Da carcere a paradiso naturale: le tante vite dell’Asinara

Carcasse di vecchi attrezzi agricoli, villaggi abbandonati, arbusti e terra brulla, asini immobili come statue nelle piccole zone d’ombra per proteggersi dal fuoco del sole estivo. La strada sinuosa, l’unica asfaltata, sale e scende in questo paesaggio pieno di contrasti: a est il granito modellato al vento, a ovest la scogliera aguzza a picco sul mare. E poi lui, il mare, con i suoi colori accesi, le sfumature; il mare di fuori e il mare di dentro, come dicono qui.

Ammettiamolo. La prima cosa che si pensa una volta che si sbarca all’Asinara è: “Magari potessi farmi un po’ di galera qui!”. Sì, perché questo isolotto circondato dal mare cristallino fa pensare a tutto fuorché a un luogo dove scontare una pena.
Ma la storia parla chiaro, anche se stride con l’immagine del presente: lazzaretto, colonia penale, campo di prigionia, carcere di massima sicurezza. L’Asinara è stata tutte queste cose e visitarla non vuol dire solo tuffarsi in un paradiso naturalistico che lascia a bocca aperta, ma ripercorrere le cicatrici del suo passato.

Le storie nella Storia [momento Alberto Angela].
Già abitata nel Neolitico, come testimonia la presenza di una domus de janas (tombe della Sardegna pre-nuragica) situata nella zona di Campu Perdu, sull’isola, grazie alla sua posizione strategica, passarono un po’ tutti: romani (che le diedero il nome, da “Sinuaria”, termine riferito alla sua forme e alle coste frastagliate), bizantini, arabi, monaci, pirati, corsari.
Infine, pescatori liguri e pastori sardi diedero origine a una comunità stabile di abitanti che, nonostante la scarsità di risorse disponibili, visse per alcuni anni in tranquillità sull’isola.
Fu nel 1885 che le cose cambiarono radicalmente; infatti l’isola divenne proprietà dello Stato che decise di trasformarla in un lazzaretto e in una colonia penale agricola.
Gli abitanti dell’isola furono così costretti ad andarsene, sebbene tentarono di opporre resistenza, e si dispersero per varie località della Sardegna, inclusa la vicina Stintino, che fu fondata proprio da questa migrazione forzata.
Bella scocciatura doversene andare dalla propria dimora, per giunta da un luogo così bello come l’Asinara!

La Stazione Sanitaria Marittima Quarantenaria accoglieva gli equipaggi delle navi che transitavano nel Mediterraneo e che erano sospettati di aver contratto malattie come colera e tubercolosi. Era divisa in diversi fabbricati, i Periodi, dove i pazienti trascorrevano le varie fasi della malattia, trasferendosi da un nucleo all’altro in base allo stato di remissione. La Stazione Sanitaria rimase in funzione fino al secondo dopoguerra, quando i progressi della medicina riuscirono a debellare la maggior parte delle epidemie.

Per quanto riguarda la colonia penale, invece, si può parlare di una specie di carcere diffuso, in quanto comprendeva una decina di diramazioni collocate su tutta l’isola. I detenuti erano divisi in base alla gravità dei reati commessi e dalle abilità in possesso; si occupavano di allevamento o di agricoltura, per la produzione di cereali e vino.
Ai detenuti che avevano commesso reati minori o che erano a fine pena, veniva concesso di esercitare anche altri mestieri, come il barbiere o il calzolaio.

Non solo colonia penale con vista. A inizio ‘900 l’Asinara fu anche un campo di prigionia. Nel 1915 vennero infatti qui trasferiti migliaia prigionieri austro-ungarici per trascorrervi un periodo di confino. Arrivarono sull’isola dopo quella che fu chiamata la “marcia della morte”, ovvero un viaggio lungo gli aspri territori dei Balcani, in seguito all’invasione della Serbia, dove essi erano stati catturati inizialmente. Quelli che sopravvissero a questa marcia, arrivarono al campo di prigionia dell’Asinara provati da malattie e stenti. Nonostante gli sforzi del personale sanitario, molti di loro morirono sull’isola. I loro corpi sono sepolti nell’Ossario di Campu Perdu, costruito nel 1936. I dettagli di questa macabra storia potete leggerli a questo link.

Con la chiusura della Stazione Sanitaria, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’istituzione penitenziaria prese il sopravvento: vennero ristrutturate alcune diramazioni e fu potenziata la struttura di sicurezza. L’Asinara divenne così un supercarcere di massima sicurezza, dove vennero rinchiusi brigatisi, banditi e mafiosi quali Totò Riina e Cutolo.
Qui soggiornarono anche i Giudici Falcone e Borsellino, durante la fase preparatoria di alcuni processi contro la mafia. Nel 1985, per circa un mese, vissero con le loro famiglie presso l’Ex Foresteria di Cala d’Oliva, oggi caserma del Corpo Forestale della Regione Sardegna. 

