano delle assi di legno e il materasso ripieno di foglie di granturco. Vicino ad esso, vi era la stalla con la mangiatoia che ospitava il mulo; oltre un piccolo tramezzo vi era l’altra stalla con la mangiatoia ed una cavità circolare usata come letamaio o come deposito per la paglia. Si può notare anche il sistema di raccolta delle acque piovane, la canalizzazione e la cisterna.

Al lato della casa si trovano la neviera e la chiesa rupestre di Sant’Agostino al Casalnuovo, visitabili con lo stesso biglietto d’ingresso.

Altre case visitabili sono quelle di via Fiorentini, del Casalnuovo, la Casa Cisterna, la Casa Grotta del Vicinato. Noi casualmente ci siamo ritrovati in un negozietto di souvenir in mezzo ai Sassi, ricavato appunto da una ex casa-grotta che è anche visitabile e che è stato interessante vedere poiché si tratta di un’abitazione ben più umile di quella precedentemente descritta; si tratta della dimora della famiglia Ponticelli.

Penso che qualsiasi materano, parlando di Matera oggi, vi spiegherebbe con orgoglio il percorso di rinascita della città: definita vergogna nazionale negli anni 50, fu poi proclamata Patrimonio Unesco negli anni 90 e infine divenne Capitale della Cultura nel 2019.

Nonostante le difficili condizioni di vita nei Sassi siano state ampiamente documentate, io non so quanto sia stato giusto sradicare tutte quelle persone dalle loro radici, dalla loro comunità di quartiere. Immagino quanto per alcuni di loro possa essere stato doloroso e scioccante questo improvviso salto nella modernità. Ma siccome ogni essere umano ha diritto a una vita dignitosa, nonostante le condizioni economiche, probabilmente questa fu l’unica scelta possibile.

Oggi le grotte dei Sassi non ci parlano solo di un passato di miseria in cui “le stagioni scorrevano sulla fatica contadina“; sono la testimonianza di come l’uomo è sempre stato in grado di adattarsi all’ambiente in cui vive, a resistere. Queste antiche abitazioni scavate nel tufo rappresentano più che mai la storia di Matera e sono un simbolo del suo riscatto.

Il mio viaggio continua, alla scoperta della città di pietra, delle sue chiese rupestri scavate nella gravina e della Murgia.

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Qui dove Cristo non si è fermato: la Basilicata e Matera attraverso il racconto di Carlo Levi

Sulla Basilicata. Non si può, a mio parere, andare in Basilicata senza aver letto il libro “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, medico, pittore e scrittore che durante l’epoca fascista in questa terra passò alcuni anni al confino. Attraverso le sue parole e le sue coinvolgenti descrizioni ci parla di una Paese dimenticato e allo stesso tempo ci dona un saggio antropologico di immenso valore sulla cultura contadina dell’epoca.

Secondo lo scrittore, Cristo non si è fermato a Eboli, non si è mai addentrato nell’entroterra lucano, così come “non vi è arrivato il tempo, l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia”. Così spiega Levi nell’incipit del suo romanzo: non vi è arrivato Cristo, né i Romani, né i Greci (che si fermarono a Metaponto e Sibari), né gli arditi uomini di occidente. “Le stagioni scorrono sulla fatica contadina“, allo stesso modo di come avveniva prima di Cristo; il tempo scorre lento, nella miseria e protetto da credenze antiche.

Non posso quindi non parlare del mio viaggio in Basilicata, prima a Matera e poi in alcuni angoli dell’entroterra, senza ricorrere alle parole di questo autore che seppe così bene dare voce a questo mondo dimenticato e che ora profuma di rivincita.

Matera. E’ difficile parlare di Matera, così come fotografarla, cercando di renderle giustizia. E’ difficile perché quella che si presenta agli occhi del visitatore oggi è una città nuova, completamente trasformata rispetto al suo recentissimo passato. Adesso vediamo bellezza, pulizia, meraviglia. E’ bello perdersi, camminare senza meta su e giù per i viottoli bianchi e lastricati dei Sassi, il Barisano e il Caveoso, che sono i due quartieri principali del centro storico. E’ bello fermarsi e immortalare i meravigliosi scorci della città dagli innumerevoli belvedere, ammirare gli edifici storici, le chiese, rupestri di cui il territorio materano è disseminato.

