Sulla Basilicata. Non si può, a mio parere, andare in Basilicata senza aver letto il libro “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, medico, pittore e scrittore che durante l’epoca fascista in questa terra passò alcuni anni al confino. Attraverso le sue parole e le sue coinvolgenti descrizioni ci parla di una Paese dimenticato e allo stesso tempo ci dona un saggio antropologico di immenso valore sulla cultura contadina dell’epoca.

Secondo lo scrittore, Cristo non si è fermato a Eboli, non si è mai addentrato nell’entroterra lucano, così come “non vi è arrivato il tempo, l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia”. Così spiega Levi nell’incipit del suo romanzo: non vi è arrivato Cristo, né i Romani, né i Greci (che si fermarono a Metaponto e Sibari), né gli arditi uomini di occidente. “Le stagioni scorrono sulla fatica contadina“, allo stesso modo di come avveniva prima di Cristo; il tempo scorre lento, nella miseria e protetto da credenze antiche.
Non posso quindi non parlare del mio viaggio in Basilicata, prima a Matera e poi in alcuni angoli dell’entroterra, senza ricorrere alle parole di questo autore che seppe così bene dare voce a questo mondo dimenticato e che ora profuma di rivincita.
Matera. E’ difficile parlare di Matera, così come fotografarla, cercando di renderle giustizia. E’ difficile perché quella che si presenta agli occhi del visitatore oggi è una città nuova, completamente trasformata rispetto al suo recentissimo passato. Adesso vediamo bellezza, pulizia, meraviglia. E’ bello perdersi, camminare senza meta su e giù per i viottoli bianchi e lastricati dei Sassi, il Barisano e il Caveoso, che sono i due quartieri principali del centro storico. E’ bello fermarsi e immortalare i meravigliosi scorci della città dagli innumerevoli belvedere, ammirare gli edifici storici, le chiese, rupestri di cui il territorio materano è disseminato.
Ma un tempo, non molti anni fa, il paesaggio che si presentava era diverso.
Carlo Levi nel suo libro descrive Matera attraverso le parole della sorella Luisa, che da qui passò per fargli visita mentre lui viveva al confino, per essere antifascista, ad Aliano. La sorella arrivò con il treno e uscita dalla stazione si accorse che la città pittoresca di cui aveva sentito parlare non c’era. La descrive come un deserto, circondato da monti brulli, nel quale sorgevano alcuni palazzi moderni e sontuosi, di cui alcuni neanche erano stati conclusi. La definisce come un progetto di una città coloniale sviluppatosi un po’ a caso, di fretta, non terminato e già abbandonato.
Luisa Levi passò davanti ai palazzi novecenteschi della Questura, della Prefettura, le Poste, il Fascio, ecc., ma la “vera” Matera le apparve agli occhi solo in un secondo momento.

Ho ripercorso una parte del tragitto descritto da Luisa Levi, per trovarmi anche io di fronte allo stesso panorama che si trovò lei quando finalmente riuscì a vedere la città.
Arrivai a una strada che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case e dall’altro costeggiava un precipizio.
In quel precipizio era Matera.
La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune..
Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui a scuola immaginavamo l’inferno di Dante.
E comincia anch’io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo.Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli
Eccolo, all’incirca, quello che vide quando la città le si presentò davanti (foto sotto). Siamo al Belvedere di Piazzetta Pascoli, vicino al Museo di Palazzo Lanfranchi (dove tra l’altro è custodita l’opera Lucania ’61 di Carlo Levi).

E come fece Luisa Levi, per scoprire la vera città di Matera bisogna scendere nei “gironi” dei Sassi cercando di immaginarseli com’erano un tempo: un groviglio di strade e case (case-grotta) sovraffollate, condivise da uomini e animali, senza luce elettrica e acqua corrente e con condizioni igieniche che favorivano lo sviluppo di malattie, tra cui la malaria. La mortalità infantile era altissima.
La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone.
Dentro quei buchi neri dalle pareti di terra vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha in genere una sola di quelle grotte per abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini, bestie. Di bambini ce n’era un’infinità, nudi o coperti di stracci. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie. Era il tracoma. Sapevo che ce n’era quaggiù: ma vederlo così nel sudiciume e nella miseria è un’altra cosa. E le mosche si posavano sugli occhi e quelli pareva che non le sentissero coi visini grinzosi come dei vecchi e scheletrici per la fame: i capelli pieni di pidocchi e di croste. Le donne magre con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi, sembrava di essere in mezzo ad una città colpita dalla peste.Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli
Fu proprio il romanzo di Carlo Levi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, a denunciare e a portare agli occhi dell'”altra Italia” questa realtà, e in più in generale la “questione meridionale”. Togliatti visitò la città nel 1948 e definì i Sassi di Matera “vergogna nazionale”. Così, per mano di De Gasperi, dal ’52 iniziò lo sgombero delle case-grotta: due terzi degli abitanti furono costretti a lasciare le loro dimore e a trasferirsi nei nuovi rioni creati appositamente per accoglierli (come per esempio La Martella, Serra Venerdì, La Nera, Spine Bianche ed Agna Cappuccini).
Questo trasferimento forzato durò un ventennio e alcuni, specialmente i più anziani abituati a quella vita nei Sassi, fecero resistenza fino agli anni ’70, quando anche l’ultima casa-grotta fu espropriata.

La brulicante vita dei Sassi si trasformò in silenzio e abbandono, fino a quando nel 1993 l’Unesco definì i Sassi (e successivamente il Parco delle Chiese Rupestri) Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Da questo momento Matera riprese voce e iniziò a parlare di sé stessa in modo nuovo: la sua drammatica storia sociale non è stata dimenticata o nascosta, ma valorizzata, ed è diventata un patrimonio da esibire.
Scendiamo quindi, come Luisa Levi, attraverso i “gironi dell’inferno di Dante” per scoprire la storia di questa città unica.
La sua storia è la storia della Basilicata stessa, qui dove Cristo non si è fermato.
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Dedico questi articoli sulla Basilicata a colui che ha guidato quasi 3.000 km per condurmi fin qui.
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