Pensati Mamuthone: il Carnevale di Mamoiada

A gennaio, in occasione di Sant’Antonio, iniziano ad accendersi i fuochi del Carnevale in Sardegna. Intorno al fuoco prendono vita riti ancestrali, appartenenti a un mondo antico non del tutto scomparso, legato ai cicli naturali e agricoli.

Non sono esattamente una fanatica del Carnevale, inteso come festa dove gli eccessi e il ribaltamento dell’ordine sociale prendono simbolicamente forma a suon di travestimenti e musiche festose. Ma in qualità di antropologa di formazione, sono attratta dagli antichi riti di passaggio in cui l’uomo celebra il suo legame con la terra.

Dove, se non in Sardegna, isola che mantiene ancora viva la sua anima agropastorale, si può respirare ancora l’autenticità di queste celebrazioni, tramandate per secoli e secoli?

A ognuno il suo Carnevale.
In Sardegna ogni località ha il suo Carnevale e in Barbagia c’è forse la sua massima espressione.
A Mamoiada troviamo Mamuthones e Issohadores, di cui parlerò tra poco. A Ottana ci sono maschere dalle lunghe corna, i Boes e i Merdules. A Orotelli i Thurpos (i ciechi), vanno in scena incappucciati e con i volti ricoperti di fuliggine. A Fonni troviamo la maschera de s’Urzu (orco o orso), una testa di caprone con lunghe corna e un fazzoletto nero da donna in testa.
Seppure i rituali e le maschere abbiano caratteristiche diverse, il comune denominatore è il rapporto tra uomo e animale, tra padrone e servi, nonché la celebrazione del ciclo della vita, tra morte e rinascita.

Per anni ho sognato di esplorare l’entroterra sardo e immergermi nelle sue antiche tradizioni; la figura del Mamuthone ha sempre suscitato in me forte suggestione. Così un giorno sono partita e, sebbene avessi pochi giorni a disposizione, ho raggiunto il cuore pulsante della Barbagia per assistere al famoso Carnevale di Mamoiada.

Mamuthones

Il Carnevale di Mamoiada.
A Mamoiada i protagonisti del carnevale sono i Mamuthones, uomini vestiti di pelli di pecora nera, con il viso coperto da maschere di legno dall’espressione sofferente (sa visera). In testa hanno avvolto un fazzoletto, che richiama il femminile. Sulla schiena, sa càrriga, il grappolo di campanacci e sonagli con un peso che può raggiungere i 25 kg.
Durante la processione (perché più che una sfilata sembra una processione), i Mamuthones procedono in silenzio, con le espressioni cupe delle loro maschere, in una danza fatta di movimenti delle spalle e pesanti saltelli grazie ai quali i campanacci risuonano. E’ una coreografia semplice, ma rigorosa e ipnotica, che non ha niente a che vedere con le comuni danze carnevalesche piene di goliardia.
Forse la cosa che più mi ha colpita è stato proprio questo: l’assenza di musiche, il silenzio interrotto solo dal suono metallico dei campanacci, che dona alla manifestazione un’aurea di sacralità e mistero.
Insieme ai Mamuthones, sfilano gli Issohadores, che indossano invece un corpetto rosso e una maschera bianca; in mano tengono la soha, un laccio che usano per catturare simbolicamente le persone, e sono disposti nella sfilata in modo apparentemente meno ordinato.

La danza messa in scena a Mamoiada ha origini antiche e misteriose ed è stata interpretata in diversi modi.
Qualcuno ritiene si tratti della riproduzione di antichi riti propiziatori, per rendere omaggio alla natura dalla quale la vita dell’uomo dipende visceralmente. Qualcuno ha visto nelle maschere scure simboli demoniaci.
Altri riconoscono la celebrazione del ciclo di morte e rinascita rappresentato dal susseguirsi delle stagioni, al quale sono legate anche le fasi produttive del lavoro nei campi e con le bestie; le maschere animalesche raffigurerebbero gli animali allevati, mentre gli Issohadores sarebbero i pastori che li governano. L’espressione sofferente delle maschere dei Mamuthones richiama alla fatica e al sacrificio del lavoro agricolo, come d’altronde il peso dei massicci campanacci che portano sulla schiena.
Saltando, inoltre, è come se calpestassero pesantemente la terra, quasi a voler causare un risveglio della natura che diventa nuovamente viva e produttiva dopo l’inverno.

Issohadores

Dall’altro lato, gli Issohadores hanno un ruolo più giocoso all’interno della sfilata; spezzano il cupo rigore dei Mamuthones entrando in contatto con il pubblico, come se uscissero dalla dimensione sacra per entrare nel profano.
Lanciando la corda e tentando di catturare gli spettatori, compiono un gesto di buon augurio, un segno di prosperità e fertilità futura.

Non solo Mamuthones.
Mamoiada è conosciuta per lo più per il Carnevale, intorno al quale si sviluppa la maggior parte della sua offerta culturale. Il piccolo borgo ospita infatti il Museo delle maschere mediterranee e si possono trovare botteghe artigiane che riproducono i famosi travestimenti. Tutt’intorno, c’è la maestosa terra di Barbagia, con boschi, vigneti e sentieri di pastori, all’ombra del Supramonte e il Gennargentu.
Importante è anche la presenza di monumenti preistorici nei dintorni di Mamoiada: ci sono dolmen del Neolitico, pedras fittas (menhir), domus de Janas e nuraghi.

Poco fuori dal centro cittadino si trova sa Perda Pintà (la pietra dipinta), nota anche come stele di Boeli: è una lastra granitica alta oltre due metri e mezzo, adornata con cerchi concentrici, bastoni uncinati e coppelle, simboli legati a culto della fertilità e al concetto di morte e rinascita.

Le tracce dell’uomo del passato resistono quindi, in Barbagia, sotto forma di granitica pietra ma anche come performance culturale, come appunto nel caso del Carnevale.

Pensati Mamuthone.
Non solo il passato permane, ma è più vivo e sentito che mai, ancora oggi. Per celebrare il Carnevale nulla è lasciato al caso; i Mamuthones non sono persone qualunque, ma membri della comunità, scelti dalla comunità, e spesso appartengono a famiglie di pastori che si tramandano questo ruolo generazione dopo generazione.

Il momento della vestizione e della prima uscita dei Mamuthones e Issohadores (che avviene appunto il 17 gennaio a San’Antonio) è un momento importante, quasi sacro. Sembra un vero e proprio rito di passaggio in cui l’uomo smette di essere uomo, si trasforma e diventa maschera. E la maschera, il Mamuthone, è custode delle radici di un popolo.

Durante le celebrazioni di Mamoiada del 2025, c’era una ragazza che indossava il vestito da Mamuthone con un cartello attaccato alla schiena che diceva “Pensati Mamutone”, riprendendo il trend lanciato qualche anno fa da Chiara Ferragni con il suo “Pensati Libera”.
Sul momento mi ha fatto sorridere, ma poi ripensandoci, essendo tale maschera simbolo di trasmissione culturale, non posso che interpretare questo messaggio come un segno di buon auspicio per il popolo sardo. Siate fedeli alla vostra storia, custodi della vostra cultura e difensori della vostra terra.
Pensatevi Mamuthones.

Ringrazio Giulio che mi ha assecondata in questo folle viaggio nel cuore di Barbagia.

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Una Passeggiata Dantesca sul Golfo di Noli

Da secoli i pescatori di Noli, borgo medioevale in provincia di Savona, ogni mattina tornano dal mare a bordo dei loro colorati gozzi, tradizionali imbarcazioni di legno, e vendono a ridosso della spiaggia il pesce appena pescato.
Appartengono a una cooperativa fondata a inizio ‘900 come società di mutuo soccorso e si tramandano, una generazione dopo l’altra, questo antico mestiere. La pesca artigianale di Noli è diventata un Presidio Slow Food da tutelare.
I pesci pescati ovviamente variano in base alla stagione e le reti utilizzate sono diverse: il tramaglio, le reti a imbrocco e incastellate, i palamiti, le nasse e le sciabiche, reti antichissime di origine araba.
Un tempo, tra le vie della cittadina erano attive sei friggitorie, dove le donne cucinavano i pesci che poi venivano posizionati in lattine circolari.

I gozzi e la pesca del golfo di Noli sono solo una parte di un bellissimo quadro in cui convivono natura, storia e tradizione.
Annoverata tra i borghi più belli d’Italia, Noli è un’ex Repubblica Marinara e un borgo medioevale perfettamente conservato, incastonato tra colline di macchia mediterranea. Le vie lastricate, i carruggi stretti, gli edifici storici e le torri medioevali rendono questa cittadina un piccolo gioiello in cui è bello perdersi.
Il Castello di Monte Ursino domina il golfo dall’alto, mentre sulle alture circostanti si nascondono tantissimi sentieri percorribili a piedi e in mtb.
Uno di questi fu percorso anche da Dante e attualmente prende il nome di Passeggiata Dantesca.

La Passeggiata Dantesca.
Si narra che nel 1306 Dante Alighieri, in viaggio verso la Francia, percorse proprio la mulattiera che attraversa le alture del golfo di Noli. Lo scrittore cita Noli nel IV canto del Purgatorio: “Vassi in San Leo e discendesi in Noli”.

