Il Cammino di Oropa è un itinerario, percorribile a piedi o in bici, che attraversa diversi tipi di ambienti e borghi che sembrano rimasti fermi nel tempo.
Si parte da Santhià (Vercelli), in pianura, e dopo 65 km si raggiunge il famoso Santuario di Oropa e la sua Madonna Nera, a 1.159 metri di altitudine (biellese).
Mi sono messa in cammino da sola, con uno zaino troppo pesante e la mente affaticata da un periodo non troppo scintillante. Ho scelto di percorrere il Cammino di Oropa della Serra e di dividerlo in 4 tappe (è fattibile anche in 3) per darmi più tempo e camminare lentamente. L’ho scelto perché è molto vicino a casa e il punto di partenza è raggiungibile in treno, ma anche perché, essendo per la prima volta in solitaria, mi è sembrato un itinerario abbastanza semplice e ben organizzato.
Sono partita all’inizio di giugno, in una primavera particolarmente fresca e piovosa, in un periodo in cui non c’erano molti pellegrini in cammino. Questi due elementi sono stati fondamentali: i colori della natura che si risveglia rigogliosa e il silenzio della solitudine quasi totale hanno reso la mia esperienza bellissima.
Scriverò maggiori dettagli pratici e organizzativi in un altro articolo, adesso invece do spazio al racconto di viaggio.
TAPPA 1: Da Santhià a Roppolo
L’oro delle spighe di grano, il rosso dei papaveri, il verde della vegetazione e delle coltivazioni, il rumore dell’acqua dei canali di irrigazione…la prima tappa del Cammino di Oropa della Serra è stata un’esplosione di colori, scaldata dall’umidità dell’estate che fa capolino e bagnata da qualche goccia di pioggia.
Da Santhià a Roppolo, si cammina attraversando la pianura e dirigendosi verso le colline dell’anfiteatro morenico d’Ivrea. Cavaglià è il primo centro abitato che si incontra dopo la partenza, dove è possibile rifornirsi di cibo, acqua e fare sosta pipì. A fine tappa, Roppolo accoglie il viandante con il suo castello che si affaccia sul lago di Viverone e, nelle belle giornate, si può ammirare tutto l’arco alpino occidentale.
Nonostante sia una tappa prevalentemente pianeggiante e che pensavo non presentasse particolari attrattive, è stata comunque in grado di stupirmi. Anche i campi e la pianura hanno il loro fascino.
Il Castello di Roppolo è stato costruito sui resti di un’antica fortificazione del III d.C. e dal XIII in poi passò in mano a diverse famiglie nobili: prima gli Aymone di Cavaglià, poi i Bicheri, in seguito ancora ai Visconti, i Valperga e i Savoia. Da struttura fortificata passò quindi a dimora signorile. Attualmente è proprietà di un imprenditore francese e non è visitabile.
Si narra che nell’800, dietro a un muro del castello, furono trovati i resti di un uomo all’interno di un’armatura. Probabilmente erano le ossa di un nobile locale (Bernardo Mazzè) che nel 1459 sarebbe stato catturato e murato vivo dal gentile Ludovico Valperga di Masino per motivi di rivalità amorosa. Solo il teschio dell’uomo non è andato perduto.
Roppolo è una manciata di case, non c’è un bar né la possibilità di ritirare dallo sportello bancomat. C’è una piccola piazza con il municipio, un alimentari (che la domenica è chiuso) e la Casa del Movimento Lento, l’associazione che ha tracciato il Cammino. La Casa del Movimento Lento è un angolo di pace, crocevia di pellegrini arrivati da ogni dove per raggiungere Oropa o per percorrere la via Francigena ( la prima tappa del Cammino di Oropa infatti percorre al contrario proprio la famosa via).
📍La mia traccia. Da Santhià a Roppolo, 16,5 km e 250 m. di dislivello circa.
Su STRAVA e su WIKILOC.
TAPPA 2: Da Roppolo a Torrazzo (o Sala Biellese)
* La seconda tappa “ufficiale” si conclude a Sala Biellese, ma per motivi logistici (possibilità di pernottamento) può essere fatta la variante fino a Torrazzo, accorciando quindi di un pochino.
Da Roppolo, mi sono incamminata tra le vie del paesino ancora addormentato la domenica mattina. Ho attraversato le vigne che si affacciano sul lago di Viverone, coperto da un’estiva foschia. Accompagnata da qualche zanzara, mi sono poi immersa nei bei boschi della Serra d’Ivrea, l’anfiteatro morenico più grande d’Europa. Nessun rumore, a parte il ronzio degli insetti, il gracidio dei rospi e il canto degli uccellini.
