I Quattro Canti sono il punto in cui si spacca il cuore di Palermo. L’impianto arabo e medioevale della città, fatto di vicoli e stradine, viene tagliato da una croce (via Maqueda e via Vittorio Emanuele), simbolo cristiano e di apparente ordine, che divide i quattro quartieri storici di Palermo (Capo, Albergheria, Loggia e Kalsa).
A proposito di stradine ed eredità araba, ci eravamo lasciati nel dedalo dei vicoli caotici del suq di Ballarò, dove il barocco siciliano si nasconde tra le bancarelle del mercato, dove lo splendore del patrimonio arabo-normanno convive a fianco della decadenza degli antichi palazzi nobiliari.
Ecco alcune pillole per gustare al meglio Palermo e scoprire i suoi angoli di paradiso.




EREDITÀ ARABO-NORMANNA
Lo stile arabo- normanno nasce dalla fusione di due correnti artistiche assai diverse, che hanno dato vita a capolavori architettonici di cui Palermo è ricca.
Gli arabi hanno dominato qui per due secoli e mezzo (dall’827 alla fine del XI secolo) e resero Palermo una città importante, con palazzi meravigliosi, moschee, minareti, giardini. Poi arrivarono i Normanni, che si appropriarono di queste strutture, ma riconobbero la bravura degli arabi e non buttarono giù tutto; decisero invece di rimodellarle e dargli nuova funzione.
È da questo sincretismo che nacque uno stile particolare e affascinante, le cui caratteristiche sono, per esempio, la pianta basilicale a croce latina o greca, le torri e il portale sulle facciate, i mosaici bizantini e gli ornamenti arabi, la presenza di cupole rosse. Spesso i palazzi sono immersi in grandi parchi, con fontane, portici, pavimenti di marmo, pareti ricoperte da mosaici con motivi arabizzanti e infine soffitti ed archi con muqarnas (decorazione ad alveoli o a stalattiti).
Senza raccontare i dettagli di ogni singolo edificio (ci avranno scritto libri e si troveranno informazioni ovunque nel web), meritano sicuramente di essere visitati questi siti: Palazzo Reale o dei Normanni (la Cappella Palatina vi farà quasi svenire dall’emozione), il grande classicone Cattedrale di Maria S.S. Assunta (non perdetevi la Sura del Corano incisa nella prima colonna a sinistra del portico), la Chiesa di San Giovanni agli Eremiti (piccola ma preziosa), la Zisa (che attualmente ospita il museo di arte islamica), la Martorana e l’adiacente Chiesa di San Cataldo.
Guarda caso sono tutti Patrimonio Unesco!
Se posso darvi un consiglio, consultate prima gli orari e i giorni di apertura.
CHE FICUS! PARADISI IN TERRA.
I giardini, le fonti e i frutteti arricchivano le residenze arabe del X e XI secolo e furono poi ripresi dai Normanni, che attorno alle loro dimore estive (i Sollazzi) costruirono parchi, campi coltivati e laghi artificiali. Per gli arabi questi giardini erano una sorta di paradiso in Terra, in attesa del vero e proprio aldilà post mortem.
I più celebri Sollazzi di Palermo sono quelli della Zisa (dal termine al-azis, splendido, glorioso) e quello del Palazzo dei Normanni, il Genoardo (da gennet- el ardhy, paradiso in terra).
Nella Zisa l’acqua non circondava l’edificio, ma era generata all’interno della sala della fontana; attraversava poi un canaletto per versarsi in due piccoli bacini interni e infine terminava nella peschiera esterna. Vi era quindi un intercambio e un’interdipendenza tra l’esterno e l’interno del palazzo, come a voler simboleggiare la continuità e il legame del giardino-paradiso con la vita terrena. Nella sala della fontana vi sono richiami scultorei all’idea di paradiso terrestre (i pavoni, i pesci, gli uccelli, ecc).




Palermo ha il pregio di conservare, all’interno della sua caotica metropoli, degli angoli di paradiso urbano, verdi, silenziosi, belli.
Il più famoso e imponente è senza dubbio l’Orto Botanico dell’Università di Palermo, in cui davvero ci si può perdere in mezzo alla quantità di viali e specie di piante.
C’è Il Parco d’Orléans, che fa parte dell’omonima villa, la quale ospita la sede della Presidenza della Regione Sicilia. È stato trasformato in un parco ornitologico, che però purtroppo, oltre le diverse specie di uccelli, ospita anche dei cerbiatti che sono chiusi in gabbie, cosa che non mi è piaciuta granché.
Nella zona liberty di Palermo c’è il Giardino Inglese, dove alberi esotici e statue realizzate dai migliori scultori siciliani di fine 800 e dei primi anni del XX secolo, occupano un giardino creato seguendo il più possibile la morfologia naturale del terreno





Nel cuore del quartiere Kalsa c’è il giardino di Villa Garibaldi, in piazza Marina, dove padroneggia il più gigantesco esemplare di ficus della città. Alto 30 metri, ha una circonferenza di più di 21 metri e una chioma con il diametro di 50 metri: si tratta di un Ficus macrophylla, o magnolioide, originario delle foreste pluviali e piantato qui nel 1864. Le sue radici aeree, che si trasformano una volta toccata terra in tronchi supplementari, e i suoi rami, lo fanno sembrare una creatura “stritolante”…meravigliosa.
Me ne sono letteralmente innamorata!
A Palermo si trovano diversi di questi imponenti ficus: nell’Orto botanico, a Villa Trabia, nel Giardino inglese, nel giardino della Palazzina cinese e il nel giardino pensile di Palazzo dei Normanni.
I giardini di Palermo non finiscono qui e, se siete alla ricerca di angoli di verde e di pace, consiglio di visitare questa pagina dove sono dettagliatamente elencati.