Facendo riferimento a questo passaggio, è stato tracciato un itinerario ad anello chiamato proprio Passeggiata Dantesca. Il percorso, con partenza dall’incantevole cittadina medioevale, si interseca in alcuni tratti con il famoso Sentiero del Pellegrino, con quello dell’Alta via del Golfo, con il sentiero Liguria e il percorso 24H mtb. Si cammina nella macchia mediterranea e si può godere di bellissimi panorami sul mare.

Si inizia a camminare in salita da via XXV aprile, in direzione Capo Noli, seguendo la specifica segnaletica “Passeggiata Dantesca”. Si incontrano i ruderi delle chiese romaniche di San Lazzaro e Santa Margherita (vederle in questo stato di abbandono spezza il cuore), nonché quello che resta dell’Eremo d’Albertis (che in passato doveva essere un gioiellino).
Volendo si può fare una deviazione per ammirare la particolare Grotta dei Falsari. Ne ho parlato anche nel mio articolo sul Sentiero del Pellegrino.

Una volta risalito il crinale, in località Semaforo, si svolta a destra e si percorre la sterrata che risale più dolcemente il pendio regalando anche diversi scorci sul golfo di Noli.
Si giunge nella località Manie, al Bric dei Crovi, il punto più alto del percorso. Si arriva a un incrocio chiamato Terre Rosse e si percorre ancora un chilometrino su un sentiero molto panoramico, per poi addentrarsi in discesa nel bosco del Perasso. Al termine del sentiero nel bosco si raggiunge una strada asfaltata che conduce, in salita, all’abitato di Voze. Qui si passa davanti alla Chiesa e ci si addentra nel piccolo centro fino ad intercettare l’antica mulattiera (io non ho trovato l’imbocco dal centro di Voze, ma ho percorso un tratto di asfalto in discesa fino a intercettare una stradina sulla destra).
La strada romanica riconduce, passando tra suggestivi uliveti, al centro di Noli, in circa 20 minuti.

Una volta rientrati in paese, si può approfittare del mare cristallino per farsi un bel bagno o scegliere di visitare il borgo e i suoi carruggi; le friggitorie hanno lasciato infatti il posto a negozietti e localini turistici

Il giro ad anello è lungo 12km circa e ha un dislivello di 500 metri. L’itinerario non presenta particolari difficoltà tecniche ma bisogna comunque avere calzature e abbigliamento adeguati; non ci sono punti acqua sul sentiero ed eviterei comunque di percorrerlo nelle giornate troppo calde.

A seconda della stagione potrebbe essere molto difficoltoso trovare parcheggio a Noli, presa d’assalto dai turisti, pertanto si può decidere di raggiungere la cittadina in autobus oppure lasciare la macchina a Voze e iniziare l’anello in discesa da lì.

Su Strava e Wikiloc potete scaricare la mia traccia! Se invece volete partecipare a una camminata goliardica in compagnia, tenete d’occhio il sito del Comune di Noli o del Golfo dell’Isola, perché ogni anno, in primavera, si organizza una Passeggiata Dantesca di gruppo con punti ristoro.

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Orridi, marmitte e laghi: escursioni semplicemente belle in Val d’Ossola

La Val d’Ossola è un’estesa valle nella provincia Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte. Al contrario di altre valli piemontesi più gettonate e toccate dal turismo di massa, lei resta umile nonostante l’indiscussa bellezza dei suoi panorami e la sua natura selvaggia e quasi incontaminata.
Corrisponde a gran parte del bacino idrografico del Toce e comprende sette valli laterali (Valle Anzasca, Valle Antrona, Val Bognasco, Val Dicedreo, Valle Antigorio, Valle Isorno e Val Vigezzo). Inutile dire quindi che offre agli amanti della natura e delle attività outdoor una grande quantità di opzioni tra cui scegliere. Tra queste, ovviamente, anche le escursioni a piedi.

In questo articolo troverete la descrizione di alcuni itinerari abbastanza semplici, ma molto suggestivi e panoramici, e relative tracce. Non saranno scritti in ordine di preferenza, ma parto dalla meta più a sud per proseguire verso nord. Questi percorsi si sviluppano a quote basse e quindi risultano adatti a qualsiasi stagione, ovviamente previa consultazione meteo soprattutto per quanto riguarda la situazione neve o le temperature estive.

Monte Faiè, Parco Nazionale Val Grande.
Il Monte Faiè (o Faje) costituisce uno dei punti panoramici più suggestivi dell’ingresso della Val d’Ossola. Per l’esattezza di trova nel Parco Nazionale della Val Grande e fa parte della zona collinare che si affaccia sul lago di Mergozzo e Maggiore.
Per raggiungere la sua cima, a soli 1.352 m. di quota, si sale per un ripido sentiero passando prima in un bosco di betulle e poi tra bellissimi faggi (Faje significa infatti faggeta).
Da lassù la vista è strepitosa! In una giornata limpida si possono ammirare il Lago Maggiore, il Lago di Mergozzo, il Lago d’Orta, il Lago di Monate ed il Lago di Varese.

Si tratta di un percorso semplice, panoramico, di circa 400 metri di dislivello che si compiono in circa un’oretta partendo dal rifugio Fantoli, dove tra l’altro vi consiglio di sostare in quanto si mangia molto bene.
Per arrivare al Fantoli si lascia l’auto al termine della strada carrozzabile Alpe Ompio (a 920 m.) e si cammina su un’ampia mulattiera per circa mezz’ora.

Dalla cima del Faiè si può decidere di chiudere il giro facendo un anello, quindi dapprima scendendo il versante sul lato opposto, raggiungendo Vercio e il suo eremo, per poi risalire il pendio, godendo di altri suggestivi punti panoramici sui laghi. Si allunga un po’ ma ne vale la pena!

In questo caso, il giro ad anello con partenza ed arrivo al rifugio Fantoli è di circa 8km e 600 metri di dislivello totali. Puoi scaricare la traccia sul mio profilo di Wikiloc o Strava.

Cavallo di Ro da Alpe Cheggio, Valle Antrona.
La Valle Antrona è una delle sette valli che si diramano dalla Val d’Ossola e si caratterizza per la forte presenza di laghi sia naturali che artificiali.
Uno di questi è proprio il lago di Cheggio, conosciuto anche come Lago Alpe dei Cavalli, una diga che occupa la conca in cui un tempo vi era un lago glaciale. In prossimità di questo bacino, vi è il punto di partenza per una semplice escursione fino a Cavallo di Ro, nome con il quale si indica il tratto finale della lunga cresta che scende dal Passo del Fornalino e che divide la Valle Antrona dalla Val Bognanco.

Si parte proprio dal rifugio che si trova ad Alpe Cheggio e che sembra frequentato dal top del top dei “merenderos”. L’escursione è facile, ma non troppo, perché si tratta di 400 metri di dislivello, racchiusi in meno di 4 km (solo andata)…quindi non spiana mai!
Dalla cima Cavallo di Ro, a 1.895 m. di altitudine, la vista spazia su tutta la Valle Antrona, i suoi laghi (dei Cavalli, Lago Antrona e Lago di Campliccioli) e le sue cime al confine con la Svizzera (come Pizzo Andolla e Weissmiess).

Sui miei profili Wikiloc e Strava puoi scaricare la traccia (che include la tappa alla diga).

Orridi di Uriezzo e Marmitte dei Giganti, Valle Antigorio.
Nella Valle Antigorio la natura, con le sue mani di acqua e ghiaccio, ha modellato sculture, piscine naturali e cattedrali di roccia. In alcune di esse oggi l’uomo può intrufolarsi, camminare o godersi un po’ di fresco. Siamo nel Giardino Glaciale degli Orridi di Uriezzo.

Gli Orridi di Uriezzo sono delle gole scavate dall’acqua che si possono percorrere a piedi, sentendosi dei piccoli Indiana Jones inghiottiti dalle rocce. Il più famoso è l’Orrido Sud, una spaccatura di 250 metri, profonda 30.

Le Marmitte dei Giganti sono un’altra meraviglia della natura: piccole pozze simili a piscine, create dai vortici dell’acqua che ancora, GELIDA, vi scorre. La zona non è balneabile, ma volendo si può provare a bagnare i piedi, lì dove un tempo molto lontano c’era solo ghiaccio. Dopo pochi secondi, non li sentirete più per il freddo!

Questi due luoghi magici possono essere raggiunti in diversi modi. L’itinerario che ho percorso io parte dal Rifugio Monte Zeus, a Crego, che è stato il mio punto di appoggio per diverse escursioni in Val d’Ossola e dove tra l’altro vi consiglio di sostare perché ha un’ottima qualità prezzo.
Il giro ad anello inizialmente conduce, lungo un sentiero in discesa, alle splendide Marmitte dei Giganti, per poi risalire dolcemente il crinale e passare all’interno dell’Orrido Sud e in seguito nell’Orrido Nord-Est. Lungo il percorso ci sono altri punti in cui è possibile ammirare cascatelle e corsi d’acqua che passano tra le gole.

Sui miei profili Wikiloc e Strava puoi scaricare la traccia del percorso che ho fatto io, che ha una lunghezza di circa 6,5 km e un dislivello sui 500 metri (le tracce potrebbero non essere precise su questo perché le pareti degli Orridi hanno mandato un po’ in tilt il Garmin).