Ma un tempo, non molti anni fa, il paesaggio che si presentava era diverso.
Carlo Levi nel suo libro descrive Matera attraverso le parole della sorella Luisa, che da qui passò per fargli visita mentre lui viveva al confino, per essere antifascista, ad Aliano. La sorella arrivò con il treno e uscita dalla stazione si accorse che la città pittoresca di cui aveva sentito parlare non c’era. La descrive come un deserto, circondato da monti brulli, nel quale sorgevano alcuni palazzi moderni e sontuosi, di cui alcuni neanche erano stati conclusi. La definisce come un progetto di una città coloniale sviluppatosi un po’ a caso, di fretta, non terminato e già abbandonato.
Luisa Levi passò davanti ai palazzi novecenteschi della Questura, della Prefettura, le Poste, il Fascio, ecc., ma la “vera” Matera le apparve agli occhi solo in un secondo momento.

Ho ripercorso una parte del tragitto descritto da Luisa Levi, per trovarmi anche io di fronte allo stesso panorama che si trovò lei quando finalmente riuscì a vedere la città.

Arrivai a una strada che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case e dall’altro costeggiava un precipizio.
In quel precipizio era Matera.
La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune..
Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui a scuola immaginavamo l’inferno di Dante.
E comincia anch’io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

Eccolo, all’incirca, quello che vide quando la città le si presentò davanti (foto sotto). Siamo al Belvedere di Piazzetta Pascoli, vicino al Museo di Palazzo Lanfranchi (dove tra l’altro è custodita l’opera Lucania ’61 di Carlo Levi).

E come fece Luisa Levi, per scoprire la vera città di Matera bisogna scendere nei “gironi” dei Sassi cercando di immaginarseli com’erano un tempo: un groviglio di strade e case (case-grotta) sovraffollate, condivise da uomini e animali, senza luce elettrica e acqua corrente e con condizioni igieniche che favorivano lo sviluppo di malattie, tra cui la malaria. La mortalità infantile era altissima.

La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone.

Dentro quei buchi neri dalle pareti di terra vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha in genere una sola di quelle grotte per abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini, bestie. Di bambini ce n’era un’infinità, nudi o coperti di stracci. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie. Era il tracoma. Sapevo che ce n’era quaggiù: ma vederlo così nel sudiciume e nella miseria è un’altra cosa. E le mosche si posavano sugli occhi e quelli pareva che non le sentissero coi visini grinzosi come dei vecchi e scheletrici per la fame: i capelli pieni di pidocchi e di croste. Le donne magre con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi, sembrava di essere in mezzo ad una città colpita dalla peste.

Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

Fu proprio il romanzo di Carlo Levi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, a denunciare e a portare agli occhi dell'”altra Italia” questa realtà, e in più in generale la “questione meridionale”. Togliatti visitò la città nel 1948 e definì i Sassi di Matera “vergogna nazionale”. Così, per mano di De Gasperi, dal ’52 iniziò lo sgombero delle case-grotta: due terzi degli abitanti furono costretti a lasciare le loro dimore e a trasferirsi nei nuovi rioni creati appositamente per accoglierli (come per esempio La Martella, Serra Venerdì, La Nera, Spine Bianche ed Agna Cappuccini).
Questo trasferimento forzato durò un ventennio e alcuni, specialmente i più anziani abituati a quella vita nei Sassi, fecero resistenza fino agli anni ’70, quando anche l’ultima casa-grotta fu espropriata.

La brulicante vita dei Sassi si trasformò in silenzio e abbandono, fino a quando nel 1993 l’Unesco definì i Sassi (e successivamente il Parco delle Chiese Rupestri) Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Da questo momento Matera riprese voce e iniziò a parlare di sé stessa in modo nuovo: la sua drammatica storia sociale non è stata dimenticata o nascosta, ma valorizzata, ed è diventata un patrimonio da esibire.

