Creare nuove memorie. Montagna Schiappa, il prequel

Tutto ebbe inizio alla fine dell’anno 2018, concluso tragicamente con quel tipo di batoste che ti segano le gambe. L’istinto primordiale era stato quello di farmi uno zaino casuale e cambiare aria; e fu così che mi ritrovai all’altro capo d’Italia, in quel di Trieste, per far visita a una vecchia amica.
Appena arrivata, mi comunicò che il giorno seguente saremmo partite per una località non ben precisata tra le montagne del Friuli, dove avremmo trascorso capodanno.
Dopo un primo momento di perplessità, dovuta al fatto che avessi portato con me solo outfit invernale da città di mare (stivali leggeri e cappottino), mi ritrovai addosso l’abbigliamento vintage di sua mamma, scarpe da trekking leggermente più grandi del mio numero e la consapevolezza che a camminare in montagna non andavo da un bel po’. Ma ero a pronta a tutto, piuttosto di sfuggire a feste meste, brindisi con spumante, baci e abbracci d’auguri.

Il piano era quello di passare alcuni giorni in una casera (cioè una specie di bivacco), senza luce elettrica, acqua corrente e, di conseguenza, servizi igienici. La cosa mi era puzzata subito di avventura e mi aveva messo di buonumore. Mi ero guardata allo specchio, con il mio pile rosso a figure geometriche bianche, la fascetta con i fiorellini e le scarpe più grandi del dovuto, e avevo capito subito che non sarebbe stato un capodanno all’insegna del rimorchio.

Il nostro trekking era stato definito “una cosa easy” dai nostri compagni di avventura. Non sapevo, però, che loro erano esperti “montagnini” e che quindi avevano una percezione della fatica fisica molto lontana dalla mia.
Sapete…quelli che viaggiano in salita a velocità supersonica, quelli che non usano la scusa di guardare il paesaggio per prendere un po’ di fiato. Quelli.
E durante questa camminata easy, dietro di loro, ovviamente c’ero io e il mio zainone carico di bottiglie d’acqua potabile, patate, cavoli e pentolame, che ci eravamo divisi nei rispettivi bagagli per poter sopravvivere qualche giorno in mezzo ai monti.

E’ stato in quel momento che ho avuto la consapevolezza di quanto mi fossi allontanata dalla montagna negli ultimi anni…Un modo romantico per dire che la mia forma fisica era pessima e che non ricordavo l’ultima volta in cui avevo fatto sport. Fu quello il momento del pentimento, il momento della presa di coscienza di essere diventata una schiappa.
Che poi in realtà non era necessariamente colpa mia…ogni tanto le vicissitudini della vita ci allontanano dalle cose che ci fanno stare bene. Mettiamo davanti i DEVO e non riusciamo a ritagliarci degli angoletti di VOGLIO.

Quindi mi ero ritrovata tra le montagne del Friuli, con le gambe molli, il fiato inesistente e uno zaino talmente pesante che mi aveva indolenzito tutti i muscoli delle spalle e della cervicale. Non so neanche quante ore di salita erano state, ma a me erano sembrate tantissime. Per tutto il tragitto ero rimasta dietro, molto dietro, al gruppo di montanari e sono arrivata ultima. Erano quasi le 17, il sole stava calando e lasciando posto al buio fitto e alla luce fioca delle nostre candele.

La casera era stata già abitata nei giorni precedenti da tre baldi giovani che non conoscevamo. La cosa era positiva, perché era già stata riscaldata.
Per modo di dire: io sono rimasta per tre giorni avvolta nel pile e nel giaccone. Ci ho anche dormito, vestita. I piedi si erano trasformati in tavolette di ghiaccio che al mattino stentavano ad entrate negli scarponcini.
Il mio essere schiappa e cittadina si manifestava in tutto. Mentre al mattino, stravolta dalle camminate e dai dolori alla cervicale, restavo nella mia branda sempre più degli altri, il resto della truppa faceva esercizi fisici fuori dalla casera o si adoperava per cucinare sulla stufetta a legna.

Non essendoci servizi igienici, i bisogni fisiologici si facevano all’aria aperta. Sembravano tutti felici di questo, camminavano alla ricerca di un angoletto sperduto tra la neve e gli alberi, ritrovando il contatto con la natura. Io invece mi ero chiusa nella solita stitichezza da viaggio e neanche l’idea di fare la pipì in mezzo a quel gelo mi entusiasmava particolarmente.

Nonostante le difficoltà del soggiornare senza comfort, usando candele per illuminare la notte, le salviette intime per dare una parvenza di igiene, la cenere della stufa per lavare le stoviglie e gli oggetti di fortuna (tipo il frisbee) usati come recipienti per consumare i pasti, devo dire che quello è stato il capodanno più bello della mia vita.

Creare nuove memorie. Me lo disse la mia saggia amica: per andare avanti dopo un evento doloroso, bisogna creare nuove memorie. Cosa più facile a dirsi che a farsi, ovviamente. Ma me lo ero promesso, così come mi ero promessa di ricominciare a camminare in montagna.

Per sapere come prosegue la storia e come è nata quella che io chiamo “filosofia Montagna Schiappa”, dovrete leggere il prossimo articolo in uscita sulla nuova pagina del blog!

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