Se passate da queste zone, vi consiglio inoltre di visitare i caratteristici borghi della zona, volendo anche attraverso un’escursione a piedi. In un articolo precedente avevo parlato di Croveo, Baceno e zone limitrofe, incluso il suggestivo borgo abbandonato di Cuggine.

Alpe Devero, Crampiolo e diga di Codelago.
Avete presente quei luoghi che si vedono nelle pubblicità?
Casette curate, erbetta verde, mucche che fanno lo yogurt, famiglie felici che bivaccano insieme, boschetti trallallà trallallero intorno…Ecco.
Questa meta ci assomiglia molto.

Alpe Devero è un piccolo borgo situato in una conca a 1.650 metri di quota, raggiungibile a piedi, una volta lasciata l’auto ai parcheggi predisposti (la lunghezza della camminata dipende appunto da quanto vicino riuscite a lasciare la macchina). Qui si può alloggiare e partire per diverse escursioni; siamo all’interno del Parco Naturale Veglia-Devero e il suo territorio è quindi sottoposto a tutela ambientale.

Il giro ad anello (per l’esattezza “a otto”) che ho fatto io è abbastanza semplice anche se non propriamente breve. Si parte da Alpe Devero e in circa 40 minuti si arriva al borgo di Crampiolo. Si tratta di un piccolo insediamento di baite tradizionali che fa innamorare a prima vista il visitatore. Si trova a 1.767m. e sembra il luogo perfetto per concedersi un lungo far niente.
Ma per chi ha la forza di andare avanti, si aprono altrettanti scenari spettacolari. Dopo Crampiolo si sale e si raggiunge il lago di Devero (diga di Codelago), del quale si compie l’intero giro godendo di tantissimi scorci meravigliosi. Una volta circumnavigato il lago, si torna indietro, si passa nuovamente per Crampiolo (vi consiglio una sosta alla yogurteria) e si può fare tappa al suggestivo laghetto delle Streghe, per poi tornare al punto di partenza ad Alpe Devero.

L’intero giro è lungo 15 km e si sviluppa su 600 m. di dislivello circa; su Wikiloc e Strava puoi scaricare la mia traccia (come punto di partenza e arrivo c’è la zona parcheggio)

Insomma, si può godere della bellezza della montagna senza per forza ammazzarsi di fatica per raggiungere vette irraggiungibili. Tra l’escursionismo livello PRO e il turismo “merendero” c’è una via di mezzo, basta scegliere gli itinerari giusti!

Ringrazio Omar per avermi donato alcune delle foto che ho usato in questo articolo!

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Palermo underground: cantieri culturali, mondo dei morti e sette segrete

Dopo essersi persi per le strade Palermo, tra mercati, murales e capolavori architettonici, lasciamo le mete turistiche più classiche e ufficiali, per esplorare la Palermo sommersa e più “underground”.

CANTIERI CULTURALI
I Cantieri Culturali si trovano nelle vicinanze della Zisa e costituiscono un importante polo culturale della città. Sono un ottimo esempio di archeologia industriale, infatti un tempo qui operavano le Officine e lo Studio Ducrot. Costruiti tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, all’interno dei 23 capannoni vennero realizzati i mobili liberty tra i più belli d’Europa, disegnati dell’architetto palermitano Ernesto Basile. Negli anni ’30 ospitarono anche l’ Aeronautica Sicula, dove vennero realizzati gli aerei progettati dall’ingegnere Giovanni Battista Caproni.
Nel 1939 gli spazi furono ceduti a un imprenditore genovese, ma dopo la seconda guerra mondiale, dopo un breve periodo in cui si occupò di produzione ferroviaria, lo stabilimento fallì definitivamente.
Dopo anni di abbandono, i locali furono recuperati e riportati a nuova vita, acquistati dal comune di Palermo nel 1995.
Attualmente qui si trovano spazi espositivi destinati ad eventi teatrali, musicali, cinematografici e iniziative culturali di ogni genere.
Tra le variegate e interessanti offerte, si distingue il Centro Internazionale di Fotografia Letizia Battaglia, fotografa palermitana mancata nel 2022. Il Centro, nato nel 2017 e fortemente voluto dalla Battaglia, ospita nei suoi 600 metri quadrati di superficie esposizioni fotografiche e una mostra permanente dedicata agli scatti del giornale L’Ora, presso il quale la famosa fotografa lavorò, in prima linea contro la mafia.
Anche se si trova fuori dal centro e dai più popolari percorsi turistici, merita senza dubbio una visita.

LE MUCHATE ARABE
Un aspetto che mi attira sempre quando visito una città è la sua parte sotterranea.
Potevo quindi non approfittare del tour proposto dalla cooperativa Terradamare insieme alle guide di Green Sicily Outdoor nelle antiche cave di Palermo?
Le più antiche cave della città risalgono all’epoca dei Fenici, ma con l’arrivo degli Arabi, fino ai Normanni, la rapida espansione della città rese necessaria una quantità sempre maggiore di materiale per costruire palazzi, chiese e abitazioni. Fu così che nacquero le Muchate (termine di origine araba, dal quale deriva probabilmente il verbo siciliano “ammucciare“, che significa nascondere), una rete di gallerie sotterranee, dalle quali si estraeva la calcarenite. Sebbene l’operazione di ricavare il materiale dal sottosuolo avesse un maggior costo economico e richiedesse un duro lavoro, gli arabi (che come ho già raccontato nel precedente articolo erano degli esteti) preferirono questa soluzione per evitare di danneggiare esteriormente l’ambiente e i terreni coltivati.

Le cave che ho visitato, che si trovano in zona Fiera del Mediterraneo e alle quali si accede incredibilmente attraverso il garage di un privato cittadino, sono tra le più estese della città. Funzionarono fino agli anni 30 del 1900 e le condizioni di lavoro erano durissime. In cava si lavorava fin da bambini (i bambini venivano letteralmente venduti dalle famiglie più povere), che spesso non uscivano quasi mai alla luce del sole. L’ambiente era molto caldo e si lavorava nudi; per questo motivo la Chiesa non riconosceva ai morti delle cave un funerale cristiano. Inoltre, la violenza e i fenomeni di pedofilia erano molto diffusi.
Ma il sottosuolo di Palermo nasconde decine di chilometri di gallerie, dal Papireto fino a Ciaculli.
In epoca moderna furono riutilizzate o come rifugio antiaerei nella seconda guerra mondiale, o come fungaie.
Vi consiglio di visitare il sito della cooperativa Terradamare, che propone tour alternativi di Palermo e dei suoi quartieri, e di Green Sicily outdoor, network di associazioni di guide ambientali ed escursionistiche che vogliono valorizzare il territorio (e il sottosuolo) palermitano e non solo.

CATACOMBE
Tra i tesori sotterranei di Palermo ci sono le famosissime Catacombe dei Cappuccini. Si tratta di un’esposizione di 8.000 mummie, ordinate in base al genere e alla classe sociale, che oltre a sollecitare l’entusiasmo degli amanti dei tour del macabro sono un’importante testimonianza dei costumi dell’epoca antica, quando non esisteva ancora l’obbligo di seppellire i defunti nei cimiteri. Nel XVI secolo i frati cappuccini seppellivano i confrati in una cisterna, che però a un certo punto non aveva più spazio. Si crearono nuove catacombe e nel momento di traslare le salme, si accorsero che esse si erano mummificate per processo naturale. Interpretato come segno della volontà divina, si iniziarono a imbalsamare i corpi dei defunti; inizialmente si faceva solo con gli uomini di chiesa, ma in un secondo momento anche con le salme dei fedeli ricchi abbastanza da poter sostenere i costi del processo di imbalsamazione (molto costoso). Pertanto, nelle Catacombe dei Cappuccini, che attualmente sorgono a lato del Cimitero della Chiesa di Santa Maria della Pace e attirano turisti da tutto il mondo, si troveranno solo cadaveri di persone facoltose. La vera star del sito sembra essere una bambina molto piccola, Rosalia Lombardo, di cui il corpicino risulta perfettamente conservato.
Il mio consiglio personale è di scegliere una visita guidata, in modo da poter cogliere le particolarità del luogo e della sua storia; ovviamente si può anche visitarlo in autonomia ma rischia di non lasciarvi molto.

(Le seguenti immagini sono prese dal sito ufficiale delle Catacombe dei Cappuccini e dal sito di Archeofficina, poiché all’interno di questi due siti è vietato fare foto)

Quelle dei Cappuccini non sono le uniche catacombe situate a Palermo. Vi sono per esempio anche le Catacombe Paleocristiane di Porta d’Ossuna, risalenti al periodo compreso tra il IV ed V secolo d.C. e scoperte nel 1739. Sono costituite da centinaia di metri di gallerie sotterranee, loculi e gallerie. Un tempo erano dipinte, ma oggi si scorgono solo alcune tracce di intonaco. Al momento della scoperta fu trovata una targa funeraria di una bambina, attualmente conservata Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas.
Durante la seconda guerra mondiale le catacombe vennero utilizzate come rifugio dalla popolazione in fuga dai bombardamenti.
Per visitarle si può prenotare un tour guidato organizzato dagli archeologi della cooperativa Archeofficina.