Il primo centro abitato che si incontra è Zimone, dove non ho notato particolari segni di vita. Essendo domenica, anche minimarket e bar erano chiusi.
Si arriva al Monastero di Bose, sede della comunità fondata da Enzo Bianchi, uno studente di 22 anni che nel 1965 decise di iniziare una nuova vita dedicandola alla preghiera. Dapprima si trasferì da solo, poi venne raggiunto da alcuni famigliari e da un pastore evangelico. Da quel momento la comunità si ampliò fino a contare un’ottantina di monaci e monache, di confessioni diverse, e a diventare un punto di riferimento per esperienze di natura ecumenica. I membri della comunità lavorano (agricoltura e artigianato) per sostenersi senza finanziamenti esterni.
Poco più avanti si incontra la Chiesa romanica di San Secondo e poi all’antico borgo di Magnano con il suo ricetto.
Il ricetto è una struttura fortificata in uso in età medioevale, destinata alla conservazione di prodotti agricoli, bestiame e strumenti da lavoro. Non era quindi abitato, ma serviva in caso di attacco.
Il ricetto di Magnano è del 1204, è ancora presente la torre, due portali in laterizio e la Casa della Comunità, una struttura più grande delle altre, con porticato e colonne cilindriche. Anche a Viverone si trova un antico ricetto, risalente al 1400, e insieme a quello di Magnano è uno dei pochi costruiti in collina.
A Magnano si può fare una sosta alla Locanda del Borgo Antico, per mangiare o prendere un caffè (qui si alloggia se si sceglie di fare il Cammino in solo 3 tappe).
Inseguita dalle nubi nere e dai tuoni, ho percorso a passo sostenuto i sentieri nei bellissimi boschi della Serra per arrivare a Torrazzo, un paese dove bisogna rallentare, se si è in auto, perché i bambini giocano ancora nelle strade, dove il telefono non prende ed è difficile trovare connessione internet.
Le case del paese sono decorate con opere di arte contemporanea e fanno parte del Museo a Cielo Aperto di Torrazzo (Mat), progetto realizzato dall’associazione Arte in Fuga.
Sospesa nel tempo e nel silenzio, dopo una tappa in cui non ho incontrato anima viva, mi sono goduta ancora un po’ di solitudine, ascoltando la pioggia estiva dal porticato della chiesa, per poi cenare abbondantemente al Bocciodromo della Serra, unico locale dove ci si può sfamare.
📍La mia traccia. Da Roppolo a Torrazzo, 17km e 500 m. di dislivello circa.
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TAPPA 3: da Torrazzo al Santuario di Graglia
Il terzo giorno ho perso un po’ di tempo per recuperare le mie bacchette, dimenticate nel b&b, poiché a Torrazzo non riuscivo a prendere la linea con il cellulare e quindi, per rintracciare la proprietaria, ho dovuto mobilitare tutta la comunità attraverso il gentile aiuto della signora del negozio di alimentari (che poi è la stessa del bocciodromo). Risolto il piccolo problema, mi sono rimessa in cammino attraversando una silenziosa e bellissima pineta.
Sono arrivata al laghetto Cossavella, per poi percorrere la parte finale della Serra d’Ivrea. Si passa per il grazioso borgo di Donato, paese dell’acqua che scorre dalle storiche fontane; ogni fontana o lavatoio ha dei cartelli che raccontano la storia e la vita che girava intorno agli stessi. Perdete qualche minuto per leggerli!
Per arrivare al borgo si percorre l’antica via Crosa, rimasta immutata nei secoli, lungo la quale si trova un bellissimo muro in pietra tramutato in un Museo delle pietre della Serra. Ogni tipo di pietra che compone il muro ha una targhetta esplicativa; vale la pena fermarsi a guardarlo.
Oltrepassato Donato, ci si immerge nei paesaggi delle Prealpi biellesi, tra pascoli e panorami che spaziano dal Monviso all’Appennino ligure. Si incontrano tanti boschi, fiumiciattoli e cascatelle, per poi giungere al Santuario di Graglia.
Circa un chilometro prima di arrivare, colta dalla pioggia, mi sono riparata in una particolare sosta del pellegrino dal nome Casa Fiorita, ricolma di bambole, pupazzetti di ogni genere, spaventapasseri e anche qualche dono per i viandanti.
Il Santuario di Graglia, terminato nella seconda metà del 1700, accoglie i viandanti con le sue terrazze e i panorami stupendi, un bellissimo giardino e una cena del pellegrino da leccarsi i baffi. Dopo tre giorni di solitudine quasi totale, sono rientra un po’ nella civiltà ( a malincuore?) poiché a Graglia si incontrano tutti i viandanti per compiere l’ultima tappa.