Scendiamo quindi, come Luisa Levi, attraverso i “gironi dell’inferno di Dante” per scoprire la storia di questa città unica.
La sua storia è la storia della Basilicata stessa, qui dove Cristo non si è fermato.

Il viaggio continua….seguimi!

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Dedico questi articoli sulla Basilicata a colui che ha guidato quasi 3.000 km per condurmi fin qui.


Maratea, una perla sul mare della Basilicata

Inizio il racconto del mio viaggio in terra lucana, partendo dall’ultima tappa. Dopo essere stata sedotta dal fascino di Matera, dopo aver girovagato tra borghi abbandonati e paesaggi sconfinati, mi sono ricongiunta al mare…a Maratea.

Maratea, dea del mare (thea maris), lì incastonata e sospesa nella parete rocciosa resta in realtà nascosta da esso. Circondata dai monti lucani e da strade tortuose, il suo territorio si affaccia sul Golfo di Policastro.
E’ conosciuta come “perla del Tirreno” e, infatti, questa breve “striscia” di Lucania manifesta tutta la sua bellezza con una costa alta e frastagliata, ricca di anfratti e grotte nascoste che hanno fatto da sfondo alle narrazioni epiche di Omero. Il mare ha un color verde smeraldo, che risalta grazie al contrasto con la sabbia scura, a volte nera, di roccia vulcanica.
Siamo a due passi dalla bellissima costa cilentana (poi seguita dalla preziosa Costiera Amalfitana) e, a sud, dall’isola di Dino e il nord della costa calabrese.

L’anima di Maratea è trina: in basso, Maratea Marina con il suo porto e le spiagge, a mezzacosta c’è Maratea Inferiore, l’attuale borgo, dedalo di stradine lastricate in cui è bello perdersi, e in alto Maratea Superiore, attualmente disabitata (un tempo era invece punto nevralgico di scambi commerciali).

Per gli amanti dell’outdoor le attività che si possono fare in questo angolo di mondo un po’ selvaggio sono numerose: escursioni a piedi, a cavallo, in kayak, giri in bici, trekking e ferrate. A livello culturale, Maratea è conosciuta anche come la “Città delle 44 Chiese”: il suo territorio è cosparso da chiese, cappelle e monasteri, dove è possibile scoprire le meraviglie dell’arte sacra del passato.
Per quella più moderna invece bisogna guardare in alto.



Sulle pendici del Monte San Biagio, a un’altitudine di 620 metri, svetta imponente la Statua del Cristo Redentore, che di notte è illuminato e sembra volare nel buio come una stella. La storia di questa statua ci parla anche della storia di Maratea; lo racconterò più avanti in questo articolo.

Per chi vuole fare un tuffo in mare, c’è l’imbarazzo della scelta, tra Acquafredda ( a nord) e Castrocucco (a sud) si può scegliere tra cale nascoste e più selvagge e spiagge attrezzate. Ci vorrebbero diversi giorni per poterle esplorarle tutte, quindi mi limiterò a parlare di tre di esse che secondo me valgono una visita.

Rena d’u Nastru (Cersuta)
Tra quelle che ho visto, di certo questa è la cala che ho preferito. Nascosta, selvaggia e quasi inaccessibile. Si chiama così perché un tempo qui passava il nastro trasportatore del cantiere ferroviario che scaricava in mare i detriti. La sabbia della caletta è scura, sugli scogli si sono create delle conche che si riempiono d’acqua creando delle piccole vasche naturali; su un lato la parete rocciosa nasconde una grande grotta.
Ultimamente pare che l’accesso sia stato chiuso, per motivi di sicurezza, ma non ho avuto modo di verificare recentemente (questa cala infatti l’ho scoperta anni fa). Probabilmente in qualche modo si potrà ancora raggiungere, ma bisogna avere scarpe adatte (no infradito) e stare attenti a non farsi male.