Questa catacombe vengono associate alla storia dei Beati Paoli, una setta segreta che agiva nella Palermo sotterranea; l’autore dell’omonimo romanzo menziona infatti le catacombe di Porta d’Ossuna diverse volte.

BEATI PAOLI
Tra storia e leggenda, i Beati Paoli erano una setta di sicari che si riuniva in segreto nelle cripte sotterranee Palermo, più precisamente quelle del quartiere del Capo, dove infatti vi è una piazzetta che ha preso il suo nome. Sebbene fonti orali ne collochino l’origine nel XII secolo, solo tra il XV ed il XVI secolo se ne iniziò a parlare utilizzando questo nome. Ne scrisse Luigi Natoli nel romanzo “Beati Paoli”, in origine pubblicato a puntate sul Giornale di Sicilia a inizio 1900. Secondo il suo racconto, i Beati Paoli operavano nella Palermo del ‘700 come una sorta di tribunale sommerso e pianificavano crimini e vendette, commissionati da appartenenti alla classe mezzana.
Qualcuno pensa che la setta rappresenti il mito originario della mafia e si dice che il noto romanzo abbia avuto molto successo anche tra i rappresentati della malavita locale.

La Chiesa di Santa Maria di Gesù al Capo, situata nella piazzetta Beati Paoli, custodirebbe l’accesso al mondo sotterraneo di questa spietata setta, i membri della quale, incappucciati, si muovevano in segreto tra i cunicoli sotto la città. Probabilmente queste cavità appartenevano alla necropoli cristiana del IV-V secolo d.C., che si sviluppava dalla chiesa fino alle antiche mura di Porta d’Ossuna.

Sia la cooperativa Terradamare che Archeofficina propongono saltuariamente tour guidati nel ventre di Palermo, per ripercorrerne questa storia sommersa, tra fonti storiche e leggenda.

Il mio viaggio tra le strade e i sotterranei di Palermo finisce, per il momento, qui, consapevole che tanto ancora rimane da scoprire in questa straordinaria città.

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Palermo: paradisi urbani e peccati di gola

I Quattro Canti sono il punto in cui si spacca il cuore di Palermo. L’impianto arabo e medioevale della città, fatto di vicoli e stradine, viene tagliato da una croce (via Maqueda e via Vittorio Emanuele), simbolo cristiano e di apparente ordine, che divide i quattro quartieri storici di Palermo (Capo, Albergheria, Loggia e Kalsa).

A proposito di stradine ed eredità araba, ci eravamo lasciati nel dedalo dei vicoli caotici del suq di Ballarò, dove il barocco siciliano si nasconde tra le bancarelle del mercato, dove lo splendore del patrimonio arabo-normanno convive a fianco della decadenza degli antichi palazzi nobiliari.

Ecco alcune pillole per gustare al meglio Palermo e scoprire i suoi angoli di paradiso.

EREDITÀ ARABO-NORMANNA
Lo stile arabo- normanno nasce dalla fusione di due correnti artistiche assai diverse, che hanno dato vita a capolavori architettonici di cui Palermo è ricca.
Gli arabi hanno dominato qui per due secoli e mezzo (dall’827 alla fine del XI secolo) e resero Palermo una città importante, con palazzi meravigliosi, moschee, minareti, giardini. Poi arrivarono i Normanni, che si appropriarono di queste strutture, ma riconobbero la bravura degli arabi e non buttarono giù tutto; decisero invece di rimodellarle e dargli nuova funzione.
È da questo sincretismo che nacque uno stile particolare e affascinante, le cui caratteristiche sono, per esempio, la pianta basilicale a croce latina o greca, le torri e il portale sulle facciate, i mosaici bizantini e gli ornamenti arabi, la presenza di cupole rosse. Spesso i palazzi sono immersi in grandi parchi, con fontane, portici, pavimenti di marmo, pareti ricoperte da mosaici con motivi arabizzanti e infine soffitti ed archi con muqarnas (decorazione ad alveoli o a stalattiti).

Senza raccontare i dettagli di ogni singolo edificio (ci avranno scritto libri e si troveranno informazioni ovunque nel web), meritano sicuramente di essere visitati questi siti: Palazzo Reale o dei Normanni (la Cappella Palatina vi farà quasi svenire dall’emozione), il grande classicone Cattedrale di Maria S.S. Assunta (non perdetevi la Sura del Corano incisa nella prima colonna a sinistra del portico), la Chiesa di San Giovanni agli Eremiti (piccola ma preziosa), la Zisa (che attualmente ospita il museo di arte islamica), la Martorana e l’adiacente Chiesa di San Cataldo.
Guarda caso sono tutti Patrimonio Unesco!
Se posso darvi un consiglio, consultate prima gli orari e i giorni di apertura.

CHE FICUS! PARADISI IN TERRA.
I giardini, le fonti e i frutteti arricchivano le residenze arabe del X e XI secolo e furono poi ripresi dai Normanni, che attorno alle loro dimore estive (i Sollazzi) costruirono parchi, campi coltivati e laghi artificiali. Per gli arabi questi giardini erano una sorta di paradiso in Terra, in attesa del vero e proprio aldilà post mortem.
I più celebri Sollazzi di Palermo sono quelli della Zisa (dal termine al-azis, splendido, glorioso) e quello del Palazzo dei Normanni, il Genoardo (da gennet- el ardhy, paradiso in terra).
Nella Zisa l’acqua non circondava l’edificio, ma era generata all’interno della sala della fontana; attraversava poi un canaletto per versarsi in due piccoli bacini interni e infine terminava nella peschiera esterna. Vi era quindi un intercambio e un’interdipendenza tra l’esterno e l’interno del palazzo, come a voler simboleggiare la continuità e il legame del giardino-paradiso con la vita terrena. Nella sala della fontana vi sono richiami scultorei all’idea di paradiso terrestre (i pavoni, i pesci, gli uccelli, ecc).

Palermo ha il pregio di conservare, all’interno della sua caotica metropoli, degli angoli di paradiso urbano, verdi, silenziosi, belli.

Il più famoso e imponente è senza dubbio l’Orto Botanico dell’Università di Palermo, in cui davvero ci si può perdere in mezzo alla quantità di viali e specie di piante.
C’è Il Parco d’Orléans, che fa parte dell’omonima villa, la quale ospita la sede della Presidenza della Regione Sicilia. È stato trasformato in un parco ornitologico, che però purtroppo, oltre le diverse specie di uccelli, ospita anche dei cerbiatti che sono chiusi in gabbie, cosa che non mi è piaciuta granché.
Nella zona liberty di Palermo c’è il Giardino Inglese, dove alberi esotici e statue realizzate dai migliori scultori siciliani di fine 800 e dei primi anni del XX secolo, occupano un giardino creato seguendo il più possibile la morfologia naturale del terreno


Nel cuore del quartiere Kalsa c’è il giardino di Villa Garibaldi, in piazza Marina, dove padroneggia il più gigantesco esemplare di ficus della città. Alto 30 metri, ha una circonferenza di più di 21 metri e una chioma con il diametro di 50 metri: si tratta di un Ficus macrophylla, o magnolioide, originario delle foreste pluviali e piantato qui nel 1864. Le sue radici aeree, che si trasformano una volta toccata terra in tronchi supplementari, e i suoi rami, lo fanno sembrare una creatura “stritolante”…meravigliosa.
Me ne sono letteralmente innamorata!
A Palermo si trovano diversi di questi imponenti ficus: nell’Orto botanico, a Villa Trabia, nel Giardino inglese, nel giardino della Palazzina cinese e il nel giardino pensile di Palazzo dei Normanni.
I giardini di Palermo non finiscono qui e, se siete alla ricerca di angoli di verde e di pace, consiglio di visitare questa pagina dove sono dettagliatamente elencati.

MANGIA CA SI FATTA SICCA: FOOD E STREET FOOD
A proposito di paradisi e piaceri della vita, non si può non menzionare il cibo parlando di Palermo.
Chi ha letto lo scorso articolo si sarà chiesto: “Ma che non te le sei mangiata due cose a Palermo?”. E come no. Chi mi conosce lo sa che sono una schiappa in tutto, tranne che nel degustare la cucina locale ovunque vada…e modestamente Palermo è una delle capitali dello street food made in Italy.
Vi ho parlato dei mercati, che certamente sono il regno indiscusso e il punto di partenza obbligato per un viaggio nel gusto. Ma al di là di questi luoghi, a Palermo si può trovare cibo buono e alla portata di tasca pressoché ovunque.
All’assaggio non possono mancare ovviamente il classico pane e panelle (molto simile al panino con le fette di panissa ligure), al quale si possono aggiungere le crocchette, e il panino con la milza. Ninu u Ballerino e U Vastiddaru hanno una discreta fama in città. Alla griglia on the road si può trovare la stigghiola (budella di ovino), il mangia e bevi (scalogno arrotolato nella pancetta), il polpo.
Spesso nei mercati capita di vedere un misterioso cesto coperto da una tovaglia, che nasconde la frittola, un mix di frattaglie prima bollite, poi rosolate e infine fritte; il venditore infila la mano sotto la coperta, le afferra con la mano e le mette in un panino o nella carta.
Lo sfincione, una pizza spessa condita con pomodoro e cipolla, è un’invenzione delle suore del monastero di San Vito, che volevano solleticarsi l’appetito con un’alternativa sfiziosa al solito pane (alle monache, birbantelle, si devono molte invenzioni culinarie).
Attenti al lessico: l’arancina è rigorosamente femmina (e ha trovato una sua versione gourmet a Ke Palle), la brioche è quella con il gelato o la granita, la focaccia non è quella ligure ma il tradizionale pane che contiene milza e panelle (L’Antica Focacceria San Francesco è nata nel 1834 e attualmente è un vero e proprio ristorante nel quartiere Kalsa).
Mancia ca si fatta sicca, c’era scritto sulla bancarella di un grigliatore di Ballarò.
Quindi che dire, lasciate ogni dieta voi che entrate!