MANGIA CA SI FATTA SICCA: FOOD E STREET FOOD
A proposito di paradisi e piaceri della vita, non si può non menzionare il cibo parlando di Palermo.
Chi ha letto lo scorso articolo si sarà chiesto: “Ma che non te le sei mangiata due cose a Palermo?”. E come no. Chi mi conosce lo sa che sono una schiappa in tutto, tranne che nel degustare la cucina locale ovunque vada…e modestamente Palermo è una delle capitali dello street food made in Italy.
Vi ho parlato dei mercati, che certamente sono il regno indiscusso e il punto di partenza obbligato per un viaggio nel gusto. Ma al di là di questi luoghi, a Palermo si può trovare cibo buono e alla portata di tasca pressoché ovunque.
All’assaggio non possono mancare ovviamente il classico pane e panelle (molto simile al panino con le fette di panissa ligure), al quale si possono aggiungere le crocchette, e il panino con la milza. Ninu u Ballerino e U Vastiddaru hanno una discreta fama in città. Alla griglia on the road si può trovare la stigghiola (budella di ovino), il mangia e bevi (scalogno arrotolato nella pancetta), il polpo.
Spesso nei mercati capita di vedere un misterioso cesto coperto da una tovaglia, che nasconde la frittola, un mix di frattaglie prima bollite, poi rosolate e infine fritte; il venditore infila la mano sotto la coperta, le afferra con la mano e le mette in un panino o nella carta.
Lo sfincione, una pizza spessa condita con pomodoro e cipolla, è un’invenzione delle suore del monastero di San Vito, che volevano solleticarsi l’appetito con un’alternativa sfiziosa al solito pane (alle monache, birbantelle, si devono molte invenzioni culinarie).
Attenti al lessico: l’arancina è rigorosamente femmina (e ha trovato una sua versione gourmet a Ke Palle), la brioche è quella con il gelato o la granita, la focaccia non è quella ligure ma il tradizionale pane che contiene milza e panelle (L’Antica Focacceria San Francesco è nata nel 1834 e attualmente è un vero e proprio ristorante nel quartiere Kalsa).
Mancia ca si fatta sicca, c’era scritto sulla bancarella di un grigliatore di Ballarò.
Quindi che dire, lasciate ogni dieta voi che entrate!







DULCIS IN FUNDO
La Sicilia, si sa, è la regina dei dolci ad alto contenuto di zucchero e ricotta. Quest’ultima la troviamo nei cornetti, nel cannoli, nelle cassate e nell’iris. Poi c’è la pasta di mandorle e il marzapane con il quale si produce la famosa frutta martorana, che prende il nome dal monastero dove nacque (le monache, in occasione della visita di un prelato, crearono degli aranci finti per rimpolpare i rami degli alberi che non ne avevano molti). I bar e le pasticcerie di Palermo offrono ogni genere di leccornia, alla quale il goloso non può proprio sfuggire. Tra le più rinomate c’è la Pasticceria Costa, la Cappello, la Pasticceria Oscar, Scimone (conosciuta per il Dito d’Apostolo), la Torrefazione Stagnitta e la Cubana.
Senza nulla togliere a questi tempi del gusto, vorrei soffermarmi su un’esperienza nel mondo dei dolciumi che mi è rimasta particolarmente nel cuore.




Al Monastero di Santa Caterina d’Alessandria, che si affaccia sulla famosa piazza Pretoria, vi è un luogo dove è possibile tuffarsi nelle antiche tradizioni della pasticceria conventuale palermitana; si tratta della dolceria “I Segreti del Chiostro“. La vendita dei dolci, quali le torte di ricotta, biscotti di mandorle, pasticciotti ripieni, frittelle e conserve, costituiva per la monache di clausura una fonte di sostentamento. Le ricette di queste delizie erano segrete e si tramandavano solo dalle monache più anziane a quelle più giovani. Oggi è possibile accedere alla dolceria e al monastero, per visitarlo e consumare i dolci prescelti nel bellissimo chiostro maiolicato.
Adiacente al monastero c’è anche l’omonima chiesa, cinquecentesca, che merita sicuramente una visita perché, che vi piaccia o no il barocco, l’impatto visivo vi toglierà il fiato.





Insomma, a Palermo si può godere di paradisi celesti e terreni senza rinunciare a piccoli peccati di gola.
Il mio viaggio non finisce qui. Prossimamente vi parlerò della parte più “underground” della città di Palermo.
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