Gli unici detenuti che riuscirono ad evadere (e sopravvivere) da quella che era chiamata l’Alcatraz italiana furono, nel 1986, Matteo Boe, esponente del banditismo sardo, e il suo compagno di cella, Salvatore Duras, aiutati dalla moglie di Boe che aspettava i due fuggiaschi su un gommone. Duras venne trovato dopo poco, mentre Boe riuscì a vivere in latitanza per ben 6 anni. Per approfondire il tema delle carceri sull’Asinara, consiglio questo link.

Mantenere attiva l’isola- carcere divenne però sempre più complicato e oneroso; per questo motivo, oltre che per le pressioni della comunità locale, il super carcere venne dismesso e nel 1997 l’isola venne riconvertita in Parco Nazionale e, dopo qualche anno, fu istituita l’Area Marina Protetta. All’Asinara venne così data una nuova vita ed è diventata, come recita il sito ufficiale, “scrigno di tutela e conservazione della biodiversità, del paesaggio e dei valori culturali e storici, luogo di promozione di azioni di educazione alla sostenibilità, di divulgazione scientifica e di uso sostenibile delle risorse ambientali“.

Come visitare l’Asinara.
L’isola Asinara è raggiungibile in traghetto da Porto Torres o Stintino. Non tutta l’isola è visitabile, poiché vi sono delle aree protette con accesso limitato o interdetto. Ci si può affidare alle innumerevoli agenzie con guide autorizzate che propongono tour in fuoristrada, su imbarcazioni o, a seconda della stagione, escursioni a piedi (noi ci siamo affidati ad Asinara 4×4 e ci siamo trovati molto bene). Ovviamente è possibile anche procedere in modo autonomo, prendendo il traghetto e affittando all’arrivo una bicicletta (lo sconsiglio vivamente quando fa caldo perché ombra non se ne trova) o delle specie di automezzi elettrici (che però non vanno sullo sterrato).
Le guide probabilmente vi danno però la possibilità di conoscere un po’ più nei dettagli la storia dell’isola e mostrarvi flora e fauna locale.
A seconda della stagione, si possono fare attività diverse. Vi sono molti percorsi percorribili a piedi o in bici (ma sconsigliati in estate), innumerevoli calette da sogno nelle quali nuotare e fare snorkeling.

Merita secondo me una visita il CRAMA (Centro Recupero Animali Marini Asinara), a Cala Reale, che grazie al lavoro di preziosissimi volontari, ha l’obiettivo di recuperare, curare e rimettere in libertà animali marini vittima di incidenti con ami, reti da pesca e plastica nelle sue svariate forme. Con un piccolo contributo sarà possibile ascoltare il racconto dei volontari, visitare un piccolo museo che mira a sensibilizzare sui danni dell’inquinamento marino e vedere con i propri occhi gli animali custoditi in attesa di rimettersi in salute.

Nel villaggio abbandonato di Cala d’Oliva si trovavano le strutture in stato di decadenza della direzione del carcere, gli alloggi degli impiegati, la chiesa, la scuola e la diramazione centrale. Quest’ultima è visitabile, poiché al suo interno è stato creato l’Osservatorio della Memoria. Si tratta di un piccolo percorso espositivo, collocato in quella che erano i dormitori, che mostra gli aspetti della vita della colonia penale attraverso la ricostruzione di alcuni ambienti e teche che raccolgono oggetti di vita quotidiana.

Attualmente esiste solo una struttura ricettiva sull’isola. Si tratta della Locanda del Parco, un b&b non proprio economico situato a Cala d’Oliva e nel quale sogno un giorno di potermi rifugiare da latitante.
Si mormora che prossimamente questo piccolo villaggio abbandonato che sa molto di far west, verrà rimesso a nuovo e riportato in vita per accogliere meglio i turisti. Sinceramente non so se augurarmelo, a me piace così, deserto, decadente e autentico.

Prigione a cielo aperto.
Come è potuta essere, questa bellissima isola, un luogo di prigionia e dolore? Com’era la vita dei detenuti in questo piccolo paradiso terrestre? Il mare rappresentava solo un confine insuperabile, o poteva essere fonte di sollievo e pace?
Porsi queste domande, una volta conosciuta la storia dell’Asinara, è inevitabile. Gli spazi aperti, i colori vivi, la natura incontaminata sembrano non avere nessun legame con la privazione della libertà che invece tocca a chi deve scontare una pena, spesso in seguito a crimini terribili. Il passato dell’Asinara sembra non aver nessuna connessione logica con il suo presente. E invece..
Da luogo in cui morivano le speranze, in una prigione (quasi) a cielo aperto, oggi questa piccola isola del Mediterraneo è simbolo di salvezza, di conservazione della memoria e del patrimonio naturalistico del nostro Paese; è punto di partenza per immaginare e costruire un futuro più sostenibile.

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