DULCIS IN FUNDO
La Sicilia, si sa, è la regina dei dolci ad alto contenuto di zucchero e ricotta. Quest’ultima la troviamo nei cornetti, nel cannoli, nelle cassate e nell’iris. Poi c’è la pasta di mandorle e il marzapane con il quale si produce la famosa frutta martorana, che prende il nome dal monastero dove nacque (le monache, in occasione della visita di un prelato, crearono degli aranci finti per rimpolpare i rami degli alberi che non ne avevano molti). I bar e le pasticcerie di Palermo offrono ogni genere di leccornia, alla quale il goloso non può proprio sfuggire. Tra le più rinomate c’è la Pasticceria Costa, la Cappello, la Pasticceria Oscar, Scimone (conosciuta per il Dito d’Apostolo), la Torrefazione Stagnitta e la Cubana.
Senza nulla togliere a questi tempi del gusto, vorrei soffermarmi su un’esperienza nel mondo dei dolciumi che mi è rimasta particolarmente nel cuore.

Al Monastero di Santa Caterina d’Alessandria, che si affaccia sulla famosa piazza Pretoria, vi è un luogo dove è possibile tuffarsi nelle antiche tradizioni della pasticceria conventuale palermitana; si tratta della dolceria “I Segreti del Chiostro“. La vendita dei dolci, quali le torte di ricotta, biscotti di mandorle, pasticciotti ripieni, frittelle e conserve, costituiva per la monache di clausura una fonte di sostentamento. Le ricette di queste delizie erano segrete e si tramandavano solo dalle monache più anziane a quelle più giovani. Oggi è possibile accedere alla dolceria e al monastero, per visitarlo e consumare i dolci prescelti nel bellissimo chiostro maiolicato.
Adiacente al monastero c’è anche l’omonima chiesa, cinquecentesca, che merita sicuramente una visita perché, che vi piaccia o no il barocco, l’impatto visivo vi toglierà il fiato.

Insomma, a Palermo si può godere di paradisi celesti e terreni senza rinunciare a piccoli peccati di gola.

Il mio viaggio non finisce qui. Prossimamente vi parlerò della parte più “underground” della città di Palermo.

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Le strade di Palermo: tra santi, mercanti ed eroi

Nelle strade di Palermo convivono eleganza e decadenza, ordine e caos, legalità e sommerso. Si cammina avvolti dal vociare della gente, dai richiami dei mercanti, dal rombo dei motorini che sfrecciano anche dove non si potrebbe. Parlano della sua storia gli edifici e i monumenti antichi, l’immenso patrimonio artistico e culturale che offre la città. Il suo presente si respira perdendosi nelle le vie sgangherate, tra i rumori e gli odori, tra i colori dei murales dipinti dagli street artists locali, dove si incontrano i volti dei personaggi dei quartieri, dei santi e dei nuovi eroi.

STREET ART, TRA SANTI ED EROI
Il mio viaggio a Palermo è iniziato dal quartiere del Capo, dove alloggiavo, proprio sopra l’omonimo mercato rionale.
Una spietata Greta Thunberg mi dava il buongiorno arrabbiatissima ogni mattina, introducendomi all’immenso mondo della street art palermitana.
Tutta la città è infatti un gigantesco museo d’arte cielo aperto, in cui camminando e camminando, in ogni quartiere, dal centro a quelli più periferici, troviamo le immagini di eroi moderni, quali coloro che si opposero alla mafia, e quelle di sante e santi reinterpretati in chiave attuale.
Cercateli, facendovi aiutare da una guida o da google maps dove sono comunque segnalati. I nomi che forse troverete più spesso sono quello di Igor Scalisi Palminteri, Nutto&Niente, TvBoy, di cui vi invito a visitare le pagine personali.
Lascia senza fiato ed emoziona, il gigantesco murale della legalità, situato al Capo, dove si susseguono per 70 metri i volti di magistrati, forze dell’ordine, artisti, che si schierarono apertamente contro la mafia.

PALERMO ANTIMAFIA
Se è vero che la storia di Palermo è stata macchiata dalla mafia, altrettanto vero è che il suo presente non dimentica ed è abitato da realtà che si oppongono ad essa fortemente, promuovendo la legalità.
In città e dintorni ci sono molti luoghi simbolo, che meritano di essere conosciuti. I più tristemente famosi ovviamente sono gli alberi memoriale di Falcone e Borsellino; il primo situato sotto l’abitazione del magistrato ucciso nella strage di Capaci, il secondo, situato in via d’Amelio.
Alla memoria dei due magistrati è stato intitolato, all’interno del Palazzo di Giustizia, il Museo di Falcone e Borsellino. A Peppino Impastato invece è stato dedicato il Centro Siciliano di documentazione, il primo centro studi sulla mafia nato in Italia. Il Centro Impastato è anche promotore del No Mafia Memorial, uno spazio museale dedicato alla storia della mafia e dei movimenti antimafia. Infine, un altro luogo simbolo è la casa di Paolo Borsellino, nel quartiere Kalsa (dove nacque tra l’altro anche Falcone), trasformata dal fratello del magistrato in un centro di ascolto e servizi alla popolazione. Tra le tante attività proposte ci sono laboratori, doposcuola, ma anche uno sportello di supporto legale gratuito. E’ stato un modo per riportare Paolo nel suo quartiere e in qualche modo continuare il suo lavoro per la legalità.
La cooperativa sociale e tour operator Addio Pizzo Travel propone invece itinerari cittadini e viaggi con l’intento di far conoscere i luoghi e le storie più significative della lotta antimafia; una proposta interessante che vi consiglio di esplorare visitando il loro sito.


ROSALIA
Non si può parlare di Palermo senza citare Santa Rosalia, patrona della città. Già nelle settimane prima della sua celebrazione, il festino del 14 luglio, appaiono decorazioni, altarini, luminarie in tutta la città. Il giorno clou della festa è esplosione di colori, bancarelle poco sobrie e luminescenti, dj set ovunque (compresi nei negozi ortofrutticoli) donne che indossano coroncine di rose rosse, che simboleggiano la Santuzza.

Ma diamo uno sguardo alla storia e alla leggenda. Poco lontano dal centro di Palermo, il Monte Pellegrino custodisce la grotta (ora inglobata in un santuario) in cui nel 1170 morì da eremita Rosalia Sinibaldi.
La Santa si era rifugiata qui poiché rifiutò di sposarsi con il conte Baldovino, come aveva deciso la sua famiglia. Nei luoghi dove si era ritirata precedentemente (prima una chiesa e poi una grotta situata nei possedimenti del padre) riceveva comunque visite dal pretendente e dai genitori. Pensò bene quindi di nascondersi in un posto meno raggiungibile (come darle torto).
La sua salma fu ritrovata 500 anni dopo, quando apparve in sogno a un saponaro mentre a Palermo c’era la peste: si dice che quando le sue ossa furono trasferite nella Cattedrale (dove sono tutt’ora), Palermo fu liberata da questo flagello. Per questo divenne la patrona ufficiale della città.
Santa Rosalia è morta dormendo, beata e in solitudine, per questo forse è rappresentata sdraiata quasi in estasi.

Il Monte Pellegrino merita una visita perché, al di là del suggestivo santuario incastonato nella roccia, da lassù si code di una bellissima vista sulla città e sul mare…dal “più bel promontorio del mondo”, come disse Goethe.

VUCCIRIA
A Palermo, per riferirsi a qualcosa che non avverrà mai, si usa l’espressione: “Quannu asciucanu i balati ‘ra Vucciria” (= Quando si asciugherà il lastricato della Vucciria), cioè mai, perché è sempre bagnato dai mercanti. Oggi dello storico mercato oggetto della famosa opera di Guttuso (che potete ammirare a Palazzo Chiaramonte-Steri), non c’è quasi più traccia. Rimane la piazzetta sgarrupata, il purparo, i vicoli pieni di locali e di vita notturna (tra cui spicca la Taverna Azzurra), i grigliatori di stigghiola che spuntano dal nulla con il calar della luce, insieme ai venditori di pane con la milza e ai cocktail bar ambulanti abusivi. Ai piedi di un palazzo in macerie dal 1945, tra cumuli di spazzatura (nonostante il divieto di scarico), si intravedere la Santa Morte, meraviglioso murale di Igor Scalisi Palmintieri, recentemente restaurato e riportato all’originario splendore.

