Nel cuore sardo, tra nuraghi e pastorizia

No timasta. Non avere paura.
Pinuccio, il pastore sardo che ci ospitava nella sua casa di Nuragus, ripeteva questa frase ogni volta che ci sedevamo a tavola e la moglie Caterina ci presentava piatti ricchi di delizioso cibo a km0. Con “no timasta” voleva dire: non avere paura, non fare complimenti, cibo ce n’è in abbondanza e noi sardi siamo ospitali….strafogati.
A Nuragus, piccolo paese nel cuore della Sardegna, dove siamo approdati dopo aver girovagato per la costa orientale, ho potuto fare così una vera e propria immersione nella cultura agropastorale sarda. Pinuccio e sua moglie mi hanno regalato diverse gioie culinarie, estasi per il palato, che porterò sempre nei miei ricordi.

Regina di tutte le prelibatezze è Sa Corda (o Sa Cordula), una treccia di interiora di agnello o capretto (la variante ripiena di fegatini si chiama Tratallia); non è solo un piatto succulento che prevede una lunga preparazione, ma è anche un groviglio di storia e tradizioni del popolo sardo. Vederla roteare lentamente nel forno a legna, mentre le mani esperte di Pinuccio la cospargevano di lardo per renderla ancora più croccante e gustosa, è stato un momento quasi sacro. Sentire la carne sciogliersi in bocca, riconoscendo tutto il lavoro che sta dietro questa ricetta, è stato commovente.

Il territorio intorno a Nuragus in piena estate si presenta arido, sembra bruciare sotto il sole impietoso, tingendosi di rosso e marrone.
A pochi km da questo piccolo comune, a Barumini, si trova l’area archeologica di Sa Nuraxi, portata alla luce solo negli anni 50 del 900. Qui si può visitare un nuraghe complesso e scorgere i resti del villaggio nato intorno ad esso.
(E qui ci vuole un momento “Alberto Angela”)
In tutta la Sardegna sono stati censiti circa 7.000 nuraghi. Queste costruzioni, delle quali il nome significa appunto “mucchi di pietra”, appartengono a una civiltà vissuta sull’isola tra il 1.500 e il 550 a.C e servivano probabilmente per scopi militari.
Solo nella zona di Barumini se ne trovano una trentina e l’interesse di questo sito archeologico ha fatto sì che fosse riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Poco distante dal sito si trova Casa Zapata, residenza costruita a partire dalla metà del 1.500 sopra un complesso nuragico, che è venuto alla luce proprio durante la sua ristrutturazione. La residenza nobiliare apparteneva a baroni sardo-aragonesi; oggi è sede del Polo Museale Casa Zapata, che vanta un’organizzazione in tre sezioni: archeologica, storico-archivista ed etnografica.
Pinuccio ci ha accompagnati con entusiasmo alla scoperta del patrimonio storico-culturale dell’entroterra sardo, perso in un paesaggio quasi desertico e rovente.

Anche nella piccola Nuragus si possono trovare i resti di questa civiltà antica, come per esempio il nuraghe Santu Millanu, con il suo pozzo sacro, che sorge in corrispondenza di un antico insediamento romano e medioevale. Il nome Millanu probabilmente è la traduzione in sardo di Emiliano e Gemiliano; pare infatti che ribattezzare i nuraghi con nomi di santi cristiani sia stata una pratica alquanto diffusa, quasi come a voler cancellare gli antichi culti del passato.

Ma Nuragus, come altre località dell’entroterra sardo, non è solo patria di nuraghi. Le vere regine dei tempi moderni sono loro….le pecore. Capita sovente di vederle passeggiare indisturbate in mezzo alle strade e a loro è dedicata
una famosa mostra mercato di ovini di razza sarda.
Anche in casa di Pinuccio ci sono alcuni articoli di giornale con riconoscimenti vari a tema “ovino”, appesi alle pareti vicino alle foto di famiglia. Ce li mostra con orgoglio, sia le foto dei tre figli quando erano piccoli, sia i frutti del suo mestiere. Non c’è niente di più bello di essere fieri di ciò che si ha e di sentirsi parte di un luogo. E questo Pinuccio ce lo ha fatto ben capire.

Insieme al nostro Cicerone sardo abbiamo potuto esplorare una piccola parte dell’immenso cuore di quest’isola, spesso dimenticato dal turismo tradizionale. Ma è questa forse la vera Sardegna, quella che custodisce i legami con il passato, le tradizioni e il territorio.

Presa dall’entusiasmo di quei momenti bucolici, da antropologa predisposta all’integrazione le popolazioni autoctone, mi era venuta l’idea di partecipare alla mungitura delle pecore insieme al figlio di Pinuccio. La sveglia all’alba però mi ha scoraggiata e, per sentirmi un po’ parte del luogo anche io, ho ripiegato sul giro di Ichnuse mattutino insieme ai ragazzi che erano tornati dalla mungitura.

Poi senza paura, ci siamo diretti verso ovest.

(Dedico questo articolo a Pinuccio, Caterina e agli abitanti dell’entroterra sardo)

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