Gli intonaci scrostati e i mattoni a vista, le case aggrappate al pendio e le stradine che si inerpicano tortuose.
Da lontano il massiccio Supramonte osserva, domina e protegge Orgosolo e gli altri paesini dell’entroterra sardo, in Barbagia.
Barbagia, “terra dei barbari” per i romani che qui non riuscirono a penetrare facilmente, a differenza di altre parti dell’isola, più permeabili. Ancora oggi, raggiungere questo territorio, centro e cuore della Sardegna lontano dalle gettonate mete turistiche, potrebbe risultare un’idea bizzarra.
Se si sceglie però di oltrepassare i pregiudizi che ancora aleggiano su questi luoghi, di cui la montagna rappresentò un tempo rifugio per banditi, si può scoprire un mondo meraviglioso di tradizioni culturali millenarie preservate in un teatro di natura selvaggia e incontaminata.
Uno di questi mondi inaspettati è proprio Orgosolo. L’antropologo Franco Cagnetta negli anni ’50 compì una serie di ricerche sul campo che sfociarono nel saggio “Banditi a Orgosolo”. Proprio come accadde per “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi per la Basilicata, l’opera di Cagnetta fece scandalo, ma rappresenta un’importante testimonianza storica e antropologica sul mondo pastorale di un tempo.
Ora Orgosolo è conosciuto ai più come il paese dei murales; quelli che si trovano qui però sono diversi dai murales che colorano i borghi del resto della Sardegna. Per capirne il motivo bisogna fare un salto indietro nel tempo.
Tutto nacque da una rivolta.
La storia dell’Orgosolo di oggi non inizia con le case dipinte, ma con una protesta: la rivolta di Pratobello.
Nel 1969 la popolazione si oppose fortemente alla militarizzazione del territorio, all’esercito americano che, appoggiato dallo Stato italiano, voleva impossessarsi delle terre dei pastori per farne un poligono di tiro. In un luogo connotato da un’economia agro-pastorale, questo fu ritenuto inaccettabile e gli abitanti di Orgosolo, insieme a quelli dei paesi vicini, diedero vita a una vera e propria lotta non violenta occupando fisicamente i terreni e mettendo in prima fila anche i bambini, contro cui nessuno avrebbero potuto sparare.
Alla fine, i cittadini vinsero la loro battaglia e il governo dovette rinunciare al progetto. Nell’altipiano di Pratobello, il centro dove avrebbero dovuto vivere i militari si è trasformato in un paese fantasma.
Il regista Vittorio De Seta, nel suo film “Banditi a Orgosolo” (1961), racconta questa lotta in difesa delle terre.
La vicenda ebbe forte eco a livello nazionale e così Orgosolo acquisì la fama di paese che si era opposto allo Stato.
Proprio per questo, il gruppo teatrale anarchico milanese di nome Dioniso, promotore del cosiddetto “teatro di guerriglia”, dopo aver appoggiato la popolazione nella protesta, si stabilì a Orgosolo per qualche anno. Prima di andarsene, lasciò un murale (nella foto di seguito) di cui il messaggio era all’incirca: vale più il capitalismo o la popolazione? Di chi è la Sardegna?
Fu il primo murale della città, ormai scomparso, il primo passo verso quello che sarebbe accaduto qualche anno dopo.

La vera e propria onda dei murales si ebbe grazie al pittore e insegnante toscano Francesco Del Casino, che dal 1975 coinvolse gli studenti nel progetto di abbellire le vie del paese con dei dipinti, nell’ottica di “rompere il muro che divide la scuola dalla società”. È sua la paternità della maggior parte dei murales; nessuno però porta la sua firma, perché secondo la sua visione l’opera appartiene a tutta la comunità.
Quello che spicca all’occhio è lo stile dalla forte influenza cubista e la potenza dei messaggi: questi infatti hanno una forte connotazione ideologica (comunista e socialista principalmente) e un significato sociale: parlano di lotte di classe, rivendicazione di diritti, capitalismo e povertà, ingiustizia e guerra. Lo sguardo oltrepassa i confini nazionali; nei dipinti compaiono le lotte e le ingiustizie dell’intero mondo.







I murales di Orgosolo quindi non rispondono solo a un senso estetico, decorativo, ma comunicano idee e trasmettono l’anima dei cittadini che materialmente lo hanno eseguito, ma anche di quelli che hanno accolto sulle pareti della propria abitazione l’opera artistica. Come scrisse Michela Murgia, nel suo bellissimo libro “Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede” :
In nessun altro posto la Sardegna emana dalle case una così alta consapevolezza di essere scheggia di un mondo enorme, la cui eco giunta fino a qui riverbera tra i muri fino a diventarne parte.
…
La gente di Orgosolo è complice dei murales, che restano realizzazione collettiva, se non artistica quantomeno ideologica; metterci il muro e metterci il cuore è infatti concettualmente la stessa cosa.
…
Sembra esserci perfetto equilibrio tra i muri dentro le case, dove forse ci sono appesi i disegni dell’asilo dei figli, e quelli esterni delle facciate, dove compare la trasposizione interpretativa dei fatti del mondo dove quei figli cresceranno.
Michel Murgia, Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede
Orgosolo oltre i murales.
Sono stata ad Orgosolo mentre ero diretta al carnevale di Mamoiada, in una domenica invernale in cui giustamente tutto era dormiente. Ho potuto dedicare all’esplorazione del cosiddetto museo a cielo aperto dei murales solo mezza giornata, ma consiglierei di prendersi più tempo perché le opere ancora visibili sono molte, circa 150. Inoltre il paese offre ai visitatori alcuni musei interessanti, utili per conoscere meglio la storia e le tradizioni di questi luoghi.
C’è per esempio il Museo del Baco da Seta, dove da duecento anni si alleva il baco da seta per confezionare a telaio su lionzu, il copricapo del costume tradizionale femminile di Orgosolo.
Sa Dommo e sos Corraine, un tempo abitazione privata della famiglia Corraine, oggi è un museo etnografico che si sviluppa su cinque piani.
C’è poi il Museo del pane Carasau, ospitato al centro del paese nella “Casa Biancu”, edificio del 1800 e rimasto intatto nella sua bellezza originaria.




Un turismo silenzioso
Mi è capitato di parlare con dei sardi, al di fuori della Barbagia, che non comprendevano l’attrazione dei turisti per Orgosolo. Ho sentito dire testualmente: “È come andare in Iraq a vedere dei murales”, frase che testimonia una brutta considerazione di queste zone, ritenute poco sicure e disagiate.
In realtà penso che l’entroterra sardo, e in particolare la Barbagia, abbia molto da raccontare, insegnare e scoprire.
Avvicinare a questi luoghi un turismo curioso e silenzioso può inoltre avere un effetto positivo nella valorizzazione del territorio. Diciamolo, il turismo fa muovere l’economia locale; lo sanno bene le signore di Orgosolo che hanno allestito delle piccole botteghe di prodotti fatti in casa, come il mirto e le varietà particolari di miele (miele di asfodelo, miele nero e miele amaro).
Orgosolo non è solo una piccola cittadina dove ammirare dipinti bellissimi. E’ importante conoscerne la storia, che ci parla dell’ unione di una comunità contro i poteri forti. I murales raccontano e cercano di farci riflettere su temi importanti e sempre purtroppo attuali.
Il mio viaggio in Barbagia continua…al prossimo articolo!
Ringrazio la signora T., fiera abitante di Orgosolo e combattente, che ci ha raccontato con passione la storia di questo paese e della sua straordinaria gente.
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