MERCATI

A Bagdad, a Valencia, a Palermo un mercato è qualcosa di più di un mercato, cioè di un luogo dove si vendono vivande e dove si va per comprarne. È una visione, un sogno, un miraggio.”
Renato Guttuso

I mercati a Palermo sono diventati una vera e propria attrazione turistica. Non è raro infatti trovare veri propri tour organizzati, con guida munita di ombrellino e microfono, che portano i visitatori in mezzo alle bancarella della perdizione.
Confusione, disordine, profumi, grida, musica e spesso motorini che sfrecciano tra la calca.
In realtà a Palermo il mercato è la città stessa, perché al di là degli spazi di mercato ufficiali, si trovano ovunque venditori ambulanti di qualsiasi cosa: aglio, pane, street food, pannocchie bollite (pollanca), patate lesse, ecc..

I mercati storici più famosi e ancora vivi, sono probabilmente quello del Capo e Ballarò (nel quartiere Albergheria).
Al Capo il mercato si apre varcando Porta Carini, trionfale porta tardosettecentesca, e prosegue lungo l’omonima via fino alla piazzetta Beati Paoli, nome della misteriosa setta che operava nella Palermo sotterranea del ‘700. Qui si trovano comuni bancarelle di prodotti tipici, ortaggi, pesce, ma soprattutto tantissimi ristoranti o locali che vendono cibo da passeggio o espongono i piatti fatti per invitare i turisti a sedersi.


Ballarò, pur essendo anch’esso molto turistico, forse conserva maggiormente la sua funzione di mercato rionale, dove anche i palerminati vanno a fare la spesa in cerca di offerte. In confronto a quello del Capo, Ballarò è immenso, caotico e molto più rumoroso. I venditori gridano a squarciagola, alcune bancarelle hanno musica ad alto volume, microfoni, che sembra di stare in un villaggio turistico. A Ballarò si trova tutto e tutto il mondo; per scoprirne ogni chicca bisognerebbe dedicarci diversi giorni.
In una piccola viuzza ai margini del mercato, che pare fosse sempre sommersa da cumuli di rifiuti, è apparsa in una teca abbastanza rozza una Santuzza particolare: su una tavoletta di legno tutta rovinata si legge “Santuzza, liberaci dalla munnizza”. Pare abbia funzionato.


Entrambi questi mercati, si trovano in due quartieri dove il caos e il disordine si mischiano, in un perfetto sincretismo, con l’ordine e l’incanto del patrimonio artistico e culturale della città.
A pochi passi dal mercato del Capo c’è infatti la Cattedrale di Palermo (di cui parlerò nel prossimo articolo) e la città si trasforma in un salotto di classe; all’altro estremo invece spicca la Palermo liberty e quella dei teatri, come il Politeama e il Massimo.
Dentro il suq di Ballarò si nasconde uno dei migliori esemplari del barocco siciliano, la chiesa Casa Professa, mentre nello stesso quartiere, fuori dal mercato, splende l’eredità arabo-normanna di Palazzo Reale e la Chiesa di San Giovanni degli Eremiti.

E a proposito di patrimonio arabo-normanno, non si può parlare di Palermo senza menzionare i capolavori nati dal connubio di queste due diverse correnti culturali.

Ne parlerò nel prossimo articolo…il viaggio nelle strade di Palermo continua!

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I murales di Orgosolo: le lotte del mondo sui muri della Barbagia

Gli intonaci scrostati e i mattoni a vista, le case aggrappate al pendio e le stradine che si inerpicano tortuose.
Da lontano il massiccio Supramonte osserva, domina e protegge Orgosolo e gli altri paesini dell’entroterra sardo, in Barbagia.
Barbagia, “terra dei barbari” per i romani che qui non riuscirono a penetrare facilmente, a differenza di altre parti dell’isola, più permeabili. Ancora oggi, raggiungere questo territorio, centro e cuore della Sardegna lontano dalle gettonate mete turistiche, potrebbe risultare un’idea bizzarra.
Se si sceglie però di oltrepassare i pregiudizi che ancora aleggiano su questi luoghi, di cui la montagna rappresentò un tempo rifugio per banditi, si può scoprire un mondo meraviglioso di tradizioni culturali millenarie preservate in un teatro di natura selvaggia e incontaminata.
Uno di questi mondi inaspettati è proprio Orgosolo. L’antropologo Franco Cagnetta negli anni ’50 compì una serie di ricerche sul campo che sfociarono nel saggio “Banditi a Orgosolo”. Proprio come accadde per “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi per la Basilicata, l’opera di Cagnetta fece scandalo, ma rappresenta un’importante testimonianza storica e antropologica sul mondo pastorale di un tempo.

Ora Orgosolo è conosciuto ai più come il paese dei murales; quelli che si trovano qui però sono diversi dai murales che colorano i borghi del resto della Sardegna. Per capirne il motivo bisogna fare un salto indietro nel tempo.

Tutto nacque da una rivolta.
La storia dell’Orgosolo di oggi non inizia con le case dipinte, ma con una protesta: la rivolta di Pratobello.
Nel 1969 la popolazione si oppose fortemente alla militarizzazione del territorio, all’esercito americano che, appoggiato dallo Stato italiano, voleva impossessarsi delle terre dei pastori per farne un poligono di tiro. In un luogo connotato da un’economia agro-pastorale, questo fu ritenuto inaccettabile e gli abitanti di Orgosolo, insieme a quelli dei paesi vicini, diedero vita a una vera e propria lotta non violenta occupando fisicamente i terreni e mettendo in prima fila anche i bambini, contro cui nessuno avrebbero potuto sparare.
Alla fine, i cittadini vinsero la loro battaglia e il governo dovette rinunciare al progetto. Nell’altipiano di Pratobello, il centro dove avrebbero dovuto vivere i militari si è trasformato in un paese fantasma.
Il regista Vittorio De Seta, nel suo film “Banditi a Orgosolo” (1961), racconta questa lotta in difesa delle terre.

La vicenda ebbe forte eco a livello nazionale e così Orgosolo acquisì la fama di paese che si era opposto allo Stato.
Proprio per questo, il gruppo teatrale anarchico milanese di nome Dioniso, promotore del cosiddetto “teatro di guerriglia”, dopo aver appoggiato la popolazione nella protesta, si stabilì a Orgosolo per qualche anno. Prima di andarsene, lasciò un murale (nella foto di seguito) di cui il messaggio era all’incirca: vale più il capitalismo o la popolazione? Di chi è la Sardegna?
Fu il primo murale della città, ormai scomparso, il primo passo verso quello che sarebbe accaduto qualche anno dopo.

La vera e propria onda dei murales si ebbe grazie al pittore e insegnante toscano Francesco Del Casino, che dal 1975 coinvolse gli studenti nel progetto di abbellire le vie del paese con dei dipinti, nell’ottica di “rompere il muro che divide la scuola dalla società”. È sua la paternità della maggior parte dei murales; nessuno però porta la sua firma, perché secondo la sua visione l’opera appartiene a tutta la comunità.

Quello che spicca all’occhio è lo stile dalla forte influenza cubista e la potenza dei messaggi: questi infatti hanno una forte connotazione ideologica (comunista e socialista principalmente) e un significato sociale: parlano di lotte di classe, rivendicazione di diritti, capitalismo e povertà, ingiustizia e guerra. Lo sguardo oltrepassa i confini nazionali; nei dipinti compaiono le lotte e le ingiustizie dell’intero mondo.

I murales di Orgosolo quindi non rispondono solo a un senso estetico, decorativo, ma comunicano idee e trasmettono l’anima dei cittadini che materialmente lo hanno eseguito, ma anche di quelli che hanno accolto sulle pareti della propria abitazione l’opera artistica. Come scrisse Michela Murgia, nel suo bellissimo libro “Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede” :

In nessun altro posto la Sardegna emana dalle case una così alta consapevolezza di essere scheggia di un mondo enorme, la cui eco giunta fino a qui riverbera tra i muri fino a diventarne parte.

La gente di Orgosolo è complice dei murales, che restano realizzazione collettiva, se non artistica quantomeno ideologica; metterci il muro e metterci il cuore è infatti concettualmente la stessa cosa.

Sembra esserci perfetto equilibrio tra i muri dentro le case, dove forse ci sono appesi i disegni dell’asilo dei figli, e quelli esterni delle facciate, dove compare la trasposizione interpretativa dei fatti del mondo dove quei figli cresceranno.


Michel Murgia, Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede

Orgosolo oltre i murales.
Sono stata ad Orgosolo mentre ero diretta al carnevale di Mamoiada, in una domenica invernale in cui giustamente tutto era dormiente. Ho potuto dedicare all’esplorazione del cosiddetto museo a cielo aperto dei murales solo mezza giornata, ma consiglierei di prendersi più tempo perché le opere ancora visibili sono molte, circa 150. Inoltre il paese offre ai visitatori alcuni musei interessanti, utili per conoscere meglio la storia e le tradizioni di questi luoghi.

C’è per esempio il Museo del Baco da Seta, dove da duecento anni si alleva il baco da seta per confezionare a telaio su lionzu, il copricapo del costume tradizionale femminile di Orgosolo.
Sa Dommo e sos Corraine, un tempo abitazione privata della famiglia Corraine, oggi è un museo etnografico che si sviluppa su cinque piani.
C’è poi il Museo del pane Carasau, ospitato al centro del paese nella “Casa Biancu”, edificio del 1800 e rimasto intatto nella sua bellezza originaria. 