📍La mia traccia. Da Torrazzo a Graglia, 16km e 600 m. di dislivello circa.
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TAPPA 4: da Graglia al Santuario di Oropa
La quarta e ultima tappa è iniziata alle prime luci del giorno. L’obiettivo era arrivare a Oropa in tempo per pranzare con una bella polenta concia. Caffè dalla macchinetta (il martedì è il giorno di chiusura del bar), ultimo sguardo al paesaggio e poi a passo spedito giù per la mulattiera che unisce Graglia al primo centro abitato (e al primo bar) disponibile. Si cammina sul fianco del Mombarone, si attraversa il fiume Elvo e si risale fino al centro storico di Sordevolo, dove ho potuto finalmente fare colazione. Avevo una fame nera e non so per quale motivo mi è stata servita una brioche tagliata a metà, invece che intera (immaginate la mia espressione), quindi poi ho dovuto fare il bis.
Una scritta sul muro di una casa di Sordevolo recita “Torna il sole, non il tempo” e mi ha salutata mentre lasciavo il paese.
Il cammino riprende tra boschi, pascoli e saliscendi vari. Una fontana del viandante gentilmente allestista da un privato, dona un po’ di sollievo dopo una salita abbastanza impegnativa, su asfalto e in pieno sole, in prossimità di Chiavolino.
Tante sono le persone che lasciano messaggi o allestiscono angoli sosta sul cammino; molti quelli che vedono passare pellegrini quasi dentro la loro proprietà, ma ne approfittano per far due chiacchiere, per dare consiglio.
“Meno male che c’è ancora qualcuno che passa di qui”.
“Ti consiglio di fare la variante della tramvia, che è più bella.”
Sì, perché per arrivare a Oropa ci sono due varianti tra le quali scegliere: il sentiero D1, più impegnativo, e la variante della tramvia, più semplice. In caso di forti piogge, il D1 oltre che più faticoso potrebbe anche rivelarsi un po’ pericoloso, quindi meglio non fare cavolate.
Io ho optato per la soluzione meno impegnativa, anche a causa del meteo abbastanza incerto. Si cammina lungo il sedime della vecchia tramvia di inizio ‘900 e si possono vedere ancora, tra la vegetazione molto rigogliosa, le gallerie, i ponti, i monconi dei tralicci della linea elettrica e le pietre della massicciata.
Gli ultimi 500 metri li ho percorsi praticamente correndo, inseguita da nubi nere e tuoni. Ho raggiunto Oropa proprio quando ha iniziato a piovere e, nonostante il clima autunnale, è stata comunque una bella visione. Il Santuario di Oropa accoglie il viandante con la sua imponenza, con l’abbraccio delle montagne che lo circondano e la sua Madonna Nera.
Il Santuario di Oropa è un santuario mariano; secondo la tradizione fu fondato da Sant’Eusebio, vescovo di Vercelli nel IV secolo, il quale nelle valli vercellesi diffuse il Cristianesimo. Il Sacro Monte di Oropa fa parte parte dei Sacri Monti di Piemonte e Lombardia e dal 2003 è stato dichiarato Patrimonio Unesco.
Nell’antichità queste montagne erano attraversate da viandanti che nel periodo estivo si mettevano in viaggio per lo più per motivi commerciali.
Il Santuario non fu sempre come lo vediamo oggi; nel medioevo non era altro che una semplice chiesa circondata da altre piccole costruzioni adibite a rifugio. In quel periodo gli abitanti del biellese vi si recavano per chiedere una grazia o far proteggere il raccolto. Nel XVI invece si chiedeva di essere risparmiati dalla peste che affliggeva tutta Europa.
Solo in seguito al giubileo del 1600 il Santuario di Oropa venne ampliato, diventando più simile a quello che conosciamo oggi. La realizzazione di una strada carrabile lo rese molto più raggiungibile e negli anni il complesso andò incontro ad altri ampliamenti.
Attualmente il Santuario di Oropa si estende per un chilometro di lunghezza e dispone di 500 posti letto, che accolgono alcuni dei più di 400mila pellegrini che lo raggiungono ogni anno.
Anche se il Cammino di Oropa ha una forte matrice religiosa, sono sempre di più le persone che decidono di intraprenderlo per altri motivi. Qualsiasi siano le motivazioni, penso che sia un itinerario in grado di stupire ed emozionare nella sua semplicità…e che vale la pena percorrere lentamente.
📍La mia traccia. Da Graglia a Oropa, 16 km e 800 m. di dislivello circa.
Su STRAVA e su WIKILOC.
A breve pubblicherò un nuovo articolo con qualche istruzione per l’uso….seguimi!
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