“Ci siamo riunite con il buio, quando gli animali, i campi e gli anziani costretti a letto non avevano più necessità da soddisfare. Ho pensato che da sempre siamo abituate a essere definite attraverso il bisogno di qualcun altro. Anche adesso, siamo uscite dall’oblio solo perché servono le nostre gambe, le braccia, i dorsi irrobustiti dal lavoro. Nel fienile silenzioso, siamo occhi che inseguono altri occhi, in un cerchio di donne d’ogni età. C’è chi ha il figlio attaccato al seno. Qualcuna è poco più di una bambina, se di questi tempi è ancora ammesso esserlo, se in questa terra aspra che non concede mai nulla per nulla sia mai stato possibile esserlo.”
Ilaria Tuti, Fiore di Roccia
Gli scarpets di stoffa ai piedi e una pesante gerla sulle spalle. Così si vestiva la resilienza delle donne che, durante la Prima Guerra Mondiale, si inerpicavano su per gli impervi pendii della Carnia per portare armi, munizioni, medicine e viveri ai soldati al fronte.
Erano le “portatrici” carniche, donne di casa o contadine, che risposero alla chiamata dell’esercito in cerca di volontari per trasportare rifornimenti nelle trincee.
Ogni giorno, in qualsiasi stagione, salivano a piedi lungo i versanti del Pal Piccolo, Pal Grande, Freikofel, Cima Avostanis e Passo Pramosio.
L’esistenza delle portatrici è stata spesso dimenticata nella narrazione della Storia ufficiale, che racconta solo le imprese degli uomini.
Sono stata in Carnia, nel nord del Friuli Venezia Giulia, alla ricerca delle tracce di queste eroine senza nome, dopo aver letto il libro di Ilaria Tuti, “Fiore di Roccia”; è un romanzo che vuole riportare alla luce la storia di queste donne, restituire loro la dignità e celebrarne il coraggio. Il fiore di roccia è la stella alpina, un fiore che resiste al duro ambiente della montagna e che i militari avrebbero donato alle portatrici proprio per la loro capacità di resistere alla fatica, al freddo, al pericolo.
È questo che siete. Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno, sospetto, di tenerci in vita.
Ilaria Tuti, Fiore di Roccia
Il racconto prende ispirazione dalla vera storia di Maria Plozner Mentil, portatrice di Timau, morta proprio durante una delle sue missioni, uccisa da un proiettile di un cecchino austro-ungarico.
Maria Plozner Mentil divenne un simbolo. Oggi il suo feretro è custodito nell’Ossario di Timau, insieme ai resti dei numerosi soldati, e nel 1997 Oscar Luigi Scalfaro le conferì la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Nella piccola cittadina di Timau si trova un monumento dedicato alle portatrici ed è anche possibile visitare il Museo della Grande Guerra, dove c’è una sezione a loro dedicata. D’altronde, fu grazie a queste donne che il fronte italiano “Zona Carnia” non cedette mai, almeno fino alla sconfitta di Caporetto. Per questo meritano uno spazio nella Storia. Fuori dalla Carnia, però, il sacrificio delle portatrici è stato per lo più dimenticato.
Su queste cime, durante la Prima Guerra Mondiale, i soldati austriaci e italiani si sono scontrati duramente. L’uomo ha trasformato le aspre montagne della Carnia in gigantesche trincee. Si combatteva faccia a faccia, in equilibrio precario sulle vette.
In particolare, la zona di confine nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico (Alta Valle del But), fu uno dei punti in cui si è combattuto maggiormente e tutt’oggi le montagne custodiscono la memoria di questo teatro di guerra.
Sul Pal Piccolo, il dedalo di muretti di pietra che costituiva le trincee è stato trasformato in un vero e proprio museo a cielo aperto, che è possibile visitare se si è disposti a scarpinare un po’. E’ un luogo che lascia senza parole, un enorme e labirintico villaggio di pietra, con strutture militari italiane e austro-ungariche.




Così, dopo aver fatto colazione con i Krapfen del Panificio Silverio e allacciato gli scarponcini, abbiamo seguito il richiamo della Storia e ci siamo messi in cammino per raggiungere il Pal Piccolo e il suo museo.
L’auto si lascia a Passo di Monte Croce Carnico (1360 m.) e ci si dirige a piedi verso il confine con l’Austria. Si segue l’indicazione “Kleiner Pal – MG Nase” che segna l’inizio del sentiero; dopo aver superato un piccolo piazzale con una pala eolica il percorso si immerge nella natura e inizia a salire, incontrando alcune caverne, casermette, una trincea coperta e un appostamento militare che prende il nome di “Naso delle Mitragliatrici”.
Il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche, ma sale bello dritto senza pietà. La mente corre alle portatrici che, con ciabatte di stoffa e un carico pesante sulla schiena, facevano questa sfacchinata tutti i giorni, partendo da ben più lontano.
La vetta si raggiunge, se si ha un passo spedito, in circa un’ora e mezza. Superate alcune gallerie, ci si ritrova in cima a 1860 m. di altitudine, dove si snodano i labirintici trinceramenti e camminamenti autro-ungarici e, poco distante, il Trincerone italiano. I due schieramenti sono talmente vicini che si confondono e rendono l’idea della durezza di quel conflitto.
Il museo a cielo aperto del Pal Piccolo è immenso e per esplorarlo tutto serve tempo ed energia. E’ ben organizzato, con pannelli informativi e foto d’epoca.






Per tornare al Passo, punto di partenza, abbiamo chiuso il giro ad anello. Probabilmente si tratta del percorso più lungo, impervio e faticoso, ma a mio parere è anche il più suggestivo. Infatti, prendendo il sentiero CAI 401, si passa attraverso le trincee italiane, per poi scendere il pendio su un percorso ripido, roccioso, un po’ scalinato, che se umido può anche risultare scivoloso. Alcuni passaggi sono dotati di scalini di ferro e catene per tenersi. Sarà che il tempo quel giorno non era il massimo, ma non abbiamo incontrato esseri umani…solo camosci sospettosi e la natura incontaminata racchiusa tra impressionanti pareti rocciose.
Il giro ad anello totale è lungo circa 8km e ha un dislivello complessivo di circa 550 metri. Nonostante il poco dislivello, non è un percorso da sottovalutare.





Quella al Pal Piccolo non è stata solo un’escursione, ma un vero e proprio tuffo nel passato. Il silenzio e l’immobilità che avvolgono la cima donano a questo luogo un qualcosa di sacro.
Toccare con mano le trincee della Prima Guerra Mondiale, perdersi nell’incredibile opera ingegneristica dell’uomo, immaginare la fatica, la fame, il dolore che scorreva a fiumi su queste vette, è davvero un’esperienza potente. Percorrere gli impervi sentieri di montagna, seguendo le orme delle donne portatrici, fa capire quanto grande fu l’abnegazione e il sacrificio in nome della Patria.
Conosciamo queste montagne più di chiunque altro, le abbiamo salite e scese tante volte. Sapremo proteggerci, se necessario. Del resto sono consapevole: se non rispondiamo noi donne a questo grido d’aiuto, non lo farà nessun altro. Non c’è nessun altro.
Ilaria Tuti, Fiore di Roccia
Dedico questo articolo ad Annamaria, che mi ha fatto conoscere la storia e i sentieri delle portatrici e che è, anche lei, un fiore di roccia.
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