Un turismo silenzioso
Mi è capitato di parlare con dei sardi, al di fuori della Barbagia, che non comprendevano l’attrazione dei turisti per Orgosolo. Ho sentito dire testualmente: “È come andare in Iraq a vedere dei murales”, frase che testimonia una brutta considerazione di queste zone, ritenute poco sicure e disagiate.
In realtà penso che l’entroterra sardo, e in particolare la Barbagia, abbia molto da raccontare, insegnare e scoprire.
Avvicinare a questi luoghi un turismo curioso e silenzioso può inoltre avere un effetto positivo nella valorizzazione del territorio. Diciamolo, il turismo fa muovere l’economia locale; lo sanno bene le signore di Orgosolo che hanno allestito delle piccole botteghe di prodotti fatti in casa, come il mirto e le varietà particolari di miele (miele di asfodelo, miele nero e miele amaro).

Orgosolo non è solo una piccola cittadina dove ammirare dipinti bellissimi. E’ importante conoscerne la storia, che ci parla dell’ unione di una comunità contro i poteri forti. I murales raccontano e cercano di farci riflettere su temi importanti e sempre purtroppo attuali.

Il mio viaggio in Barbagia continua…al prossimo articolo!

Ringrazio la signora T., fiera abitante di Orgosolo e combattente, che ci ha raccontato con passione la storia di questo paese e della sua straordinaria gente.

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Da Mergozzo al Montorfano, un itinerario di granito

Anno nuovo, vecchie abitudini: ovvero partire per una camminatina semplice e poi ritrovarsi a faticare per raggiungere cime non previste.
Era il primo giorno dell’anno e il turistico Sentiero Azzurro, che parte dal borgo lacustre di Mergozzo per giungere al paese di Montorfano, sembrava proprio l’itinerario giusto per sgranchirsi le gambe senza impegno. Invece, mi sono ritrovata sulla cima del monte Montorfano, un apparentemente innocuo panettone di 794 metri di altitudine, che giace solitario tra i laghi nella piana alluvionale del fiume Toce.
Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo il cammino di questa giornata, facendoci strada tra bellezze paesaggistiche e testimonianze storiche.
Al fondo dell’articolo trovi la traccia del percorso completo.

Il Sentiero Azzurro tra Mergozzo e Montorfano.
Mergozzo è un piccolo e incantevole borgo, che costituisce la porta d’accesso alle meraviglie naturalistiche della Val d’Ossola, in Piemonte. Si affaccia sull’omonimo lago, uno dei più puliti d’Italia, e regala suggestivi scorci grazie ai suoi vicoli stretti, alle ripide scalinate e alle sue casette in pietra che sembrano bomboniere. Nella sua piazzetta principale, sulle rive del lago, regna un olmo centenario (a quanto pare è lì dal 1600) al quale è stato attribuito il titolo di albero monumentale del Piemonte. Degni di nota sono anche la chiesa romanica di Santa Marta e le burrose fugascine, antichi dolci simili a biscotti.

Da Mergozzo parte il Sentiero Azzurro, un’antica mulattiera che conduce al paesino di Montorfano. Si tratta di un percorso semplice, di circa 150 metri di dislivello e lungo soli 3km, che si compie in circa un’ora. Si snoda lungo il versante orientale dell’omonimo monte, affacciandosi sul lago di Mergozzo e passando sopra la ferrovia; si cammina all’ombra della vegetazione e si incontra una fonte d’acqua detta “del Vescovo” (caratteristiche che lo rendono ideale per la calda stagione estiva).

Concluso il sentiero, si percorre un breve tratto su asfalto e si arriva al borgo di Montorfano, anch’esso un piccolo gioiello in cui perdersi. Qui merita una visita la chiesa romanica di San Giovanni Battista del XI-XII secolo, che racchiude al suo interno una fonte battesimale paleocristiana.
Vale la pena anche raggiungere il belvedere, dove si può ammirare dall’alto il Lago Maggiore, il Golfo Borromeo e la piana della foce del Toce, che con la sua evoluzione arrivò a formare il lago di Mergozzo. Infatti un tempo quest’ultimo non esisteva, ma era un braccio del Lago Maggiore, dal quale poi fu separato a causa dell’accumulo dei detriti portati dal fiume negli anni: il lago di Mergozzo divenne un lago a sé stante intorno al XV secolo.

Ecco, la mia giornata ideale si sarebbe conclusa al belvedere con del sano ozio, ma essendo in gruppo mi sono dovuta adeguare al volere della maggioranza sportiva che premeva per raggiungere la cima del Montorfano.

Alla cima del Montorfano
Un cartello all’imbocco del sentiero mi ha tratta in inganno, poiché recitava testualmente: “Sentiero paesaggistico, facile e alla portata di tutti”.
Dopo averlo percorso, posso sinceramente affermare: COL CAVOLO.

In realtà, sale ripido su un tracciato sconnesso e “scalinato”. Si procede in verticale senza tregua per circa 500 metri di dislivello, in un’ora e un quarto (andando spediti), tempo che io ho riempito con fiatone e imprecazioni varie.
Sarà che sono schiappa, che sono sempre troppo poco allenata o che arrivavo già da altri giorni di camminate, ma ritengo che non sia assolutamente un sentiero adatto a tutti. I gradoni di pietra sono abbastanza alti e bisogna avere buone gambe.

Lamentele e senso di scoraggiamento a parte, questo itinerario offre qualche spunto interessante. Al di là dei belvedere sui laghi, dove si può prendere un po’ di respiro, questo monte è ricco di tracce del passato di questi luoghi.

Si tratta infatti un gigantesco blocco di granito, elemento dominante nel paesaggio della zona, che da secoli qui viene estratto e lavorato.
L’attività estrattiva fu avvitata già nel XVI secolo e il vero boom si ebbe nel XIX secolo, quando il Montorfano si trasformò in un grande cantiere a cielo aperto, con ben 39 cave differenti. Le ferite delle numerose cave sono ancora ben visibili sui fianchi del monte.
Il materiale prelevato non fu usato solo in ambito locale, ma fu anche trasportato ben lontano: per esempio, fu utilizzato per la ricostruzione della Basilica di San Paolo Fuori le Mura a Roma. In quell’occasione il granito viaggiò sull’acqua attraversando il Ticino, i Navigli, il Po, per poi arrivare all’Adriatico e circumnavigare l’Italia fino al porto di Ostia.

Lungo il sentiero è possibile scorgere segni dell’attività estrattiva del granito e del suo trasporto. Dalla cava, le pietre dovevano infatti discendere la montagna, trasportate da particolari slitte (le struse), trattenute da funi e fatte scivolare lungo le apposite vie lastricate (le lizze), che ancora sono presenti e delle quali stupisce l’estrema pendenza.

Qui nella fatica del lavoro non si sono risparmiati…e io che mi lamento per due passi che faccio a piedi.

La vetta, sinceramente, è abbastanza una delusione. Innanzitutto non è una vetta, ma un ampio pianoro; non c’è nessun effetto wow da super panorama, ma una brulla radura e una semplice croce fatta con dei bastoni in legno.

Qui però inizia un altro racconto del Montorfano, perché iniziano a vedersi i resti di quella che è conosciuta come Linea Cadorna (più esattamente si chiama Frontiera Nord), ovvero un sistema difensivo militare risalente all’epoca della Prima Guerra Mondiale.
Le opere furono progettate e realizzate tra il 1899 e il 1918 per difendere la Pianura Padana e i suoi principali centri produttivi da un eventuale attacco da parte di Francia, Germania o Austria-Ungheria.
La struttura difensiva, comprendente strade militari, trincee, strutture logistiche, postazioni d’artiglieria, ecc. , si estendeva dall’Ossola alla Lombardia. Pare che anche le donne diedero il loro contributo alla realizzazione delle opere, soprattutto per quanto riguarda il trasporto dei materiali (fatto che mi fa tornare alla mente la storia delle portatrici carniche di cui ho parlato in un altro articolo).
La linea difensiva in realtà non fu mai effettivamente usata per scopo bellico, ma resta comunque una testimonianza storica di valore.

Dalla cima del Montorfano, per tornare a Mergozzo, punto di partenza della nostra escursione, abbiamo deciso di chiudere il giro ad anello, imboccando l’antica strada militare, sicuramente molto più accessibile del tragitto dell’andata (grazie genio militare!).
Lungo il percorso si possono vedere i resti di antiche strutture militari, tra le quali la polveriera scavata nella roccia.
La strada scende dapprima a zig zag, ripida lungo il pendio, poi si trasforma in un suggestivo sentiero nel bosco e infine diventa una vera e propria strada bianca, sulla quale i miei arti hanno finalmente potuto riposare.

Giro ad anello da Mergozzo a Montorfano
Distanza: tot 11 km
Dislivello: 620 m. D+
Difficoltà: Intermedia
Stagione consigliata: tutte
Traccia: scarica su WIKILOC o STRAVA.

Dedico questo articolo ai miei compagni di escursioni che hanno sopportato le mie consuete lamentele da camminatrice schiappa.