Cala Jannita o Spiaggia Nera (Marina di Maratea)
Più facile e comodo invece è l’accesso a questa spiaggia, una delle più popolari in zona per la sua sabbia nera (attenzione a non ustionarvi i piedi) e le rocce vulcaniche che la circondano. C’è un piccolissimo parcheggio gratuito, che solo chi si sveglia all’alba può conquistarsi, e un’ altro più spazioso a pagamento.
Si tratta di una spiaggia “ibrida”, nel senso che una piccola porzione è libera, mentre la parte centrale è occupata da due piccoli lidi.
Da qui, a nuoto o affittando un kayak, è possibile raggiungere la vicina spiaggetta deserta d’I Vranne (in passato premiata da Legambiente come la più bella d’Italia), la quale è preceduta da diverse grotte che hanno delle spiaggette al loro interno; spingendosi verso sud invece si incontra la Grotta della Sciabella, anch’essa con spiaggia annessa.
Cala Jannita si affaccia sull’Isola di Janni, dove secondo la leggenda Ulisse fece sosta.
Insomma, è un tratto di costa paesaggisticamente suggestivo e adatto a chi ama esplorare.

La Secca (Castrocucco)
Questa splendida insenatura è invece indicata per chi dopo tanto vagabondare vuole concedersi un giorno di assoluto di relax e comodità. Si tratta infatti di una spiaggia privata, gestita da uno stabilimento rinomato che ha saputo esaltare, e non distruggere, la bellezza della natura del luogo. C’è un grande parcheggio con graziosi pergolati anti sole, un’area verde molto ampia e poi la vera e propria spiaggetta, racchiusa da un piccolo promontorio verdeggiante e circondata da una pungente scogliera. Qui sono obbligatorie le scarpette da roccia e la maschera, perché il bello sta proprio nell’avventurarsi tra gli scogli per osservare la flora e la fauna marina.
Il consiglio è quello di prenotare telefonicamente il proprio posto…perché vanno a ruba!

Ma ora torniamo a guardare in alto al nostro Cristo Redentore, diventato un simbolo di Maratea e una tappa obbligata per ogni viaggiatore che passa di qui.

Il Cristo Redentore
La storia di Maratea è legata anche al Conte Stefano Rivetti di Val Cervo, venuto da Biella nel 1953 per motivi imprenditoriali. Il suo lanificio non ebbe lunga e fiorente vita, ma fortuna maggiore ebbe in ambito turistico: Rivetti fece ristrutturare piazze e strade, piantando conifere, costruendo l’Hotel Santavenere di Fiumicello e diede avvio appunto ai lavori della Statua del Cristo.
Il progetto dell’opera fu affidato all’artista fiorentino Bruno Innocenti e all’ingegnere Luigi Musumeci; fu ultimata nel ’63, dopo 3 anni di lavori. Si tratta di una statua di cemento armato rivestito da un impasto di cemento bianco e marmo di Carrara, è alta 21 metri, ha un’apertura di braccia di 19 m. e un peso complessivo di 400 tonnellate.
E’ davvero un’opera imponente e impressionante, della quale tra l’altro non sono stati tralasciati i dettagli.

Per vederla da vicino e godere così anche del meraviglioso paesaggio sulla costa, ci sono diverse possibilità.
Per coloro che amano fare movimento, si può raggiungere a piedi da Maratea Inferiore, se si è disposti a un’escursione con circa 500 metri di dislivello; per i più sportivi c’è una via ferrata (molto panoramica ma completamente esposta al sole).
Una via di mezzo potrebbe essere quella di raggiungere in macchina il parcheggio apposito e poi fare una passeggiata di 15 minuti tra i ruderi di Maratea vecchia. La soluzione più comoda e rapida è quella di lasciare l’auto nel sopracitato parcheggio e prendere la navetta (costo di un euro a/r) che, fino alle 21.30, fa la spola per i vertiginosi tornanti della strada costruita per raggiungere la vetta del monte San Biagio, dove tra l’altro è anche presente l’omonima basilica.

Qualsiasi sia il mezzo con il quale si decide di salire in vetta, mi sentirei di consigliare di raggiungere il Cristo poco prima del tramonto del sole; la situazione in quell’orario è di certo molto affollata, ma il paesaggio e l’esplosione dei colori sul golfo sono ineguagliabili.

Questo piccolo tratto di costa lucana è stupendo, ma ciò che ho più amato della Basilicata è il suo entroterra. Segui la pagina per scoprire questo viaggio!

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