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Un salto nel blu tra i sentieri di Cervo

Racchiuso tra le antiche mura medioevali, quasi sospeso sul mare, il borgo di Cervo è un piccolo gioiello rimasto intatto nel corso del tempo, sia dal punto di vista naturalistico che urbanistico. Gli stretti vicoli che si snodano al suo interno si trasformano a tratti in ripide scalinate che portano al mare. La piazza principale, dominata dalla chiesa barocca di San Giovanni Battista, è una terrazza sul mare che regala un panorama mozzafiato sul tratto di costa che va da Capo Mele, a est, a Capo Berta, a ovest, nonché sulla popolare isola Gallinara a forma di tartaruga.

Cervo e il suo litorale, oltre che costituire una meta turistica molto gettonata proprio per la bellezza del borgo e gli scorci che regala, possono essere il punto di partenza (e di arrivo) per escursioni a piedi che percorrono la zona collinare sovrastante.

Le colline che si trovano alle spalle di Cervo sono terrazzate e coltivate a ulivo, testimoni quindi di una tradizione millenaria che ha portato gli abitanti liguri ad “addomesticare” e quindi sopravvivere in un territorio spesso aspro e impervio.
Le zone coltivate si alternano ai boschi di pini e a una profumata macchia mediterranea.

Con zaino in spalla e abbigliamento poco glamour, abbiamo resistito alla tentazione di adagiarci in uno dei numerosi e per niente economici localini del borgo e ci siamo avventurati per i sentieri liguri (a mio parere sempre segnalati poco). L’intenzione era quella di raggiungere il colle Cervo attraverso il sentiero balcone del Poggio Castellaretto, facendo poi un giro ad anello con rientro al paese.

Una precisazione: avendo provato questo itinerario seguendo una traccia probabilmente sbagliata e a causa della segnaletica un po’ scarsa, in questa camminata abbiamo perso la retta via diverse volte (per questo motivo non possiedo una traccia gpx degna di essere condivisa). Nel magico mondo dell’internet sarà sicuramente possibile rintracciare descrizioni e tracce dettagliate.

Usciti dal centro storico di Cervo, nel primo tratto del percorso si passa su una mulattiera attraverso le vecchie fasce e i muretti in pietra. Superati alcuni serbatoio in disuso, si imbocca una strada asfaltata nella zona residenziale vip di Poggio Castellaretto; visto il nostro outfit poco chic, ci siamo conquistati gli sguardi sospettosi dei proprietari delle ville.
Una volta finito il tratto asfaltato, bisogna seguire il segnavia “bollo rosso” per il Colle Cervo.

Dalla sommità del Colle si può ammirare il panorama che spazia sulla piana di Andora e, più in lontananza, capo Mele.
Questa zona è molto nota e frequentata dagli amanti delle spericolatezze in mountain bike, che sprezzanti del pericolo amano buttarsi giù dalle rive impervie. Infatti, i sentieri percorribili a piedi incrociano spesso quelli seguiti dai ciclisti, che sono impreziositi da vere e proprie pedane di salto. Una di queste è il famoso “salto nel blu”, così chiamato perché dalla direzione di arrivo non si vede cosa c’è dopo il salto, se non l’orizzonte sul mare.

Tornando indietro dal punto panoramico di colle Cervo, si passa per un sentiero che affianca la recinzione di poco romantici ripetitori; discende poi il crinale e raggiungere il colle Castellaretto. Poco dopo, si entra nella zona del Parco Ciapà, il cui nome deriva dalla parola “ciappa”, un lastrone di roccia che affiora dal terreno. Il parco si estende su circa 30.000 mq di terreno e rappresenta un meraviglioso esempio di macchia mediterranea. Infatti, qui nascono spontaneamente piante come il carrubo, il lentisco, la ginestra e altre ancora, tra cui una particolare varietà di orchidee selvatiche.

Scendendo il crinale che ci riporta verso Cervo, si può ammirare il panorama su Diano Marina e Capo Berta.

Una volta rientrati al punto di partenza, se non ancora fatto precedentemente, è consigliabile perdersi passeggiando nei caruggi della bella Cervo e visitare i siti di interesse storico culturale che offre. Tra questi, vi è la chiesa barocca di San Giovanni Battista, anche conosciuta come “dei Corallini” perché costruita con i guadagni provenienti dalla pesca del corallo che i cervesi praticavano nei mari di Corsica e Sardegna. C’è poi il castello dei Clavesana (ora sede del Museo Etnografico), l’ Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria, la Chiesa di San Nicola da Tolentino, Palazzo Morchio (ora sede del municipio) e la Torre di Sant’Antonio.

Cervo fa parte dei borghi più belli d’Italia e, come altre località della Liguria, offre un entroterra di grande valore naturalistico che, secondo il mio modesto parere, dovrebbe essere più valorizzato, pulendo i sentieri e arricchendo la segnaletica.

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Cuggine: la memoria di pietra di un borgo abbandonato

In Italia si trovano tantissimi borghi abbandonati, che attraverso i resti decadenti delle architetture di un tempo, spesso inghiottite dalla vegetazione selvaggia, ci parlano silenziosamente di un passato lontano.

Il fascino di questi luoghi perduti nella memoria mi ha sempre conquistata. Avevo già parlato su questo blog degli antichi borghi degli arrotini della Val Verdassa in Piemonte e di Craco, la città fantasma più conosciuta della Basilicata.

Recentemente, durante una breve vacanza in Val d’Ossola, di cui ho parlato nello scorso articolo, mi sono per caso ritrovata ad esplorare una borgata disabitata molto particolare: Cuggine.

Avvolto nel silenzio del bosco, tra Baceno e Croveo, graziosi paesini della Valle Antigorio, riposano le case abbandonate di questo antichissimo abitato.
Si tratta di una manciata di edifici in pietra, di cui non si riescono a reperire molte informazioni. Secondo alcuni studi, probabilmente Cuggine già nel X secolo era un luogo di servizio e di transito di merci.
In particolare, sembra aver avuto un ruolo importante tra il XIII e il XVII secolo, come punto di sosta delle carovane dei mercanti impegnati nella traversata delle Alpi, tra Milano e Berna.
Nel Seicento le epidemie di peste decimarono la popolazione e il borgo perse di importanza, anche a causa della nuova “via del Sempione”. Piano piano quindi iniziò a spopolarsi e ad essere lasciato definitivamente.


Oggi la natura si è in parte impossessata delle pericolanti strutture in pietra, esempi di architettura tradizionale Ossolana. Chissà chi ci viveva, chissà a chi appartengono; probabilmente, se esiste qualche proprietario di queste case, passate da generazione in generazione, sa bene che per renderle agibili ci vorrebbe un importante investimento.
Quindi tutto tace, resta fermo e immutato.

Qualche volenteroso abitante della zona ha dato un po’ una ripulita alle stradine del borgo, tra le quali si può ancora passeggiare respirando l’aria di mistero che lo avvolge. Tutto è di pietra, ma una pietra che nel suo silenzio parla. Lo fa attraverso i numerosi dettagli decorativi, incisioni e sculture, che popolano le mura di questi antichi edifici e che si manifestano solo allo sguardo più attento.

Sulla pietra appaiono sagome di rospi e rane, che sono considerati un simbolo di fecondità e fortuna, ma anche animali alleati delle streghe, la persecuzione delle quali fu viva in questa zona.

In prossimità di un sottoportico che probabilmente era un punto di passaggio e riscossione di pedaggio, c’è un edificio sul quale sono particolarmente visibili varie figure scolpite in bassorilievo nella pietra.
Sul portale principale è incisa la scritta 1582, data che indicherebbe l’anno in cui l’architrave è stato inserito nel muro. In mezzo alle cifre della data si scorge un fiore in rilievo (forse un ranuncolo, simbolo di prosperità?).
Sui lati della porta, si possono notare altre sagome: una figura antropomorfa, simile a un bambino, e una scultura che sembra raffigurare un volto di profilo, con indosso una sorta di elmo o di cappello con piuma. Questa casa dovrebbe essere del cinquecento, ma costruita su resti molto più antichi. Probabilmente era la struttura più importante dell’abitato, a giudicare dalle dimensioni e dalla quantità di decori ancora presenti.
Sulla stessa facciata, infatti, si trovano i rilievi dei rospi.

Al di là di un’incisione cruciforme, sicuramente più recente, la maggior parte dei simboli hanno origine pagana. Non si conosce il significato di queste rappresentazioni, si possono fare perciò solo supposizioni: probabilmente queste figure avevano funzione apotropaica, ovvero quella di tenere lontano il male, o di buon auspicio.

La pietra quindi resiste al passare del tempo, alla decadenza, e conserva antichi significati che rimangono in qualche modo eterni.

Ad oggi non ci sono progetti per il recupero e la valorizzazione di questo antico paese di pietra. Alcuni abitanti di Croveo e Baceno sperano in qualche aiuto “dall’alto”, qualche investimento per poter far rivivere Cuggine, magari creando uno spazio di aggregazione sociale e diffusione culturale.

Di certo, conoscere qualcosa di più sull’origine e la storia di questo luogo sarebbe interessante. Per il resto, a me personalmente i borghi abbandonati piacciono così come sono, testimonianze mute di un passato lontano, in cui la modernità non può sopravvivere.

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Per vedere più foto e conoscere maggiori particolari su Cuggine, rimando all’articolo di questo blog: https://iraccontidelviandante.wordpress.com/2016/05/19/cuggine-luogo-di-simboli-e-mistero/